Politiche, ecco come si voterà il 4 marzo

l 4 marzo per la prima volta l’Italia andrà a voto con il Rosatellum, sistema di voto misto che prevede un 36 per cento di collegi uninominali e per la restante parte collegi plurinominali. Nonostante la presenza di collegi uninominali e nonostante la possibilità di unirsi in coalizione, si tratta di una legge elettorale prevalentemente proporzionale.

COME SONO ATTRIBUITI I SEGGI

Per la Camera dei deputati sono istituiti 232 collegi uninominali. Nei collegi uninominali le coalizioni e i partiti che corrono da
soli propongono un solo nome. Chi prende più voti, viene eletto. Gli altri 386 seggi vengono assegnati con metodo proporzionale in base ai voti raccolti dalle singole liste nei collegi plurinominali. I collegi plurinominali assegnano un numero di seggi proporzionale al numero di abitanti. Per la ripartizione, conta la percentuale presa dalla lista su scala nazionale. Ogni collegio plurinominale elegge un massimo di deputati in base alla grandezza della popolazione. Completano l’Assemblea di Montecitorio i 12 deputati eletti all’estero.

Per il Senato sono istituiti 116 collegi uninominali in cui le coalizioni e i partiti che corrono da soli si sfidano con un solo candidato.
Chi vince, viene eletto. Gli altri 193 seggi vengono assegnati con metodo proporzionale in base ai voti raccolti dalle singole liste nei collegi plurinominali. I collegi plurinominali assegnano un numero di seggi proporzionale al numero di abitanti. La ripartizione dei seggi, per il Senato, avviene su base regionale. I seggi attribuiti dai collegi plurinominali variano a seconda della grandezza della popolazione. Completano l’Assemblea i 6 senatori eletti all’Estero.

COME SI VOTA

L’elettore avrà due schede, una per la Camera e una per il Senato. Sulla scheda troverà i candidati al proprio collegio uninominale e i partiti che lo sostengono. A fianco al simbolo del partito, c’è il listino di 3-4 nomi dei candidati nel collegio plurinominale. L’indicazione ufficiale è quella di barrare solo il simbolo del partito scelto. In tal modo il voto sosterrà sia il candidato uninominale sia il partito nella parte proporzionale. Se si barra il nome del candidato uninominale, il voto non viene invalidato ma per il proporzionale viene assegnato in quota parte alle liste che compongono la coalizione a sostegno del candidato uninominale. Si può anche apporre una doppia X sul nome del candidato uninominale e su uno dei partiti che lo sostiene. Non è ammesso, e viene invalidato, il voto disgiunto: non si può cioè votare un candidato uninominale e un partito non collegato a quel nome.

COALIZIONI E PLURICANDIDATURE

La legge elettorale consente che più liste si apparentino per sostenere gli stessi candidati uninominali. Sono ammesse le pluricandidature: ogni candidato può essere presentato dal proprio partito in 5 collegi. Anche chi si presenta nel collegio uninominale può avere il “paracadute” della candidatura in uno o più collegi plurinominali.

LE SOGLIE

Il sistema di voto non prevede un premio di maggioranza. C’è invece una soglia di sbarramento del 3 per cento sotto la quale una lista – apparentata o non – non ha diritto di accesso in Parlamento. Se una lista che corre in coalizione non raggiunge il 3 per cento, ma resta sopra l’1, allora i suoi voti vengono spartiti tra gli altri partiti dell’alleanza. I voti dati a una lista coalizzata che resta sotto l’1 vengono dispersi.

 

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/come-si-vota-il-4-marzo

Quante leggi elettorali ha avuto l’Italia?

Il 4 marzo, tra quattro settimane, gli italiani voteranno con una nuova legge elettorale. È la quinta legge elettorale approvata dal Parlamento italiano dalla nascita della Repubblica. Ma in realtà solo tre sistemi elettorali sono stati utilizzati fino ad ora: un sistema proporzionale puro, un sistema maggioritario con quota proporzionale (legge Mattarella), un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza (legge Calderoli).

Il quarto sistema, il cosiddetto Italicum, approvato solo per la Camera dei deputati nel 2015, è stato dichiarato in parte incostituzionale nel 2017 e sostituito dalla nuova legge. Il quinto sarà messo alla prova il mese prossimo. L’Italicum è dunque l’unica riforma elettorale rimasta solo sulla carta. E il Parlamento uscente è l’unico che abbia mai votato due riforme elettorali.

Il sistema proporzionale è stato in vigore dal 1946 fino al 1993: gli italiani hanno votato per oltre quarant’anni e a tutti i livelli con un sistema che attribuiva i seggi ai partiti in proporzione ai voti ottenuti. Questo valeva per i Consigli comunali, per quelli provinciali e regionali (dal 1970), per la Camera dei deputati e per il Senato. Vale ancora oggi per le elezioni europee. Alla Camera l’elettore poteva esprimere quattro preferenze. Al Senato esisteva un sistema di collegi uninominali assegnati solo a chi avesse superato il 65% dei voti e in realtà, siccome nessun candidato raggiungeva mai quella soglia, ripartiti in modo proporzionale su base regionale.

Il sistema proporzionale è stato utilizzato per undici elezioni del Parlamento.

Nel 1953 fu votata l’introduzione di un premio di maggioranza per assegnare il 65% dei seggi allo schieramento che avesse superato il 50% dei voti, definito “legge Truffa” dalle opposizioni e cancellato l’anno dopo.

Il sistema maggioritario è stato in vigore dal 1994 al 2005. Nel 1993 un referendum scelse a grande maggioranza (82,7% dei voti sul 77% di votanti, vale a dire il 63% degli elettori) di modificare il sistema di voto per il Senato in senso maggioritario.

