Il vestito buono della politica

Nei primi anni della democrazia, le giornate elettorali erano giorni di festa. Chi ha una certa età e un minimo di memoria, ricorda che ai seggi c’era chi si recava con il “vestito buono” e non solo perché era domenica. Si festeggiava la riconquistata libertà. Un’abissale distanza dai rassegnati rituali dei giorni nostri, quando due elettori su tre hanno disertato, non trovando valide ragioni nemmeno per quel piccolo atto di impegno politico che è la scheda depositata nell’urna. Ora finalmente, l’astensione di massa è entrata nella discussione politica. Ma di che cosa si discute? Soprattutto di come attirare o recuperare alla propria parte i voti perduti; di come pescare qualcosa in quel grande bacino di astenentisi che è diventato il più grande partito italiano, più grande di tutti gli altri messi insieme. Insomma, i partiti pensano ai propri interessi facendo promesse sempre meno credute, per sedurre gli elettori e intercettarne i voti. In prossimità delle elezioni, cioè, fanno esattamente ciò che è la causa della frustrazione della democrazia. In Italia c’è il suffragio universale: vero e falso. Vero, perché il diritto di voto è riconosciuto a tutti; falso, perché solo una minoranza lo esercita. È la differenza tra ciò che è in potenza (il diritto) e ciò che è in atto (l’esercizio del diritto). Il voto è diritto di tutti e molti non lo usano. Così la democrazia, che dovrebbe essere il sistema politico della larga partecipazione, diventa “olicrazia”, il regime in cui il governo è nelle mani di minoranze. Senza che si cambino le leggi, cambia la forma di governo.

