Ma l’Italia quanto cresce davvero?

Il numero degli occupati ai massimi da quarant’anni. Il ritmo di crescita più rapido del decennio. Il principale indice di Borsa di Milano lievitato quasi del 19% in dodici mesi e rendimenti dei titoli di Stato fra i più bassi del dopoguerra, mentre il fatturato dell’export nel 2017 aumenta più che in Francia o in Germania. Accanto a tutto questo, dai partiti proposte pensate per un elettorato psicologicamente ancora in recessione: vi leviamo le tasse sulle crocchette per gatti o la tivù di Stato; vi ridiamo la pensione nel pieno delle forze con un assegno intatto; vi garantiamo un sussidio universale o un salario minimo del 15% sopra ai livelli tedeschi.
Ma l’Italia come sta veramente? Quando si guardano i mercati finanziari, o l’economia, il lavoro e gli investimenti, o l’industria del credito, oppure la finanza pubblica, la risposta è sempre la stessa: ambivalente. Se l’obiettivo era la ripresa, è stato ampiamente centrato; se era una convergenza con il resto d’Europa, allora in gran parte sfugge e si allontana anche mentre splende il sole.

Era dal 2009 che l’Italia non vedeva tassi di crescita del reddito nazionale attorno all’1,5%, al punto che ormai un ritmo simile sembra un record; eppure nel 2017 sarà ancora una volta il più basso della zona euro, mentre il ritardo sul resto dell’area molto probabilmente è destinato a restare lo stesso: quasi un punto in meno, come nel 2016. Quanto al lavoro, un milione di posti sono stati aggiunti da quando la ripresa è arrivata in Italia all’inizio del 2014; nel frattempo però il tasso di occupazione – la quota di coloro che lavorano in proporzione a coloro che potrebbero farlo – resta nettamente la più bassa dell’Unione europea dopo la Grecia, staccata anche dalla Spagna. Lo stesso vale poi per i tassi di attività, che includono chi non lavora ma almeno studia: migliorati quasi del 2% in due anni, ma i più bassi in Europa (Grecia inclusa).
Si presta a una doppia lettura anche il volto migliore dell’economia nazionale, l’export. Nel 2017 le vendite all’estero sono salite di circa l’8%, più del commercio mondiale e più che in Francia (5%) e Germania (8%). Una seconda occhiata rivela però che dal 2010 al 2016 la crescita cumulata di fatturato del «made in Italy» (+24%) era rimasta indietro non sono sulla Francia (+ 25%) e la Germania (33%), ma era stata staccata da Spagna (34%) e Portogallo (38%). L’Italia cerca dunque di recuperare terreno, non accumulare vantaggio: impresa resa più complessa dal fatto che il numero di imprese esportatrici resta quasi fermo, non si espande. Sempre la stessa élite di produttori diventa più efficiente, allargando il divario con tutti gli altri. Una delle ragioni è forse in una quota di laureati nel Paese salita dal 12% (2007) a quasi il 16%, pur restando nettamente la più bassa dell’area euro; l’Île-de-France. la regione di Parigi, ha una densità quasi doppia di giovani laureati rispetto alla Lombardia.
Una seconda ragione più transitoria della mancata crescita di scala di tante imprese è negli investimenti che in Italia finalmente salgono, ma restano scarsi: siamo al 17,2% del prodotto lordo nel 2017, mezzo punto sopra ai minimi del 2014 ma ancora ai livelli degli anni orribili 2011-2012; terz’ultimi dopo Grecia e Portogallo. Probabilmente dipende anche dal guado che il sistema bancario non ha ancora varcato del tutto: i crediti in default nei bilanci sono scesi un bel po’ ma, al 14% del portafoglio prestiti, restano (in proporzione) fra i più alti del mondo, mentre la capacità del sistema bancario di coprire queste perdite generando reddito è fra le più basse.

I miglioramenti dell’Italia – innegabili – giustificano la corsa degli indici di Borsa, ma non va letta come un assegno in bianco sul futuro: i prezzi delle azioni in rapporto agli utili restano due punti e mezzo sotto le medie europee. Né sorprende che l’incertezza politica renda lo spread dei titoli di Stato di Roma più alto anche rispetto a Lisbona. Del resto anche il debito pubblico si sta stabilizzando ma, secondo Bruxelles, l’Italia resta fra i rari casi in cui anche nel 2017 sale un po’. Non è insomma il caso di battersi il petto, né di gonfiarlo. Di sicuro il risveglio italiano deve alla ripresa europea più di quanto tanti politici ammettano. Preferiscono le promesse elettorali. Eppure il problema di queste ultime non è che saranno attuate, perché sono troppo strabilianti. È piuttosto che la politica così perde la legittimità di proporre misure più realistiche e meno seducenti dopo, quando magari non basterà più l’Europa a sospingerci.

Federico Fubini

Corriere della Sera, 11 gennaio 2018

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_10/ma-l-italia-quanto-cresce-davvero-fdb93d0a-f649-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

L’economia va meglio? Ecco i numeri del 2017

L’economia dei numeri e quella percepita

Ma alla fine, l’economia italiana nel 2017 è migliorata o no? E i numeri vanno d’accordo con la percezione che ne hanno gli italiani? La contraddizione è riesplosa dopo che l’Istat ha diffuso i numeri più recenti su conti pubblici ed economia: bene il rapporto deficit/pil, inflazione che si risveglia, risparmi che ritornano. Eppure il clima con il quale il Paese sta imboccando l’ultimo miglio della campagna elettorale è ben diverso: crisi, 4 milioni di italiani sulla soglia della povertà, giovani che non hanno un lavoro stabile, pensioni incerte. Insomma, la realtà percepita appare ben diversa. Cerchiamo di mettere a fuoco i numeri che possono tirare un bilancio del 2017.

