E così Röpke intuì che il vero liberale ama l’imperfezione

 
oekonom-wilhelm-roepke-1899-19661Per spiegare il successo dell’economia tedesca nel secondo dopoguerra, viene spesso citata la cosiddetta «Economia Sociale di Mercato». Tale prospettiva, in sintesi, si struttura nei seguenti tre punti: 1) impedire al potere politico di essere una sorgente arbitraria di disordine; 2) sopprimere ogni struttura monopolitistica; 3) fare prevalere in ogni caso libertà e concorrenza. Dunque, si tratta di un «tipo» di «economia di mercato» che presuppone e promuove una realtà dinamica e policentrica che rifiuta la pretesa monopolistica sul sociale avanzata dalla politica, così come da altre forme sociali.
I sostenitori della Soziale Marktwirtschaft tedesca impararono presto l’amara lezione impartita dalla veloce salita al potere di Hitler, e fecero proprio un principio fondamentale dell’allora dottrina sociale della Chiesa (Pio XI, Quadragesimo anno, 1931), e più precisamente le nozioni di giustizia sociale e di sussidiarietà: prevenire il formarsi di monopoli e garantire l’esigenza di un ampio numero di aziende di medie dimensioni. Ben prima che la Seconda guerra mondiale finisse, un gruppo di economisti, giuristi, sociologi e filosofi tedeschi cominciarono a pensare concretamente ad un possibile novus ordo; un ordine che avrebbe dovuto rimpiazzare il nazismo. Gli interpreti della cosiddetta Scuola di Friburgo, nota anche come «Ordoliberalismo», compresero con lucidità teorica che per ricostruire una società umana avrebbero dovuto pensare alla ragioni di un nuovo ordine politico, economico e morale-culturale.In tale contesto si inserisce l’opera di uno dei maggiori interpreti dell’Economia Sociale di Mercato, l’economista svizzero-tedesco Wilhelm Röpke (1899-1966), di cui quest’anno ricorrono i cinquant’anni dalla morte. Nel 1924 inizia l’attività accademica, insegnando sociologia all’Università di Jena e nel 1926 pubblica il suo primo importante saggio dal titolo Kredit und Konjunktur. Nel 1933, con l’ascesa di Hitler, il nostro lascia la Germania per trasferirsi in Turchia, dove insegna Economia all’università di Istanbul. Nel 1936 viene pubblicato in inglese il suo volume Crises and Cycles e nel 1937 pubblica Die Lehre von der Wirtschaft. Nel 1937 si trasferisce a Ginevra per dirigere l’Institut des Haute Etudes Internationales. È qui che incontra intellettuali del calibro di Ludwig von Mises, Hans Kelsen, Guglielmo Ferrero e Luigi Einaudi. Nel periodo tra il 1942 e il 1945 pubblica La crisi sociale del nostro tempo (1942)e Civitas humana. I problemi fondamentali di una riforma sociale ed economica (1944) e L’ordine internazionale (1945).
Nel 1947, insieme a Mises e a Friedrich August von Hayek, dà vita alla Mont Pélerin Society. È questo l’anno in cui inizia a collaborare con la rivista Ordo, insieme a sociologi, economisti e giuristi come Alexander Rüstow, Franz Böhm e Alfred Müller-Armack. Nel 1950 è nominato dal Governo tedesco consulente economico e diventa uno dei maggiori ispiratori dell’Economia Sociale di Mercato. Nel 1958 pubblica il libro che a parere di molti rappresenta il suo testamento spirituale: Al di là dell’offerta e della domanda. Muore a Ginevra il 12 febbraio del 1966. Di lui ha scritto il premio Nobel Hayek: «Röpke mostrò un grande coraggio da giovane, quando la sua reputazione e la sua posizione dovevano ancora venire al mondo, e lo mostrò di nuovo allorché senza esitazione mise a nudo le illusioni degli anni Sessanta del secolo ventesimo con la stessa onestà con cui aveva lottato contro le illusioni degli anni Venti». Ed infine, la testimonianza di Ludwig Erhard: «Wilhelm Röpke è un grande testimone della verità, i miei sforzi verso il conseguimento di una società libera sono appena sufficienti per esprimergli la mia gratitudine, per avere egli radicalmente influenzato la mia concezione e la mia condotta».