Lo stesso anno il Parlamento votò una nuova legge elettorale che introdusse un sistema maggioritario con correzione proporzionale sia per la Camera che per il Senato. Con questa nuova legge il 75% dei seggi veniva assegnato sulla base di collegi uninominali nei quali risultava eletto il candidato più votato, qualunque percentuale dei voti avesse ottenuto. Il restante 25% veniva assegnato ai partiti in modo proporzionale a tutti i voti ottenuti.

Il relatore della legge era Sergio Mattarella, oggi presidente della Repubblica, e per questo il sistema è stato anche chiamato Mattarellum. È stato utilizzato per tre elezioni, dal 1994 al 2001.

Nel 2005 la maggioranza di centrodestra al governo votò una riforma elettorale basata su un sistema proporzionale ma con premio di maggioranza per la coalizione più votata. Relatore della legge era il leghista Roberto Calderoli, ma la legge è nota come legge Porcellum. Il voto avveniva sulla base di liste bloccate, senza possibilità di esprimere preferenze per i candidati. L’assenza di una soglia per far scattare il premio di maggioranza e l’assenza di voto di preferenza sono stati giudicati incostituzionali nel 2013, dopo le ultime elezioni politiche.

Paolo Magliocco

La Stampa, 5 febbraio 2018

http://www.lastampa.it/2018/02/05/italia/politica/quante-leggi-elettorali-ha-avuto-litalia-Gvh52X2Lhy6Ozk7WUQzsuO/pagina.html

Perché le promesse elettorali ci piacciono così tanto

Cosa accadrebbe se applicassimo gli studi che poche settimane fa hanno valso il premio Nobel per l’Economia a Richard Thaler alla campagna elettorale italiana? Il tema non è peregrino: Thaler, così come prima di lui altri esperti di economia comportamentale insigniti del prestigioso riconoscimento – George Akerlof, Robert Fogel, Daniel Kahneman, Elinor Ostrom, Herbert Simon, e Robert Schiller – ha concentrato la sua attenzione sui processi decisionali in materia economica e di risparmio personale, andando ad analizzare i motivi per cui facciamo scelte sbagliate quando si tratta di decidere cosa fare del nostro denaro e di quello pubblico: razionalmente comprendiamo bene che è opportuno prendere e gestire dei rischi per ottenere alti rendimenti nel medio e lungo termine ma poi siamo portati a fuggire il rischio e a preferire di rinunciare a quei benefici (se non addirittura a perderci in termini reali, come spiegato in questo articolo) preferendo strumenti garantiti, protetti, con rendimenti bassi o nulli, se non addirittura lasciarli sul conto corrente o sotto il materasso.

Cosa c’entra tutto ciò con l’abolizione della legge Monti-Fornero sulle pensioni, o sulle tasse universitarie o ancora con il canone Rai? È davvero possibile mettere a confronto una decisione in materia di risparmio o di finanza con il voto a un partito o l’adesione a un soggetto politico?

Richard Thaler e i suoi predecessori risponderebbero che il nesso c’è eccome e si gioca sulle asimmetrie si cui lavora la nostra mente e che, detto in parole semplici, sono lo specchio dei suoi limiti quando si attiva per prendere decisioni. È utile conoscere quali sono i fattori che ci condizionano:
1) siamo portati a prendere in esame e a isolare solo una parte di tutto ciò che sarebbe necessario sapere e non è detto che ciò che abbiamo isolato sia la parte più corretta (effetto di isolamento);
2) è fondamentale il modo con cui ci viene presentata la questione (effetto framing);
3) guadagnare denaro ci da una soddisfazione di gran lunga inferiore al dolore provato a perdere la stessa identica cifra (avversione alle perdite) il che porta a evitare scelte azzardate e innovative. Inizia a essere più chiara l’analogia con la politica?

Aggiungiamo un elemento più specifico ossia il cosiddetto “reflection effect”: Kahneman e Tversky hanno scoperto che quando non è chiaro il premio che si ottiene come conseguenza di una scelta, siamo portati a stravolgere l’ordine delle preferenze e la visibilità del rapporto tra costi e benefici: le lotterie non a caso vedono la partecipazione di numerose persone desiderose di incassare il cospicuo monte premi, anche se le chances di vittoria sono bassissime(senza considerare la perdita ossia costo del tagliando che invece è certo). Per tutto ciò siamo indotti verso una direzione piuttosto che verso un’altra.

Non si tratta qui di stabilire se a posteriori una scelta è migliore di un’altra (anche se quando ci sono in gioco i soldi questi si possono contare) né evidentemente la qualità dell’offerta politica dei diversi partiti, ma di mettere sotto la lente quel che ci condiziona. Detto in altro modo, cosa ci rende potenzialmente “vulnerabili” al potere di convincimento altrui? E per farlo ci può essere utile definire alcune asimmetrie tra le scelte che ci troviamo di fronte che ci indirizzano in modo preciso: promesse immediate contro benefici nel lungo termine, in primo luogo, ma anche concretezza del vantaggio contro impalpabilità del guadagno di lungo termine, ridotta dimensione del costo della promessa contro il gigantismo astratto dell’impatto futuro.