C’è, innanzitutto, una questione quantitativa. Un tempo, “l’astenuto” era l’eccezione. Nelle prime elezioni repubblicane, nel 1948, i cittadini che andarono al voto furono il 92,23 per cento: cioè, tolti coloro che erano impediti dagli acciacchi, dalla malattia o dall’assenza dall’Italia, tutti. A partire dagli anni ’80, si scese sotto l’80 per cento e si incominciò a riflettere. Oggi possiamo dire che non è l’astenuto l’eccezione, ma è il votante, soprattutto in certe fasce d’età e in certe categorie sociali. Una volta ci si chiedeva quali fossero le ragioni del non- voto; oggi, quali le ragioni del voto: un vero e proprio ribaltamento. Il diritto c’è, ma la maggioranza non ne fa uso. Se è vero che l’esercizio dei diritti è ciò che forma l’ossatura morale d’una società (una volta si diceva che bisogna tenere sempre strette le mani sui propri diritti), allora dobbiamo concludere che siamo diventati un popolo straordinariamente malleabile, arrendevole.
I politologi si consolano troppo facilmente osservando che l’astensionismo è diffuso dappertutto, talora in misura anche maggiore che in Italia. Parlando solo dell’Europa, le statistiche provano che siamo comunque nella media dei maggiori Paesi dei quali non si potrebbe contestare il carattere democratico (Regno Unito, Francia, Germania, Svizzera, ecc.). Si dice anzi che sarebbe il sintomo di “democrazie mature”, consolidate: ci si fida a tal punto gli uni degli altri che non si considera necessario agire in proprio. In un certo senso, gli astenuti si fanno rappresentare dai votanti.
Il sintomo, tuttavia, è ambiguo. Non dappertutto e sempre esso significa la stessa cosa. Occorrerebbe andare a fondo nelle motivazioni: molta fiducia e molta sfiducia possono produrre lo stesso effetto. La fiducia è il pilastro della democrazia, ma la sfiducia ne è il tarlo. Non c’è bisogno di sondaggi, statistiche, analisi per capire che in Italia siamo di fronte al rinascente fenomeno di massa del rifiuto della politica, e per sapere di quale mescolanza di delusione, frustrazione, rassegnazione, rabbia e disprezzo esso si alimenta. Basta un po’ di ordinarie, quotidiane frequentazioni e conversazioni.
C’è, poi anche, una questione qualitativa.
Si dice che il nostro tempo è quello del populismo e dell’antipolitica, e il dilagante astensionismo è spesso indicato come un effetto dell’uno e dell’altra. Chissà perché? I populismi, comunque li si concepisca, sono sempre regimi della mobilitazione di massa (mobilitazione, non partecipazione), mentre l’astensione è una smobilitazione. L’anti- politica, poi, è un sentimento attivo che si rivolge “ contro”: contro le istituzioni, i politici, lo Stato, e può sfociare in ribellismo e in anarchismo. L’astensionismo, forse, più precisamente potrebbe definirsi non- politica, “ impolitica”: cioè l’atteggiamento rassegnato di chi dice “ lasciatemi in pace” oppure, drammaticamente, “ ho perso ogni speranza” perché non so chi votare, a chi votarmi.
C’è poi, invece, il popolo dei votanti, il popolo composto da coloro che sanno chi votare— perché mantengono viva una fedeltà, una speranza e una fiducia — e da coloro che sanno a chi votarsi — perché hanno ricevuto promesse di favori o minacce di ritorsioni. Il voto dei primi è libero; quello dei secondi, è forzato. Coloro che appartengono al mondo di chi sa a chi votarsi di certo non si astengono. Così, tanto maggiore è il loro numero, tanto maggiore è l’incidenza del voto corrotto su quello libero. Se — supponiamo — votano in cento e i voti corrotti sono venti, i venti rappresentano un quinto del totale; se votano in sessanta e i voti corrotti sono sempre venti, i venti rappresentano un terzo del totale. Ciò significa, in breve, che l’astensionismo attribuisce un plusvalore al voto di scambio e, in genere, all’influenza delle varie forme di criminalità organizzata che operano nel nostro Paese. La crescita dell’astensione le favorisce. Si ha un bel dire che, astenendosi, i cittadini reagiscono in quel modo al degrado della politica “lanciando segnali”: nel frattempo, però, non fanno altro che dare maggiore potere a coloro contro i quali vorrebbero dirigere la loro protesta.
C’è, infine, la questione politica. Tra gli astenuti, moltissimi sono coloro che dicono: voterei certamente, se solo sapessi per chi. E molti lo dicono con amarezza, perché sanno quanto è costata in lacrime e sangue la conquista del diritto di voto, per ogni spirito democratico il più sacro di tutti. Ma, per non fare vuota retorica (“ occorre”, “ serve”, “ bisogna”), non basta ( più) invocare il “ dovere civico” di cui parla la Costituzione. Deve riattivarsi il circuito della domanda (degli elettori) e dell’offerta (di chi si candida a essere eletto). C’è stato un tempo in cui si chiedeva: tu che ti astieni, che motivo hai per non votare. Oggi, spesso, si vuole sapere da chi non si astiene che motivo ha per votare. Qui c’è la questione politica. Il voto è un mercato. La parola può sembrare odiosa e lo è se il “bene” offerto è il favoritismo, il patronage d’interessi particolari a danno di quelli comuni, il clientelismo, la promessa d’illegalità, la corruzione, la partecipazione in opache strutture d’interessi. Non siamo (ancora) a questo punto ma, se i “ giri del potere” si stringeranno ancora e l’astensione di coloro che ne sono estranei crescerà, verrà il momento in cui l’elettore che fa uso del diritto di voto sarà sospettato di collusione.
La merce offerta sul mercato elettorale può, tuttavia, essere altra: onestà, esperienza, competenza, idee e ideali concreti di vita comune. Questa è la merce che manca al popolo di chi si astiene. Se qualcuno volesse farsene un’idea approfondita, potrebbe leggere il famoso saggio di Max Weber La politica come professione. I partiti che si candidano alle elezioni, così come sono, sono all’altezza del bisogno? Oppure il tempo per correre ai ripari è passato irrimediabilmente? È difficile l’innamoramento di ritorno, ma è ancor più difficile il ritorno alla politica di chi ne è stato prima illuso e poi disgustato.
Di fronte a questo compito, tanto vasto e urgente quanto essenziale per la democrazia, gli slogan, le promesse, le alchimie, le furbizie elettorali, le incoerenze, le menzogne e le recriminazioni reciproche sono contorcimenti nel vuoto che, se possibile, danno ragioni crescenti al popolo degli astenuti che osserva. C’è nell’aria un desiderio di ricominciamento; c’è un sentimento ambiguo di “piazza pulita”. Può essere il preludio a una catastrofe o a una rigenerazione. Se sarà la prima, gli storici daranno tutta la colpa alle inadeguatezze dei partiti e dei loro dirigenti, all’arroccamento nei posti e sulle posizioni acquisite e all’incapacità di cogliere il momento, comprendendo quando i vecchi tempi sono al tramonto e occorre promuoverne di nuovi.

 GUSTAVO ZAGREBELSKY
 la Repubblica , 23 novembre 2017

Oltre il quorum: eletto il Presidente della Repubblica

31 gennaio 2015

mttSergio Mattarella, siciliano, ex Dc, classe 1941, è il nuovo Presidente della Repubblica. È stato eletto al quarto scrutinio con 665 voti: in 127 invece hanno Imposimato, 46 Feltri, 17 Rodotà. Tredici le schede nulle, 105 le schede bianche, trentaquattro in meno rispetto ai 139 elettori di Forza Italia presenti in Aula. Al raggiungimento del quorum – 505 voti – è scoppiato un lungo applauso. Per quattro minuti tutti i parlamentari si sono alzati in piedi, tranne quelli di Lega e M5S.

http://www.lastampa.it/2015/01/31/italia/speciali/elezione-presidente-repubblica-2015/quirinale-il-giorno-di-mattarella-presidente-hR3bFqerdRhATe4UmsD8fN/pagina.html

