Quel conflitto tra democrazie che ancora divide l’Europa

gtritoGli dei fanno prima impazzire coloro che vogliono distruggere. In questo caso li fanno annoiare. I vertici dell’eurozona sulla Grecia si moltiplicano, ogni volta annunciati come “l’ultima occasione” e gli europei ormai sono quasi in preda alla narcolessia. Sonnecchiamo sul sedile del passeggero anche mentre l’auto cade nel burrone. Ma non c’è niente da fare. Se i capi di governo dell’Ue non trovano una via d’uscita in occasione del vertice di emergenza convocato per questa domenica, il prossimo lunedì il progetto di integrazione europea potrebbe iniziare a disfarsi. Se pensate che in gioco ci sia solo il futuro della Grecia, be’, pensateci due volte.

Il problema è che la cronica incapacità dell’Eurozona di fare qualcosa che non sia tirare a campare non è semplicemente frutto di politiche sbagliate e di una leadership debole, che abbondano da ogni parte, governo greco, governo tedesco e istituzioni europee e internazionali inclusi. Ma le cause sono ben più profonde, radicate nella debolezza strutturale del progetto europeo già decenni fa. La maggioranza dei politici responsabili di queste debolezze ormai sono morti o vivono un’arzilla terza età. Sotto molti aspetti i leader di oggi sono intrappolati nella logica perversa delle istituzioni create dai loro predecessori. Sarà necessario uno straordinario balzo di coraggio e creatività per superarlo.
Se mi chiedete chi sono i due primi responsabili della crisi dell’Eurozona di cui la Grecia è solo la manifestazione più estrema, vi direi l’ex presidente francese François Mitterrand e Giulio Andreotti. Furono loro due che, subito dopo la caduta del muro di Berlino, costrinsero il cancelliere Helmut Kohl ad accettare il programma che avrebbe portato all’unione monetaria europea, offrendo in cambio, obtorto collo, il sostegno all’unificazione tedesca, ma senza accettare l’unione fiscale necessaria al funzionamento della moneta unica. «La storia recente, non solo in Germania», disse Kohl dall’alto del suo sapere, «c’insegna che è assurdo attendersi di poter mantenere nel lungo periodo l’unione economica e monetaria in assenza di unione politica». Come aveva ragione!
Questo non è che uno dei tanti peccati originali dell’eurozona. La Francia e l’Italia chiesero l’impegno nei confronti della moneta unica, ma fu la Germania a scrivere gran parte delle regole – ed erano regole tedesche, improntate all’ossessione della lotta all’inflazione e studiate per gli scenari macroeconomici di un’epoca diversa. Dato che si trattava soprattutto di un progetto politico e Francia e Italia dovevano essere parte dell’Eurozona fin dall’inizio, si ebbe una sorta di effetto domino al contrario. Se l’Italia era dentro, allora doveva entrare anche la Spagna, e poi il Portogallo e via così fino alla Grecia, uno stato profondamente clientelare e non toccato dalla modernizzazione. La Grecia non avrebbe mai dovuto aderire all’unione monetaria che, a sua volta, non sarebbe dovuta partire, neppure limitatamente a un gruppo più ristretto di economie compatibili, almeno fino a che non si fossero affrontati i peccati originali strutturali.
Il vecchio re Kohl sperava che, come era più volte accaduto nell’Europa post 1945, l’integrazione economica avrebbe finito per catalizzare la necessaria integrazione politica. Ma finora non è andata così. Con lo svanire della memoria della guerra, dell’occupazione e della dittatura l’opinione pubblica in tutto il continente – non da ultimo nella stessa Germania – ha sviluppato un atteggiamento più pragmatico, scettico o del tutto disincantato riguardo al progetto europeo. La soluzione proposta per sanare il cosiddetto deficit democratico dell’Ue, ossia conferire maggiori poteri al parlamento europeo a elezione diretta, quindi presentare Spitzenkandidaten, candidati alla presidenza della Commissione Europea scelti dai partiti, non ha funzionato. Molte volte negli ultimi mesi ho chiesto a platee di persone andate alle urne se avessero intenzionalmente votato per uno degli Spitzenkandidaten e quasi nessuno ha risposto di sì. La teoria è una cosa, la pratica un’altra.
Quindi qualunque opinione abbiate del comportamento di Alexis Tsipras Alexis Tsipras, non ha senso far finta che Jean-Claude Juncker goda di una legittimazione democratica europea maggiore in confronto al primo ministro greco. La realtà della democrazia europea resta nazionale: la sfera pubblica europea non è cresciuta molto rispetto a quando ho iniziato a studiare e a girare l’Europa 40 anni fa. Esistono pubblicazioni dirette a un pubblico ridotto e colto in tutto il continente, ma la maggior parte della gente in Europa si ferma ai media nazionali, anche quando la lingua è comune. A Vienna mi hanno spiegato quanto sia diverso il tono con cui i media austriaci trattano l’argomento Grecia rispetto ai media tedeschi.
Quindi non esiste una sola Grecia, bensì 28 grecie diverse, a seconda del paese in cui siete. La grecia estone o lituana sarebbe pressoché irriconoscibile agli occhi degli italiani, figuriamoci dei greci. Analogamente non c’è una sola Germania bensì 28 – e pochi tedeschi riconoscerebbero il proprio paese nella “Germania” dei quotidiani greci. Queste narrazioni in netto contrasto sono alimentate dai politici di ogni paese che emergono da ogni vertice di Bruxelles strombazzando i loro successi e attribuendo ogni partita persa ad altri governi o alle malefiche istituzioni europee. Il ministro degli esteri belga ha ironizzato sul fatto di essere l’unico a non poter dare la colpa a Bruxelles (perché è anche la sede del suo governo).
John Stuart Mill ha scritto che l’unità dell’opinione pubblica necessaria al funzionamento del governo rappresentativo non può aversi tra gente che manca di senso di comunità, soprattutto se si parlano lingue diverse. L’Europa non l’ha ancora smentito. Nelle scorse sei settimane sono stato in sei paesi diversi riscontrando dolorosamente l’assenza, tra di loro, di un senso di comunità. Contrapporre la democrazia alla tecnocrazia è ormai un cliché. Purtroppo la verità è ancora più amara, perché nell’Eurozona è presente il peggio di entrambi i termini. Istituzioni come la Commissione Europea e l’Fmi mostrano alcune delle pecche (nonché delle virtù) della tecnocrazia, inclusa la tendenza ad aderire a ortodossie irrealistiche, a un’economia a taglia unica.
Ma se parliamo dei leader europei allora lo scontro è tra democrazia e democrazia. Subito dopo il no greco di domenica scorsa Tsipras ha celebrato “la vittoria della democrazia” le Termopili rivisitate e corrette in modello agitprop. Ma, benché Angela Merkel non discenda direttamente da Pericle, è un leader in tutto e per tutto democratico quanto Tsipras e egualmente soggetto ai limiti imposti dall’interesse nazionale e (cosa spesso più importante) dalle emozioni nazionali. Così i 28 leader che si riuniscono a Bruxelles domenica assieme ai vertici delle istituzioni europee non dovranno semplicemente superare le proprie posizioni, ma sormontare gli ostacoli strutturali creati dai loro predecessori andando oltre l’ortodossia dei tecnocrati e negoziando un processo per conciliare i legittimi imperativi di 28 democrazie nazionali. Se falliranno, non solo la Grecia, ma l’intero progetto europeo precipiteranno in una crisi ancor più grave. La crisi esistenziale finirà per essere colta come kairos , l’oppotunità di azione decisiva? Da europeo lo spero, da analista ne dubito.