Prendiamo un caso di scuola, ossia l’indebitamento delle famiglie statunitensi a causa della carte di credito e di debito prima della crisi del 2008: tanti piccoli esborsi con uno strumento percepito poco “concreto” rispetto invece alle monete o alle banconote, non ha fatto scattare nessun meccanismo di allarme nei consumatori. «Peanuts», noccioline cioè, sono i piccoli ammontari di denaro che spendiamo senza pensarci, ma che tutti insieme possono produrre grandi problemi. Quando arriva il rendiconto dettagliato di quelle spese, gravate peraltro di pesanti interessi. La politica non fa lo stesso? Quando la Finanziaria del 1974 introdusse la possibilità per i dipendenti pubblici di andare in pensione con 14 sei mesi e un giorno di lavoro, furono in pochi a sottolineare i rischi che nel tempo scelte di questi tipo producono sui conti dello Stato. Ma questa e numerose altre misure analoghe sono state le maggiori responsabili dell’esplosione del debito pubblico italiano: elemento di vulnerabilità del sistema Italia e vera spina nel fianco della sovranità del Belpaese di oggi.

Quarantaquattro anni dopo il mondo è cambiato moltissimo, ma la nostra capacità di decidere si è evoluta pochissimo. Sparite le ideologie e la politica industriale, ridotti ai minimi termini i programmi, il marketing politico – come quello finanziario – utilizza il target elettorale in modo analogo a come l’industria finanziaria considera la platea di risparmiatori e investitori. Che sia la legge Fornero o gli sgravi fiscali per i possessori di animali, il canone Rai o le dentiere gratis, gli spin doctor dei politici studiano i modi con cui suscitare interesse e attenzione e accreditare i candidati come soggetti attenti ai bisogni degli elettori. Sta al consumatore del prodotto elettorale, così come di quello finanziario, saper discernere e decidere, con la sua capacità di informarsi e definire un’opinione il più possibile fondata e non “di pancia”.

Post scriptum Nudge 
Possibile che non siano possibili contromisure a questi comportamenti inefficienti? E che non si possa effettuare un salto evolutivo? Comprendere e spiegare “razionalmente” la relazione temporale tra benefici e costi non è impossibile, ma nemmeno semplicissimo. Si fa presto a dire che è necessario educare le persone a riconoscere “gli specchietti per le allodole”: ci sarà sempre una fetta importante di popolazione che sarà vittima di questi specchietti anche perché la loro vulnerabilità corrisponde al presunto proprio beneficio, economico o politico. Aiuterebbe un patto tra tutti coloro che non vogliono ricorrere a mezzi considerati deteriori per ottenere consenso o guadagnare soldi a spese degli altri; ciò presuppone però un tasso etico non comune e non uniforme all’interno della popolazione. A meno che questa comprensione non si annidi in profondità nella cultura “emotiva” di un popolo: la super inflazione dei tempi della Repubblica di Weimar continua a condizionare le scelte di politica economica della Germania.

E il Nudge? La “spintarella gentile” grazie alla quale Richard Thaler è diventato famoso per un celebre libro scritto con Cass Sunstein, è vista da molti come una soluzione. Ma è efficace? «Il Nudge la fa un’authority di vigilanza – spiega lo psicologo Paolo Legrenzi –, che deve intervenire in caso di inadempienze. E in materia di risparmio e finanza qualche falla l’abbiamo vista. Per quanto riguarda la politica il Nudge è spuntato a causa della competizione elettorale tra candidati, che spinge per far saltare quel possibile “patto tra gentiluomini” per evitare comportamenti deteriori. Quando in gioco ci sono in gioco le decisioni e i rischi connessi, la cosa difficile, se non disperata – spiega Legrenzi –, è far comprendere un concetto a chi non lo sa comprendere: è il paradosso della conoscenza. Eppure non è così difficile. Basti pensare al passaggio generazionale dei patrimoni delle famiglie italiane: tutti pensano a pagare meno tasse e a proteggere ciò che si ha, dimenticando che investire per i figli e per i nipoti allunga l’orizzonte temporale degli investimenti, ottenendo rendimenti superiori».

Marco lo Conte

Il Sole 24 ore, 14 gennaio 2018

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-01-09/perche-promesse-elettorali-ci-piacciono-cosi-tanto-170905.shtml?uuid=AEuqBVeD&cmpid=nl_7+oggi_sole24ore_com

Le favole da evitare sul debito pubblico

In campagna elettorale si stanno avanzando proposte di riduzione del debito pubblico ( rapporto tra debito pubblico e PIL) e di abolizione della riforma pensionistica, la cosiddetta legge Fornero.

Ecco l’estratto di un articolo pubblicato sul Corriere della Sera dell’11 gennaio 2018

 

Trenta-quaranta punti di taglio sul Pil in 10 anni non sono impossibili ma richiedono almeno un paio di cose: dei surplus di bilancio notevoli (altro che aumenti di spese e abolizione della legge Fornero!), e dei tassi di interesse reali che rimangano assai bassi, e questo non dipende da noi.
La storia e la teoria economica ci spiegano che per ridurre il debito ci sono tre modi

Il primo è svalutare il valore reale del debito con una «botta di inflazione». L’iperinflazione tedesca degli anni 20 cancellò l’enorme debito pubblico che la Germania aveva accumulato durante la Prima guerra mondiale, contribuendo a provocare eventi sociali e politici drammatici. Anche dopo la Seconda guerra mondiale l’inflazione svalutò, seppure in modo meno drammatico, il valore reale del debito, sia negli Stati Uniti che in Italia. Oggi però l’idea che il debito pubblico possa essere svalutato dall’inflazione è un’assurdità: non appena i risparmiatori lo sospettassero, i tassi di interesse salirebbero molto più dell’inflazione rendendo il debito ancora più costoso.

Il secondo modo è un ripudio. Se il nostro debito fosse detenuto solo da italiani, un ripudio comporterebbe una ridistribuzione di ricchezza da chi possiede titoli pubblici ai contribuenti. Ma questo non è il nostro caso. Il 40 per cento circa del debito italiano è detenuto da investitori internazionali. Un ripudio creerebbe una crisi di fiducia verso i nostri mercati, il blocco degli investimenti esteri, fallimenti bancari e una nuova crisi finanziaria. Un ripudio dopo l’altro, l’Argentina è passata da essere uno dei Paesi più ricchi del mondo a un caso quasi disperato.