I conti pubblici migliorano (per la Ue non abbastanza)

L’Istat ha reso noto che il rapporto deficit pil è stato pari al 2,1% nel terzo trimestre dell’anno appena chiuso contro il 2,4% dello stesso periodo del 2016. Si tratterebbe di un sensibile miglioramento dei conti pubblici; se calcolato su base annua il rapporto diventa del 2,3% che secondo l’istituto di statistica è la migliore performance dal 2007 . I dati sul debito pubblico italiano (vale a dire la somma di quanto si è andato accumulando negli anni) sono meno netti. Nel 2017 lo Stato ha dovuto ancora emettere per finanziare il suo funzionamento titoli per poco più di 400 miliardi di euro; secondo il Tesoro questa cifra calerà nel 2018 di circa 20 miliardi. Ma il debito pubblico italiano complessivo italiano fatica a scendere, anzi, nel 2017 ha avuto qualche preoccupante «fiammata» tanto da provocare la chiamata del vicepresidente della UE Katainen: era pari a 2018 miliardi a gennaio, era salito a 2.301 a luglio per poi calare a 2289 a ottobre. E attenzione perché nel 2018 la Bce smetterà progressivamente di acquistare titoli pubblici italiani. La pressione fiscale, infine, è calata a 40,3%, in discesa di pochi decimali.

Su Pil e industria, boom dell’export

Poco prima di Natale il presidente della Bce Mario Draghi ha reso note le cifre sul Pil italiano, che risulta in sensibile crescita: +2,4%; la previsione è che il grafico continuerà a salire anche durante l’anno nuovo raggiungendo il +2,3% . Una forte spinta è venuta dal settore industriale che secondo l’Istat a ottobre stava crescendo a un ritmo del 2,9% annuo. Nicola Nobile economista di Oxford, prevede che a fine anno il dato sarà del 3%, in linea con la velocità di crescita della Francia e superiore a quello della Germania. Non tutta l’economia però è cresciuta; a trarre vantaggio dalla congiuntura sono le imprese votate ai mercati esteri: basti dire che l’export italiano, secondo il rapporto Ice-Prometeia è cresciuto del 7,3% rispetto al 2016 (+25% le vendite sul mercato cinese). Detto questo la ripresa italiana resta complessivamente tra le più deboli dell’area euro e il pil resta ancora di 6-7 rispetto all’inizio della crisi.

Disocupazione ferma (e record di precari)

L’indicatore più controverso resta il mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione in Italia a ottobre era calcolato dall’Istat stabile all’11,2%, comunque l’indice più basso dal 2012. Se si fa il confronto con il 2016, il numero dei posti di lavoro è aumentato di 303.000 unità ma la spinta principale arriva dai contratti a tempo determinato che nel 2017 in Italia hanno raggiunto il record assoluto: 2 milioni e 784 mila unità. Anche in questo caso il panorama del mercato del lavoro è a «macchia di leopardo»: secondo Unioncamere le imprese denunciano difficoltà a reperire figure professionali di alto profilo (fino a uno su cinque) mentre nel segmento di età 15-24 anni la percentuale di disoccupati balza al 35,1%. Il tasso di occupazione complessivo (58,1% della popolazione) resta tra i più bassi della Ue.

Comsumi: «miglioramento, ma fragile»

Tutto questo come si traduce sulla spesa delle famiglie italiane? L’indicatore dei consumi di Confcommercio registrava ad agosto 2017 una crescita dello 0,8% su base annua . Un dato definito «in miglioramento ma fragile». Un’altra fonte, il rapporto Coop-Nomisma prevede per il 2018 un aumento del potere di acquisto delle famiglie dell’1%. Previsione corroborate ieri dall’ottimistico dato comunicato dall’Istat, in base al quale il reddito disponibile per le famiglie è mediamente cresciuto nel 2017 del 2,1%.

Si risveglia l’inflazione (ma non la busta paga)

Negli anni ‘70 e buona parte degli ‘80 lo spauracchio dell’economia italiana era l’inflazione che galoppava in doppia cifra; negli ultimi anni il timore degli economisti era stato di segno opposto, vale a dire che i prezzi si erano completamente raffreddati, «termometro» di una complessiva sfiducia sulle prospettive di crescita. Ora l’istituto di statistica segnala un risveglio dell’inflazione che in Italia toccherà il +1,2%, un dato che mancava da anni. Peccato che l’incidenza sulla busta paga sia ancora impalpabile: Eurostat comunica che nel 2017 lil costo del lavoro in Italia sia lievitato solo dello 0,5%, contro il 2,2 della Germania e l’1,7 della Francia. In fatto di miglioramento delle retribuzioni l’Italia resta il quart’ultimo paese d’Europa (davanti solo a Finlandia, Portogallo e Spagna

Claudio Del Frate

Corriere della Sera, 5 gennaio 2017

http://www.corriere.it/economia/cards/economia-va-meglio-ecco-numeri-2017/economia-numeri-quella-percepita_principale.shtml

Dumping cinese, l’Ue alza le difese In arrivo dazi più duri

L’Europarlamento ha chiesto il rafforzamento delle difese dei prodotti e dei posti di lavoro europei davanti all’avanzata dell’export extracomunitario (soprattutto cinese) quando pratica prezzi bassi da concorrenza sleale. Gli eurodeputati della commissione Commercio internazionale hanno votato una specifica risoluzione antidumping a larghissima maggioranza (33 a favore, 3 contrari e 2 astensioni) per far potenziare la più blanda proposta iniziale della Commissione europea. In questo modo l’Ue cerca anche di frenare gli effetti del riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato, che sono stati alla base dei contrasti nell’ultimo summit a Bruxelles tra i vertici delle istituzioni comunitarie e il premier di Pechino Li Keqiang.