Sistemi e trappole per eleggere un presidente

pdrelezPer la tredicesima volta, davanti alle urne di vimini foderate di raso verde dalle quali uscirà il nome del prossimo inquilino del Quirinale, il Palazzo scopre che non c’è un metodo, non c’è una tecnica, non c’è proprio nessun sistema che garantisca l’elezione a colpo sicuro del capo dello Stato. E oggi l’imbarazzante ricordo dell’aprile 2013 – quel falò politico di 72 ore che bruciò i nomi di Franco Marini, di Stefano Rodotà e di Romano Prodi, prima che i leader di partito andassero in processione da Napolitano per supplicarlo di accettare il secondo mandato – spinge chi sarà chiamato a fare la prima mossa a guardarsi indietro, per capire come si fa un presidente. Perché solo la storia può insegnare qualcosa: forse non i segreti per conquistare il Colle, ma di sicuro gli errori da non commettere per evitare una rovinosa sconfitta.All’alba della Repubblica – siamo alla fine di giugno del 1946 – la partita si svolge tra le quattro mura di una stanza, quella in cui una sera si riuniscono De Gasperi, Togliatti e Nenni per scegliere il “capo provvisorio dello Stato” dopo la fine della monarchia. Una partita a tavolino, dunque, nella quale il leader democristiano entra portando in tasca il nome di Vittorio Emanuele Orlando (il presidente del Consiglio della Grande Guerra) e ne esce con quello di Enrico De Nicola. Eppure, trovata l’intesa, l’impresa più difficile risulta quella di convincere il grande giurista napoletano a dire di sì: quando gli offrono – a 69 anni – la poltrona più importante della neonata Repubblica, lui ha già rinunciato quattro volte ad essere presidente del Consiglio. Al prefetto di Napoli, incaricato da De Gasperi di sondarne la disponibilità, De Nicola risponde con un cortesissimo «No, grazie». Neanche Giovanni Leone, suo allievo prediletto, riesce a parlargli: «Veniva al telefono – racconterà poi – e credendo di ingannarmi camuffava la voce nella cornetta: mi dispiace, l’onorevole non c’è». Sul Giornale d’Italia il giornalista Manlio Lupinacci gli rivolge un appello pubblico: “Onorevole De Nicola, decida di decidere se accetta di accettare”». Solo quando Giuseppe Saragat, presidente dell’Assemblea costituente, gli telefona per assicurargli che c’è quasi l’unanimità sul suo nome, De Nicola finalmente accetta. E raccoglie l’80 per cento dei voti.Neanche due anni dopo, nonostante la storica vittoria alle politiche del 18 aprile 1948, De Gasperi riesce a imporre il suo candidato, il repubblicano Carlo Sforza. Nella notte del 10 maggio, dopo due disastrose votazioni, deve ripiegare sul liberale Luigi Einaudi. E tocca al suo collaboratore più fidato, Giulio Andreotti, bussare alle sei e un quarto alla porta dell’ignaro senatore piemontese per chiedergli di lasciare le sue tre cariche – ministro del Bilancio, vicepresidente del Consiglio e governatore della Banca d’Italia – per la presidenza della Repubblica. «Ma De Gasperi – obietta lui, sinceramente preoccupato – lo sa che io porto il bastone? Come farei a passare in rassegna i reparti militari?». E Andreotti, serafico: «Non si preoccupi, mica deve andare a cavallo: al giorno d’oggi ci sono le automobili».Con l’elezione di Giovanni Gronchi si sperimenta, e proprio in casa democristiana, la congiura anti-partito. Il segretario del partito, Amintore Fanfani, vorrebbe eleggere Cesare Merzagora, ma un fronte largo si mobilita sottotraccia per Gronchi, il democristiano che piace a sinistra. E mentre il futuro presidente porta a spasso per Roma il monarchico Covelli, per convincerlo a rastrellare i voti della destra, Guido Gonella tiene i contatti con Togliatti e Andreotti va a casa di Pertini. Ci va a piedi, per non essere seguito, e il deputato socialista scende ad accoglierlo in vestaglia. «Trovammo l’atrio affollato di gente, come se ci aspettassero – racconterà poi – e invece aspettavano la Madonna Pellegrina che allora girava di palazzo in palazzo».Anche un candidato ufficiale può mettere in campo le contromisure per neutralizzare chi lavora contro di lui. Per far eleggere il quarto presidente, Antonio Segni, che nelle prime votazioni non riesce a raccogliere i voti dei dissidenti democristiani, si mobilita quella che verrà battezzata «la Brigata Sassari», guidata da Piccoli, Sarti e Cossiga. Sono loro che si occupano di recuperare a uno a uno i voti in libera uscita: nel Transatlantico, col telefono o al ristorante. Decisivo è però il no di Leone a Togliatti. È il pomeriggio del 6 maggio 1962. A Segni sono mancati solo quattro voti, all’ottavo scrutinio, per essere eletto, e in aula è scoppiato un tumulto per l’apparizione di schede prevotate. Mentre l’aula è in subbuglio, il segretario del Pci va da Leone, presidente della Camera, e gli chiede di rinviare la seduta al giorno dopo. Se lo farà, avrà i voti della sinistra per diventare presidente al posto di Segni. «Vi ringrazio, ma così userei i miei poteri per un interesse personale: non posso», risponde Leone, che indice per la sera stessa la nuova votazione. Segni supera il quorum per 15 voti: la Brigata Sassari ha conquistato il Colle.Due anni dopo, quando le dimissioni di Segni riaprono i giochi per il Quirinale, il presidente del Consiglio Aldo Moro fa tesoro degli errori di De Gasperi ed evita di schierare dal primo minuto il suo candidato, il socialdemocratico Giuseppe Saragat. «Se noi lo candidassimo subito, i gruppi democristiani si ribellerebbero e uscirebbe eletto Fanfani» spiega a Nenni. Dunque lo