La terza alternativa è una crescita del denominatore del rapporto debito/Pil più rapida della crescita del numeratore, cioè il deficit dei conti pubblici. In certi periodi storici – ad esempio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dopo la Seconda guerra mondiale – la crescita del Pil è stata cosi alta che il rapporto debito/Pil si è ridotto relativamente in fretta. Purtroppo tassi di crescita elevati come durante il boom degli anni Cinquanta e Sessanta non sono all’orizzonte. La conclusione è che ridurre il debito richiede molto tempo, grande pazienza e politiche che riducano il numeratore, cioè conti pubblici in attivo, o per lo meno un avanzo di bilancio al netto degli interessi e un tasso di crescita del Pil più alto del costo del debito.
Un avanzo nel bilancio pubblico si può ottenere o riducendo le spese o aumentando le imposte. L’evidenza empirica dimostra che un aumento della pressione fiscale su famiglie e imprese riduce la crescita, così tanto che alla fine il rapporto debito/Pil anziché diminuire sale ancor di più. Invece, tagli alla spesa pubblica hanno l’effetto desiderato, cioè riducono il rapporto debito/Pil perché non rallentano la crescita, o al massimo la influenzano di poco e per poco tempo. Questo è vero soprattutto per quelle riforme che bloccano l’aumento automatico di certe spese come le pensioni, soprattutto quando diventano incompatibili con l’allungamento della vita e il calo della natalità. È per questo motivo che cancellare la legge Fornero renderebbe ancor più difficile ridurre il debito.
Questo è ciò che si impara leggendo i libri di storia e qualche manuale di economia. Purtroppo questa campagna elettorale è piena di favole. In parte è inevitabile, ma a noi pare che si stiano superando limiti assai pericolosi.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_11/favole-evitare-debito-pubblico-campagna-elettorale-f418b50a-f63f-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

Governare o comandare? È più utile la prima opzione

Nell’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale si sono nel tempo moltiplicate le schermaglie politiche sul mito, sempre molto attrattivo, del «comando». E sull’argomento si confrontano sia coloro che nutrono nostalgia di quando il comando l’hanno esercitato (da D’Alema a Renzi) sia altri che si presentano come espliciti candidati ad esercitarlo in futuro (da Di Maio a Grasso e Salvini).

Sono schermaglie certo legittime, almeno sul piano delle ambizioni personali, ma ruotano su un errore culturale e politico di fondo: oggi il Paese esprime il bisogno di qualcuno che «governi» e non di qualcuno che voglia più semplicemente «comandare». Insistere su questa seconda opzione induce sospetti di protagonismo individuale e finisce per nascondere il vero problema dell’attuale nostra classe dirigente: questa non ha cultura di governo, e vi supplisce enfatizzando la funzione di comando, che è certamente essenziale nei singoli campi dell’azione pubblica, ma che mal si addice quando si tratta di pensare e di governare più vaste strategie di sistema.

Nell’imminenza delle elezioni politiche una tale zoppia della classe dirigente si traduce nell’ansia evidente con cui si cerca di trovare personalità cui affidare le sorti delle formazioni in gara. I leader di partito si offrono come potenziali comandanti, con accanto la loro truppa di peones parlamentari e partitici, nella comune speranza che gli elettori li certifichino classe di governo. In «cotanta miseria» si cerca un po’ di «patrizia prole» che dia decoro alle liste ed appetibilità per gli elettori minimamente scolarizzati. Ma la patrizia prole, cioè la tanto citata società civile, non ha alcuna possibilità di coprire le esigenze di governo sistemico: nel suo orgoglio non vuole far truppa, ma da parte sua non ha coltivato quella arte della strategia (socioeconomica oltre che politica) che è l’anima e la sfida di chi vuole guidare la società nel suo complesso.

Fa specie cogliere in questo segmento di nuova offerta elettorale figure che appartengono inderogabilmente più alla categoria dell’intendenza, magari anche nobile, che alla categoria degli strateghi e dei condottieri. Ci ritroviamo magistrati di vario livello, alti burocrati, operatori della comunicazione, militari di storia e prestigio, qualche professore di diverse discipline; qualcuno di loro forse ha comandato nel proprio campo, ma a nessuno sfugge il fatto che sono per natura (e forse per vocazione) uomini di «intendenza»; e viene naturale ricordare che Napoleone, avanzando per merito dei suoi Marescialli, diceva con realismo che «la intendenza seguirà». Sono infatti i primi con cui si vincono battaglie e guerre; con l’intendenza si gestiscono nel migliore dei casi le parate del giorno dopo, e nel peggiore le faticose ritirate.

Ci avviamo allora ad un’offerta elettorale fatta da nessuno stratega, qualche esponente di media o grande intendenza, tanti potenziali peones, con naturalmente la immancabile quota di cacicchi locali con le loro tribù portatrici di voti. Un’offerta strutturalmente povera, affidata quindi alle schermaglie di vertice ed alla impressività mediatica dei leader. Continua così a sopravvivere, ma si slabbra ulteriormente, il tessuto di rappresentanza e di partecipazione messo in crisi dalle vicende degli ultimi trenta anni. C’è allora da sperare che questo continuismo non regga ancora per molto tempo, visto che c’è nella società un bisogno di andare oltre l’attuale malcontento rancoroso e di mettere in moto un nuovo ciclo di vitalità sociale. Ma un nuovo ciclo non si costruisce con la promozione di carriera dell’intendenza combinata con una classe politica attratta prevalentemente dal mito del comando.