Le nuove regole dovrebbero portare alla definizione di dazi per l’esportazione in Europa davvero in grado di evitare la concorrenza sleale dei Paesi dove lo Stato interviene a sostegno delle industrie. Le indagini antidumping dovrebbero tenere conto se il Paese esportatore ha rispettato gli standard internazionali nelle regole su lavoro, tassazione e ambiente. Incideranno eventuali misure potenzialmente discriminatorie per gli investimenti stranieri, nel diritto societario e nella tutela di marchi e brevetti. Alla Commissione europea verrebbe assegnata l’elaborazione di rapporti sulla situazione di alcuni Paesi o settori con valore giuridico per il calcolo delle tariffe da applicare. Il «valore normale» del prodotto esportato verrebbe definito in base ai prezzi e ai costi internazionali.

Le imprese europee sarebbero sgravate dall’onere della prova, che viene trasferito sull’esportatore extracomunitario. «L’Europarlamento fa sentire la sua voce a tutela delle imprese per dotare l’Unione di strumenti destinati a combattere tutte le forme di dumping praticate da Paesi extra Ue», ha commentato il presidente dell’Assemblea Ue Antonio Tajani. «Creando regole antidumping più chiare e dure, possiamo proteggere i nostri cittadini dagli effetti negativi della globalizzazione», ha detto l’eurodeputato del Ppe Salvatore Cicu, relatore della risoluzione della commissione Commercio. Vari organismi imprenditoriali europei hanno espresso apprezzamento per l’intervento dell’Europarlamento, che potrebbe essere approvato in Aula nella sessione di luglio a Strasburgo. Inizierà poi la trattativa con i 28 governi Ue per definire il testo finale. Nel summit Ue di giovedì e venerdì prossimi Germania, Italia e Francia dovrebbero sostenere la linea più restrittiva anti-Cina, rispetto ad altri Paesi più importatori commerciali che produttori industriali.

Gli accordi per l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio hanno comunque reso superato l’attuale sistema di calcolo dei dazi in base all’appartenenza a una “lista nera” dei Paesi dove lo Stato sostiene l’economia. La Cina intende però continuare la sua avanzata internazionale: dall’acciaio fino alla finanza. A Wall Street, dopo la chiusura (nella notte in Italia), potrebbe già essere arrivato l’annuncio che alcune azioni primarie cinesi verranno ammesse per la prima volta nell’indice Msci dei mercati emergenti (Emi). La recente impennata degli investimenti stranieri sui titoli cinesi, tramite Hong Kong e gli altri mercati della Cina, è stata collegata da vari operatori finanziari di New York proprio all’imminenza di questa simbolica apertura.

Ivo Caizzi

Corriere della Sera, 21 giugno 2017

http://www.corriere.it/economia/17_giugno_20/dumping-cinese-l-ue-alza-difese-arrivo-dazi-piu-duri-4c4d9f0a-55fb-11e7-84f0-6ec2e28c1893.shtml

Macchinari, bevande, formaggi e medicinali: l’Europa rischia di perdere affari per 12 miliardi

cettQuali vantaggi (o svantaggi) porterebbe l’approvazione del Ceta per l’Italia e per l’Europa?  

Come sempre con questo genere di accordi commerciali, i vantaggi e gli svantaggi cambiano a seconda dei punti di vista. Se per molti soggetti il Ceta viene visto come una minaccia, per molti altri è un’opportunità. In quest’ultima categoria rientrano le imprese che esportano verso il Canada.

Quale sarebbe l’impatto sull’export?  

L’abolizione dei dazi farebbe risparmiare 500 milioni di euro l’anno alle aziende europee. Il volume degli scambi di beni e servizi tra Ue e Canada vale 86 miliardi di euro l’anno: il Ceta potrebbe incrementare di 12 miliardi di euro l’anno il Pil Ue.

E per quanto riguarda l’Italia?  

Il commercio bilaterale italo-canadese vale 7,2 miliardi di euro l’anno e il volume dell’export verso il Canada è superiore a quello dell’import. Macchinari, bevande e prodotti farmaceutici sono i prodotti più venduti.

Quali sono i settori maggiormente toccati dall’eliminazione dei dazi?

Il Ceta prevede l’eliminazione dei dazi ad valorem (quelli espressi in percentuale al valore dell’import) per prodotti a base di zucchero, cacao, pasta, biscotti, frutta e verdura, che oggi sono pari al 10-15%. Al primo posto dell’export nel settore agricolo ci sono i vini e gli spiriti, per i quali verranno eliminate anche le barriere non tariffarie.

Sì, ma sul fronte opposto? Chi si oppone al Ceta parla di «un’invasione di 130 mila tonnellate di carne canadese».  

Nel mercato alimentare ci sono alcuni prodotti che sono stati definiti «sensibili», come ad esempio manzo, maiale e mais per l’Europa; mentre invece il Canada considera tali le carni di pollo e tacchino, oltre ai prodotti lattiero-caseari. L’Unione europea, per compensare l’ingresso di carne canadese a dazio zero, ha ottenuto l’apertura di un nuovo contingente di formaggi pari a 17.700 tonnellate, di cui 16.000 destinate a formaggi di qualità (si tratta di un incremento pari al 130 per cento rispetto ai valori attuali).

Dunque porte aperte alla carne trattata con ormoni e agli Ogm, visto che il Canada ne è il terzo produttore mondiale?

No, il Ceta non prevede l’eliminazione delle restrizioni in vigore nell’Ue sulle carni bovine contenenti ormoni della crescita né quelle sugli Ogm.

È vero che il Ceta prevede la privatizzazione di servizi essenziali come per esempio l’acqua?  

No, perché non riguarda i servizi pubblici. Gli Stati continueranno a decidere liberamente se e quali servizi privatizzare.

Si parla di «riconoscimento delle Indicazioni geografiche»: quali sono i prodotti che avranno maggiore tutela?

