Clima, 175 Paesi firmano gli accordi di Parigi

bkmCentosettancinque Paesi rappresentati all’Onu hanno dato l’ok all’accordo sul clima raggiunto a dicembre scorso a Parigi. La cerimonia, a cui in rappresentanza dell’Italia partecipa il premier Matteo Renzi, giunge nell’Earth day, la Giornata della Terra, che si celebra ogni anno il 22 aprile dal 1970 per sensibilizzare sull’ambiente e sulla necessità di affrontare il problema del cambiamento climatico.

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, prendendo la parola ha esortato tutti i Paesi a «muoversi rapidamente per unirsi all’accordo a livello nazionale in modo che possa diventare operativo il più presto possibile».

Perché l’intesa entri in vigore è necessario infatti che almeno 55 Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni globali ratifichino o si uniscano formalmente all’accordo. L’accordo prevede di mantenere l’innalzamento delle temperature globali “ben al di sotto” di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali e di sforzarsi anzi per mantenerlo entro gli 1,5 gradi. ….

http://www.lastampa.it/2016/04/22/esteri/clima-oltre-paesi-allonu-per-la-firma-degli-accordi-di-parigi-ban-kimoon-agire-presto-ojY5U23PTRq6sodFMKX2oN/pagina.html

http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/onu-firma-accordo-clima-new-york.aspx

http://ilmanifesto.info/clima-accordo-firmato-a-new-york-da-167-paesi/

 

L’Occidente inquina di più. Ora paghi per i suoi consumi

climchDopo gli attacchi terroristici, ci sono purtroppo seri rischi che i dirigenti francesi e occidentali abbiano la testa altrove e non facciano gli sforzi necessari perché la Conferenza sul clima di Parigi vada a buon fine. Sarebbe un esito drammatico per il pianeta. Innanzitutto perché è arrivato il momento che i paesi ricchi si facciano carico delle loro responsabilità storiche di fronte al riscaldamento climatico e ai danni che già adesso arreca ai paesi poveri. In secondo luogo perché le tensioni future su clima ed eneria sono gravide di minacce per la pace mondiale.

A che punto è la discussione? Se ci atteniamo agli obbiettivi di riduzione delle emissioni presentati dagli Stati, i conti non tornano. Siamo avviati lungo una traiettoria che porta verso un riscaldamento superiore ai tre gradi e forse più, con conseguenze potenzialmente cataclismatiche, in particolare per l’Africa, l’Asia meridionale e il Sudest asiatico. Anche nell’ipotesi di un accordo ambizioso sulle misure di mitigazione delle emissioni, è già sicuro che l’innalzamento dei mari e l’aumento delle temperature provocherà danni considerevoli in molti di questi Paesi. Si calcola che sarebbe necessario mettere in campo un fondo mondiale da 150 miliardi di euro l’anno per finanziare gli investimenti minimi necessari per l’adattamento ai cambiamenti climatici (dighe, ridislocazione di abitazioni e attività ecc.). Se i Paesi ricchi non riescono nemmeno a mettere insieme una somma del genere (appena lo 0,2 per cento del Pil mondiale), allora è illusorio pretendere di convincere i Paesi poveri ed emergenti a fare sforzi supplementari per ridurre le loro emissioni future. Al momento le somme promesse per l’adattamento sono inferiori a 10 miliardi.

Si sente spesso dire, in Europa e negli Stati Uniti, che la Cina ora è il primo inquinatore a livello mondiale e che adesso tocca a Pechino e agli altri Paesi emergenti fare degli sforzi. Dicendo questo, però, ci si dimentica di parecchie cose. Innanzitutto che il volume delle emissioni dev’essere rapportato alla popolazione di ogni Paese: la Cina ha quasi 1,4 miliardi di abitanti, poco meno del triplo dell’Europa (500 milioni) e oltre quattro volte di più del Nordamerica (350 milioni). In secondo luogo, il basso livello di emissioni dell’Europa si spiega in parte con il fatto che noi subappaltiamo massicciamente all’estero, in particolare in Cina, la produzione dei beni industriali ed elettronici inquinanti che amiamo consumare.

