La Cina festeggia 15 anni nel Wto. Ma sul commercio è guerra globale

 dummmppL’ex bambino è cresciuto ma non vogliono dargli ancora le chiavi di casa: ma a voi 15 anni sembrano davvero troppo pochi? Va bene che il ragazzino continua a farne di marachelle: dicono che gioca sui prezzi, nasconde le carte, non rispetta le regole del gioco. Soprattutto, continua ad alzare la voce: come adesso. L’ex bambino si chiama Pechino e 15 anni fa, 11 dicembre 2001, entrò trionfalmente nel Wto, l’Organizzazione internazionale del commercio, portato per mano da uno zio d’America chiamato Bill Clinton, il presidente allora uscente che aveva scommesso sullo sdoganamento economico della Cina: “Da qui a dieci anni” disse “ci guarderemo indietro e saremo fieri di quello che abbiamo fatto”. Le ultime parole famose. Dieci anni più cinque dopo, provi a chiederlo a sua moglie, il vecchio Bill, se anche lei è fiera di quell’accordo che le ha impedito di riaccomodarsi alla Casa Bianca, questa volta da padrona di casa. “La Cina ha distrutto l’America” è stato lo slogan vincente che ha trasformato Donald Trump nel presidente eletto. E la Cina avrebbe distrutto l’America proprio nascondendo le sue truppe nel cavallo di Troia del Wto. Chi ha ragione?

Intanto, invece di festeggiare, i cinesi hanno appunto messo il broncio. Il regalo di compleanno dovrebbe prevedere la rimozione di quell’etichetta che, come da contratto d’ingresso, Pechino aveva accettato di vedersi affibbiata sul taschino: “non market economy”. Il consesso economico internazionale, insomma, consentiva al bambino di accomodarsi nel salotto del Wto, ma gli ricordava che per un po’ di tempo sarebbe stato trattato non alla pari: un’economia non di mercato è quella appunto in cui è allo stato che spettano allocazione di beni e risorse e determinazione dei prezzi. Che scoperta, direte: siamo o non siamo in una repubblica comunista? Invece non è tanto una questione ideologica, per quel che ormai vale, ma puramente economica. Continuare a definire la Cina “economia non di mercato” permette ai partner del Wto, America e Europa in testa, di esercitare con molta più efficacia le misure antidumping. Fare dumping, si sa, è abbassare il prezzo di un bene a un livello inferiore a quello del mercato interno per poterlo così esportare più facilmente guadagnando (scorrettamente) maggiori quote di export. Peccato che non essendo un’economia di mercato la Cina di un certo bene può stabilire in teoria tutti i prezzi che vuole: è per questo che per determinare se sta facendo dumping si prende a confronto non il prezzo di quel bene a Pechino ma dello stesso bene, mettiamo, a New York. Dopo 15 anni di questo trattamento, e infinite guerre sui dazi, ora il Dragone minaccia di prendere “le misure necessarie”, come dice il ministero del commercio, se i membri del Wto insistono su questa strada. E che misure? Saremo noi ad appellarci al Wto, dicono qui, e se l’Organizzazione stabilità che non riconoscendoci “economia di mercato” gli altri paesi hanno rotto il contratto, saranno loro a pagarne le conseguenze. Di più. Pechino minaccia anche di imporre lei stessa i dazi sui beni degli altri: la guerra commerciale globale.

Gli americani naturalmente hanno già fatto sapere che “il protocollo non cambia“. E figuriamoci adesso che Donald Trump continua a ripetere che “la Cina deve rispettare le regole”. La stessa cosa con un giro di parole sta dicendo l’Europa: “Non riconosceremo alla Cina lo status di economia di mercato” dice il commissario al commercio Cecilia Maelstrom “ma riformeremo il sistema in modo da definirla paese neutrale”. Nell’attesa, la Ue ha lanciato proprio l’altro giorno l’ultima inchiesta antidumping sull’acciaio. Tutto come prima?