Oggi il sistema delle Indicazioni di Origine non esiste in Canada, questo porta in commercio molte imitazioni. Il Ceta prevede il riconoscimento di 145 indicazioni geografiche protette, di cui 125 godranno di piena tutela. Per quanto riguarda l’Italia sono coinvolti 41 prodotti, tra cui il Prosciutto di Parma, il San Daniele e il Prosciutto Toscano. Ci sarà una tutela pure per il Parmigiano Reggiano, anche se resteranno in commercio prodotti con il nome di «Parmesan». Un discorso simile vale per i formaggi Asiago, Fontina e Gorgonzola.

È vero che le imprese europee avrebbero pari diritto di accesso agli appalti pubblici in Canada?  

Sì, non solo a quelli statali, ma anche a quelli a livello provinciale, che rappresentano una quota significativa della spesa pubblica. «Privilegio» che finora non era stato concesso dal Canada ad alcun Paese.

Marco Bresolin

25 ottobre 2016

http://www.lastampa.it/2016/10/25/economia/macchinari-bevande-formaggi-e-medicinali-leuropa-rischia-di-perdere-affari-per-miliardi-dABlIbo7RqpXIV7pKqGm6M/pagina.html

 

 

Euro forte e surplus Ue: il virus ….

Se c’è un nesso fra la faticosa ripresa dell’area euro e la diffidenza che circonda le sue banche, è in un passaggio comparso ieri a pagina 177. Non se ne parla quasi mai. Di rado qualcuno controlla il contenuto di quella riga, nelle previsioni economiche che la Commissione Ue presenta ogni pochi mesi. Eppure è il più esplosivo, letteralmente, perché parla della posizione dell’eurozona verso il resto del mondo. E aiuta a capire perché l’Italia, la Spagna o la Germania non riescano proprio a scrollarsi di dosso la minaccia di una corrosiva deflazione dei prezzi; e perché molte banche non ce la stiano facendo a guadagnare abbastanza da risanare i bilanci impiombati dall’eredità della recessione.

Il saldo delle partite correnti – gli scambi di beni, servizi, interessi e dividendi – è probabilmente il teatro della metamorfosi più radicale che la zona euro abbia conosciuto da prima a dopo la crisi. Quel dato resta inchiodato in un segno più anno dopo anno. In una prima fase la sua graduale trasformazione ha aiutato a tamponare le ferite aperte in Spagna, in Grecia o in Italia. Da qualche tempo però questo numero nascosto a pagina 177 di un rapporto di Bruxelles alimenta la deflazione, rende più fragile la ripresa e erode il terreno su cui poggiano le banche. Quelle tedesche tanto quanto le italiane, come si è visto ieri quando il titolo di Unicredit ha perso il 4,6%, Mps il 7,5%, Deutsche Bank il 5,9% e Commerzbank l’8,3%.

Quel dato sulle partite correnti è esplosivo semplicemente perché è così che è andata in questi anni. È deflagrato. L’attivo dell’area euro verso il resto del mondo era di 34 miliardi nel 2009, ma da allora ha preso a crescere fino a moltiplicarsi per undici. Per quest’anno la Commissione Ue prevede che sfiorerà i 400 miliardi di euro – il 3,3% del reddito dell’area – e anche nel 2017 salirà. È una delle poche revisioni al rialzo che Bruxelles abbia presentato ieri. Ed è ormai una distorsione di fondo nell’economia globale, per la carenza di investimenti e consumi degli europei e non per eccesso di export.

La Germania contribuisce per circa due terzi al surplus dell’area: il suo attivo delle partite correnti è cresciuto negli anni della crisi da 144 a 265 miliardi. Quasi tutto questo saldo attivo tedesco è ormai realizzato fuori da Eurolandia e resta su livelli tipici, di solito, di una monarchia petrolifera del Golfo. Contribuiscono agli squilibri però anche l’Italia (passata da un deficit di 30 miliardi a un surplus di 35) o la Spagna.

L’effetto è determinante quanto nocivo, per le banche così come per l’occupazione. Quell’eccesso di surplus smonta in modo subdolo ciò che la Banca centrale europea sta cercando di costruire con le misure di emergenza degli ultimi due anni contro l’avvitamento dei prezzi.

Un attivo delle partite correnti da 400 miliardi l’anno significa che ogni mese, in media, oltre 30 miliardi in più affluiscono verso l’euro rispetto alla liquidità in uscita dall’area. Sono gli acquisti di beni europei all’estero, ma soprattutto sono i mancati acquisti di beni di consumo o investimento degli europei dal resto del mondo. Il risultato è un costante, strutturale eccesso di domanda internazionale di euro, giorno dopo giorno. Si spiega così che la moneta unica si sia rivalutata del 9% sul dollaro negli ultimi cinque mesi (ieri a 1,15 dollari). È successo malgrado un tasso di crescita un terzo più veloce negli Stati Uniti rispetto all’Europa. È successo, soprattutto, anche se la Federal Reserve ha iniziato ad alzare i tassi d’interesse americani mentre la Bce faceva l’opposto: ha spinto gran parte dei rendimenti del denaro in Europa sottozero, e ha inondato l’economia di moneta sempre più abbondante. Ma proprio la rivalutazione dell’euro favorita dal surplus esterno è una potente spinta in senso opposto: spinge l’inflazione verso lo zero (e sotto), perché riduce i prezzi dei beni importati e rende più costoso e scarso l’export e l’occupazione che vi è dietro.