Quel conflitto tra democrazie che ancora divide l’Europa


Traduzione di Emilia Benghi

With 28 versions of Europe, it’s no wonder we barely recognise each other

Whom the gods will destroy they first make bored. We have seen so many “last chance” eurozone summits about Greece that many Europeans have almost lost consciousness. We doze in the passenger seat even as the car goes over the cliff.But this is it. If the EU’s heads of government don’t find a way forward at their emergency summit this Sunday, then on Monday a 70-year-old project of European integration may start to unravel. If you think it’s just the future of Greece that’s at stake, think again…..

 

 

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Le previsioni del Fondo monetario

 

sferLe prospettive di crescita per l’anno in corso rimangono sostanzialmente invariate, secondo le previsioni che il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha appena divulgato a Washington. L’economia mondiale crescerà del 3,5 per cento come previsto dalla medesima istituzione lo scorso gennaio.

Il complesso delle economie avanzate dovrebbe registrare un tasso di espansione del 2,4 per cento, riflettendo il ridimensionamento della crescita dell’economia americana (dal 3,1 previsto lo scorso gennaio al 2,5) compensato in parte da una maggiore crescita dell’Eurozona pari all’1,5 per cento (contro l’1,2 di gennaio).

Nell’Eurozona, i paesi core sospingono la ripresa con Germania e Francia che crescono dell’1,6 e dell’1,2 per cento rispettivamente, un aumento di quasi un terzo di punto percentuale rispetto allo scorso esercizio previsionale. Per l’Italia, le previsioni parlano di una crescita dello 0,5 per cento, un decimale in più di quanto ci si attendeva a gennaio.

Ma è la Spagna a confermarsi l’elemento di sorpresa nell’Eurozona, con un tasso previsto di espansione pari al 2,5 per cento, in rialzo di mezzo punto dallo scorso esercizio previsionale, sospinto da una favorevole dinamica del mercato del lavoro, dalle esportazioni trainate dal deprezzamento dell’euro e, infine, da un miglioramento dell’accesso al credito facilitato dalle politiche di Quantitative easing (o allentamento quantitativo) della Banca centrale europea.