«Che cos’è il liberalismo?», si domanda il nostro autore. «Esso è umanistico. Ciò significa: esso parte dalla premessa che la natura dell’uomo è capace di bene e che si compie soltanto nella comunità, che la sua destinazione tende al di sopra della sua esistenza materiale e che siamo debitori di rispetto a ogni singolo, in quanto uomo nella sua unicità, che ci vieta di abbassarlo a semplice mezzo. Esso è perciò individualistico oppure, se si preferisce, personalistico». Il liberalismo di Röpke fa proprio il principio caro alla tradizione dell’antiperfettismo cristiano, di Agostino, di Pascal, di Rosmini, di Sturzo, fino ad arrivare a Giovanni Paolo II (Centesimus annus, 1991), per il quale l’uomo, benché tenda verso il bene è pur sempre capace di male. Esso è personalistico, poiché «ogni anima umana è immediatamente dinanzi a Dio e rientra in lui come un tutto». Esso è antiautoritario, rendendo a Cesare quello che è di Cesare, ma riservando a Dio ciò che qualifica il suo rapporto con l’Assoluto: per il cristianesimo è la coscienza individuale che giudica il potere e non viceversa; esso, dunque, rifugge da ogni forma di nazionalismo, razzismo e imperialismo; in breve, è universale. Allora, il liberale per Röpke è «l’avvocato della divisione dei poteri, del federalismo, della libertà comunale, delle sfere indipendenti dello Stato, dei corps intermédiaires (Montesquieu), della libertà spirituale, della proprietà come forma normale dell’esistenza economica dell’uomo, della decentralizzazione economica e sociale, del piccolo e del medio, della gara economica e spirituale, dei piccoli Stati, della famiglia, dell’universalità della Chiesa e dell’articolazione».In questa prospettiva andrebbe considerato anche il suo profondo convincimento in ordine alla contiguità ideale tra liberalismo e cristianesimo: «Il liberalismo non è nella sua essenza abbandono del Cristianesimo, bensì il suo legittimo figlio spirituale, e soltanto una straordinaria riduzione delle prospettive storiche può indurre a scambiare il liberalismo con il libertinismo. Esso incarna piuttosto nel campo della filosofia sociale quanto di meglio ci hanno potuto tramandare tre millenni del pensiero occidentale, l’idea di umanità, il diritto di natura, la cultura della persona e il senso dell’universalità». Per Röpke, l’eredità spirituale che il cristianesimo ha tramandato al liberalismo è rappresentata dalla difesa della dignità di ogni singola persona umana contro tutte le forme di statalismo. Il fatto che esistano correnti di pensiero che mettono in discussione tale eredità spirituale, sostenendo, sul versante religioso, l’incompatibilità del cristianesimo con il liberalismo e, sul versante laico, l’incompatibilità delle istituzioni liberali con la fede cristiana, sarebbe il frutto, rispettivamente, di un moralismo ignorante e di un economismo ottuso: «Un moralismo dilettantistico nell’economia nazionale è altrettanto scoraggiante quanto un economicismo moralmente indifferente, e purtroppo il primo è diffuso quanto il secondo».