stesso Moro dà il via libera alla candidatura di Leone, che i franchi tiratori si incaricano di bloccare. Poi, dopo il quindicesimo scrutinio a vuoto, fa approvare ai grandi elettori del partito un oscuro documento in cui si auspica un candidato che raccolga «le più larghe adesioni della parte democratica del Parlamento». Molti votano senza cogliere quella sfumatura. Solo un deputato quarantenne di Novara, Oscar Luigi Scalfaro, coglie il vero significato di quella frase: «Ho capito tutto, questa sera siamo stati chiamati a votare per Saragat!». E al ventunesimo scrutinio, dopo un testa a testa con Nenni, Saragat diventa il quinto presidente.Entrare in gioco nel secondo tempo, quando il primo nome è stato bruciato nel voto segreto: questa è la mossa che si rivelata la più efficace, in 69 anni di votazioni presidenziali. Funziona anche con Leone, lo sconfitto del 1964 che sette anni dopo ottiene la rivincita al termine della più lunga serie di votazioni della storia del Quirinale: al ventitreesimo scrutinio. Il candidato ufficiale della Dc, Fanfani, esce di scena al settimo giorno, battuto dai franchi tiratori, e da allora i democristiani non partecipano più alle votazioni. Il 23 dicembre a piazza del Gesù l’intesa arriva sul nome di Leone. Dovrà battere Nenni, che abita nel suo stesso condominio, in via Cristoforo Colombo. Il giorno della votazione decisiva il portiere mette la guida rossa nell’atrio. «Non so chi sarà eletto – annuncia agli altri inquilini – ma so che stasera torna a casa un presidente».Quando però il partito di maggioranza relativa non ha la forza per imporre il suo candidato né al primo né al secondo tempo, la sua prima tentazione è quella di bloccare anche gli altri aspiranti. Così, nel luglio rovente del 1978 – Moro è stato ucciso il 9 maggio, Leone è stato costretto a dimettersi il 15 giugno – le correnti democristiane cercano di neutralizzare il candidato più insidioso: il socialista Sandro Pertini, sostenuto dai comunisti e dai laici, subìto. Non potete chiederci, dicono, di votare un candidato scelto dagli altri. La contromossa di Pertini è geniale: convoca i cronisti e annuncia il suo ritiro dalla corsa. Poi aggiunge: «Volete una rivelazione? Dieci giorni fa io sono andato da Zaccagnini e gli ho detto: il candidato devi essere tu». La mina è disinnescata, il candidato socialista non è più uno schiaffo alla Dc. Così, 48 ore dopo l’ex partigiano viene eletto presidente con 832 voti, un record tutt’ora imbattuto.Sette anni dopo, però, la Dc non si fa cogliere impreparata. Ha imparato la lezione, e Ciriaco De Mita realizza un capolavoro tattico riuscendo a far eleggere al primo scrutinio – per la prima volta dal 1946 – Francesco Cossiga. Il segretario Dc tesse con largo anticipo, in gran segreto, una tela che gli permette di raccogliere un consenso trasversale così ampio che Cossiga – ex uomo di punta della “Brigata Sassari” – stavolta può andarsene in Portogallo ostentando il suo distacco. Ma il giorno del voto decisivo va a trovare l’amico segretario alle sei e mezzo del mattino nella sua casa vicino alle Fosse Ardeatine, lo invita a fare due passi nella strada deserta e gli regala una Bibbia rilegata con la sua dedica. «Non lasciatemi solo» mormora, abbracciandolo.Eppure la pazienza e l’abilità non bastano, davanti a una poltrona per due. E nella primavera del 1992, quando Andreotti e Forlani puntano entrambi verso il Colle, i grandi elettori li puniscono nel voto segreto. Solo il tritolo della strage di Capaci, che scuote il Palazzo come un terremoto, costringe i partiti a trovare subito un’intesa su un outsider, Oscar Luigi Scalfaro, che alla prima votazione aveva avuto solo sei voti. All’ultimo momento però Achille Occhetto va dal candidato per dirgli che c’è ancora ostacolo: «Tra i nostri c’è chi teme che la tua identità di cattolico fervente possa entrare in conflitto con la necessaria connotazione laica dello Stato» lo avverte. «Di’ ai tuoi – gli risponde Scalfaro – che io sono serenamente degasperiano: la Chiesa è la Chiesa, lo Stato è lo Stato». Poche ore dopo – la sera del 25 maggio – il quinto (e ultimo) presidente democristiano viene eletto con 672 voti su 1002. Nell’ultimo anno del secondo millennio, l’elezione del successore di Scalfaro è così sorprendente, per la rapidità dell’elezione e per l’ampiezza della maggioranza – che da allora si parla di “metodo Ciampi”. Stavolta il ruolo del grande tessitore tocca a Walter Veltroni, che riesce a trovare l’intesa con l’opposizione berlusconiana sul nome del ministro dell’Economia che ha portato l’Italia nell’euro. L’accordo resta segreto fino all’ultimo, anche se una settimana prima delle votazioni Gianfranco Fini fa una scommessa con i giornalisti e scrive il nome del futuro presidente su un foglio che, sigillato in una busta, viene affidato al cameriere di un bar. Dopo l’elezione, torna con i cronisti, riapre la busta davanti a loro e mostra il biglietto: «Ciampi».L’impresa non riuscirà più a nessuno. Nel 2006 la candidatura di Massimo D’Alema trova una sponda perfino nel «Foglio» di Giuliano Ferrara, ma Fini, Casini e Rutelli si mettono di traverso e all’ultimo momento spunta il nome dell’ottantunenne Giorgio Napolitano. Sarà il primo ex comunista a diventare capo dello Stato. E sarà anche il primo presidente a essere rieletto, dopo il ritorno sulla scena degli eterni protagonisti delle campagne per il Quirinale: i franchi tiratori. Ma quella è un’altra storia, che va raccontata dall’inizio.