Se si tiene conto del contenuto in CO2 dei flussi di importazioni ed esportazioni tra le diverse regioni del mondo, le emissioni europee schizzano in su del 40 per cento (e quelle del Nordamerica del 13 per cento), mentre le emissioni cinesi scendono del 25 per cento. Ed è molto più sensato esaminare la ripartizione delle emissioni in funzione del paese di consumo finale che in funzione del paese di produzione. Constatiamo in questo modo che i cinesi emettono attualmente l’equivalente di 6 tonnellate di anidride carbonica l’anno e per persona (più o meno in linea con la media mondiale), contro 13 tonnellate per gli europei e oltre 22 tonnellate per i nordamericani. In altre parole, il problema non è solamente che noi inquiniamo da molto più tempo del resto del mondo: il fatto è che continuiamo ad arrogarci un diritto individuale a inquinare due volte più alto della media mondiale.

Per andare oltre le contrapposizioni fra Paesi e tentare di far emergere delle soluzioni comuni, è essenziale sottolineare anche che all’interno di ciascun Paese esistono disuguaglianze immense nei consumi energetici, diretti e indiretti (attraverso i beni e i servizi consumati). A seconda delle dimensioni del serbatoio dell’auto, della grandezza della casa, della profondità del portafogli, a seconda della quantità di beni acquistati, del numero di viaggi aerei effettuati ecc., si osserva una grande diversità di situazioni.

Mettendo insieme dati sistematici riguardanti le emissioni dirette e indirette per Paese e la ripartizione dei consumi e dei redditi all’interno di ciascun Paese, ho analizzato, insieme a Lucas Chancel, l’evoluzione della ripartizione delle emissioni mondiali a livello individuale nel corso degli ultimi quindici anni. Le conclusioni a cui siamo arrivati sono chiare. Con l’ascesa dei paesi emergenti, ora ci sono grossi inquinatori su tutti i continenti ed è quindi legittimo che tutti i paesi contribuiscano a finanziare il fondo mondiale per l’adattamento. Ma i paesi ricchi continuano a rappresentare la stragrande maggioranza dei maggiori inquinatori e non possono chiedere alla Cina e agli altri paesi emergenti di farsi carico di una responsabilità superiore a quella che gli spetta.

Per andare sul concreto, i circa 7 miliardi di abitanti del pianeta emettono attualmente l’equivalente di 6 tonnellate di anidride carbonica per anno e per persona. La metà che inquina meno, 3,5 miliardi di persone, dislocate principalmente in Africa, Asia meridionale e Sudest asiatico (le zone più colpite dal riscaldamento climatico) emettono meno di 2 tonnellate per persona e sono responsabili di appena il 15 per cento delle emissioni complessive. All’altra estremità della scala, l’1 per cento che inquina di più, 70 milioni di individui, evidenzia emissioni medie nell’ordine di 100 tonnellate di CO2 pro capite: da soli, questi 70 milioni sono responsabili di circa il 15 per cento delle emissioni complessive, quanto i 3,5 miliardi di persone di cui sopra.

E dove vive questo 1 per cento di grandi inquinatori? Il 57 per cento di loro risiede in Nordamerica, il 16 per cento in Europa e solo poco più del 5 per cento in Cina (meno che in Russia e in Medio Oriente, con circa il 6 per cento a testa). Ci sembra che questi dati possano fornire un criterio sufficiente per ripartire gli oneri finanziari del fondo mondiale di adattamento da 150 miliardi di dollari l’anno. L’America settentrionale dovrebbe versare 85 miliardi (lo 0,5 per cento del suo Pil) e l’Europa 24 miliardi (lo 0,2 per cento del suo Pil). Queste conclusioni probabilmente saranno sgradite a Donald Trump e ad altri. Quel che è certo è che è arrivato il momento di riflettere su criteri di ripartizione basati sul concetto di un’imposta progressiva sulle emissioni: non si possono chiedere gli stessi sforzi a chi emette 2 tonnellate di anidride carbonica l’anno e a chi ne emette 100.

Qualcuno obbietterà che criteri di ripartizione del genere non saranno mai accettati dai Paesi ricchi, in particolare dagli Stati Uniti. E infatti le soluzioni che saranno adottate a Parigi e negli anni a venire probabilmente saranno molto meno ambiziose e trasparenti. Ma bisognerà trovare delle soluzioni: non si riuscirà a fare nulla se i Paesi ricchi non metteranno mano al portafogli.

