Vendiamo vasi a Samo

Per ora nemmeno il super euro è riuscito a fermare la straordinaria cavalcata dell’export italiano che negli anni della Grande crisi è servito a tenere in piedi il Paese. I dati di ieri dell’Istat confermano come la sopravvalutazione della moneta unica ci stia creando qualche problema soprattutto negli Usa (a febbraio le esportazioni sono scese dello 0,9% rispetto a gennaio) ma esaminando gli indicatori sulla lunghezza di 12 mesi registriamo un confortante 3%.

Esportiamo un po’ meno dei tedeschi ( 3,7%) ma meglio dei cugini francesi (fermi a 2,7%) nonostante che questi ultimi abbiano una presenza della grande distribuzione all’estero inimmaginabile per noi.

Guardando più da vicino la nostra performance ci sono alcune sottolineature che è utile fare. In primo luogo le nostre imprese si sono mostrate capaci di vendere sia sui mercati di tradizionale presenza (Usa ed Europa) sia su quelli emergenti, dimostrando così ancora una volta una grande capacità di adattamento. È vero che l’immagine del made in Italy all’estero è trainata dai grandi marchi del lusso e dell’alimentare ma le piccole e medie imprese, quelle organizzate nella formula dei distretti, fanno segnare risultati di almeno un punto superiore alla pur lusinghiera media nazionale.

Infine, sul podio dei campioni dell’export italiano stanno salendo settori che non avremmo considerato tali come il farmaceutico, che ha fatto registrare nell’ultimo anno un tasso di crescita del 12%; tra i Paesi produttori di medicinali siamo quello che sta realizzando i maggiori incrementi di ricavi all’estero. Per chiudere quèste considerazioni vale la pena riportare un singolare studio realizzato dalla Camera di commercio di Monza secondo il quale l’industria italiana ha la straordinaria capacità di «vendere vasi a Samo» ovvero di esportare più coltelli in Svizzera di quanti ne importiamo, e idem per la birra in Inghilterra, le patate e gli elettrodomestici in Germania, i mobili in Svezia. La verità probabilmente sta negli incredibili mutamenti che il commercio mondiale va determinando nelle tradizionali mappe della produzione. Gli stereotipi muoiono, basta pensare che noi subiamo l’onta di importare arance e siamo però diventati uno dei primi produttori mondiali di kiwi. Vista la stagnazione del mercato interno probabilmente stiamo evolvendo verso un modello export led per necessità. …..

 

Dario Di Vico Corriere della sera del 17/04/14

La maledizione dell’euro forte

eurissimoLa famosa «maledizione dell’euro» colpisce ancora. Nonostante la ripresa della sua economia sia fragile e il Fondo monetario internazionale preveda un ben magro tasso di crescita annuale del Pil – meno 0,4 per cento nel 2013 e più 1 per cento nel 2014 contro l’1,6 e il 2,6 per gli Stati Uniti – l’euro ha raggiunto il picco degli ultimi due anni contro il dollaro e si è rivalutato di circa il 10 per cento rispetto alle valute dell’insieme dei suoi partner commerciali.

Le ragioni sono molte. In parte, ma non solo, spiegate dalla incertezza sul futuro dell’economia Usa, provocata dalla caotica discussione sul debito pubblico negli Stati Uniti e dalla aggressività della politica monetaria giapponese. Ma la verità è che, qualsiasi cosa succeda altrove, appena la situazione comincia a migliorare la nostra moneta si apprezza. E infatti, nonostante le nostre prospettive di crescita siano modeste, il peggio sembra essere passato e, dalla seconda meta di quest’anno, i segnali di ripresa sono emersi in modo sempre piu convincente sia nel Sud sia nel Nord della zona euro.
Con una moneta forte le nostre merci all’estero sono più care (a meno che non si compensi l’effetto cambio con un taglio dei costi). Questo implica una perdita di competitività nel breve-medio periodo che potrebbe rallentare la crescita delle nostre esportazioni fuori dell’area euro, cioè in quelle economie che mostrano un maggiore vigore della domanda. …….

I Paesi della moneta unica hanno risposto alla crisi contraendo la domanda interna e, con più o meno successo, accrescendo la quota delle esportazioni sul Prodotto interno lordo (Pil). Nel 2013 il Fondo monetario stima che la zona euro nel suo insieme raggiungerà un surplus del 2,5 per cento del Pil. Chi ce l’ha fatta ha ottenuto risultati scommettendo sui mercati esteri, in particolare sui Paesi emergenti.

Nonostante queste osservazioni, un euro che a questo punto della congiuntura europea si rafforza ulteriormente è un fattore preoccupante che potrebbe mettere a rischio la ripresa…….

Con una domanda interna debole che con ogni probabilità rimarrà tale anche con la ripresa, il fattore trainante della crescita sono le esportazioni e in particolare quelle al di là dei confini dell’eurozona. Colpirle ora significa correre il rischio di perdere il treno della ripresa dell’economia mondiale e rendere molto più doloroso l’aggiustamento necessario all’assorbimento del debito……

…. l’euro forte esercita una pressione al ribasso sui prezzi in un contesto in cui l’inflazione, all’1,1 per cento, è così contenuta da far temere l’entrata in un regime di deflazione simile a quello vissuto dal Giappone negli ultimi vent’anni. La deflazione (la generale diminuzione di prezzi) agisce negativamente sul consumo: chi spende oggi se ci si aspetta che i costi saranno più bassi domani? Inoltre, accresce il peso reale del debito che, insieme alla bassa crescita, è un fattore di rischio per la sua sostenibilità. Come il Giappone insegna, una volta che la deflazione si innesta, è molto difficile liberarsene. Essa modifica i comportamenti dei consumatori e spinge l’economia verso la stagnazione. …..

http://www.corriere.it/cronache/13_ottobre_30/doveva-rompersi-ora-troppo-forte-c34c461e-4129-11e3-b893-6da25b6fc0fa.shtml