Giuseppe De Rita

Corriere della Sera, 5 gennaio 2017

http://www.corriere.it/opinioni/18_gennaio_05/governare-o-comandare-piu-utile-prima-opzione-2a844df8-f16c-11e7-b33d-56f05ccceb4d.shtml

 

Si vota il 4 marzo

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato il decreto per lo scioglimento delle Camere, che formalmente mette fine alla XVII legislatura. Il presidente ha sciolto il Parlamento dopo essersi consultato al palazzo del Quirinale con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e successivamente con la presidente della Camera, Laura Boldrini, e il presidente del Senato, Pietro Grasso. Nella successiva seduta del Consiglio dei ministri organizzata a Palazzo Chigi, il governo ha deciso la data delle elezioni per il nuovo Parlamento: il prossimo 4 marzo 2018. I passaggi formali di oggi sanciscono l’avvio della campagna elettorale, mentre il governo rimarrà comunque in carica per il cosiddetto “disbrigo degli affari correnti”.

……

Lo scioglimento delle Camere
L’articolo 60 della Costituzione prevede che, in condizioni normali, le Camere restino in carica per 5 anni, periodo comunemente detto “legislatura”:

La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sono eletti per cinque anni. La durata di ciascuna Camera non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra.

L’articolo 61 dice inoltre che “le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro 70 giorni dalla fine delle precedenti”.

L’articolo 87 stabilisce, tra le altre cose, che il presidente della Repubblica “indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione”. Quello seguente che il presidente ha anche la facoltà di “sciogliere le Camere o anche una sola di esse”, sentiti i loro rispettivi presidenti.

Quindi, ricapitolando, una legislatura in condizioni normali dura 5 anni, al termine dei quali il presidente della Repubblica deve sciogliere le Camere, in modo che entro 70 giorni siano eletti i nuovi deputati e senatori per la legislatura successiva. Nel periodo di transizione tra una legislatura e l’altra, il Parlamento uscente mantiene comunque i propri poteri.

Cosa succede adesso
La legislatura appena finita è stata la XVII della Repubblica: era iniziata a metà marzo del 2013, ed è quindi durata quasi 5 anni, per fare i precisi 1.749 giorni. Nel corso della legislatura ci sono stati tre governi: Letta 2013 – 2014, Renzi 2014 – 2016, e Gentiloni iniziato circa un anno fa e ancora in carica.

Come abbiamo visto, dal momento in cui vengono sciolte le Camere, le elezioni politiche devono tenersi al massimo entro 70 giorni. Per questo motivo, e considerato che la giornata elettorale si tiene sempre di domenica (prolungandosi talvolta il lunedì), è stato scelto il prossimo 4 marzo.

Il Post , 28 dicembre 2017

http://www.ilpost.it/2017/12/28/mattarella-sciolto-camere-data-elezioni-marzo/

I voti che non decidono e le democrazie malate

A che serve votare? È una domanda che molti cittadini europei cominciano a farsi. Da ultimi i tedeschi. Sono andati alle urne, la Merkel ha preso molti più voti di chiunque altro, il 60% nei sondaggi dice di auspicarsi un governo da lei diretto, ma il governo non si fa, e per farlo sarà forse necessario far fuori la Merkel. Qualcosa si è inceppato perfino nella democrazia tedesca, di proverbiale stabilità.

Oppure prendete i cittadini britannici. La bellezza di diciotto mesi fa decisero di uscire dall’Unione Europea. Sono ancora là. Uscendo volevano riprendersi i loro soldi, e invece il prossimo mese dovranno dire quanto sono disposti a scucire per poter andarsene. Procedure, compromessi, trattative, più inflazione e svalutazione della sterlina: sembrava così semplice mettere una croce sul «Leave». Per non parlare dei cittadini catalani, i quali hanno scoperto che neanche con il voto possono spaccare la Spagna.

La galleria potrebbe comprendere gli spagnoli, che dopo due elezioni e sei mesi di prorogatio di Rajoy si aggrappano a un governo di minoranza; o i belgi e gli olandesi, che hanno dovuto aspettare rispettivamente dodici e sette mesi prima che il Parlamento decidesse chi aveva vinto le elezioni. Va ovviamente aggiunto il caso italiano, dove se c’è una cosa certa delle prossime urne è che quasi certamente non daranno una maggioranza; e dove siamo ormai al quarto governo di fila (Gentiloni, Renzi, Letta, Monti) privo di un mandato elettorale.

Non è questione di tecnica. Nel Regno Unito nemmeno il leggendario «first-past-the-post», il più implacabile dei maggioritari, è riuscito a dare una maggioranza alla povera May, che aveva chiamato le elezioni per suonarle ai laburisti ed è stata suonata. E perfino il presidenzialismo, l’unico sistema in grado di garantire un vincitore, comincia a perdere colpi: Trump è diventato presidente con meno voti della seconda arrivata. Resta saldamente in sella il solo Macron, asceso all’Eliseo con appena il 24% del primo turno.

Che cosa sta accadendo dunque alla più antica forma di «governo del popolo, dal popolo, per il popolo» (Abramo Lincoln a Gettysburg)? La democrazia è destinata ad avere un futuro, o rischia di essere insidiata dai modelli di «democratura», nei quali il popolo, il «demos», accetta col voto di avere un capo come se fosse in una dittatura?

La vicinanza semantica tra «democrazia» e «populismo» («demos» è il greco per il latino «populus») la dice lunga su quanto sia sottile il confine che divide l’una dall’altro, già in passato spazzato via più di una volta. Bisogna dunque che gli uomini di buona volontà si mettano al capezzale della democrazia malata, e cerchino un modo per ripiantarla in un mondo così diverso da quello in cui nacque.