Thomas Piketty

da Repubblica, 1 dicembre 2015

http://temi.repubblica.it/micromega-online/l%E2%80%99occidente-inquina-di-piu-ora-paghi-per-i-suoi-consumi/

OBAMA, XI E MODI: LE SORTI DEL PIANETA NELLE MANI DEI GRANDI INQUINATORI

imagesW0DG2B5CPARIGI. Occhio  a quei tre. Oggi il primo giorno del vertice sul clima si gioca tra Stati Uniti, Cina, India. Due vertici bilaterali, tra Barack Obama e Xi Jinping, poi tra Obama e Narendra Modi, racchiudono il nucleo della sfida. Sono il nuovo club dei Grandi Inquinatori del pianeta. Quel che si diranno è essenziale. Il summit ha rinunciato in anticipo alla strategia – perdente – di Kyoto e Copenaghen, quella che inseguiva impegni vincolanti giuridicamente, tetti alle emissioni di CO2 imposti dalla comunità internazionale ai singoli paesi. Quell’opzione si è dimostrata irraggiungibile. Proprio per questo diventa essenziale la volontà politica, l’approccio strategico che le singole superpotenze decidono di adottare.
Obama-Xi-Modi: il futuro della specie umana, dell’abitabilità del pianeta per noi, è nelle loro mani.
La Cina è la prima generatrice di emissioni carboniche; superò gli Stati Uniti nella grande recessione occidentale nel 2008. L’India rincorre la Cina, quest’anno la supera in velocità di crescita del Pil, i consumi energetici ne sono il riflesso. L’India è già numero tre se l’Unione europea non si considera come un’entità singola. Gli americani restano però i massimi inquinatori su base individuale. L’americano medio produce il triplo di gas carbonici di un cinese e il decuplo di un indiano. L’anacronismo è evidente. L’insostenibilità politica anche. La sfida riguarda il pianeta, il genere umano, gli oceani e i ghiacciai, l’atmosfera e le temperature; cose che non conoscono confini nazionali. Ma continuiamo a misurare le emissioni di CO2 su base nazionale. Nascono da qui i paragoni inaccettabili: 315 milioni di americani si confrontano con 2,5 miliardi tra cinesi e indiani.
In queste misurazioni l’Europa finisce ai margini. Il Vecchio continente produce “solo” il 9% di tutte le emissioni di CO2. Può nascerne un senso di impotenza: per quanto facciano gli europei, pesano poco. Ma anche qui le illusioni ottiche distorcono la percezione. Quel 9% di emissioni carboniche è il frutto della “decrescita” europea, così come il sorpasso Cina-Usa avvenne quando l’economia americana si fermò. Se l’Europa dovesse ritrovare lo sviluppo – cosa che si augurano i suoi giovani disoccupati – anche le sue emissioni torneranno a salire. L’altra illusione ottica viene dalla deindustrializzazione. L’Europa ha smesso di ospitare molte produzioni manifatturiere ad alta intensità di consumo energetico. Ma ogni volta che un consumatore europeo compra un prodotto “made in China” (o in Corea, Bangladesh, Vietnam) contribuisce alle emissioni carboniche che l’Occidente ricco ha delegato alle economie emergenti.
La triangolazione Obama-Xi-Modi riassume i problemi reali, offre uno spaccato del mondo com’è davvero. Il premier indiano Modi può irritare con il suo nazionalismo rivendicativo, che ne ha fatto il leader del Sud del pianeta. Può disturbare un atteggiamento che trasforma la sfida ambientale in una partita contabile: dimmi quanto mi paghi, e ti dirò quanto sono disposto a fare. È il nodo dei trasferimenti Nord-Sud, i 100 miliardi di dollari promessi alle nazioni emergenti per finanziare la loro riconversione a uno sviluppo sostenibile; fondi insufficienti; e comunque stanziati solo in piccola parte. Questa partita Nord-Sud è circondata di sospetti reciproci. Quanta parte di quei fondi serviranno a esportare tecnologie “made in Usa”, “made in China” o “made in Germany”? Quanta parte finirà assorbita dalla corruzione di classi dirigenti predatrici?
C’è però dietro il dibattito Nord-Sud una realtà innegabile. Basta ricordare un esercizio che i lettori di
Repubblica conoscono, perché più volte è stato fatto su queste colonne: le fotografie del pianeta scattate dai satelliti di notte. L’intensità delle luci artificiali riflette la distribuzione della ricchezza. Chi sta meglio illumina meglio. Vaste zone della terra sono sprofondate in un’oscurità quasi totale: gran parte dell’Africa, ed anche una porzione consistente del subcontinente indiano. Quelle immagini vanno affiancate al discorso rivendicativo di Modi. È un diritto umano basilare, avere una lampadina accesa la sera in casa per fare i compiti e ripassare la lezione. Il problema è quando la lampadina in casa serve per una nazione con 1,2 miliardi di abitanti. L’energia meno costosa per loro è il carbone. La peggiore di tutte.
La Cina è già un passo più in avanti. La lampadina ce l’hanno quasi tutti, anche il frigo, la lavatrice e l’auto. Il prezzo da pagare è un’aria così irrespirabile, che ormai l’élite cinese compra seconde case in California non solo come status symbol ma come una polizza assicurativa sulla propria salute. Perciò Xi ha deciso che la riconversione dell’economia cinese è una priorità, non una concessione all’Occidente. Lui può operare queste svolte senza i vincoli del consenso che ha Obama. In nessun altro paese al mondo è attiva una furiosa campagna negazionista sul cambiamento climatico, come quella condotta dal partito repubblicano. I suoi finanziatori della lobby fossile non arretrano davanti a nulla. La multinazionale petrolifera Exxon falsificò per decenni le conclusioni dei suoi stessi scienziati, che coincidevano con quelle della comunità scientifica mondiale. Esiste un altro capitalismo americano, guidato da Bill Gates, che mette in campo vaste risorse per finanziare l’innovazione sostenibile. È un passaggio importante: uno dei problemi delle energie rinnovabili è che le sovvenzioni pubbliche, pur sacrosante, stanno rallentando il ritmo del progresso tecnologico necessario per renderle più competitive, e risolvere problemi come l’immagazzinamento dell’energia pulita. L’Onu definisce l’appuntamento di oggi a Parigi come «la nostra ultima speranza». Di certo è l’occasione per i leader mondiali di dimostrare che la sfida ci riguarda tutti, e chi pensa di lasciare ad altri le scelte difficili non fa un investimento lungimirante neppure nell’ottica del suo interesse nazionale.
Federico Fubini
Repubblica 30 novembre 2015