Già al compleanno del 2011 l’Economist tirò giù una pagella che è ancora straordinariamente attuale: dimostrando quanto poca strada da allora sia stata fatta per migliorare la situazione. “Molte delle critiche sono giuste” scriveva il settimanale. “La Cina aveva fatto riforme eroiche negli anni intorno alla sua entrata nel Wto. E questo ha fatto nascere aspettative che ha vistosamente fallito. Ha detto sì alle regole internazionali, ma a casa sua non rispetta il diritto. La liberalizzazione dei commerci non ha portato all’allargamento delle libertà, ed anche gli stessi commerci non sono poi cosi liberi”. Cinque anni dopo le ombre sono le stesse. Come le luci però: “In termini di commercio globale i consumatori di tutto il mondo ci hanno guadagnato con i prodotti cinesi a basso costo. E la crescita cinese ha creato un mercato enorme per l’export degli altri paesi”. Voto finale? “Dopo l’ingresso della Cina nel Wto siamo tutti più ricchi: ma i legislatori cinesi hanno bisogno di crescere. I loro trucchetti stanno facendo male ai loro stessi consumatori e stanno rafforzando il protezionismo all’estero. Il che potrebbe trasformarsi in un autolesionismo economico di dimensioni epocali”.

Il giudizio, purtroppo, vale ancora. Con l’aggravante che l’autolesionismo, adesso, è globale. L’ex bambino è davvero cresciuto: ma non è che è cresciuto così tanto che sarebbe meglio non farlo arrabbiare?

Angelo Acquaro

La Repubblica 11 dicembre 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/12/11/news/la_cina_festeggia_15_anni_nel_wto_ma_sul_commercio_e_guerra_globale-153821488/

Le opportunità e i rischi della promozione cinese

downloadIl 23 giugno del 1989 il Wall Street Journal festeggiò i suoi cento anni pubblicando una previsione su come si sarebbe presentata l’economia mondiale un quarto di secolo dopo.(….)

Il quotidiano americano annunciò che il Bangladesh e lo Zimbabwe sarebbero diventati i leader della crescita, la Cina invece era destinata a rimanere molto indietro per colpa della «stordente burocrazia del comunismo duro e puro».

La storia non è mai tenera con chi pretende di anticiparla sulla base del passato recente. È vero che la quota della Cina nella produzione manifatturiera del mondo era passata appena dall’1,2% al 1,9% fra il 1984 e il 1990. Ma da allora il Paese è entrato nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e il suo peso nell’industria globale è esploso fino a oltre il 25%.

Quella svista del Wall Street Journal suggerisce umiltà nel fissare le scelte migliori per domani. Riguardo a Pechino, ce ne sono di importanti che aspettano gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’Italia nei prossimi mesi, perché determineranno comunque milioni di vincenti e perdenti (anche) in Occidente.

A novembre la Repubblica popolare celebra i 15 anni dall’ingresso nel Wto e a suo parere ciò le dà diritto a essere riconosciuta con lo «status di economia di mercato» da tutti gli altri governi. Non è una questione di etichetta, ma un obiettivo strategico. Se la Cina viene promossa, diventerà più difficile per l’Europa e gli altri blocchi commerciali alzare dazi anti-dumping contro il suo export in settori come l’auto (o componenti), acciaio, carta e cartone, ceramica, vetro alluminio e biciclette.

Secondo l’Economic Policy Institute, un centro vicino ai sindacati americani, il nuovo status della Cina metterebbe a rischio 2,7 milioni di posti di lavoro in Europa. Dati del genere forse sono esagerati e altre valutazioni producono stime più contenute. Un documento interno della Commissione Ue calcola i posti di lavoro potenzialmente minacciati fra i 73 mila e i 188 mila, di cui oltre metà in Germania e Italia.

È un problema politico, non di analisi accademica, ma è difficile sostenere che la Cina sia una «economia di mercato» secondo la definizione dei manuali di Harvard o della Bocconi. Oggi la seconda economia del mondo presenta un surplus di capacità produttiva sussidiato più o meno direttamente dal regime in tutta l’industria pesante: carta, cantieri navali, vetro acciaio, carbone, alluminio.

