La mano visibile

hannA proposito di Adam Smith, considerato da molti il padre dell’economia politica e da tutti il capostipite della sua scuola classica, Sergio Ricossa una volta ha scritto: “Adam Smith (1723-1790) nacque a Kirkcaldy in Scozia, figlio di un pubblico funzionario che tra l’altro esercitò la professione di controllore delle dogane. A quattro anni il bambino venne temporaneamente rapito da una banda di zingari, unica avventura in una vita altrimenti calma e senza drammi. Al Glasgow College incontrò Francis Hutcheson, professore di filosofia morale, che lo introdusse all’illuminismo scozzese, che la nostra storiografia generalmente subordina all’illuminismo francese, ma che invece meriterebbe un posto superiore”. E questa suggerita da Ricossa, a oltre due secoli di distanza dalla scomparsa di Adam Smith, non sembra essere l’unica utile opera di revisionismo storico e intellettuale da compiere sul conto dell’autore de “La ricchezza delle nazioni”. Così perlomeno la pensa Douglas A. Irwin, economista e storico dell’economia al Dartmouth College, ateneo dello stato americano del New Hampshire che figura tra gli otto della prestigiosa Ivy League.

Irwin ha di recente pubblicato un saggio di una quarantina di pagine – “Adam Smith’s tolerable administration of justice and the wealth of nations” – da cui emerge che Smith dimostrò di saperla lunga quando coniò la nota metafora del mercato come “mano invisibile”, ma che fu altrettanto preveggente nel tratteggiare il ruolo di una sorta di “mano visibile” in mancanza della quale è impossibile lo sviluppo economico e sociale di uno stato. Questa “mano visibile” – espressione che Smith non ha mai usato, s’intenda – è metafora di un’amministrazione tollerabile e degna della giustizia.

 

Procediamo con ordine. Smith, nella sua opera “La Ricchezza delle Nazioni” (1776), avviò una sistematizzazione del pensiero economico sullo sviluppo dell’economia di mercato. Sua è l’idea che “non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio, o del fornaio che noi ci aspettiamo la nostra cena, ma dalla loro considerazione del proprio interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo (self-love), e ad essi parliamo dei loro vantaggi e non delle nostre necessità”. Segue un’altra fortunatissima formula: il detentore di capitale, “perseguendo il proprio interesse (…) è condotto come da una mano invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni”. Così Smith spiega a se stesso e ai lettori il sentimento di meraviglia provato dinnanzi allo “spettacolo del mercato, dove dal caos apparente nasceva un ordine sociale” (Ricossa). Non a caso “La ricchezza delle nazioni” si apre con una lunga e dettagliata descrizione dei capillari rapporti di produzione che stanno dietro a un semplice “abito di lana”: il pastore, il selezionatore di lana, il pettinatore, il tintore, il filatore, il tessitore, il follatore, l’apprettatore e “molti altri devono mettere insieme le loro differenti arti al fine di portare a termine anche solo questa produzione casalinga”. E ancora: mercanti, vetturali, costruttori di navi, marinai, velai, cordai, “devono essere stati impiegati al fine di mettere insieme le differenti sostanze usate dal tintore, spesso provenienti dagli angoli più remoti della terra!”. E così via, fino ai minatori e ai taglialegna. Tutto ciò “non è originariamente l’effetto di una saggezza umana che prevede e persegue quella generale opulenza che determina”.

 

Irwin, con le sue nuove ricerche sul pensatore scozzese, non intende accodarsi a quanti, in questi ultimi decenni, hanno tentato di ribaltare il senso del messaggio di Smith. Non vuole negare le conclusioni ancora oggi profondamente originali e spiazzanti della “Ricchezza delle Nazioni”, quelle per cui noi umani ci troviamo (fortunatamente) immersi negli effetti non intenzionali di tanti atti di egoismo, perché l’individuo “ricercando il proprio interesse promuove frequentemente quello della società, più efficacemente di quanto accadrebbe se nell’agire si proponesse di seguire l’interesse generale”. (…)

 