Cop21

http://www.cop21.gouv.fr/en/

Usa-Cina : accordo per ridurre il gas serra

serraLa corsa per fermare il riscaldamento globale accelera. Stati Uniti e Cina hanno raggiunto un accordo per ridurre su base volontaria le emissioni di gas serra, finalizzato a diminuire i danni dell’inquinamento e favorire la firma di un nuovo trattato globale per rinnovare il Protocollo di Kyoto, al vertice in programma l’anno prossimo a Parigi. Così il presidente Obama, incassa un successo internazionale che gli consente di far passare in secondo piano la sconfitta subita dal suo partito alle elezioni midterm del 4 novembre scorso.

In base all’intesa bilaterale annunciata oggi da Obama e Xi Jinping, Washington si impegna a ridurre entro il 2025 le sue emissioni di gas serra di una quantità compresa fra il 26 e il 28% rispetto al livello del 2005. Pechino, invece, promette di raggiungere il massimo delle sue emissioni intorno al 2030, con l’intenzione di arrivare a questa soglia anche prima. Dal 2030 in poi il suo inquinamento comincerà a scendere, puntando sull’obiettivo di produrre il 20% della propria energia con fonti alternative non fossili entro quella data. L’impegno preso dagli Stati Uniti raddoppierà il ritmo della riduzione globale dell’inquinamento dall’1,2% annuo tra il 2005 e il 2020, al 2,3 – 2,8% nel periodo successivo dal 2020 al 2025. Per la Cina, invece, passare dallo zero al 20% di consumo energetico basato su fonti che non producono emissioni vorrà dire sviluppare tra 800 e 1.000 gigawatts con gli impianti nucleari, eolici, solari, o di altra tipologia alternativa.

Insieme Usa e Cina sono responsabili di circa un terzo delle emissioni globali di gas serra, e quindi il loro accordo ha un doppio valore: sul piano pratico, infatti, riduce l’inquinamento; e su quello diplomatico offre una forte spinta alle trattative in corso per rinnovare il protocollo di Kyoto, durante il vertice Onu sul clima previsto a Parigi nel 2015. Per il presidente Obama, poi, l’intesa con il collega Xi ha anche un importante valore politico, perché gli consente di ottenere un risultato tangibile subito dopo la sconfitta nelle elezioni midterm. Il primo passo verso una serie di iniziative che prenderà sfruttano i suoi poteri esecutivi, per restare rilevante e salvare la sua eredità storica.