Un malessere del genere ha preso anche in Giappone: la banca centrale di Tokyo continua a iniettare liquidità nel sistema, ha portato i suoi tassi sotto zero, eppure lo yen si sta rivalutando sul dollaro (anche) perché il surplus esterno del Paese è alto e in crescita. Forse è il destino di società con molti anziani, poco propensi a consumare e meno ancora a investire. Di certo, è un virus subdolo che colpisce in primo luogo le banche. Quando un’economia prende questa forma – eccesso di risparmio, moneta cronicamente forte, prezzi gelidi – i tassi d’interesse si adeguano. Cadono verso lo zero anche sulla lunga durata. Oggi i titoli di Stato tedeschi a 10 anni rendono lo 0,2%, i giapponesi sono addirittura negativi. Le banche non guadagnano, perché non c’è margine di interesse sui prestiti estesi ai clienti. Si sviluppano così nel tempo gli istituti-zombie, per inedia di profitto in un ambiente deflattivo di consumi insufficienti e eccesso di risparmio inerte. Ieri la svizzera Ubs e la tedesca Commerzbank hanno trasmesso uno choc ai mercati quando hanno comunicato risultati dei primi tre mesi 2016 molto al di sotto delle attese. Di colpo gli investitori si sono ricordati che le banche sono fragili anche in Germania, benché in Italia lo siano di più. Due Paesi simili più di quanto pensino, dopotutto.

Euro forte e surplus Ue: il virus che colpisce banche e lavoro

Federico Fubini Corriere della Sera  4 maggio 2016

http://www.corriere.it/economia/16_maggio_03/euro-forte-surplus-ue-virus-che-colpisce-banche-lavoro-c57f62a4-116f-11e6-950d-3d35834ec81d.shtml

Germania, record del surplus commerciale in barba alla Ue

imexgerAncora una volta la Germania tira dritto per la sua strada e segna un record del surplus commerciale: secondo i dati diffusi da Destatis, la prima economia europea ha chiuso il 2015 con un avanzo commerciale record di 248 miliardi di euro, grazie a un aumento delle esportazioni di più del 6%. In particolare, le vendite all’estero si sono attestate a 1.196 miliardi di euro, in crescita del 6,4% rispetto al 2014. Le importazioni hanno toccato il livello massimo storico di 948 miliardi di dollari, in progresso del 4,2%. Perché è un dato importante? Perché nelle regole europee non si parla solo di deficit e debito, come sappiamo bene in Italia, ma anche di equilibrio delle partite correnti, cioè la somma degli scambi commerciali con l’estero. Si dice che non si può avere un rosso superiore al 3% del Pil per più di tre anni di fila, ma ugualmente un surplus superiore al 6%.

La regola serve a cercare di non allargare le fratture nell’Eurozona. Quando un’industria tedesca vende un bene a una spagnola, in un certo senso sottrae ricchezza all’economia iberica, che paga per qualcosa prodotto altrove: sul territorio e nei c/c della controparte tedesca ricadranno tutti i vantaggi della transazione. Se la Germania deve tirare l’Europa, è il ragionamento, sarà meglio che inizi a consumare i prodotti dei vicini, in modo da distribuire loro parte della sua ricchezza. Eppure, da otto anni Berlino ha un surplus eccessivo e come visto anche quest’anno ha stabilito un nuovo record.

Nel 2015 tutte le aree del mondo hanno acquistato di più dalla Germania: le esportazioni verso i paesi Ue sono cresciute del 7% su base annua, raggiungendo circa 700 miliardi (+5,9% quelle verso i membri dell’Eurozona), mentre quelle verso il resto del mondo hanno registrato un incremento del 5,6%. Automobili, macchine utensili e prodotti chimici sono i settori che hanno maggiormente contribuito al successo del “made in Germany”.

Sul futuro si addensa però qualche nube: a dicembre, secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica, le esportazioni e le esportazioni sono comunque entrambe  diminuite dell’1,6%. Forte esportatrice verso i mercati asiatici, la Germania comincia a risentire gli effetti del rallentamento cinese, anche se la maggior parte delle aziende resta relativamente ottimista sulle prospettive di medio termine del mercato. Deludenti, in questo senso, anche gli ultimi dati sulla produzione industriale: a dicembre segna un pesante calo, -1,2% mensile contro il -0,1% precedente e rispetto al +0,5% stimato dagli analisti. Male anche la lettura annualizzata: -2,2% contro il +0,1% precedente e rispetto al -0,6% atteso dal consensus di mercato.

Raffaele Ricciardi

la Repubblica 9 febbraio 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/02/09/news/germania_ancora_un_record_del_surplus_commerciale-133023257/

 

La debolezza della Germania

produtttLo scandalo Volkswagen dice del modello Germania più di quanto amino sentir dire a Berlino. Se a Wolfsburg hanno deciso di mettere in piedi la grande truffa è per un obiettivo preciso: alzare al massimo, letteralmente ad ogni costo, il volume delle esportazioni e delle vendite. In un mondo spietato, come il vertice dell’industria dell’auto, le economie di scala sono una leva indispensabile. Ma in generale per l’industria tedesca le esportazioni, in assenza di un rilancio deciso della domanda interna, sono una leva indispensabile. Anche quest’anno, Germania Spa metterà a segno un record: un saldo positivo delle partite correnti superiore al 7 per cento del Pil, secondo a nessuno nel mondo. Ma è un record fragile. Fino a qualche anno fa, le industrie tedesche esportavano nell’Eurozona per un controvalore di circa il 4,5 per cento del prodotto interno. La grande crisi e le politiche di austerità che Berlino ha imposto al resto d’Europa hanno praticamente dimezzato questo flusso di merci.

E il record, allora? La Germania ha potuto sostituire, in questi anni, i clienti dell’Eurozona con quelli dei paesi emergenti, in testa la Cina, in pieno boom. Ma il boom cinese sembra finito, il rallentamento in corso della crescita pare destinato a durare a lungo, proiettando la sua ombra su tutti i paesi emergenti. E la crescita che ci sarà sembra sempre più indirizzata verso livelli tecnologici concorrenziali con quello tedesco. Dove i due sistemi si sono affrontati faccia a faccia, come nei pannelli solari, i cinesi hanno vinto a mani basse.