Sebastiano Messina
Sistemi e trappole per eleggere un presidente. Dal patto De Gasperi-Togliatti fino al metodo Ciampi
 Repubblica, venerdì 2 gennaio 2015

Quirinale, analisi di un ruolo

 

quiquyiIl presidente del Consiglio dei ministri si è chiesto, qualche giorno fa, «cosa servirà all’Italia nei prossimi sette anni». Mi pare la domanda giusta. Non «chi» andrà al Quirinale, ma «che cosa» ci aspettiamo dal prossimo presidente.

Per rispondere a questa domanda, proviamo a fare un bilancio dell’ultimo ventennio. In 22 anni, abbiamo avuto 3 presidenti della Repubblica, 15 governi, 7 elezioni politiche. Durante la presidenza Napolitano si sono succeduti 5 governi e 2 elezioni politiche. L’instabilità della politica (un governo nuovo ogni anno e mezzo, in media) ha richiesto ai presidenti dell’ultimo ventennio un impegno straordinario.

Essi sono i gestori delle crisi, e il frequente succedersi di crisi ha accentuato il ruolo dei presidenti come perno intorno al quale gira l’intera politica italiana. La modificazione della formula elettorale in senso maggioritario avrebbe dovuto rendere meno rilevante la scelta presidenziale del capo del governo e, quindi, la gestione delle crisi. Si osservò, a suo tempo, che persino le consultazioni che precedono l’incarico di formare un governo sono un rituale inutile, se il popolo stesso ha scelto la maggioranza parlamentare e il suo «leader».

Come è potuto accadere, dunque, che i presidenti della Repubblica degli ultimi vent’anni abbiano svolto un ruolo tanto importante nell’imprimere un indirizzo alla politica, siano divenuti – come osservato da uno dei nostri maggiori costituzionalisti – i titolari dell’indirizzo politico-costituzionale?

La spiegazione di questo paradosso sta probabilmente nell’estinzione della Democrazia cristiana, il partito cardine, intorno al quale ruotava la vita politica italiana, che ne controllava gli sviluppi e condizionava la scelta dei governi. Finito il partito di maggioranza relativa, una parte di questa funzione si è scaricata sulle spalle dei presidenti. Questi dovevano veder diminuire il loro ruolo, col sistema maggioritario. Invece, se lo sono visto accresciuto. Potrebbero maturare, ora, tre condizioni in grado di modificare questo equilibrio. La formula elettorale maggioritaria, dopo gli scossoni dell’ultimo ventennio, si avvia a diventare – come quelle degli altri Paesi a democrazia matura – una scelta condivisa e longeva, destinata a durare.

I governi potrebbero nascere e morire con i relativi Parlamenti, durando anch’essi 5 anni, come accade quasi sempre altrove, richiedendo a ogni presidente di gestire al massimo due volte le crisi. Nei partiti, le minoranze sembrano rendersi conto che il loro futuro non sta nelle scissioni, ma nel cercare di diventare maggioranze, accettando anche all’interno delle formazioni politiche la democrazia dell’alternanza. Se queste condizioni si realizzeranno, la figura presidenziale, appena abbozzata dalla Costituzione, è destinata a trasformarsi nuovamente. Al presidente della Repubblica sarà richiesto soltanto di giocare il ruolo di equilibratore e regolatore dei tre poteri dello Stato e si ritornerà al modello presidenziale einaudiano.