Irwin dunque apre il suo lavoro, pubblicato in una collana del National Bureau of Economic Research americano, ribadendo che “forse la domanda più importante di tutta la disciplina economica è perché alcuni paesi siano ricchi e altri poveri. Questa era anche la domanda fondamentale posta da Adam Smith nella sua ‘Ricchezza delle nazioni’, giustamente interpretato come il testo fondativo della disciplina”. La risposta di Smith, secondo Irwin, si trova all’inizio del primo libro che compone l’opera: il reddito di un paese dipende dalla produttività della sua forza lavoro che, a sua volta, dipende dalla specializzazione e dalla divisione del lavoro guidate dagli scambi e consentite dall’estensione del mercato. La “mano invisibile”, insomma. Questa risposta fa scaturire subito una seconda domanda, secondo Irwin: “Come è possibile che alcuni paesi siano in grado di avvantaggiarsi della divisione del lavoro, e altri invece no?”. Qui interviene l’aspetto più originale dell’analisi del professore del Dartmouth College, frutto di una lettura approfondita e sistematica degli scritti di Smith che lo spinge a rivalutare “un aspetto finora negletto” del lavoro del pensatore scozzese: “In fin dei conti, Smith fornisce una risposta anche a questa seconda domanda: la sicurezza dei diritti di proprietà. (…) Nel 1755, oltre un decennio prima della pubblicazione de ‘La ricchezza delle nazioni’, Smith scrisse una singola frase che racchiude larga parte del suo pensiero sullo sviluppo economico: ‘Non è richiesto molto altro, per condurre un paese dallo stato di barbarie più deprimente al livello più alto di opulenza, se non la pace, una tassazione non asfissiante e un’amministrazione tollerabile della giustizia. Tutto il resto discende dal naturale corso delle cose’”. (…….)

di Marco Valerio Lo Prete   Il Foglio 16 Febbraio 2015

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/125655/rubriche/rileggere-adam-smith-la-mano-visibile.htm

Abstract

In the Wealth of Nations, Adam Smith argues that a country’s national income depends on its labor productivity, which in turn hinges on the division of labor. But why are some countries able to take advantage of the division of labor and become rich, while others fail to do so and remain poor? Smith’s answer, in an important but neglected theme of his work, is the security of property rights that enable individuals to “secure the fruits of their own labor” and allow the division of labor to occur. Countries that can establish a “tolerable administration of justice” to secure property rights and allow investment and exchange to take place will see economic progress take place. Smith’s emphasis on a country’s “institutions” in determining its relative income has been supported by recent empirical work on economic development.

http://www.nber.org/papers/w20636

 

 

Il venditore di cappelli

image005[1]Un venditore di cappelli schiaccia un pisolino sotto un albero che pullula di scimmie. Quando si sveglia, gli hanno rubato tutti i cappelli. Lui, adirato, butta il suo in terra, e le scimmie fanno lo stesso: gettano tutti i cappelli giù dall’albero. L’uomo, soddisfatto, prosegue per la sua strada. Qualche decennio dopo, il nipote del venditore passa sotto lo stesso albero e si addormenta. Quando si sveglia e si accorge che le scimmie gli hanno rubato i cappelli, si ricorda la storia del nonno. Prende il suo cappello e lo getta in terra. Per un po’ non accade nulla, poi una scimmia scende dall’albero…….

Come va a  finire la storiellina?

Puoi cercare la risposta in questo articolo  apparso sulla Stampa del 5 giugno 2013

http://www.lastampa.it/2013/06/05/cultura/adam-smith-chi-ha-visto-la-mano-invisibile-gYZPC9T62UiOGyVVSItoUO/pagina.html

Adam Smith, chi ha visto la mano invisibile?

Si parla di Smith, della “mano invisibile”, dell’ homo oeconomicus…. e di altro…

La Favola delle Api

Bernarde de Mandeville (1670- 1733), è medico e filosofo olandese. Trasferitosi a Londra dopo aver compiuto gli studi gli studi universitari, inizia la pratica medica specializzandosi nelle malattie dello stomaco e dei disturbi di origine nervosa. Traduttore delle Favole di La Fontaine (1703), autore di un Trattato sulle malattie isteriche ed ipocondriache (1711), firma inoltre varie poesie burlesche, poemi satirici.