Tra le economie emergenti, in Asia le previsioni per la Cina rimangono stabili al 6,8 per cento, mentre l’India registra una sorpresa positiva con un tasso di crescita in aumento al 7,5 per cento. Alla sostenuta dinamica dei giganti asiatici, si contrappongono le previsioni meno favorevoli di Russia e Brasile, il cui pil dovrebbe contrarsi, rispettivamente, del 3,8 e dell’1,1 per cento nell’anno in corso.

Eppure, a fronte della dinamica sostanzialmente invariata rispetto al precedente ciclo previsivo, le analisi dell’istituzione multilaterale rivelano un persistente deterioramento del tasso di crescita potenziale dell’economia mondiale negli anni a venire. Per le economie avanzate, la compressione del tasso potenziale era evidente già prima della crisi; l’eruzione di quest’ultima ha finito dunque con l’accentuare la dinamica già in atto. L’invecchiamento della popolazione, la caduta nella spesa degli investimenti e, durante la crisi, il deterioramento della situazione occupazionale hanno determinato tale ridimensionamento delle prospettive di crescita nel medio periodo rispetto al contesto pre-crisi. Per le economie emergenti, inoltre, si va attenuando l’elemento propulsivo che ne ha sospinto sinora la convergenza verso le economie avanzate.

La risposta, secondo l’istituzione di Washington, consiste nel sostenere la domanda aggregata nel breve periodo sfruttando tutti gli elementi di flessibilità disponibili, per esempio con politiche monetarie nell’Eurozona in cui l’inflazione dovrebbe rimanere sotto il 2 per cento fino al 2020. Allo stesso tempo, il Fmi raccomanda un aumento degli investimenti, infrastrutturali e in ricerca e sviluppo, per espandere l’offerta aggregata. L’Italia è il fanalino di coda: gli investimenti in ricerca e sviluppo sono tra i più bassi tra le economie dell’Eurozona sia rispetto al pil sia come numero di addetti rispetto al totale degli occupati. Nel complesso, le analisi del Fmi aggiungono ulteriore urgenza alla necessità di introdurre riforme strutturali per dare più slancio alla crescita che, in Italia, vuole anche dire sostenibilità di un’enorme massa di debito pubblico che a febbraio, secondo la Banca d’Italia, ha raggiunto la nuova cifra record di 2.169,2 miliardi.

Magre consolazioni sul pil e una lunga lista di consigli. Il Fmi sull’Italia<!– –>

di Domenico Lombardi | 15 Aprile 2015 | Il Foglio

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/04/15/pil-italia-magre-consolazioni-e-una-lunga-lista-di-consigli-il-fmi___1-v-127795-rubriche_c283.htm

Più coraggio negli ideali della Ue

Greek-Invischiati nella crisi greca, i policy-maker europei dovranno presto fare un passo indietro e riflettere sulla questione più ampia del futuro dell’Eurozona. Prima di prevedere un’uscita o, al contrario, un’ulteriore integrazione, vale la pena valutare le conseguenze di ciascuna opzione Semplificando, si potrebbe dire che ci sono due strategie per gestire l’Eurozona: quella attuale, che si basa sul Trattato di Maastricht del 1992 e sull’aggiornamento del Fiscal Compact del 2012, ed una più ambiziosa alternativa federalista. Il federalismo sarebbe la configurazione che preferisco, ma non sono convinto che gli Europei siano pronti per fare ciò che è necessario per farlo funzionare.

L’approccio di Maastricht opera un superamento della sovranità statale soltanto attraverso il monitoraggio del deficit e del debito pubblico. I padri fondatori temevano, in modo lungimirante, che il default incombente di un particolare stato avrebbe potuto innescare un bail-out: perciò il Trattato di Maastricht ha previsto sia una soglia per il debito, sia una clausola che vietava il bail-out (“no bail-out clause)

La solidarietà verso un Paese in difficoltà è dettata dal timore che spillover provenienti dal default dello Stato in difficoltà incidano negativamente sui suoi soccorritori. Le esternalità negative che hanno origine dal default possono essere di natura economica (riduzione del commercio, rischi per gli intermediari e le banche, fughe di capitale verso altri Paesi) o di natura non economica (empatia, rischi per la costruzione europea, turbolenze diplomatiche da parte dello Stato in difficoltà)

La prospettiva di un bail-out può a sua volta generare azzardo morale; nell’ultimo decennio, i bassi tassi di interesse connessi alla possibilità di bail-out, hanno consentito ai Paesi periferici di procedere su rotte insostenibili.

L’approccio di Maastricht finora ha fallito. Per capirne il motivo, consideriamo i quattro ostacoli che ha di fronte: uniformità, complessità, attuabilità e solidarietà limitata. Temendo accuse di discriminazione, l’Europa ha definito parametri identici per tutti i Paesi, come se fossero un numero magico per la sostenibilità del debito.