Il problema, per l’export tedesco, è di essere concentrato in quattro settori, assai tradizionali: veicoli industriali, auto, chimica, apparecchi elettronici. Negli ultimi quindici anni, questi settori hanno tirato molto, ma la corsa non può essere senza fine. E, contemporaneamente, la Germania non sembra (come l’Italia, l’altra regina europea dell’industria manifatturiera) essere stata capace di affermarsi con altrettanta decisione nei settori più nuovi e più promettenti: le biotecnologie, l’hardware e il software elettronico. La realtà tedesca più importante nell’informatica, la Sap, è stata fondata nel 1972. Poi, è difficile parlare di startup. Nella classifica della Banca Mondiale sulla facilità di aprire una nuova azienda, l’Italia è quarantaseiesima su 190, la Germania alla casella 114. E le persone – i protagonisti dell’innovazione – cominciano a latitare. Meno di un terzo dei giovani tedeschi arriva alla laurea. In Gran Bretagna siamo al 45 per cento. In buona misura, è un effetto diretto della politica di risparmi selvaggi che l’era Merkel ha imposto al paese. Berlino spende per l’istruzione il 5 per cento del Pil, contro il 7 per cento e passa degli inglesi.

Non è solo il governo a cullarsi nell’idea che si possa vivere di rendita. L’industria tedesca non investe più nelle sue fabbriche da anni. Il tasso di investimento è passato dal 23 per cento degli anni ’90 al 17 per cento nel 2013. Siamo sotto la media europea. Il risultato è che anche la produttività non è brillante. Anzi, è praticamente ferma. Le statistiche dicono che la produttività per ora lavorata è inferiore a quella di Francia e Olanda. Drogata da un cambio ultrafavorevole, la locomotiva d’Europa macina un record di esportazioni dopo l’altro. Ma se va ancora a vapore, c’è da preoccuparsi. 

Lo scandalo Volkswagen e la debolezza della Germania che non innova più

Maurizio Ricci

Repubblica – 26 settembre 2015

http://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2015/09/26/news/lo_scandalo_volkswagen_e_la_debolezza_della_germania_che_non_innova_piu_-123649051/?ref=HRLV-5

 

Autocorrezione della tirchieria

dekIl primo effetto visibile della politica monetaria estremamente espansiva della Banca centrale europea è che la Germania sta smettendo di essere vagone e ricomincia a fare la locomotiva. Detto in modo un po’ brutale: di fronte a tassi d’interesse bassissimi, se non negativi, i tedeschi vedono meno senso nel risparmiare, spendono di più. Sia nel terzo che nel quarto trimestre 2014, la spesa delle famiglie in Germania è cresciuta dello 0,8% e ha segnato il punto di inversione di una lunga tendenza: la crescita non è più trainata dalle esportazioni ma dai consumi. I tassi bassi non ne sono l’unica ragione, ma influiscono.Dall’inizio di marzo, la Bce sarà tra l’altro sui mercati per dare inizio al programma di acquisto di 1.100 miliardi di titoli, in buona parte pubblici, 60 al mese. Nell’attesa, gli spread si sono ridotti: ieri, quello italiano attorno ai 100 punti sul Bund tedesco. Il complesso dell’operazione non sarà facile: i venditori sui mercati non sono tantissimi, ma a Francoforte c’è fiducia che il Quantitative easing annunciato da Mario Draghi il 22 gennaio avrà successo. Momenti di svolta delicati, insomma.In un paper pubblicato ieri, la società di analisi indipendente Oxford Economics ha previsto che il reddito reale disponibile dei tedeschi quest’anno aumenti del 3,5%: «Sarebbe la crescita più forte dal ’91». Alla base c’è la tendenza già registrata nella seconda metà dell’anno scorso alla quale si aggiunge un mercato del lavoro dove la disoccupazione è bassa (6,5%) e l’offerta di posti è oggi più alta del 14% rispetto a un anno fa. Ciò si traduce in una tendenza alla crescita dei salari, ben registrata dall’accordo siglato pochi giorni fa dalla Ig Metall (sindacato metalmeccanico) nell’industrializzato land del Baden-Württemberg, dove da aprile gli aumenti saranno di un non frequente 3,4% (e rappresentano un modello per il Paese). Visto che l’inflazione nell’anno sarà negativa, calcola Oxford Economics, la crescita reale dei redditi disponibili sarà facilmente del 3,5%.Ciò si dovrebbe tradurre in una spesa delle famiglie in crescita del 2,5% nel 2015, e questa sarà la voce più significativa nella crescita complessiva del Pil, prevista al 2,2%. Perché è importante? «Un periodo di forte crescita tedesca di origine domestica, dice il paper ,  riduce il rischio di una deflazione cattiva nella regione e dovrebbe fornire alle economie più deboli dell’area (europea) una spinta generata dalle importazioni». La «tirchieria» del consumatore tedesco e le politiche solo pro export di Berlino, molto vituperate di recente, sembrano dunque entrate in una fase di autocorrezione: non più priorità alle «egoistiche» esportazioni ma crescita della domanda interna che beneficia anche i vicini…..

Berlino rilancia i consumi E con le misure di Draghi spread vicino a quota 100

Danilo Taino Corriere della Sera 27 febbraio 2015

http://archiviostorico.corriere.it/2015/febbraio/27/Berlino_rilancia_consumi_con_misure_co_0_20150227_a1f78148-be52-11e4-9a5f-71cdcf66063d.shtml

 

Il dollaro a un passo della parità

dolalroeuroCON l’irresistibile attrazione di mercati e operatori per le cifre tonde, c’è già chi comincia a intravedere la possibilità che la caduta dell’euro lo porti alla parità con il dollaro: 1 dollaro per 1 euro.