Il primo passo dovrebbe consistere nel qualificarla, nel darle l’aggettivo giusto. Democrazia non è solo elezioni: anche in Russia e in Iran si vota. Ma ciò che distingue una «democrazia liberale» è la «rule of law», e cioè la supremazia della Legge, cui ogni cosa è subordinata. È proprio questo che tiene in piedi la Germania o la Spagna mentre attendono un governo: tutto procede secondo la legge. Ed è esattamente la Legge ciò che ha impedito agli indipendentisti catalani di andarsene con un referendum, o che costringe gli inglesi a negoziare per uscire dall’Ue. Dovremmo dunque curare lo stato di diritto come l’asset più prezioso della democrazia, forse perfino più del voto popolare («La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», articolo 1 della nostra Legge fondamentale). E proteggerlo dalle mire dei politici di turno che vorrebbero dettar legge.

Il secondo punto è che difficilmente una democrazia liberale può prosperare senza partiti democratici e possibilmente popolari, i quali mediano il consenso dei cittadini, lo stabilizzano, lo indirizzano verso programmi di governo e selezionano i gruppi dirigenti. Più partiti personali nascono, più movimenti estemporanei si affermano, più le elezioni diventano un taxi per ambizioni private, più debole sarà la democrazia. E in questo campo, ahinoi, noi italiani abbiamo anticipato molte tendenze pericolose.

Infine c’è un problema anche più complicato da risolvere: l’emigrazione della sovranità dagli Stati nazionali verso consessi internazionali che per loro natura non possono decidere democraticamente (le sedi europee assegnate a sorteggio ne sono un esempio). Moneta, commercio, investimenti, circolazione dei capitali e degli esseri umani, politica estera, sono tutte materie sulle quali l’elettore sa ormai di non avere più molto potere. Bisognerebbe dunque riempire i parlamenti di altri poteri: di controllo e revisione, per esempio, in materia di nomine, di spesa pubblica, di allocazione delle risorse e di assegnazione degli appalti, per farne dei baluardi contro la corruzione e lo sperpero, garantendo tempi e strumenti alle opposizioni che vigilano sul potere. Rimpatriare una parte delle competenze affidate al Parlamento europeo. Ridare alle Camere il ruolo di sedi del dibattito informato, per esempio sulle delicatissime questioni bioetiche. Assegnare loro il potere di scrutinare i ministri prima della nomina e di convocare il primo ministro ogni settimana a rispondere in diretta tv. Bisogna trovare nuovi e validi motivi per convincere gli elettori a non disertare lo spettacolo della democrazia, e a non trasformare il parlamento in un’aula sorda e grigia.

Antonio Polito

Corriere della Sera, 23 novembre 2017

 

http://www.corriere.it/opinioni/17_novembre_23/i-voti-che-non-decidono-democrazie-malate-f575064a-cfc7-11e7-a1da-9278adb4d756.shtml

Rosatellum bis: la nuova legge elettorale

 L’Italia ha una nuova legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum bis (da oggi solo Rosatellum probabilmente) che sostituisce l’Italicum modificato dalla Corte Costituzionale alla Camera e il Consultellum per il Senato.

La legge è stata approvata con l’appoggio di Pd, Forza Italia, Lega e Alternativa Popolare e fortemente osteggiato da M5s e dalle sinistre.

Si tratta di un sistema misto proporzionale e maggioritario, in cui un terzo di deputati e senatori è eletto in collegi uninominali (un solo candidato per coalizione, il più votato è eletto) e i restanti due terzi sono eletti con un sistema proporzionale di lista. Ecco cosa prevede.

• LA DISTRIBUZIONE DEI SEGGI
Alla Camera i 630 seggi saranno assegnati come segue:

  • 232 in collegi uninominali, di cui:
    • Sei per il Trentino Alto Adige
    • Due per il Molise
    • Uno per la Val d’Aosta
  • 386 in piccoli collegi plurinominali (circa 65 collegi, da definire con legge delega)
  • 12 nella circoscrizione estero

Al Senato i 315 seggi si divideranno così:

  • 109 in collegi uninominali, di cui:
    • Sei per il Trentino Alto Adige
    • Uno per il Molise
    • Uno per la Val d’Aosta
  • 200 in piccoli collegi plurinominali
  • 6 nella circoscrizione estero

Come nel Mattarellum, i 232 candidati più votati in ogni collegio uninominale alla Camera e i 102 del Senato otterrebbero direttamente il proprio seggio, anche se avessero ottenuto un solo voto più del loro diretto avversario. E’ la logica anglosassone del first past the post.

 LA DOPPIA SOGLIA DI SBARRAMENTO
La soglia di sbarramento del Rosatellum nella quota proporzionale è fissata al 3% su base nazionale, sia al Senato che alla Camera, con l’eccezione delle liste relative alle minoranze linguistiche per le quali la soglia è al 20% nella regione di riferimento. In aggiunta alla soglia del 3%, è prevista anche una soglia minima del 10% per le coalizioni (all’interno del quale però almeno una lista deve aver superato il 3%).

Il candidato di un partito escluso dal riparto dei seggi perché non raggiunge il 3% ma eletto nel maggioritario ovviamente manterrà il suo seggio.

• PROPORZIONALE ALLA CAMERA E AL SENATO
Un’importante differenza, stabilita dalla Costituzione, tra Montecitorio e Palazzo Madama è che il Senato deve essere eletto su base regionale. Il Rosatellum prevede che la ripartizione dei seggi tra le liste alla Camera (e quindi gli equilibri a Montecitorio) sia effettuata su base nazionale mentre il riparto del Senato sarebbe solo regionale e quindi meno dipendente dal totale nazionale dei voti del Senato, fermo restando che le soglie del 3% e del 10% si calcoleranno su base nazionale.