Alberto Forchielli, uno dei più esperti investitori europei in Cina, stima che la capacità produttiva nel settore auto valga già oggi 40 milioni di modelli l’anno a fronte di vendite per meno di venti. L’irrompere di quei costruttori sui mercati mondiali può avere un impatto dirompente, stima Forchielli. Quanto all’acciaio, i consulenti di Rhodium Group stimano che la produzione in eccesso della Repubblica popolare sia oggi superiore all’intera capacità del Giappone, degli Stati Uniti e della Germania messi insieme. Intossicate da anni di investimenti dettati dalla politica per mantenere posti di lavoro, centinaia di grandi imprese cinesi del 2016 sono zombie decisi a esportare sottocosto trasmettendo deflazione al resto del mondo. Rinunciare alle protezioni tariffarie non farebbe che amplificare in Europa e negli Stati Uniti l’impatto di queste distorsioni.

Per molti governi, concedere lo status di economia di mercato a Pechino resta comunque un’opportunità. Lo è per i fornitori di derrate alimentari in America Latina, che continuano a puntare sulla crescita cinese. Lo è per Londra, che vuole diventare la piazza finanziaria off-shore per lo yuan. Lo è per la Germania, sicura di non poter essere spiazzata dalle auto o dall’acciaio di bassa qualità dell’Asia e impaziente di aprire ancor più il mercato della Repubblica popolare alle sue turbine, a Siemens o alle Bmw. Più sottovoce è favorevole la Francia, che può piazzare a Pechino prodotti inimitabili come gli Airbus o il nucleare civile.

L’Italia è rimasta la sola in Europa a opporsi. Lo è anche se il governo è riuscito abilmente a coalizzare un cordata con Berlino e Parigi contro l’acciaio sussidiato della Cina. Priva di prodotti per riequilibrare la bilancia commerciale con la Repubblica popolare, l’Italia oggi si trova con un solo vero alleato, gli Stati Uniti. Le primarie folgoranti di Bernie Sanders e Donald Trump hanno messo a nudo gli effetti profondi sul tessuto sociale e gli assetti politici delle delocalizzazioni produttive verso l’Asia, e dell’estinzione dei colletti blu in America. Chiunque sia, il prossimo presidente sarà meno aperto al libero scambio.

Può darsi che ciò rinvii la resa dei conti con Pechino, per ora. Ma ai ritmi attuali fra quattordici anni la Cina avrà 220 milioni di laureati, il 27% della forza lavoro, una quota doppia a quella dell’Italia di oggi. Scrivere la storia in anticipo espone sempre a figuracce, ma senza più laureati e una grande industria di qualità nel 2030 i produttori low cost rischiamo di diventare noi.