UN INEDITO.ILMONDOALLA ROVESCIA Niente affatto. Quando l’euro è nato stava addirittura sotto la parità, non riusciva neanche a comprare un dollaro. L’apprezzamento della valuta europea è avvenuto soprattutto negli ultimi anni.

PERCHÉ LE DECISIONI DELLA BCE LO FANNO SVALUTARE?  I massicci acquisti di titoli che si prepara a fare la Banca centrale europea guidata da Draghi spingeranno all’insù i prezzi dei titoli e, dunque, in basso i relativi rendimenti, che si muovono in senso opposto ai prezzi. Quindi i titoli europei diventano meno appetibili. Gli investitori li vendono per comprare titoli più desiderabili, perché rendono di più. Ad esempio, quelli americani. Gli Stati Uniti si stanno muovendo in modo esattamente opposto all’Europa. Lì il “quantitative easing”, ossia la maxi-iniezione di liquidità all’economia, è finito e ci si aspetta un rialzo dei tassi di interesse.

E DOBBIAMO ESSERE CONTENTI SE L’EURO È DEBOLE Assolutamente sì. L’unica cosa che gli scettici del “quantitative easing” non mettono in discussione è proprio l’effetto sulla valuta. Magari Draghi non riuscirà a convincere le banche a prestare più soldi, ma l’euro si indebolirà comunque e questo favorirà le esportazioni europee.

SONO COSÌ IMPORTANTI LE ESPORTAZIONI ? Mai come oggi. Con l’austerità che strozza la domanda e i consumi interni, la domanda che viene dall’estero è il volano più solido, per non dire l’unico, di una possibile ripresa europea e italiana.

PERCHÉ L’EURO DEBOLE AIUTA LE ESPORTAZIONI? Facciamo il caso di un’azienda italiana che vende un paio di scarpe per lOOeuro.Seimesifa, con l’euro a 1,40 sul dollaro, un compratore americano doveva sborsare 140 dei suoi dollari per prenderle. Oggi, se ci fosse la parità, un dollaro per un euro, si limiterebbe a tirar fuori 100 dollari. Senza che nessuno abbia fatto niente, uno sconto del 28 per cento. Niente male.

E SE NON SI ARRIVA ALLA PARITÀ ? Non sarebbe una tragedia. La Deutsche Bank ha calcolato che, per essere competitiva, l’I talia ha bisogno di un cambio a 1,17 dollari per un euro. Oggi, conildollaroa 1,12 siamo già oltre. E, comunque, con le quotazioni di oggi, lo sconto al nostro compratore americano non arriva al 28 per cento, ma è pur sempre del 21 per cento. Un bel taglio.

MA QUESTE QUOTAZIONI COSÌ BASSE DELL’EURO DURERANNO A LUNGO?  Difficile dirlo. In linea di principio, se l’economia europea trovasse una ripresapiùrobusta, se tornasse un po’ d’inflazione, i tassi d’interesse invertissero la caduta, i mercati potrebbero decidere che vale di nuovo la pena di investire in Europa e ricomincerebbero a comprare euro, rifacendone salire le quotazioni. Ma ci vorrà comunque un bel po’ di tempo, un paio d’anni, forse, perché questo avvenga.

L’EURO DEBOLE FAVORISCE LE ESPORTAZIONI, MA PESA SUL LATO DELLE IMPORTAZIONI. Le merci europee costano meno all’estero, ma quelle estere costano di più in Europa. Con 100 euro, sei mesi fa, si comprava uno smartphone cinese da 140 dollari. Oggi, lo smartphone cinese costa sempre 140 dollari, ma, per comprarlo, ci vogliono 124 euro. E’ il rovescio della medaglia.

E, ALLORA, ILCALODEL PETROLIO? Per l’Europa, la guerra del petrolio e il crollo del greggio hanno conseguenze significative, ma meno vistose rispetto a quanto accade in America. I barili, infatti, si trattano e si pagano in dollari. Sei mesi fa, quando il petrolio stava a 110 dollari a barile e il dollaro a l,40 sull’euro, per comprare un barile l’Europa spendeva 78 euro. Oggi, con il barile a 50 dollari e l’euro a 1,12, l’Europa ne paga 44. Il risparmio è consistente, cospicuo, 34 euro. Ma significa pagare il 43 per cento in meno di sei mesi fa. Mentre gli americani pagano il 60 per cento in meno.

UNA FREGATURA  Nella logica paradossale, o perversa, della deflazione, non è così. Per l’Europa, oggi, il rischio peggiore è che la caduta dei prezzi, già arrivati, a dicembre, sotto zero e che, probabilmente, lì resteranno fino a primavera, si autoalimenti. Vedendo i prezzi scendere, la gente rinvia gli acquisti, la domanda ristagna, i prezzi scendono ancora e così via, fino a che l’economia arriva alla paralisi. Da almeno un anno, questo processo si è incistato nella psicologia e nell’economia dell’eurozona, ma la leva iniziale e, tuttora, la componente maggiore della tendenza al calo dell’inflazione viene da fuori, soprattutto dalla riduzione del prezzo del petrolio. Alla Bce hanno calcolato che, più o meno, due terzi del rallentamento dell’inflazione nell’ultimo anno sia dovuto all’impatto del crollo del greggio. Adesso, per il movimento in senso opposto del cambio, gli effetti del barile meno caro sull’indice dei prezzi risultano attutiti. In altre parole, senza il crollo del greggio, a dicembrei prezzi europei non sarebbero scesi dello 0,2 per cento, segnalando ufficialmente l’ingresso nella deflazione. Ma, senza la svalutazione dell’euro, l’indice dei prezzi non sarebbe sceso dello 0,2 per cento, ma, forse, dello 0,3 per cento, spingendoci più in là sul terreno inesplorato della deflazione.