Per il resto, la parte proporzionale di Camera e Senato è sostanzialmente uguale.

• LISTINI CORTI E BLOCCATI
Il territorio nazionale sarà diviso in collegi plurinominali che dovranno essere definiti con un decreto del governo. Il Rosatellum prevede che i collegi plurinominali siano formati dall’accorpamento di più collegi uninominali. Ogni collegio plurinominale non elegge in nessun caso più di 8 deputati, ma potrà eleggerne molti di meno a seconda della Regione.

Nei singoli collegi plurinominali le liste sono bloccate, scelta che non va in contrasto con le indicazioni della Consulta che aveva bocciato i listini bloccati in grandi collegi. In questo caso i collegi dovrebbero essere abbastanza piccoli da garantire la riconoscibilità dell’eletto, anche in considerazione del fatto che i nomi sono tutti scritti sulla scheda elettorale.

• COALIZIONI E ALLEANZE
Dopo la parentesi (mai applicata) dell’Italicum che premiava le singole liste, tornano nella legge e nella scheda elettorale le coalizioni, con un gruppo di liste che possono sostenere un singolo candidato nell’uninominale, come era nel vecchio Mattarellum, ma correre per sé nel proporzionale. Ovviamente, visto che la costituzione non prevede il vincolo di mandato e dà alle Camere autonomia, i partiti coalizzati possono ‘sciogliere’ l’alleanza in qualsiasi momento.

• UN’UNICA SCHEDA E NO AL VOTO DISGIUNTO
Novità rilevante anche per le conseguenze politiche che avrà è che il voto sarà espresso su una sola scheda e sarà vietato il voto disgiunto, ovvero la possibilità di votare un candidato nel collegio uninominale e una lista a lui non collegata nella parte proporzionale, come era nel Mattarellum che prevedeva due schede diverse.

Questo ‘depotenzia’ in un certo senso sia il sistema proporzionale che quello maggioritario, togliendo libertà all’elettore di scegliere liberamente un partito e un candidato al maggioritario. L’elettore dovrà scegliere un abbinamento candidato-partito.

Alessio Sgherza

la repubblica 26 ottobre 2017

http://www.repubblica.it/politica/2017/09/22/news/rosatellum_bis_scheda-176193741/

La nuova legge elettorale spiegata nel modo più semplice possibile

Inizierà oggi alla Camera la discussione sulla nuova legge elettorale che, secondo i giornali, dovrebbe essere approvata definitivamente entro la prima settimana di luglio: è la legge basata sul cosiddetto “sistema tedesco”, anche se di tedesco le è rimasto oramai ben poco; una legge proporzionale ma con un macchinoso meccanismo maggioritario di selezione dei candidati.

Chi vince le elezioni?
Il meccanismo della nuova legge elettorale è essenzialmente proporzionale: significa che ogni partito che riesce a superare la soglia di sbarramento – fissata al 5 per cento tranne che per i rappresentanti delle minoranza linguistiche – riceve un numero di seggi proporzionale ai voti che ottiene. Se un partito conquista il 30 per cento dei voti, avrà quindi il 30 per cento dei seggi: o forse qualcosa in più, visto che i voti di chi non raggiunge la soglia di sbarramento vengono redistribuiti tra gli altri partiti. Per i nerd di sistemi elettorali: il sistema di calcolo utilizzato è il cosiddetto “metodo dei quozienti interi e dei più alti resti“.

Come si scelgono i parlamentari?
Per la Camera, l’Italia sarà divisa in 28 circoscrizioni, a loro volta suddivise in 225 collegi. Il Senato sarà diviso in circoscrizioni che corrispondono alle regioni, a loro volta divise in 115 collegi (a entrambi i sistemi si aggiungono la circoscrizione esteri e Valle d’Aosta e Trentino Alto-Adige, che hanno regole speciali).

In ogni collegio ciascun partito candiderà un solo deputato o senatore, il cui nome sarà chiaramente indicato sulla scheda (per questo si chiamano “collegi uninominali”). Una volta contati tutti i voti e stabilito quanti parlamentari spettino a un partito in termini nazionali, i primi a essere eletti saranno i candidati che hanno vinto nei diversi collegi. Per vincere in un collegio basta ottenere un voto in più dei propri avversari. In tutto, quindi, circa 225 deputati su 630 e 115 senatori su 315 saranno scelti tra i candidati nei collegi uninominali (a cui vanno aggiunti quelli dei collegi esteri e di Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta).

Se in base all’iniziale calcolo proporzionale un partito deve ricevere più seggi di quelli che ha già conquistato nei collegi uninominali, si passa a nominare gli eletti nelle circoscrizioni. Per ogni circoscrizione ciascun partito presenta una lista formata da due a sei nomi, che saranno indicati nella scheda separatamente dal candidato al collegio uninominale. In base al numero dei voti ottenuti da un certo partito in una determinata circoscrizione si calcola quanti parlamentari spettano a quel partito. Non sono previste preferenze, quindi se in una certe circoscrizione a un partito spettano tre parlamentari, saranno eletti i primi tre nomi del listino (per questo i listini sono detti “bloccati”).

Se dopo l’assegnazione dei seggi che spettano a un partito in base ai listini avanzano ancora posti, si passa a ripescare i “migliori perdenti” nei collegi uninominali.

È possibile il caso opposto, cioè che un partito vinca più collegi uninominali di quanti seggi gli spettino in base al calcolo proporzionale. In questo caso alcuni dei vincitori dei collegi uninominali, quelli che hanno ottenuto meno voti, non saranno eletti. Visto il numero piuttosto basso di collegi sul totale dei seggi, questo caso viene ritenuto al momento improbabile.

