Euro troppo forte

euro-forteL’euro continua a muoversi ai massimi livelli degli ultimi 15 mesi sul  dollaro (ieri a quota 1,34), e ai massimi sullo yen giapponese da tre  anni. Vuol dire che gli investitori ritengono l’economia europea più  solida di quella americana o giapponese?….

.In quanto alle economie reali: la ripresa  in Europa tarda ad arrivare, mentre la crescita Usa procede da due anni.  Di fronte a un simile divario,  la politica monetaria americana   dovrebbe essere più restrittiva  di quella europea. Invece è vero il  contrario. La Federal Reserve  pratica il tasso zero, mentre quello  della Bce pur essendo basso  è positivo (0,75%). A questo costo del  denaro nullo, la banca centrale americana aggiunge un promessa  esplicita: non alzerà i tassi fino a quando la disoccupazione  Usa non  scende dal 7,9% attuale al 6,5%. E come non bastasse,  la Fed stampa  moneta vigorosamente:  85 miliardi di dollari  al mese, che usa per  comprare  titoli pubblici e semipubblici (obbligazioni degli istituti di  credito  immobiliare) il che crea liquidità  abbondante e credito  facile.  Il Giappone si è adeguato, con la banca centrale che  addirittura  si impone un obiettivo definito  di “creazione  d’inflazione”.  Dollaro e yen reagiscono di conseguenza: i mercati si  lasciano  guidare da quello che le banche  centrali fanno..

Gli investitori vedono due banche centrali  aggressive nello stampar moneta;  capiscono che Tokyo e Washington   malgrado le smentite ufficiali perseguono le svalutazioni  competitive.  Quindi i capitali  abbandonano le monete deprezzate e rifluiscono sull’euro.
Così  facendo, però, i mercati rendono ancora più difficile la ripresa   nell’eurozona. O per essere  più precisi: in mezza eurozona.  Come ha  dimostrato la settimana  scorsa un importante studio di Morgan  Stanley, la divaricazione  dell’eurozona in termini di competitività è  impressionante.  La Germania è in grado di conquistare  i mercati  mondiali non solo con l’euro così com’è (forte) adesso; ma sarebbe  competitiva perfino se l’euro salisse ancora, fino a quota 1,53 sul  dollaro. Nell’altra  Europa, c’è la Francia che arranca perché la sua  industria ha bisogno di una parità a 1,26 per farcela. L’Italia sta  ancora peggio, ci vuole un cambio a 1,19 sul dollaro per rimettere i  nostri esportatori pienamente in gioco sui mercati mondiali. I mercati  non ci aiutano, dunque. Nonostante  tutti i fattori di debolezza europei  — da ultimo le incertezze  elettorali italiane, gli scandali per  corruzione in Spagna, perfino  la piccola Cipro che ha bisogno  di un  salvataggio — alla fine contano di più i comportamenti delle banche centrali.
Mario  Draghi ha provato a moderare l’eccessiva forza dell’euro,  indicando  che essa merita  l’attenzione della Bce. Ma il suo combattimento con la  Federal  Reserve e la Banca del Giappone  non è ad armi pari. La Fed ha  un grosso vantaggio di partenza,  che si aggiunge al “privilegio   imperiale” di chi emette la moneta della nazione leader. Il suo  vantaggio è istituzionale: nel mandato della Fed è esplicitamente   indicato al primo posto tra i suoi compiti “promuovere attivamente il  pieno impiego”. Nulla di simile c’è nello statuto della Bce, che ricalca  quello della Bundesbank tedesca, ed ha come  unico compito la stabilità  dei prezzi. Perfino la piccole Banca centrale svizzera, ricorda il suo  ex governatore Philipp Hildebrand  sul Financial Times, impose  la  sua volontà ai mercati quando annunciò che avrebbe stampato franchi a  oltranza pur d’impedirne la sopravvalutazione.  E’ un gesto che la Bce  non può fare. A meno di interpretare elasticamente  i propri statuti,  sfidando  l’ortodossia tedesca.

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