Flavio Felice
Il Giornale, mercoledì 2 novembre 2016

Prestatore di ultima istanza

lluviaeuroStasera a Bruxelles si terrà un annunciato vertice tra capi di stato e di governo per discutere “ai massimi livelli politici” il futuro della Grecia e dell’euro. Se oggi c’è ancora il tempo materiale per intavolare una discussione tra il governo di Atene guidato dal baldanzoso Alexis Tsipras e i suoi creditori internazionali sempre meno fiduciosi, lo si deve soprattutto ad alcune scelte tecniche compiute dalla Banca centrale europea presieduta da Mario Draghi. Draghi infatti, negli ultimi mesi, ha aderito quasi alla lettera ai compiti del “prestatore di ultima istanza” che per primo Walter Bagehot, giornalista inglese e poi direttore dell’Economist, descrisse compiutamente nel diciannovesimo secolo.

In particolare nel saggio “Lombard Street” del 1873, che Luigi Einaudi da giovane economista volle tradurre in italiano nel 1905, Bagehot studiò i nessi tra panico e liquidità. Scrivendo tra le altre cose che, nelle fasi di panico sui mercati, il prestatore di ultima istanza – il cui ruolo è ricoperto perlopiù dalla Banca centrale – dovrebbe prestare a tutti coloro che in cambio offrono garanzie, e dovrebbe prestare rapidamente e abbondantemente. Compiendo questa scelta, i prestatori di ultima istanza “placano il sentimento di panico; con qualsiasi altra politica invece lo intensificano”. Bagehot sosteneva dunque che il banchiere centrale dovesse soddisfare aumenti improvvisi di domanda di liquidità, impedendo il tracollo di banche illiquide ma solvibili.

E’ esattamente quanto sta accadendo in queste ore nelle banche private della Grecia. Tra i cittadini si diffonde sempre più la preoccupazione che il governo greco possa non riuscire a stringere un accordo con i creditori internazionali, costringendo in questo modo il paese al default o all’uscita dall’euro, o addirittura ottenendo entrambi questi esiti. Si temono scenari catastrofici, tra cui l’ipotesi di trovarsi tra pochi giorni a maneggiare una valuta decisamente meno pesante dell’euro. La dimostrazione di questo panico è nella fuga di depositi dagli istituti di credito del paese. Se prima della crisi i depositi nelle banche greche ammontavano a quasi 240 miliardi di euro, nel 2009, oggi sono scesi a circa 130 miliardi di euro. Dalla primavera del 2012 i deflussi si erano fermati, e anzi i depositi erano tornati ad aumentare fino a quasi 160 miliardi di euro. Poi però, dalle elezioni dello scorso gennaio e dal clima di incertezza che ne è seguito, i cittadini greci hanno ripreso questa forma di esodo; solo nell’ultima settimana, con l’avvicinarsi di scadenze improcrastinabili nelle trattative tra Atene e i suoi creditori, 4-5 miliardi di euro fuggiti dai conti correnti. La Grecia, secondo gli analisti di Barclays, si sta trasformando in una “cash economy”: da novembre ad aprile il valore delle banconote circolanti è aumentato di 13 miliardi di euro.

 

Di fronte a queste evoluzioni rischiose, cioè alle avvisaglie di una possibile corsa agli sportelli, la Banca centrale europea nelle ultime settimane ha compiuto di iniezioni di liquidità straordinaria alle banche elleniche per compensare i deflussi della stessa. Lo ha fatto ricorrendo appunto alla Emergency liquidity assistance, o Ela, una forma di finanziamento al di fuori delle normali operazioni di di politica monetaria. Come spiega la stessa Bce, l’Ela consiste nell’erogazione da parte delle banche centrali nazionali (BCN) dell’Eurosistema di: (a) moneta di banca centrale e/o; (b) qualsiasi altra tipologia di assistenza che possa comportare un incremento della moneta di banca centrale a favore di un’istituzione finanziaria solvibile o di un gruppo di istituzioni finanziarie solvibili che si trovino ad affrontare temporanei problemi di liquidità, senza che tale operazione rientri nel quadro della politica monetaria unica. La responsabilità dell’erogazione di ELA compete alle rispettive BCN. Ciò significa che qualsiasi costo e rischio derivante dalla concessione di ELA è sopportato dalle rispettive BCN”. Ancora venerdì scorso la Bce ha alzato il tetto del programma di liquidità d’emergenza (Ela) a favore delle banche greche; era già successo a inizio settimana, con il tetto dell’Ela alzato di 1,1 miliardi di euro a quota 84,1. Questa mattina, secondo indiscrezioni riportate dalle agenzie di stampa internazionali, l’ennesima iniezione. Tre operazioni in nemmeno 10 giorni, praticamente un record.

 

Non è la però prima volta che la Bce di Draghi opera da “prestatore di ultima istanza”. Nel 2012, per tenere fede alla promessa di fare “whatever it takes”, cioè tutto il necessario, per salvare la moneta unica, la Bce introdusse lo strumento delle Outright monetary transactions (Omt), quindi la possibilità di acquistare titoli di stato di alcuni paesi membri in cambio del rispetto di certe condizioni. Secondo l’economista della Luiss ed esperto di politica monetaria Pierpaolo Benigno, “non si tratta di un nuovo ruolo per le banca centrali, anzi è vecchio quanto la nascita delle stesse. Non deve neanche sorprendere che questo ruolo si allarghi agli Stati perché, come dice Bagehot, bisogna prestare «a questo o a quell’altro uomo», a chiunque si trovi a rischio di una crisi di liquidità. Gli Stati non sono affatto differenti dagli altri debitori, perché anch’essi non hanno immediata liquidità per far fronte ai propri debiti. A maggiore ragione una loro eventuale crisi di liquidità è ancora più pericolosa perché, date le dimensioni, diverrebbe sicuramente crisi sistemica e metterebbe in pericolo l’euro stesso”.