Tuttavia, l’uniformità non ha basi teoriche al di fuori della sua trasparenza per i cittadini d’Europa: un debito al 40% può essere insostenibile per uno Stato, mentre un altro può sopportare un debito al 120%. Dipende tutto da una serie di fattori: la sostenibilità del debito di uno Stato può ad esempio essere favorita da una maggior capacità di riscuotere le tasse e di sostenere un aumento della base imponibile, da tassi di crescita più alti, da un aumento dell’influenza politica di quella parte di elettorato che avrebbe più da perdere da un default, o dalla quota del debito detenuta dai residenti (gli Stati non amano scaricare il default sui propri cittadini o sulle proprie banche).

La complessità si riferisce alla difficoltà di misurare l’indebitamento effettivo di uno Stato (…)

Sul fronte dell’attuabilità, i ministri delle finanze dell’Eurozona hanno fallito nel sanzionare le numerose violazioni del Patto di Stabilità e Crescita. Questo non dovrebbe sorprendere. (…)

L’approccio federalista, di cui sono un sostenitore, implica sostanzialmente più risk-sharing. Gli Eurobond renderebbero i Paesi europei collettivamente responsabili dei debiti sovrani. Un bilancio comune, una assicurazione europea sui depositi e sussidi comunitari di disoccupazione agirebbero come stabilizzatori automatici, offrendo molta più protezione agli Stati e rendendo la politica di no bail-out più credibile (gli stabilizzatori riducono le giustificazioni per le cattive performance fiscali); a questo riguardo, giova ricordare che il governo federale degli Stati Uniti smise di fare salvataggi fiscali dei singoli Stati Usa attorno al 1840.

Più coraggio negli ideali della Ue

Di Jean Tirole

Sole 24 ore 19 marzo 2015

L’economista francese Jean Tirole ha vinto il Premio Nobel per l’Economia nel 2014

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2015-03-19/piu-coraggio-ideali-ue-082109.shtml?uuid=ABfhcjBD&p=2

DIZIONARIO

Bail – out  Salvataggio di un’istituzione che si trovi in uno stato di insolvenza. Possono essere altri Stati, insieme a istituzioni quali il FMI, a prestare fondi a uno Stato che abbia difficoltà a finanziarsi sul mercato privato, al fine di evitare il suo default. Questo è ciò che è avvenuto in Europa nel 2010-11 con i piani di assistenza a favore di Grecia, Irlanda e Portogallo. Tali interventi pongono un delicato problema sul piano legale, per l’esistenza della no bail-out  clause nel Trattato sull’Unione Europea  Trattato di Maastricht), secondo la quale ciascuno Stato dell’area euro non dovrebbe essere oggetto di salvataggio da parte degli altri Stati membri.

Spillover  Il termine è usato  per indicare la diffusione di situazioni di squilibrio da un mercato all’altro.

Il Qe della BCE

qubce F acile dire “Quantitative easing”, una delle espressioni più utilizzate ultimamente da giornali, commentatori economici e addetti ai lavori e la cui popolarità cresce di giorno in giorno. Ma è difficile spiegare effettivamente che cos’è il Qe che Mario Draghi, il banchiere italiano che guida la Banca Centrale Europea, si appresta a lanciare sul territorio dell’eurozona, ufficialmente per salvaguardare la stabilità dei prezzi. Può facilmente diventare un passaggio storico per l’intera economia europea o un grande flop.

Il compito che Draghi ha davanti a sé è più arduo di quello affrontato dai suoi colleghi della Fed, della Bank of England e della Bank of Japan, dal 2009 a oggi. I loro programmi di quantitative easing erano obbiettivamente più semplici perché si rivolgevano a un solo paese. Il problema di Draghi è che in Europa esistono 19 paesi nell’euro e 28 partecipanti alla Ue ognuno con proprie emissioni di titoli di statointento di impedire che gli acquisti a pioggia di bond vadano in qualche modo a pesare sui bilanci degli Stati e quindi in ultima stanza sui contribuenti. Infine Draghi deve combattere contro lo scetticismo degli economisti, la maggior parte dei quali non è sicura che l’effetto finale del Qe possa tradursi in una ripresa dell’economia e quindi dell’inflazione verso la soglia minima del 2%, obiettivo esistenziale della Bce. Insomma una lunga serie di incognite circonda questo passaggio della politica monetaria europea e molte sono difficili da comprendere per il cittadino che però dovrebbe godere dei suoi benefici.