Di Sabino Cassese

Corriere della Sera 22 dicembre 2014

http://www.corriere.it/editoriali/14_dicembre_22/quirinale-analisi-un-ruolo-15bb5922-899e-11e4-a99b-e824d44ec40b.shtml

Il Quirinale

http://www.quirinale.it/

Il Senato ha votato la decadenza di Silvio Berlusconi

Non approvando i nove ordini del giorno presentati contro le conclusioni della giunta per le elezioni del Senato – che aveva contestato l’elezione del leader del centrodestra sulla base della legge Severino  a seguito della condanna per frode fiscale divenuta definitiva a inizio agosto-, l’assemblea di Palazzo Madama ha decretato l’ineleggibilità del Cavaliere . Che perde pertanto lo status di parlamentare e che viene sostituito dal primo dei non eletti in Molise,  Salvatore Di Giacomo, dove il leader di Forza Italia – che si era presentato in diverse circoscrizioni come capolista – aveva scelto di risultare proclamato….

Il voto è avvenuto a scrutinio palese, nonostante fino all’ultimo gli esponenti di Forza Italia (ma anche membri di altri gruppi a titolo personale)  abbiano provato a chiedere  la votazione segreta insistendo sul fatto che la deliberazione fosse sulla persona e che da regolamento e da prassi  i voti sui  parlamentari avvengono in forma riservata….

http://www.corriere.it/politica/13_novembre_27/legge-stabilita-atteso-si-definitivo-senato-serata-voto-decadenza-berlusconi-6a53d706-573c-11e3-901e-793b8e54c623.shtml

 

http://video.corriere.it/senato-si-decadenzal-annuncio-grasso/9b66c8b4-5785-11e3-901e-793b8e54c623

Messaggio e giuramento davanti alle Camere del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Messaggio e giuramento davanti alle Camere del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Roma 22/04/2013

VIDEO

http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Video&key=2741&vKey=3152&fVideo=2

Un Bis per il Capo dello Stato

I partiti si arrendono allo stallo politico istituzionale e si inchinano a “Re Giorgio”, incoronandolo per la seconda volta capo dello Stato tra gli applausi dell’emiciclo mentre i 5 stelle tacciono e fuori dalla Camera scatenano la piazza. Un bis per il capo dello Stato non è mai successo nella storia Repubblicana.

 

Il Presidente è stato votato da Pd, Pdl, Scelta civica e Lega. Ad opporsi alla sua rielezione Sinistra e Libertà (con una mossa che sembra preludere il divorzio dal Pd) e il Movimento Cinque Stelle che si ritrovano uniti nel voto per Stefano Rodotà. Ma alla fine, Napolitano incassa 738 voti, mentre il costituzionalista con 217 preferenze, prende appena una decina di schede in più della somma di Sel e M5S.

 

«Potete immaginare come abbia accolto con animo grato la fiducia espressa liberamente sul mio nome dalla maggioranza dell’Assemblea», sono state le prime parole del presidente della Repubblica subito dopo aver ricevuto dai presidenti delle Camere il verbale della riavvenuta elezione al Quirinale. Nella breve cerimonia, presenti Pietro Grasso e Laura Boldrini, il presidente Napolitano, dopo aver rivolto loro il suo saluto e il suo omaggio ha affermato: «Hanno sperimentato la fatica e la tensione di presiedere l’assemblea, che già di per se altamente impegnativa, è risultata particolarmente tormentosa».

 

Napolitano ha quindi espresso gratitudine anche per la «fiducia con cui tanti cittadini hanno atteso la positiva conclusione della prova cruciale e difficile dell’elezione del presidente della Repubblica». Ha quindi ringraziato anche la stampa chiamata a raccontare con obiettività l’evolversi della situazione: «Lunedì dinnanzi alle Camere – ha fatto sapere – avrò modo di dire quali sono i termini entro i quali ho ritenuto di poter accogliere in assoluta limpidezza, l’appello rivoltomi ad accettare l’incarico, e come intendo attenermi rigorosamente all’esercizio delle mie funzioni istituzionali».