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Se oggi si può sperare ancora in un accordo sulla Grecia, c’è da ringraziare Draghi<!– –>

di Marco Valerio Lo Prete  –  Il Foglio 22 Giugno 2015

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/06/22/se-oggi-si-parla-ancora-di-un-accordo-sulla-grecia-c-da-ringraziare-draghi___1-vr-130077-rubriche_c325.htm

Sistemi e trappole per eleggere un presidente

pdrelezPer la tredicesima volta, davanti alle urne di vimini foderate di raso verde dalle quali uscirà il nome del prossimo inquilino del Quirinale, il Palazzo scopre che non c’è un metodo, non c’è una tecnica, non c’è proprio nessun sistema che garantisca l’elezione a colpo sicuro del capo dello Stato. E oggi l’imbarazzante ricordo dell’aprile 2013 – quel falò politico di 72 ore che bruciò i nomi di Franco Marini, di Stefano Rodotà e di Romano Prodi, prima che i leader di partito andassero in processione da Napolitano per supplicarlo di accettare il secondo mandato – spinge chi sarà chiamato a fare la prima mossa a guardarsi indietro, per capire come si fa un presidente. Perché solo la storia può insegnare qualcosa: forse non i segreti per conquistare il Colle, ma di sicuro gli errori da non commettere per evitare una rovinosa sconfitta.All’alba della Repubblica – siamo alla fine di giugno del 1946 – la partita si svolge tra le quattro mura di una stanza, quella in cui una sera si riuniscono De Gasperi, Togliatti e Nenni per scegliere il “capo provvisorio dello Stato” dopo la fine della monarchia. Una partita a tavolino, dunque, nella quale il leader democristiano entra portando in tasca il nome di Vittorio Emanuele Orlando (il presidente del Consiglio della Grande Guerra) e ne esce con quello di Enrico De Nicola. Eppure, trovata l’intesa, l’impresa più difficile risulta quella di convincere il grande giurista napoletano a dire di sì: quando gli offrono – a 69 anni – la poltrona più importante della neonata Repubblica, lui ha già rinunciato quattro volte ad essere presidente del Consiglio. Al prefetto di Napoli, incaricato da De Gasperi di sondarne la disponibilità, De Nicola risponde con un cortesissimo «No, grazie». Neanche Giovanni Leone, suo allievo prediletto, riesce a parlargli: «Veniva al telefono – racconterà poi – e credendo di ingannarmi camuffava la voce nella cornetta: mi dispiace, l’onorevole non c’è». Sul Giornale d’Italia il giornalista Manlio Lupinacci gli rivolge un appello pubblico: “Onorevole De Nicola, decida di decidere se accetta di accettare”». Solo quando Giuseppe Saragat, presidente dell’Assemblea costituente, gli telefona per assicurargli che c’è quasi l’unanimità sul suo nome, De Nicola finalmente accetta. E raccoglie l’80 per cento dei voti.Neanche due anni dopo, nonostante la storica vittoria alle politiche del 18 aprile 1948, De Gasperi riesce a imporre il suo candidato, il repubblicano Carlo Sforza. Nella notte del 10 maggio, dopo due disastrose votazioni, deve ripiegare sul liberale Luigi Einaudi. E tocca al suo collaboratore più fidato, Giulio Andreotti, bussare alle sei e un quarto alla porta dell’ignaro senatore piemontese per chiedergli di lasciare le sue tre cariche – ministro del Bilancio, vicepresidente del Consiglio e governatore della Banca d’Italia – per la presidenza della Repubblica. «Ma De Gasperi – obietta lui, sinceramente preoccupato – lo sa che io porto il bastone? Come farei a passare in rassegna i reparti militari?». E Andreotti, serafico: «Non si preoccupi, mica deve andare a cavallo: al giorno d’oggi ci sono le automobili».Con l’elezione di Giovanni Gronchi si sperimenta, e proprio in casa democristiana, la congiura anti-partito. Il segretario del partito, Amintore Fanfani, vorrebbe eleggere Cesare Merzagora, ma un fronte largo si mobilita sottotraccia per Gronchi, il democristiano che piace a