Vediamo di dipanare almeno in parte la matassa. Indebolire l’euro. Il primo effetto tangibile del Qe è quello di deprimere il cambio attraverso la creazione di base monetaria aggiuntiva. Si comprano i titoli di stato i cui rendimenti scendono e per questa via vi saranno meno afflussi di denaro verso i titoli denominati in euro. La svalutazione dell’euro è già in corso da qualche mese come diretta conseguenza degli annunci che via via Draghi ha fatto. Da 1,38 dollari per un euro si è passati a 1,18 ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di arrivare ancora più giù. «È inevitabile che l’euro si indebo-lisca, solo con lo shale gas gli Usa hanno guadagnato il 4-5% di competitività rispetto all’Europa. Il Qe deve avere l’obiettivo di abbattere il cambio fino a 1-1,1 contro il dollaro e di sollecitare i governi a continuare sul terreno delle riforme strutturali», osserva Davide Serra, fondatore e gestore dei fondi Algebris basati a Londra. Dai suoi conti il petrolio sotto i 60 dollari al barile vale per l’Italia uno 0,4% di Pil mentre ogni 10 centesimi di svalutazione dell’euro aumentano del 10% le esportazioni delle aziende. L’effetto combinato di valuta e petrolio dovrebbe far uscire l’Europa dal tunnel della recessione e portare una ripresa sostenuta.

Le banche impiombate. Draghi si è convinto della necessità di un Qe sui titoli di Stato perché i tentativi fin qui portati avanti di far affluire liquidità all’economia reale non hanno funzionato. La cinghia di trasmissione si è inceppata. I primi prestiti alle banche di inizio 2012 si sono tradotti in profitti per gli istituti attraverso gli impieghi in titoli di Stato ma non si sono trasformati in maggiori prestiti alle imprese. Anche le più recenti aste “Tltro” finalizzate all’economia reale, hanno registrato bassa richiesta da parte del sistema bancario (212 miliardi sugli oltre 400 previsti). «Il declassamento del rischio paese e i maggiori requisiti di capitale richiesti dagli organismi di sorveglianza inducono le banche a chiedere uno spread più alto sugli impieghi per remunerare il capitale», spiega Davide Grignani, responsabile Financial institutions di Société Générale a Milano. Il risultato è che in Italia e in altri cavnnbvPaesi i crediti in sofferenza rappresentano il problema principale e le erogazioni di prestiti alle imprese è diventata più selettiva. Le aziende sane che chiedono soldi per aumentare gli investimenti quelle export- oriented mentre le altre sono guardate con diffidenza. Il cavallo non beve, come si dice in questi casi. E le banche non gli danno da bere.

Incognita Grecia. «Il Qe potrebbe incidere ancor di più sul cambio rinvigorendo la crescita delle esportazioni visto che il 50% dei ricavi delle imprese viene da fuori dell’area euro», spiega Maria Paola Toschi, market strategist di JP Morgan Asset Management. «Draghi ha creato una forte aspettativa sul Qe e se questo non dovesse essere risolutivo sorgerebbe un altro problema per la Bce». Il percorso è accidentato e lo spettro di una nuova crisi della Grecia è tornato a materializzarsi nelle scorse settimane. Con una vittoria di Tsipras alle elezioni del 25 (3 giorni dopo la riunione della Bce) il tema della rinegoziazione del debito greco tornerebbe d’attualità e il percorso di austerity imposto dalla Troika (Bce, Ue, Fmi) messo in dubbio. A questo punto il dilemma di Draghi è il seguente: se include i titoli di stato greci nel Qe solleva le proteste della Germania e degli altri paesi rigoristi; se discrimina la Grecia con il Qe il mercato potrebbe pensare che la Germania e le nazioni forti hanno deciso di lasciare la Grecia al suo destino anche fuori dall’euro, come è stato paventato dai giornali tedeschi nei giorni scorsi. «Un’eventuale perdita sui titoli greci andrebbe a pesare sul bilancio della Bce e quindi sugli Stati partecipanti », ricorda Serra. «La Bce dovrebbe dire ai governi: vi compro i titoli di stato se fate una serie di riforme».

………

(12 gennaio 2015)

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/01/12/news/arriva_il_quantitative_easing_ecco_le_quattro_opzioni_bce_per_rilanciare_credito_e_crescita-104771044/

 

Un anno di Purgatorio

 