«Auspico fortemente – ha detto ancora il presidente Napolitano – che tutti sappiano onorare i propri doveri concorrendo al rafforzamento delle istituzioni repubblicane: Dobbiamo guardare tutti, come io ho cercato di fare in queste ore, alla situazione difficile del paese, ai problemi dell’Italia e degli italiani, al ruolo internazionale del nostro Paese». …….

http://www.lastampa.it/2013/04/20/italia/speciali/elezione-presidente-repubblica-2013/rebus-colle-i-partiti-prendono-tempo-il-pd-sonda-napolitano-alt-di-vendola-qBOYTSU2oxkPYazVVdZS6H/pagina.html

Schede strappate, liti e voti a Vespa. Poi i “vivissimi applausi” al Presidente

Il teatro dell’elezione al Quirinale Ore 10 di lunedì 10 maggio 1948. È la prima seduta comune della Camera e del Senato della Repubblica italiana convocata per l’elezione del Presidente dopo la Costituente. Ma si comincia con un atto di lealtà alla dinastia sabauda. Il deputato monarchico Giovanni Alliata di Montereale, principe siciliano (indicato da Gaspare Pisciotta come uno dei mandanti della strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947, ma le accuse non furono mai provate) viene chiamato per secondo. Prende la scheda e la straccia platealmente. La Presidenza della Repubblica non lo riguarda, è monarchico. Il presidente della Camera Giovanni Gronchi esplode. «Un gesto che debbo disapprovare…». Alfredo Covelli, leader monarchico: «Preghiamo il presidente di astenersi dai commenti». Gronchi, gelido: «Fo notare che questa votazione è di estrema importanza per il Paese». Nuova interruzione di Tommaso Leone-Marchesano, anche lui monarchico: «Si astenga dai commenti, faccia il presidente». Gronchi non regge: «Richiamo all’ordine l’onorevole Leone-Marchesano, dal quale non intendo ricevere alcuna lezione di correttezza!». Il gusto della battuta. I gesti plateali. L’ironia sprezzante. Il piacere dei voti dispersi provocatori. L’istinto politico italiano, da quel 1948, tramuta ogni elezione di un Presidente della Repubblica in un grandioso spettacolo corale. Basta partire proprio dal primissimo verbale, quello di lunedì 10 maggio 1948, quando Camera e Senato si riuniscono per eleggere il primo presidente titolare di un settennato pieno dopo Enrico De Nicola, eletto presidente della Repubblica dalla Costituente e rimasto in carica dal luglio 1946 al maggio 1948. L’elezione di Luigi Einaudi non registra altri incidenti. La regia è nelle mani di Gronchi: l’articolo 63 della Costituzione affida al presidente della Camera la guida di ogni seduta comune Camera-Senato. Sarà sempre il presidente di Montecitorio il laico «cardinale protodiacono» che annuncia il nuovo Presidente italiano. Il Servizio Studi della Camera dispone di una miniera di storie legate a questa specialissima votazione: il capo dello Stato. Nell’aprile 1955, quando Cesare Merzagora, candidato del segretario della Dc Amintore Fanfani, cade al terzo scrutinio, c’è chi si preoccupa del week end, cioè il socialista Eugenio Dugoni. Il giovedì 28 aprile chiede che si voti la mattina dopo perché i parlamentari «possano fare assegnamento sulla giornata del sabato, che rimarrebbe libera». Il dc Luigi Gui si infuria: «Non so se vi possano essere per i parlamentari ragioni più importanti dell’elezione del capo dello Stato». Applausi dal centro, registra il resoconto. L’elezione di Gronchi arriva al quarto scrutinio. E Gronchi, da presidente della Camera, cede la presidenza, per un evidente fair play istituzionale, al suo vice Giovanni Leone che poco dopo lo proclama Presidente. L’elezione di Antonio Segni nel 1962 è priva di grandi aneddoti così come quella di Saragat nel 1964. Ma nel dicembre 1971, quando sarà infine eletto Giovanni Leone sotto la presidenza della Camera affidata a Sandro Pertini, nasce la questione del voto segreto. Il comunista Gianfranco Maris protesta perché alcuni parlamentari dc vanno all’urna mostrando la scheda aperta. Grida: «È una vergogna!». E Pertini: «Basta, onorevole Maris, le tolgo la parola». Di nuovo Maris: «Ripeto, è una vergogna». Pertini, ignorandolo: «Onorevoli componenti dell’assemblea, diamo uno spettacolo che non è degno del Parlamento». (Vivi applausi al centro e a destra, proteste a sinistra, si legge nel resoconto, nonostante si tratti dell’eroe partigiano). Poi però Pertini ricorda che la segretezza del voto è un dovere per il cittadino: «Non vedo perché questo dovere non debba essere rispettato dai parlamentari elettori che hanno fatto la legge». (Vivissimi, generali applausi). Nel 1978 si vota dopo l’assassinio di Aldo Moro e dopo le traumatiche dimissioni di Giovanni Leone. Di tutto questo si trova traccia nei voti dispersi. In un paio di scrutini Eleonora Moro, la vedova dello statista, riceve 3 e poi 2 voti. Lo stesso capita a Carlo Moro, il fratello magistrato. Riceve 5 voti anche Camilla Cederna, autrice di un feroce libro sulla presidenza Leone. Assai godibile lo scambio tra il presidente della Camera Pietro Ingrao e il socialdemocratico Martino Scovacricchi il quale gli pone un problema di omonimie su Enrico e Giovanni Berlinguer: «Lei ha letto un voto Berlinguer. Sono due. Entrambi sono eleggibili in rapporto all’età, a nostro avviso la scheda va annullata…». Ingrao, ironico e paziente: «Prendo nota, ma spetta al presidente riscontrare gli elementi obiettivi che possano far identificare con certezza il candidato…». Poi viene eletto Pertini, e gli applausi sono «vivissimi, prolungati». L’elezione di Francesco Cossiga, il 24 giugno 1985, passa alla storia per la fulminea rapidità dell’unico scrutinio, sotto la presidenza di Nilde Iotti, e per la scena galante descritta nel resoconto finale: «Il presidente Iotti si leva in piedi e scambia un abbraccio col presidente del Senato Cossiga che le bacia la mano. Vivissimi, generali applausi. Il presidente del Senato lascia l’aula». Comunque, in quella votazione l’uscente Sandro Pertini ha 12 voti e Camilla Cederna ancora 8. Nel 1992, l’anno di nascita di Tangentopoli, resta negli annali per i duetti Pannella-Scalfaro, presidente della Camera e poi presidente della Repubblica, sul voto segreto che portano all’istituzione dei «bussolotti» di legno. La seduta comincia con un violento attacco del Msi – Destra nazionale alla distribuzione politica dei delegati regionali. Altero Matteoli, Msi, a Giuseppe Serra, Dc: «Siete dei ladri!». Filippo Berselli, Msi: «Ladri!». Carlo Tassi, anche lui Msi, famoso per la sua camicia nera, agita un paio di manette verso la Dc. Il gruppo scudocrociato insorge. Voci da sinistra: «Ladri! Razzisti!». E Tassi: «Razzista e ladro anche tu». Tassi non sta fermo un minuto, Scalfaro lo invita a sedersi, Tassi chiede dove appaia l’obbligo di farlo e Scalfaro, fulmineo: «Non c’è neppure nessuna norma che la obblighi a ragionare». Più tardi, mentre Tassi continua a gridare, gli dirà: «Lei ha un polmone di riserva. Beato lei!». Comunque, dopo estenuanti confronti con Pannella, Scalfaro fa costruire dai falegnami della Camera in tempo record nella notte tra sabato 16 maggio e domenica 17 le due cabine, definiti «catafalchi» dal verde Francesco Rutelli. Scalfaro la domenica mattina espone la novità e racconta che la sera prima sono state trovate tre schede in più. Tassi: «Perché ce lo dice solo adesso?». Pannella: «La gallina che canta ha fatto l’uovo, così si dice in Abruzzo». Tassi: «Zitto, tu cappone!». Al sedicesimo scrutinio, con rapido garbo, e dopo la memorabile commemorazione di Giovanni Falcone, Scalfaro prega il vicepresidente Stefano Rodotà di prendere il suo posto. Applausi. Poco dopo sarà al Quirinale. Appena due scarne pagine per il verbale dell’elezione di Carlo Azeglio Ciampi giovedì 13 maggio 1999. Nemmeno l’elezione di Giorgio Napolitano tra l’8 e il 10 maggio 2006 registra battute e duelli verbali. Solo schede disperse molto provocatorie: nel secondo scrutinio tre voti a Maria Gabriella di Savoia, figlia di Umberto II, tre voti a Bruno Vespa, quattro a Linda Giuva, moglie di Massimo D’Alema, tre ad Ambra (Angiolini), nel primo scrutinio 23 ad Adriano Sofri, nel terzo due voti a Barbara Palombelli, tre a Franco Piperno e due a Vito Gamberale. È l’Italia, signori. Ebbene sì, anche quando si tratta di Quirinale.