sinistra. E mentre il futuro presidente porta a spasso per Roma il monarchico Covelli, per convincerlo a rastrellare i voti della destra, Guido Gonella tiene i contatti con Togliatti e Andreotti va a casa di Pertini. Ci va a piedi, per non essere seguito, e il deputato socialista scende ad accoglierlo in vestaglia. «Trovammo l’atrio affollato di gente, come se ci aspettassero – racconterà poi – e invece aspettavano la Madonna Pellegrina che allora girava di palazzo in palazzo».Anche un candidato ufficiale può mettere in campo le contromisure per neutralizzare chi lavora contro di lui. Per far eleggere il quarto presidente, Antonio Segni, che nelle prime votazioni non riesce a raccogliere i voti dei dissidenti democristiani, si mobilita quella che verrà battezzata «la Brigata Sassari», guidata da Piccoli, Sarti e Cossiga. Sono loro che si occupano di recuperare a uno a uno i voti in libera uscita: nel Transatlantico, col telefono o al ristorante. Decisivo è però il no di Leone a Togliatti. È il pomeriggio del 6 maggio 1962. A Segni sono mancati solo quattro voti, all’ottavo scrutinio, per essere eletto, e in aula è scoppiato un tumulto per l’apparizione di schede prevotate. Mentre l’aula è in subbuglio, il segretario del Pci va da Leone, presidente della Camera, e gli chiede di rinviare la seduta al giorno dopo. Se lo farà, avrà i voti della sinistra per diventare presidente al posto di Segni. «Vi ringrazio, ma così userei i miei poteri per un interesse personale: non posso», risponde Leone, che indice per la sera stessa la nuova votazione. Segni supera il quorum per 15 voti: la Brigata Sassari ha conquistato il Colle.Due anni dopo, quando le dimissioni di Segni riaprono i giochi per il Quirinale, il presidente del Consiglio Aldo Moro fa tesoro degli errori di De Gasperi ed evita di schierare dal primo minuto il suo candidato, il socialdemocratico Giuseppe Saragat. «Se noi lo candidassimo subito, i gruppi democristiani si ribellerebbero e uscirebbe eletto Fanfani» spiega a Nenni. Dunque lo stesso Moro dà il via libera alla candidatura di Leone, che i franchi tiratori si incaricano di bloccare. Poi, dopo il quindicesimo scrutinio a vuoto, fa approvare ai grandi elettori del partito un oscuro documento in cui si auspica un candidato che raccolga «le più larghe adesioni della parte democratica del Parlamento». Molti votano senza cogliere quella sfumatura. Solo un deputato quarantenne di Novara, Oscar Luigi Scalfaro, coglie il vero significato di quella frase: «Ho capito tutto, questa sera siamo stati chiamati a votare per Saragat!». E al ventunesimo scrutinio, dopo un testa a testa con Nenni, Saragat diventa il quinto presidente.Entrare in gioco nel secondo tempo, quando il primo nome è stato bruciato nel voto segreto: questa è la mossa che si rivelata la più efficace, in 69 anni di votazioni presidenziali. Funziona anche con Leone, lo sconfitto del 1964 che sette anni dopo ottiene la rivincita al termine della più lunga serie di votazioni della storia del Quirinale: al ventitreesimo scrutinio. Il candidato ufficiale della Dc, Fanfani, esce di scena al settimo giorno, battuto dai franchi tiratori, e da allora i democristiani non partecipano più alle votazioni. Il 23 dicembre a piazza del Gesù l’intesa arriva sul nome di Leone. Dovrà battere Nenni, che abita nel suo stesso condominio, in via Cristoforo Colombo. Il giorno della votazione decisiva il portiere mette la guida rossa nell’atrio. «Non so chi sarà eletto – annuncia agli altri inquilini – ma so che stasera torna a casa un presidente».Quando però il partito di maggioranza relativa non ha la forza per imporre il suo candidato né al primo né al secondo tempo, la sua prima tentazione è quella di bloccare anche gli altri aspiranti. Così, nel luglio rovente del 1978 – Moro è stato ucciso il 9 maggio, Leone è stato