purgtAl principio di un nuovo anno pieno di incertezze geopolitiche, le prospettive per l’economia mondiale sono diventate inaspettatamente un pizzico più positive, grazie all’aiuto del crollo recente del prezzo del petrolio.
La congiuntura è sicuramente rosea per gli Stati Uniti, che dovrebbero facilmente riuscire a raggiungere una crescita del 3%, e con poca disoccupazione.
Ci sarà un buon ritmo di espansione anche in Asia, nonostante qualche preoccupazione sull’eventuale rallentamento dell’economia cinese. Il tasso di crescita per Pechino, anche se sta decelerando, dovrebbe arrivare al 7% nel 2015. Il prezzo dell’energia dovrebbe aiutare molto perché la Cina è il più grosso importatore al mondo di petrolio. L’India, intanto, è sotto una nuova e migliorata gestione economica, grazie al suo energico nuovo primo ministro, Narendra Modi, e dovrebbe arrivare a crescere tra il 5 e il 6%.
Solo in Europa, nel Vecchio Mondo, e soprattutto nell’eurozona, le prospettive non sono molto incoraggianti. Nel 2015, in Italia, la gente non dovrebbe percepire una ripresa (anche se potrebbe esserci qualche lieve aumento negli investimenti e consumi) ma piuttosto una sensazione di stagnazione continuativa. Non c’è tanto da festeggiare se l’Italia avrà una crescita tra lo 0,2 e lo 0,5%. La parola stagnazione descrive bene anche un’eurozona che cresce di circa 0,9 punti percentuali, nella quale la Germania non può raggiungere più dell’1% nel 2015 mentre la Francia arriverà a fatica al traguardo dello 0,8.
Quello che potrebbe cambiare lo scenario europeo e migliorare le prospettive in questo Purgatorio che sembra non avere fine sono due variabili: l’effetto della riduzione del prezzo dell’energia e di un deprezzamento o, meglio, di una svalutazione de facto, a mio avviso già in corso, tra moneta europea e dollaro americano.
A livello mondiale, per il Fondo monetario internazionale, il beneficio aggiuntivo del petrolio a 50-60 dollari al barile potrebbe valere una crescita migliorata fino allo 0,8%. In Europa, la riduzione del costo dell’energia per le imprese, se fosse nell’ordine del 40% per tutto il 2015, dovrebbe farsi sentire, e con effetti assolutamente salutari: per le imprese sarebbe quasi come ricevere una sorta di «80 euro». Tutto questo dovrebbe aiutare la crescita italiana. Ma se l’effetto del crollo del prezzo del petrolio è positivo, il costo del rischio geopolitico, come quello che deriva dalle sanzioni contro la Russia e la perdita in termini di commercio tra Mosca e Paesi come Germania e Italia, potrebbe risultare molto negativo. Le stime non sono scientifiche ma si potrebbe immaginare che la guerra economica in corso tra l’Ue e la Russia potrebbe costare in alcuni Stati dell’Ue fino a mezzo punto di Pil, cosa che potrebbe annullare il beneficio derivante dalla riduzione del prezzo dell’energia. Quindi, effetto netto zero.
Se i due fattori, petrolio a basso prezzo e costo geopolitico, si annullassero a vicenda, ci potrebbe comunque essere per l’Ue e per l’Italia un aspetto positivo dovuto al deprezzamento in corso dell’euro contro il dollaro. Se, come sembra probabile, il biglietto verde continuerà a rafforzarsi (poiché l’economia Usa è forte e robusta e la tendenza della Federal reserve è verso un rialzo dei tassi nel 2015) questo potrebbe portare una piccola pioggia di denaro per alcuni imprenditori, per l’export, e potrebbe dare la sensazione nostalgica di una svalutazione della lira, in cui chi vende fuori dell’eurozona potrebbe sentire un effetto positivo del 10 o 15% nel 2015.
Purtroppo, questo effetto salutare si farà sentire quasi solo nel settore del made in Italy, che ammonta a circa 400 o 500 miliardi, ovvero un quarto del Pil. Positivo senz’altro ma non risolve il problema della fievole domanda interna dell’economia italiana. E non risolve il problema che resta sospeso sopra le nostre teste come una spada di Damocle, e cioè il debito pubblico di 2.150 miliardi.
A livello europeo, purtroppo, lo spettro della deflazione è problematico per i Paesi con un livello elevato di debito pubblico. C’è un altro fattore negativo: la probabilità che il governo tedesco resti rigido e rifiuti di incrementare la sua spesa pubblica e gli investimenti per stimolare la propria economia. Un errore. I tedeschi esportano così tanto che forse pensano di potersi permettere di mantenere il rigore a livello interno e approfittare della svalutazione de facto dell’euro. Ma così faranno un danno a se stessi e al resto dell’eurozona; di conseguenza, con la loro crescita di un misero 1% nel 2015, i tedeschi acquisteranno anche meno merci italiane.
L’Europa si trova quindi di fronte un anno di deflazione e stagnazione, e così anche l’Italia. L’anno che ci aspetta potrebbe, per la maggior parte degli italiani, assomigliare agli ultimi dodici mesi. Il tasso di disoccupazione, dovrebbe cominciare a scendere a metà o forse alla fine del 2015, ma lo farà in modo talmente soffice che non si noterà. Contro questo scenario di Purgatorio prolungato, la questione che mi ha sempre spaventato di più è per quanto tempo e in quali condizioni il tessuto sociale italiano possa reggere, dopo anni di scoraggiamento e rassegnazione. Spero che il welfare rappresentato da famiglie estese e altri ammortizzatori sociali possa funzionare bene nel 2015.
Quello che ci attende sarà quindi un altro anno non facile. Ma il 2016 potrebbe essere meglio. Se l’Italia riesce a ritrovare un po’ di domanda interna nel 2015, e se il governo riuscirà ad attivare senza compromessi tutte le riforme messe sul tavolo, allora ci potrebbero essere delle speranze per il 2016. Ma quest’anno, il 2015, sarà ancora un anno di Purgatorio.