 Federico Fubini
 Corriere della Sera

Merito della globalizzazione

 
mrxxIn questi 30 anni – quelli del “liberismo selvaggio” che affama i popoli, distrugge il pianeta, aumenta le disuguaglianze – l’umanità sta vincendo la più grande guerra contro la miseria. La Banca mondiale, lo scorso 9 ottobre, ha pubblicato un rapporto sulla povertà nel mondo. I dati dicono che la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà estrema – ovvero con meno di 1,25 dollari al giorno – è crollata dal 36,4 per cento del totale nel 1990 al 14,5 per cento nel 2011. È la più grande riduzione della povertà nella storia dell’umanità, circa 1 miliardo di poveri in meno, una cifra mostruosa, una rivoluzione silenziosa che forse meriterebbe maggiore attenzione del libro glamour di Thomas Piketty, premiato ieri da quei burloni del Financial Times. La caduta vertiginosa della percentuale di poveri, mentre la popolazione mondiale è cresciuta esponenzialmente, spazza via il malthusianesimo di ritorno, le boiate sulla decrescita felice e il pauperismo no global. Secondo le proiezioni della Banca mondiale, con un tasso di crescita globale pari a quello degli anni 2000, nei prossimi 20 anni la povertà si ridurrà ulteriormente fino a scendere al 5 per cento della popolazione mondiale, che vuol dire altri 600 milioni di poveri in meno. L’ampiezza di questo fenomeno è ancora più impressionante se si guarda allo studio di un economista catalano della Columbia University, Xavier Sala-i- Martín, che dimostra come in un arco di tempo più ampio, dal 1970 al 2006, il tasso di povertà assoluta è crollato dell’80 per cento. Ma non basta: oltre a diventare più ricco il mondo è diventato anche meno diseguale. Sala-i-Martín mostra che sia il coefficiente di Gini sia l’indice di Atkinson (indicatori che misurano la distribuzione dei redditi) segnalano una riduzione della disuguaglianza a livello globale. Ma a cosa è dovuto questo portentoso progresso? Nazioni Unite? Fondo monetario internazionale? Qualche programma governativo? Aiuti ai paesi in via di sviluppo? No. È merito della globalizzazione, del libero mercato, dei diritti di proprietà, del rule of law, della caduta di barriere interne ed esterne. In una parola, del capitalismo. E questo è evidente anche ai più scettici, dato che il contributo più grande alla riduzione della povertà l’hanno dato i popoli di due paesi fino a poco fa (e in parte ancora oggi) prigionieri dello stato e della pianificazione economica, cioè la Cina e l’India. Come hanno illustrato magistralmente il premio Nobel Ronald Coase e Ning Wang nel loro libro “Come la Cina è diventata un paese capitalista”, pubblicato in Italia dall’Istituto Bruno Leoni, sono stati l’apertura al mercato, la rottura dei monopoli statali, il superamento dei “piani quinquennali” e l’estensione dei diritti di proprietà a garantire una vita più decente a centinaia di milioni di esseri umani, tanto che adesso la povertà estrema sembra essere un problema africano e in particolare subsahariano, riguardante cioè quelle aree dove il capitalismo non ha ancora messo piede. Questi dati smentiscono gli “intellettuali” che dai pulpiti di paesi ricchi e stanchi da anni parlano di “ritorno a Marx”, crisi del capitalismo, caduta del saggio di profitto e proletarizzazione della borghesia. D’altronde lo stesso Karl Marx, a differenza dei marxisti, era un alfiere entusiasta della globalizzazione e aveva capito bene la potenza rivoluzionaria del capitalismo. E forse, oltre ai marxisti di ritorno, quella che può essere considerata come la più grande moltiplicazione dei pani e dei pesci della storia dell’umanità, seppure di origine non sovrannaturale, dovrebbe indurre a una riflessione anche Papa Francesco sul suo anti capitalismo pauperista esposto nella “Evangelii Gaudium”.

Luciano Capone
Il Foglio, giovedì 13 novembre 2014

PIL lumaca per l’Italia

Il Pil italiano dovrebbe crescere dell’1,4% l’anno in media nei prossimi 50 anni, segnando uno dei ritmi più lenti tra i Paesi industrializzati, ma faranno peggio sia la Germania sia il Giappone (+1,1% e +1,3% rispettivamente). Sono le proiezioni di uno studio Ocse sulla crescita globale sul lungo termine che vede nell’invecchiamento della popolazione la causa principale dell’andamento..

Nel dettaglio per la Penisola le proiezioni sono di una crescita dell’1,3% l’anno tra il 2011 e il 2030 seguita da 1,5% nei 20 anni successivi mentre la media Ocse al 2060 è del 2%. La crescita media del Pil pro capite sarà ancora inferiore situandosi all’1,35 nel 2011-2060, con un 0,9% tra il 2011 e il 2030 e un successivo 1,5%. Come spiega l’Ocse, i trend di crescita sono guidati dall’invecchiamento della popolazione che eserciterà una pressione al ribasso sull’input di lavoro e sulla produttività. E l’Italia quanto a invecchiamento è al top nell’Ocse, terza dopo – appunto – Giappone e Germania. Nel 2030 gli ultra 65enni nella Penisola saranno il 40% della popolazione e nel 2060 non saranno distanti dal 60%, il doppio rispetto ad oggi. In Giappone gli over 65 sfioreranno il 70% tra cinquant’anni e in Germania saranno il 60%.

http://www.corriere.it/economia/12_novembre_09/studio-ocse-pil-italia_ba3f2b52-2a5c-11e2-9b66-000110c153a4.shtml

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) o Organisation for Economic Co-operation and Development – OECD e Organisation de coopération et de développement économiques – OCDE in sede internazionale è un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi membri, paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico ed un’economia di mercato.

http://www.oecd.org/