http://www.lastampa.it/2014/11/12/esteri/stati-uniticina-raggiunto-laccordo-sull-emissione-di-gas-serra-Ch4Jqw3HLpeoNBCUV9777O/pagina.html

http://www.repubblica.it/ambiente/2014/11/12/news/gas_serra_usa_e_cina_s_impegnano_a_ridurre_le_emissioni_entro_il_2030-100336891/

 

 Il Protocollo di Kyoto e il post-Kyoto

Con il termine “Protocollo di Kyoto” si intende l’accordo internazionale sottoscritto il 7 dicembre 1997 da oltre 160 paesi partecipanti alla terza sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione sui cambiamenti climatici (UNFCCC ). Oggetto del Protocollo è uno degli aspetti del cambiamento climatico: la riduzione, attraverso un’azione concordata a livello internazionale, delle emissioni di gas serra.

Obiettivo del Protocollo è la riduzione delle emissioni globali di sei gas, ritenuti responsabili di una delle cause del riscaldamento del pianeta, primo tra tutti l’anidride carbonica (CO2). Gli altri gas interessati sono il metano (CH4), l’ossido di azoto (N2O), l’esafluoruro di zolfo (SF6), gli idrofluorocarburi (HFCs) e i perfluorocarburi (PFCs).

 Protocollo di Kyoto ha impegnato i Paesi industrializzati ed i Paesi con economia in transizione a ridurre del 5,2%, rispetto ai livelli del 1990, le emissioni di gas in grado di alterare l’effetto serra del Pianeta entro il 2012. ….

Nel corso della 18a conferenza delle Parti dell’UNFCCC (COP 18) e dell’8a conferenza delle Parti che funge da riunione delle Parti del protocollo di Kyoto (COP/MOP 8), tenutasi a Doha (Qatar) dal 26 novembre all’8 dicembre 2012, l’impegno per la prosecuzione oltre il 2012 delle misure previste dal Protocollo è stato assunto solamente da un gruppo di Paesi (tra i quali Unione Europea, Australia, Svizzera e Norvegia), che rappresentano appena il 15% circa delle emissioni globali di gas-serra. I 200 paesi partecipanti hanno invece lanciato, a partire dal 1° gennaio 2013, un percorso finalizzato al raggiungimento, entro il 2015, di un nuovo accordo che dovrà entrare in vigore nel 2020.

http://www.camera.it/camera/browse/561?appro=9&L’attuazione+del+Protocollo+di+Kyoto

Zero emissioni entro il 2100, una scommessa per il pianeta

Articolo di A.Cianciullo su Repubblica del 3 novemnte 2014

Leggi l’articolo

http://www.ipcc.ch/

 

Nella sintesi finale del quinto rapporto dell’Ipcc presentato ieri a Copenaghen  si trovano passaggi che rafforzano le valutazioni fatte da questo organismo nel corso degli ultimi 25 anni e ci sono delle novità negli accenti sugli interventi da adottare. I dubbi si riducono, la constatazione del raggiungimento dei più elevati livelli di CO2 in atmosfera da 800.000 anni ammonisce sulla gravità della situazione.

http://www.qualenergia.it/articoli/20141103-quinto-rapporto-sintesi-IPCC-possiamo-farcela-rinnovabili

Anche le mucche inquinano

muccaChi pensa che Barack Obama abbia attenuato il suo impegno ambientalista, si ricreda. Il piano della Casa Bianca per salvare il pianeta passa dalla “mucca del futuro”. Meno flatulenta e più controllata nelle emissioni di gas dall’esofago. E’ l’arma segreta per ridurre la quantità di gas che generano l’effetto serra nell’atmosfera, il trend di lungo periodo di riscaldamento del clima. È anche la posta in gioco di una nuova sfida tecnologica tra le più grandi potenze agricole mondiali.

Non è uno scherzo, la corsa alla “mucca pulita” finisce in prima pagina sul Financial Times, autorevolmente avallata dagli scienziati che collaborano al progetto della Casa Bianca. L’Amministrazione Obama lo preparava da tempo, il lancio ufficiale è avvenuto il mese scorso. Può sembrare un obiettivo marginale, rispetto alle battaglie contro la potentissima lobby del petrolio e dello “shale gas” (rafforzata di recente dai ricatti energetici di Vladimir Putin). ……

http://www.repubblica.it/ambiente/2014/04/10/news/ambiente_le_mucche_del_futuro_a_impatto_zero-83202269/?ref=HREC1-40