Alan Friedman
La crescita Usa, lo sviluppo asiatico e la stagnazione dell’Europa. L’andamento dell’economia nel 2015
Corriere della Sera, 2 gennaio 2015

Siamo al 43%

tazzL’Italia scende a piedi del – poco ambito – podio europeo della pressione fiscale. Secondo il bollettino di Bankitalia, infatti, lo scorso anno, la tassazione nella Penisola è salita al nuovo record del 43,3% del Pil, pur venendo superata dalla Finlandia. La media dell’Eurozona è al 41,2%.

Nella serie storica della pressione fiscale emerge un vero e proprio balzo della pressione fiscale negli ultimi tre anni: si è saliti dal 41,6% del 2010-2011 al 43,3% attuale, mentre nel 2005, il “peso” fiscale si attestava ancora sotto la soglia del 40%, al 29,1% del Pil. Il 2013 rappresenta così un record assoluto e per il secondo anno si supera anche il livello raggiunto nel 1997, con l’eurotassa per entrare in Europa, quando gli italiani hanno versato nelle casse dell’erario il 42,3% della ricchezza prodotta.

L’ultimo anno, nonostante il record, ci consegna però un miglioramento nel contesto europeo: passiamo dal terzo al quarto posto dei paesi ‘tassatori’. Dovuto al fatto che la Finlandia ha drenato risorse fiscali, passando da una pressione del 42,9 al 44%: ha quindi sorpassato l’Italia, che è inoltre stata affiancata, con un ex equo al 43,3%, dall’Austria che prima era al 42,4%.

In testa – tra i Paesi dell’Euro – rimane comunque la Francia, con il 47,6% di pressione fiscale, seguita dal Belgio con il 47,2%. Se si guarda a tutta l’Ue, invece, la medaglia d’oro di paese ‘tassatore’ spetta al primato, incontrastato da molti anni, della Danimarca, dove il peso di tasse e contributi è al 48,8%.

 

http://www.repubblica.it/economia/2014/12/05/news/fisco_bankitalia-102176569/?ref=HREC1-9

I costi dell’Europa non politica

images[7]Fiscal compact, six paks, two paks, semestre europeo: queste espressioni disegnano i contorni della politica europea Con quei vincoli auto-imposti dai governi di ieri, e subiti da quelli di oggi. Questo statodi fatto e di diritto pone due interrogativi: uno politico, l’altro economico. II primo attiene alla strana democrazia che caratterizza i Paesi dell’Eurozona, i cui cittadini conservano il diritto di cambiare governo, ma non quello di cambiare politica. In altri termini, una democrazia di forma, ma non di sostanza. Nasce da qui la questione economica. Se la politica attuata secondo i termini del Trattato avesse avuto esiti felici per l’occupazione e il tenore di vita, sarebbe razionale continuare sulla stessa strada; ma se al contrario portasse l’economia europea sull’orlo dell’abisso, sarebbe almeno il caso di interrogarsi sulla sua fondatezza. Certo, si potrebbe obiettare che questa politica non è finalizzata al benessere delle popolazioni, bensì alla riduzione del debito. Ma persino in rapporto a quest’obiettivo i risultati sono fallimentari. Non solo l’inflazione resta al di sotto dell’obiettivo indicato dalla Banca centrale europea, ma la deflazione che già colpisce alcuni Paesi sta minacciando l’Eurozona nel suo complesso. I governi che comprendono l’aritmetica ( il rapporto tra debito pubblico, crescita e inflazione) si sono «timidamente» azzardati a chiedere che questo circolo vizioso sia interrotto; ma sono stati subito richiamati all’ordine. Come si spiega quest’ostinazione delle istituzioni europee? Siamo quasi alla metafisica: «I vostri sforzi non sono ancora sufficienti per raccoglierne i benefici: perseverate, e sarete ricompensati». Ma le promesse di un futuro radioso hanno fatto cilecca. Non esiste alcuna teoria, né alcune prova empirica a indicare che dall’austerità possa emergere un mondo migliore. L’Europa è ammalata della dottrina da lei stessa iscritta nei suoi Trattati, in nome della quale va perseguendo a qualunque costo — sia economico che sociale — il Graal dell’equilibrio di bilancio.

