Draghi è il motore

draghingiSu Mario Draghi esistono giudizi complessivamente positivi che però differiscono sui tratti caratteriali che lo distinguono. Alcuni lo vedono come un “homo oeconomicus“, altri come economista, certo, ma anche politico, anzi soprattutto politico perché mette l’economia al servizio del bene comune. Credo che questo secondo giudizio sia quello giusto. Del resto lo storicismo, cioè il frutto maturo dell’Illuminismo, identifica economia e politica; l’economia ha infatti l’etica come cintura di sicurezza o, se volete, l’amore per se stesso (economia) e quello per gli altri (etica). La politica li condiziona tutti e due e la dinamica fa sì che a volte predomini l’uno e a volte l’altro senza però che l’aspetto più debole scompaia del tutto.

Draghi è, secondo me, il tipico esempio di chi mette gli strumenti dell’economia che la Bce possiede, al servizio della politica e usa il mercato non solo come stimolo alla crescita ma come sviluppo delle istituzioni europee verso l’obiettivo d’uno Stato federale.

Da domani avrà inizio l’intervento della Bce e delle Banche centrali nazionali sul mercato dei titoli pubblici. L’operazione è attesa già da due mesi. È stata deliberata definitivamente un mese fa e domani comincia. Gli effetti sul mercato sono stati registrati da tempo ma giovedì e venerdì scorsi hanno compiuto ancora un balzo: il prezzo dei titoli è aumentato al massimo facendo diminuire lo spread rispetto ai Bund tedeschi a 100 punti-base e praticamente allineando il tasso di cambio tra l’euro e il dollaro alla parità con vantaggi evidenti sulle esportazioni.

Bisogna sottolineare ancora un aspetto di questa operazione: il grosso degli acquisti sarà compiuto dalle Banche centrali nazionali (l’80 per cento del totale) e il 20 direttamente dalla Bce. Le conseguenze politiche che quel 20 eserciterà sono la proprietà europea di quei titoli perché stanno nel portafoglio della Bce, istituzione europea per eccellenza del cui capitale sono azionisti tutti gli Stati membri dell’Unione.
Il significato è evidente: un quinto dei debiti nazionali diventa debito europeo.

Il giornale “Il Foglio” di giovedì scorso, in un articolo di Aresu e Garnero, ha paragonato Draghi ad Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori dell’indipendenza dell’America e ministro del Tesoro nel governo di George Washington. Una delle operazioni di Hamilton fu di considerare i debiti degli Stati dell’Unione come debiti federali. Ed è in questa stessa direzione che sta operando Draghi. Quel 20 per cento porta inevitabilmente, specie attraverso l’unione bancaria europea, alla nascita per ora parziale ma certamente evolutiva, dell’assunzione dei debiti nazionali in debito sovrano europeo con annessa garanzia europea dei depositi bancari, della vigilanza europea sulle banche e, di fatto e di diritto, alla cessione di sovranità fiscale e del bilancio unico dell’Unione monetaria e politica. Alcune di queste misure sono già in atto altre saranno l’evoluzione necessaria della costituzione dello Stato federale……

Da: Perché è Draghi il motore della crescita europea. Di E. Scalfari  – 1 marzo 2015 – Repubblica

http://www.repubblica.it/politica/2015/03/01/news/perch_draghi_il_motore_della_crescita_europea-108440662/

 

L’Hamilton riluttante

A Draghi si chiede di agire da politico. Ma il banchiere centrale non può né vuole farlo fino in fondo

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/126097/rubriche/draghi-hamilton-riluttante.htm

 

Così rinasce il sogno dell’integrazione europea

eueuCOS’È esattamente l’Europa? L’Europa non è una condizione fissa, non è un’unità territoriale, non è uno stato e neppure una nazione. Di fatto, l'”Europa” non esiste, esiste l’europeizzazione, una metamorfosi, un processo di trasformazioni in corso. Sebbene il processo di europeizzazione  –  la “realizzazione di un’unione sempre più stretta dei popoli d’Europa”, come cita il trattato dell’Unione  –  sia stato intenzionale, le sue conseguenze istituzionali e materiali sono state fortuite. Il fatto sorprendente è che il processo di integrazione non ha seguito alcun piano generale.

Al contrario: l’obiettivo è stato volutamente lasciato aperto. L’europeizzazione “funziona” nella modalità specifica di improvvisazione istituzionalizzata. Per lungo tempo è sembrato che questa politica di effetti collaterali avesse un enorme vantaggio: il colosso dell’europeizzazione andava avanti implacabilmente, sembrava non avere bisogno di un programma politico indipendente o di una legittimazione politica.

Lo sviluppo dell’Ue può avvenire attraverso la cooperazione transnazionale di élite con propri criteri di razionalità, per lo più indipendenti da interessi, convinzioni politiche e pubblici nazionali. Questa interpretazione di “governance tecnocratica” è in relazione inversa con la dimensione politica. Il quadro dei trattati europei esercita una “meta-politica” che altera le regole del gioco della politica nazionale attraverso l’entrata in campo furtiva degli effetti collaterali.

L’europeizzazione non significa la scomparsa degli Stati nazionali, bensì la metamorfosi dello stato-nazione. Ispirandosi alla legge europea, la differenza amico- nemico è stata istituzionalmente sostituita da un’architettura cosmopolita di cooperazione tra Stati, creando, nel mondo a rischio del ventunesimo secolo, un nuovo livello di potere contrattuale e alcune leve per controllare i rischi globali e il potere economico.