DI PAOLO CONTI  sul Corriere della Sera dell’ 11 aprile 2013

Una simulazione sul futuro Parlamento

la_stampa_logo Come sarà il prossimo Parlamento? A questa domanda si dovrebbe rispondere che lo sapremo soltanto tra un mese, dopo il voto, ma non è così. La legge elettorale con cui saremo chiamati alle urne anche questa volta permette ai cittadini di scegliere soltanto un simbolo ma non i deputati e i senatori che li rappresenteranno. I parlamentari, come noto, li hanno già scelti i partiti – con delle differenze non di poco conto dove ci sono state le primarie – e molti di loro sanno già quante possibilità hanno di conquistare un seggio. 

 Ogni forza politica ha compilato le sue liste distinguendo tra gli eletti sicuri, i possibili e quelli improbabili basandosi sui sondaggi. La Stampa, insieme alla Fondazione Hume e a Luca Ricolfi, ha seguito lo stesso percorso per simulare la composizione del prossimo Parlamento

Il prossimo Parlamento sarà molto più rosa e giovane dei precedenti, portandoci al livello dei Paesi europei più avanzati, e il tasso di ricambio degli eletti, ovvero l’ingresso di volti nuovi, non è mai stato così alto

http://www.lastampa.it/2013/01/26/italia/speciali/elezioni-politiche-2013/nascera-uno-dei-parlamenti-piu-giovani-d-europa-IkCg8PF14ziM6s8VthDgPL/pagina.html