 Eppure una politica del genere non ha alcuna prospettiva di successo. E ciò per i motivi che ho esposto nel Teorema del lampione ( Einaudi ). Ai governi non rimane più alcun margine di manovra, tranne che per l’attuazione di riforme strutturali, il cui risultato «involontario» potrebbe essere la deflazione. Privati degli strumenti del potere — la politica monetaria, di bilancio, di cambio e la politica industriale — non hanno oramai altra risorsa che quella di portare avanti una politica di competitività a breve termine, il cui strumento privilegiato è la cormpressione dei costi salariali. Per raggiungere quest’obiettivo possono disporre di alcune leve: sovvenzioni alle imprese sotto forma di riduzione degli oneri sociali, liberalizzazione del mercato del lavoro ( o meglio, se vogliamo dir pane al pane, minori tutele per i lavoratori ) e tagli alla spesa sociale della nazione. Ma se un Paese guadagna in competitività, vuol dire che altri l’hanno persa. Eppure esiste un’altra strategia, assai meno rischiosa, dato che non può in nessun caso portare alla deflazione; un modo più cooperativo per comprimere il costo unitario del lavoro e migliorare cosi i livelli di cornpetitività, non attraverso la riduzione dei salari, ma accrescendo la produttività del lavoro. Il suo strumento privilegiato: gli investimenti, sia privati che pubblici; i quali ultimi portano infatti a migliorare l’efficienza del settore privato ( basti pensare alle reti dei trasporti e delle comunicazioni ). Ma questa strategia è preclusa alla maggior parte dei Paesi dell’Eurozona dai vincoli di bilancio. L’aspetto più sconvolgente di queste politiche europee, irragionevoli sul piano economico, è la loro durezza sul quello sociale. Le tutele vengono ridotte nel momento stesso in cui la società ha più bisogno di essere protetta. fl modello sociale europeo, concepito in un periodo di piena occupazione viene progressivamente smantellato nel momento del maggior bisogno. In altri termini: quando c’è lavoro per tutti si promettono alte indennità ai disoccupati, per poi ridurle, col pretesto di una buona gestione finanziaria, via via che la disoccupazione aumenta.

Meglio sarebbe, per uscire dal binario morto su cui ci troviamo, riconoscere che l’architettura europea è fragile in ragione dei suoi vizi di costruzione, e tentare di porvi rimedio. Il principale di questi vizi sta nell’aver concepito l’Unione politica e monetaria come uno spazio ove i debiti nazionali sono sovrani, mentre la moneta non ha sovrano. Non si tratta di una formula. Gli stati membri dell’Eurozona emettono prestiti in una valuta sulla quale non hanno alcun controllo. In questo modo si lascia libero corso agli umori e alle profezie autorealizzatrici dei mercati. Se questi ultimi diffidano — anche se a torto — di un dato Paese, i capitali si affretteranno a lasciarlo, creando al suo interno una crisi di liquidità (diminuzione della sua massa monetaria ). La quale però non suscita alcun meccanismo di correzione ( una svalutazione ) e si trasforma di conseguenza in una crisi di solvibilità. A quel punto, lo Stato potrà ottenere prestiti solo a tassi notevolmente più alti, dato che non può costringere la propria banca centrale e sottoscrivere i suoi titoli. Ma c’è di peggio: questa minaccia sulla solvibilità di uno Stato mette in pericolo il suo si-sterna bancario, se i titoli pubblici che detiene si svalutano e i depositi bancari diminuiscono per effetto della riduzione della massa monetaria. E si vieta alla Banca centrale europea, pure consapevole di questo problema, di porvi rimedio. Le soluzioni sono facili da enunciare, ma politicamente difficili da attuare. La più logica sarebbe quella di chiudere lo spazio speculativo nel quale i mercati si stanno ingolfando; o in altri termini, creare nell’Eurozona un titolo di debito unico, e al tempo stesso assegnare un sovrano alla moneta. Fu indubbiamente la creazione della moneta unica a porre fine alla speculazione sui mercati di cambio, e quindi allo spread dei tassi d’interesse. Ma piuttosto che rischiare una maggior integrazione, i Paesi dell’Eurozona hanno preferito l’austerità di bilancio.

Quella che ho raccontato è una storia triste. La storia di un deficit di democrazia crescente, della distruzione di un capitale umano e sociale, di un deprezzamento del futuro. Eppure l’Europa è ricca, per le sue risorse, la sua qualità di vita, il suo capitale di conoscenze, la competenza delle sue donne e dei suoi uomini. Una politica diversa avrebbe potuto rivelare queste ricchezze. Per quanto tempo pagheremo ancora i costi economici e sociali dell’assenza di un’Europa politica?

Repubblica 24 novembre 2014 

I costi dell’Europa non politica

di Jean Paul Fitoussi
Quasi tutti conoscono la storia del tizio che cercava le chiavi sotto un lampione non perché le avesse perse lì, ma perché quello era l’unico punto illuminato della strada….
Il teorema del lampione