L’europeizzazione è un processo di creazione di istituzioni che, per sua natura, è “cosmopolita“. Perché è così? Perché non è uno Stato federale (modello na- zionale). L’europeizzazione mette in comune la sovranità e la decentra anche ai governi locali-regionali. Questi stati europei cosmopolizzati inoltre subappaltano la sovranità anche alle istituzioni internazionali come la Nato, il Fondo monetario internazionale o il G7.

Qual è stata, allora, la motivazione che ha spinto a trasformare il progetto dell’Ue da carattere nazionale a un carattere cosmopolita? La mia risposta è: l’incentivo e la carica per questa metamorfosi sono comparsi con lo shock antropologico causato dagli orrori della seconda guerra mondiale. Da questa situazione sono emersi un orizzonte normativo e un imperativo: l’etica politica del “Mai più”  –  mai più Olocausto!

L’idea di base è che lo shock universale davanti alla violazione dei principi etici dell’umanità crei un orizzonte normativo di aspettative, che sfida l’ordine esistente delle cose dall’interno. “Mai più Olocausto!” implica un’intesa di giustizia e legge  –  l’obbligo di cambiare le istituzioni nazionali e gli atteggiamenti esistenti.
C’è un movimento rivoluzionario che sta scuotendo l’Unione europea nel contesto della crisi dell’euro. Non si tratta di un movimento pro-europeista, bensì anti- europeista.

Per riuscire a comprendere come si muovono i sentimenti anti-europeisti bisogna fare una grande differenziazione. Ci deve essere una chiara distinzione tra l’accettazione e l’uso dell’europeizzazione nella vita quotidiana e il sostegno politico all’Ue. Per chi vive una vita fortemente europeizzata, in particolare, l’Ue è politicamente molto controversa.

C’è questo paradosso: lo scetticismo nei confronti dell’Ue aumenta di pari passo con l’apprezzamento di una vita quotidiana europea. Ad esempio, i danesi e gli inglesi sono entrambi europeizzati nelle loro pratiche quotidiane ed euroscettici, se non addirittura anti-europeisti, come elettori.

Come può l’Europa superare questa crisi di convivenza? Una larga parte degli euro-critici e degli anti-europeisti che stanno alzando la voce in questo periodo sono prigionieri di una nostalgia nazionale obsoleta.
Ci serve una visione cosmopolita per capire il tipo di disperazione che ribolle sotto la superficie degli ambienti delle periferie europee e che sta tracimando in entusiasmo per la protesta antieuropeista.

Tutte le nazioni si trovano a dovere affrontare un nuovo pluralismo culturale, non solo come conseguenza della migrazione, ma anche della comunicazione in Internet, del cambiamento climatico, della crisi dell’euro e delle minacce digitali alla libertà. Persone delle più diverse estrazioni, con lingue diverse, concezioni di valore diverse e religioni diverse, vivono e lavorano insieme fianco a fianco, cercano di inserirsi negli stessi sistemi giuridici e politici, e i loro figli frequentano le stesse scuole.

Non dovremmo quindi pensare solo a “un’altra Europa”, dobbiamo pensare anche al prossimo passo dell’europeizzazione: al modo in cui le nazioni europee subiscono la metamorfosi da una concezione di carattere nazionale etnico a una concezione cosmopolita. Questa europeizzazione cosmopolita non è un ostacolo alla sovranità nazionale.

È esattamente il contrario, poiché include il cambiamento della sovranità degli stati nazionali europei dal livello nazionale a quello cosmopolita. L’europeizzazione non deve minacciare il carattere nazionale, è parte di ciò che fa aprire le nazioni al mondo, rendendole cooperative, appetibili e potenti, in un era di rischi globali.

Se l’Europa vuole superare le sue crisi di coesistenza, secondo un’altra tesi, deve riscoprire e rinvigorire la sua identità nelle grandi opere, nei monumenti e nei paesaggi della cultura europea. “Dalle coste dell’Africa dove sono nato”, scriveva Albert Camus, “si vede meglio il volto dell’Europa. E si sa che non è bello”.

Per Camus, ammiratore di Nietzsche, la bellezza è un criterio di verità e di vita felice. Ed è radicata nella cultura mediterranea. La storia ha logorato molte cose  –  l’idea della nazione, l’astuzia della ragione, la speranza nel potere liberatorio della razionalità e il mercato; perfino l’idea di progresso è diventata la fonte dell’apocalisse.
Ciò evoca l’immagine di una piacevole Europa delle Regioni che vale la pena vivere.

Il legame apparentemente necessario tra lo Stato, l’identità nazionale e una lingua unica verrebbe cancellato. L’Unione, gli Stati membri e le loro regioni si occupano del benessere dei cittadini a diversi livelli. Essi prestano ai cittadini, da un lato, una voce nel mondo globalizzato, dando loro, dall’altro, un senso di sicurezza regionale e di identità. La democrazia quindi sta diventando una realtà a più livelli.

Che cosa potrebbe riconciliare, dunque, gli europei anti-europeisti con l’idea di europeizzazione? L’anti-centralismo  –  l’antiideologia che è priva di nostalgia etnico-nazionale. La svolta e il ritorno alla bellezza delle regioni che, allo stesso tempo, sono anche globalizzate, come métissage culturale, incontro tra diverse culture. E la città come attore europeo cosmopolita! La libertà è nell’aria della città.

Se si guarda il panorama politico, si vedrà che le città sono isole rosso-verdi nel mare nero del conservatorismo nazionale. Perciò non dovremmo cercare solo gli Stati Uniti d’Europa, ma anche le Città Unite d’Europa  –  per un’Europa multicentrica e per la democrazia europea.

di ULRICH BECK

(20 settembre 2014)

http://www.repubblica.it/dal-quotidiano/r2/2014/09/20/news/citt_unite_d_europa_cos_rinasce_il_sogno_dell_integrazione-96210783/