Voto disgiunto e pluricandidature
Ogni elettore ha disposizione un solo voto per la scheda della Camera e uno per il Senato. Votando per un partito, quindi, si vota contemporaneamente per il candidato al collegio uninominale e per il listino bloccato a lui/lei collegato. Non è quindi possibile il voto disgiunto, cioè votare per un candidato diverso da un listino, oppure votare uno solo dei due.

Riassumendo
Il giorno delle elezioni ogni elettore avrà a disposizione due schede: una per la Camera e una per il Senato (se ha più di 25 anni). Su ogni scheda ci saranno un certo numero di rettangoli. In ogni rettangolo ci sarà il nome del candidato del collegio uninominale, il simbolo del partito che lo appoggia e da due a sei nomi del listino bloccato. L’elettore avrà a disposizione un solo voto per ciascuna scheda, con il quale dovrà barrare uno dei rettangoli: si votano tutti insieme partito, candidato e listino. Non è possibile il voto disgiunto.

A seconda di quanti voti un partito raccoglie su base nazionale, si determina a quanti seggi ha diritto. Per determinare quali parlamentari vengono eletti per occupare quei seggi si guarda prima ai vincitori nei collegi uninominali, dove risulta eletto chi prende un voto più dei suoi avversari. Il resto degli eventuali seggi che spettano a un partito viene pescato dai listini bloccati. Non ci sono preferenze, quindi i candidati nei listini vengono eletti nell’ordine in cui compaiono sulla lista.

Il Post, 6 giugno 2017

http://www.ilpost.it/2017/06/06/legge-elettorale-guida-sistema-tedesco/

Parlamento di voltagabbana. È record di cambi di casacca

voltarenScissioni, separazioni litigiose, divorzi consensuali e ricongiungimenti amari. Nel calderone del trasformismo parlamentare per ricordare numeri simili a oggi, è necessario tornare indietro di vent’anni, al 1996, quando la vittoria dell’Ulivo e la successione di quattro governi diversi (Prodi, due volte D’Alema e Amato) inaugurava la stagione dei cosiddetti «voltagabbana». Ora quel record finora rimasto intatto, 400 cambi di gruppi in cinque anni, sta per essere frantumato dall’era degli esecutivi Letta, Renzi, Gentiloni. Dall’inizio dell’ultima legislatura, la XVII, se ne contano già 396. Di questo passo, dovesse arrivare al suo termine naturale, si sfonderebbe il muro delle 500 giravolte, come calcola Openpolis: la media mensile del valzer di casacche è cresciuta del 50% rispetto alla legislatura precedente con Berlusconi al governo prima dell’arrivo di Monti.
Il ritmo degli arrivi e delle partenze, dei biglietti di sola andata verso la maggioranza o di ritorno all’opposizione, è raddoppiato e fotografa una frantumazione che si misura sul sostegno alla maggioranza renziana. Il risultato è un Parlamento che si rispecchia in una miriade di sigle che poco hanno a che fare con le liste elettorali votate dai cittadini alle urne. Openpolis ha aggiornato i calcoli: alla Camera su 11 gruppi parlamentari, solo quattro sono espressione delle liste (Pd, M5s, Lega e Fratelli d’Italia), mentre al Senato sui 10 solo 3 (Pd, M5s e Lega). I 396 cambi di casacca registrati finora, con relativi spostamenti di denaro (deputati e senatori che cambiano portano con sé rispettivamente un tesoretto annuo di 49.200 euro e di 59.200) sono avvenuti in soli 47 mesi, con una media di 8,4 cambi al mese. Il 23,97% dei deputati e il 36,56% dei senatori ha compiuto almeno un passaggio da un gruppo all’altro. Sul totale degli eletti, il 28,21% ha fatto almeno un salto in un altra forza politica (la percentuale era al 18,86 nella scorsa legislatura).
Quando nel dicembre 2010 i deputati Razzi e Scilipoti lasciarono i loro gruppi – Pd e Italia dei Valori – per votare la fiducia al governo Berlusconi, il centrosinistra li bollò come «traditori». Ma le osmosi tra gli schieramenti, oggetto allora di polemiche feroci, sono diventate ordinaria amministrazione con gli esecutivi Letta e Renzi, dove hanno raggiunto livelli ben superiori. Al netto del picco registrato sotto Letta, influenzato dalla scissione di Forza Italia e Ncd (che ha fatto schizzare al 66,82% i cambi alla Camera e all’80,57% di quelli al Senato tra i gruppi di centrodestra), si è infatti passati da una media di cinque cambi al mese con il governo Berlusconi a otto con Renzi. 
Nemmeno la forza che doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno si è rivelata poi così compatta. Il M5S registra il 16,13% dei cambi alla Camera e il 15,43% al Senato. Ma il trasformismo grillino non ha porte girevoli e viaggia in una sola direzione: l’uscita. Così in tre anni e mezzo i cinque stelle hanno visto 38 portavoce andarsene, lasciando la forza di Grillo con il 23% di parlamentari in meno, confluiti un po’ a destra, un po’ a sinistra, un po’ al centro. Ci sono poi i «recidivi», i più tormentati a cui un solo addio non basta. In tutto sono sessanta i politici che hanno cambiato gruppo in almeno due legislature. Il senatore Luigi Compagna ha il primato: per sei volte è, entrato e uscito dai gruppi, passando per il Misto, Ap e Gal ha trovato ora la pace in Conservatori e Riformisti. E dire che era stato eletto nel 2013 con il Pdl. Schieramento di cui non ha mai fatto parte in Aula.

LODOVICA BULIAN

il Giornale, 20 febbraio 2017

http://www.ilgiornale.it/news/politica/parlamento-voltagabbana-record-cambi-casacca-1366195.html