La sfida tra euro e dollaro a un passo dalla parità un paradiso per chi esporta poche perdite sull’import

Maurizio Ricci Repubblica  24 gennaio 2015

http://www.selpress.com/albaleasing/esr_visualizza.asp?chkIm=145

 

 

Anni sprecati

images8NXCIMFMSi riportano alcuni passi dell’articolo di L. Gallino “Quattro anni sprecati”, pubblicato su Repubblica il 19 agosto 2014

….. Dal 2009 ad oggi il Pil è calato di dieci punti.
QUALCOSA come 160 miliardi sottratti ogni anno all’economia. L’industria ha perso un quarto della sua capacità produttiva. La produzione di autovetture sul territorio nazionale è diminuita del 65 per cento. L’indicatore più scandaloso dello stato dell’economia, quello della disoccupazione, insieme con quelli relativi alla immensa diffusione del lavoro precario, ha raggiunto livelli mai visti. La scuola e l’università sono in condizioni vergognose. Sei milioni di italiani vivono sotto la soglia della povertà assoluta, il che significa che non sono in grado di acquistare nemmeno i beni e i servizi di base necessari per una vita dignitosa. Il rapporto debito pubblico-Pil sta viaggiando verso il 140 per cento, visto che il primo ha superato i 2100 miliardi. …..
Si possono formulare varie ipotesi circa le origini del disastro. La più nota è quella avanzata da centinaia di economisti europei e americani sin dai primi anni del decennio. È un grave errore, essi insistono, prescrivere al cavallo maggiori dosi della stessa medicina quando è evidente che ad ogni dose il cavallo peggiora. La medicina è quella che si compendia nelle politiche di austerità, richieste da Bruxelles e praticate con particolare ottusità dai governi italiani. Essa richiede che si debba tagliare anzitutto la spesa pubblica: in fondo, a che cosa servono le maestre d’asilo, i pompieri, le infermiere, i ricercatori universitari? In secondo luogo bisogna privatizzare il maggior numero possibile di beni pubblici. Il privato, dicono i medici dell’austerità, è sempre in grado di gestire qualsiasi attività con superiore efficienza: vedi, per dire, i casi Ilva, Alitalia, Telecom. Infine è necessario comprimere all’osso il costo del lavoro, rendendo licenziabile su due piedi qualunque tipo di lavoratore. I disoccupati in fila ai cancelli sono molto più disposti ad accettare qualsiasi lavoro, a qualsiasi condizione, se sanno che al minimo sgarro dalla disciplina aziendale saranno buttati fuori come stracci. Altro che articolo 18.
Nell’insieme la diagnosi appare convincente. Le politiche di austerità sono un distillato delle teorie economiche neoliberali, una macchina concettuale tecnicamente agguerrita quanto politicamente misera, elaborata dagli anni 80 in poi per dimostrare che la democrazia non è che una funzione dell’economia. La prima deve essere limitata onde assicurare la massima espansione della libertà di mercato (prima di Draghi, lo hanno detto senza batter ciglio Lagarde, Merkel e perfino una grande banca, J. P. Morgan). La mente e la prassi di tutto il personale che ha concorso a governare l’economia italiana negli ultimi anni è dominata sino al midollo da questa sofisticata quanto grossolana ideologia; non c’è quindi da stupirsi che essa abbia condotto il Paese al disastro. Domanda: come mai, posto che tutti i governanti europei decantano e praticano i vantaggi delle politiche dell’austerità, molti dei loro Paesi se la passano meglio dell’Italia? La risposta è semplice: perché al di sotto delle coperture ideologiche che adottano in pubblico, le iniziative che essi prendono derivano piuttosto da una analisi spregiudicata delle reali origini della crisi nella Ue. ….
Si prenda il caso Germania; non a caso, perché la Germania è al tempo stesso il maggior peccatore economico d’Europa (copyright Flassbeck), e quello cui è meglio riuscito a far apparire virtuoso se stesso e peccatori tutti gli altri. Il motivo del successo tedesco è noto: un’eccedenza dell’export sull’import che col tempo ha toccato i 200 miliardi l’anno. Poco meno di due terzi di tale somma è dovuta ad acquisti da parte di altri paese Ue. Prodigio della tecnologia tedesca? Nemmeno per sogno. Prodigio, piuttosto, della formula “vai in malora te e il tuo vicino” (copyright Lapavitsas) ferreamente applicata dalla Germania a tutti i Paesi Ue. Grazie alle “riforme” dell’Agenda 2010, dalla fine degli anni 90 i lavoratori tedeschi non hanno visto un euro in più affluire ai loro salari; il considerevole aumento complessivo della produttività verificatosi nello stesso periodo si è tradotto per intero nella riduzione dei prezzi all’esportazione. In un regime di cambi fissi come quello imposto dall’euro, questo meccanismo ha trasformato la Germania in un Paese a forte surplus delle partite correnti e tutti gli altri Paesi dell’Eurozona in Paesi deficitari. Ha voglia la Cancelliera Merkel di decantare le virtù della
“casalinga dello Schlewig-Holstein”, che spende soltanto quel che incassa e non fa mai debiti. La virtù vera dei tedeschi è consistita, comprimendo i salari interni per favorire le esportazioni, nel diventare l’altezzoso creditore d’Europa, mettendo in fila tutti gli altri Paesi come debitori spreconi. È vero che negli incontri ufficiali è giocoforza che ognuno parli la neolingua del regime neoliberale che domina la Ue. Invece negli incontri dove si decidono le cose serie bisognerebbe chiedere ai governanti tedeschi che anziché della favola della casalinga si discuta magari delle politiche del lavoro — quelle tedesche — che hanno disastrato la Ue. …..

http://www.dirittiglobali.it/2014/08/anni-sprecati/