Grazie alla sua Favola delle api, dal punto di vista delle scienze politiche e sociali è ritenuto da molti un precursore della libertà individuale ed economica, nonché un anticipatore di tesi che hanno fatto storia nel campo delle teorie economiche e filosofiche.

http://www.istitutoarici.it/solsi/Mandeville_favola_api.pdf

La trama de La favola delle api è, in estrema sintesi, questa: nell’alveare si lavora in modo incessante ed i risultati generali per l’alveare sono estremamente soddisfacenti. Ogni ape, soddisfacendo le proprie necessità, finisce in un modo o nell’altro per soddisfare quelle dell’intera comunità. Un bel giorno, c’è chi si rende conto che il benessere raggiunto dall’alveare nel suo insieme nasconde dei vizi, delle storture morali che mal si armonizzano con il grado di ricchezza raggiunta: lusso eccessivo, ipocrisia individuale, avarizia sentimentale, invidia reciproca. Di tale corruzione morale alcune api iniziano a lamentarsi, certamente prede inconsapevoli di un’epidemia di perfettismo morale. E quello delle api è un lamento così insistente e reiterato che le loro parole giungono fino a Giove, il quale, agendo come un Grande Legislatore, impone loro, per decreto, l’esercizio della virtù da loro stesse invocata.

L’opzione della virtù nella forma del rigorismo etico prende il sopravvento su ogni attività singola, estendendo il proprio primato su tutto il resto. A questo punto la società dell’alveare, inondata dalla virtù che Giove impone ad essa, comincia a cambiare aspetto: l’intraprendenza si inaridisce, il desiderio di migliorare le proprie condizioni si fossilizza. L’alveare, adesso, è virtuoso ma statico. I rapporti fra le api cambiano radicalmente, così come radicalmente si modifica lo stato di benessere dell’alveare. Ogni ape non ha più problemi di coscienza, o perlomeno crede di non averne: ma tale situazione, anziché portare pace, apporta una sorta di quietismo che induce ogni ape, in netto contrasto con le situazioni passate, ad accontentarsi di ciò che ha senza più badare a ciò che potrebbe avere. Il risultato è negativo, e coincide con la rovina economica dell’alveare, cosa di cui ci si accorge solo quando, come suol dirsi, i buoi sono già scappati dalla stalla.

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Questi insetti – dice Mandeville – vivevano come gli uomini» e nell’alveare non mancavano quelli che «seguivano commerci misteriosi, con ben pochi apprendisti; non richiedono altro capitale che la faccia di bronzo e si possono  intraprendere pur essendo senza soldi. Sono bari, parassiti, ruffiani, giocatori, borsaioli, falsari, ciarlatani, indovini e tutti coloro che, in cattivi rapporti col lavoro onesto, convertono al proprio uso e consumo la fatica del loro prossimo, tanto buono quanto sventato».

Ed ecco, immediatamente, senza soluzione di continuità, la generalizzazione descrittiva di Mandeville: «Li chiamavano furfanti, ma, eccetto che nel nome, i seri industriali, artigiani, commercianti, dirigenti, impiegati non erano altrimenti: ogni commercio e carica conosceva qualche imbroglio, nessun mestiere era senza inganno».

L’impudenza dei furfanti che cominciarono a «maledire ciò che amavano tanto» convince Giove – racconta Mandeville – a decidere con indignazione: «Che quel vociante alveare sia liberato da ogni inganno!». E così fu.

Con quali risultati? L’ironia dello scrittore  è  impietosa: «Osservate ora il glorioso alveare e guardate come l’onestà si accorda con il commercio». Infatti,  «l’ esibizionismo è  finito e si dilegua di buon passo, lasciando tutt’un altro aspetto. E non solo perché se ne andavano le ricche api che spendevano somme spropositate ogni anno, ma perché ogni giorno se ne dovevano andare anche i tanti che vivevano di quelle spese. Inutilmente si sarebbero dedicati a nuovi commerci: erano tutti egualmente strapieni.

Intanto cadevano i prezzi delle case e delle terre; i palazzi stupendi, le cui mura erano sorte a suon di musica come quelle di Tebe, stavano per essere abbandonati; gli Dei domestici, una volta lieti e felicemente scomodati, ora avrebbero preferito bruciare tra le fiamme piuttosto che vedere la misera iscrizione sulla porta sorridere a quelle, così altezzose, che c’erano prima».

Come si può comprendere, la morale della favola è trasparente: i vizi sono la molla del benessere economico, le virtù sono solo causa di miseria sociale.

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http://www.ragionpolitica.it/testo.265.favola_delle_api.html

http://www.emigratisardi.com/news/newsdetails/article//larcivescovo-tettamanzi-e-la-favola-delle-api-di-mandeville.html