costretto a dimettersi il 15 giugno – le correnti democristiane cercano di neutralizzare il candidato più insidioso: il socialista Sandro Pertini, sostenuto dai comunisti e dai laici, subìto. Non potete chiederci, dicono, di votare un candidato scelto dagli altri. La contromossa di Pertini è geniale: convoca i cronisti e annuncia il suo ritiro dalla corsa. Poi aggiunge: «Volete una rivelazione? Dieci giorni fa io sono andato da Zaccagnini e gli ho detto: il candidato devi essere tu». La mina è disinnescata, il candidato socialista non è più uno schiaffo alla Dc. Così, 48 ore dopo l’ex partigiano viene eletto presidente con 832 voti, un record tutt’ora imbattuto.Sette anni dopo, però, la Dc non si fa cogliere impreparata. Ha imparato la lezione, e Ciriaco De Mita realizza un capolavoro tattico riuscendo a far eleggere al primo scrutinio – per la prima volta dal 1946 – Francesco Cossiga. Il segretario Dc tesse con largo anticipo, in gran segreto, una tela che gli permette di raccogliere un consenso trasversale così ampio che Cossiga – ex uomo di punta della “Brigata Sassari” – stavolta può andarsene in Portogallo ostentando il suo distacco. Ma il giorno del voto decisivo va a trovare l’amico segretario alle sei e mezzo del mattino nella sua casa vicino alle Fosse Ardeatine, lo invita a fare due passi nella strada deserta e gli regala una Bibbia rilegata con la sua dedica. «Non lasciatemi solo» mormora, abbracciandolo.Eppure la pazienza e l’abilità non bastano, davanti a una poltrona per due. E nella primavera del 1992, quando Andreotti e Forlani puntano entrambi verso il Colle, i grandi elettori li puniscono nel voto segreto. Solo il tritolo della strage di Capaci, che scuote il Palazzo come un terremoto, costringe i partiti a trovare subito un’intesa su un outsider, Oscar Luigi Scalfaro, che alla prima votazione aveva avuto solo sei voti. All’ultimo momento però Achille Occhetto va dal candidato per dirgli che c’è ancora ostacolo: «Tra i nostri c’è chi teme che la tua identità di cattolico fervente possa entrare in conflitto con la necessaria connotazione laica dello Stato» lo avverte. «Di’ ai tuoi – gli risponde Scalfaro – che io sono serenamente degasperiano: la Chiesa è la Chiesa, lo Stato è lo Stato». Poche ore dopo – la sera del 25 maggio – il quinto (e ultimo) presidente democristiano viene eletto con 672 voti su 1002. Nell’ultimo anno del secondo millennio, l’elezione del successore di Scalfaro è così sorprendente, per la rapidità dell’elezione e per l’ampiezza della maggioranza – che da allora si parla di “metodo Ciampi”. Stavolta il ruolo del grande tessitore tocca a Walter Veltroni, che riesce a trovare l’intesa con l’opposizione berlusconiana sul nome del ministro dell’Economia che ha portato l’Italia nell’euro. L’accordo resta segreto fino all’ultimo, anche se una settimana prima delle votazioni Gianfranco Fini fa una scommessa con i giornalisti e scrive il nome del futuro presidente su un foglio che, sigillato in una busta, viene affidato al cameriere di un bar. Dopo l’elezione, torna con i cronisti, riapre la busta davanti a loro e mostra il biglietto: «Ciampi».L’impresa non riuscirà più a nessuno. Nel 2006 la candidatura di Massimo D’Alema trova una sponda perfino nel «Foglio» di Giuliano Ferrara, ma Fini, Casini e Rutelli si mettono di traverso e all’ultimo momento spunta il nome dell’ottantunenne Giorgio Napolitano. Sarà il primo ex comunista a diventare capo dello Stato. E sarà anche il primo presidente a essere rieletto, dopo il ritorno sulla scena degli eterni protagonisti delle campagne per il Quirinale: i franchi tiratori. Ma quella è un’altra storia, che va raccontata dall’inizio.

Sebastiano Messina
Sistemi e trappole per eleggere un presidente. Dal patto De Gasperi-Togliatti fino al metodo Ciampi
 Repubblica, venerdì 2 gennaio 2015