Nuove fabbriche: metà in Asia

È l’Asia ad assorbire la maggioranza dei 3.600 progetti industriali in programma nel prossimo futuro ripartiti in 140 paesi del mondo, secondo le stime dell’Osservatorio sugli investimenti, Trendeo, che per la prima volta ha tentato di censire tutte le nuove fabbriche annunciate nel mondo, per un totale di 2.100 miliardi di euro (2.270 mld di dollari) di investimenti complessivi legati, in particolare, ai mega cantieri nel settore dell’energia, piattaforme petrolifere in mare, centrali elettriche, secondo quanto ha riportato Le Monde.
In totale l’Asia (India, Pakitan, Indonesia, Vietnam) attrae il 50% dei progetti industriali mondiali e il 44% dell’ammontare degli investimenti, secondo Trendeo.
Insieme all’Asia, i paesi dell’Europa centrale costituiscono l’altra grande zona che guadagna parti di mercato nella produzione mondiale. Un’espansione legata ai bassi costi dei salari. L’americana Whirlpool delocalizzerà la produzione a Lods, in Polonia, da dove potrà esportare in tutta l’Europa. Axon’Cable per Natale 2018 inaugurerà la sua nuova fabbrica in India, a Bangalore, dopo essere stata in affitto per tanti anni in un edificio industriale sempre a Bangalore.
Insieme alla Cina, l’India è la zona del mondo dove l’industria si sta sviluppando più rapidamente. Le fabbriche qui spuntano come funghi dopo la pioggia. L’India è nettamente in testa alla classifica con 988 progetti, che comporteranno la creazione di 500 mila posti di lavoro. L’India figura tra i grandi paesi che accolgono le nuove fabbriche grazie a progetti lanciati dai conglomerati e dai gruppi energetici locali: Tata, Adani, Vedanta, Indian Oil.
La produzione industriale mondiale oggi ha superato del 16%, in volume, quella del livello pre-crisi del 2008 e mai nel mondo sono stati prodotti così tanti beni, secondo le stime dell’istituto nazionale di statistica dei Paesi Bassi. È cresciuta del 53% in 16 anni. E non ci sono segnali di una inversione di tendenza. Dopo qualche mese di debolezza, verso la metà del 2016 l’industria ha registrato a febbraio la sua più forte espansione da tre anni a questa parte, secondo le rilevazioni di JPMorgan e IHS Markit.
L’industria conosce comunque una crescita più moderata rispetto agli altri settori come quello dei servizi, per esempio. Secondo la Banca Mondiale, l’apporto dell’industria al pil mondiale si è ridotto dal 33,5% al 27,5% in vent’anni. Lo sviluppo dell’industria non ha niente di uniforme e si polarizza su paesi che coniugano due caratteristiche decisive: costi di produzione ridotti e una domanda interna sostenuta.

È il caso della Cina che ha detronizzato gli Stati Uniti come primo paese manifatturiero del pianeta dal 2010, secondo uno studio, pubblicato a gennaio, effettuato dai servizi del Congresso americano e riportato da Le Monde.
La produzione industriale cinese è stata moltiplicata per 2,5 in dieci anni e cresce del 6% l’anno. Centinaia di fabbriche sono in cantiere e tutte sono super tecnologiche come il centro di biotecnologie che Pfizer costruisce a Hangzhou, a 200 chilometri a sud-est di Shanghai. Investendo all’incirca 350 milioni di dollari (322 mln di euro), il campione dell’industria farmaceutica americana produrrà su piazza medicinali biologici meno costosi del 25-30% rispetto a centri di biotecnologie equivalenti che si trovano altrove.
Il rovescio della medaglia è che nella concorrenza tra i paesi per conservare le attività industriali, gli Stati Uniti, il Regno Unito, tutti i grandi paesi della zona Euro, Germania compresa, perdono terreno. Ed è anche il caso del Giappone.

ANGELICA RATTI

ItaliaOggi 28 marzo 2017

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2166824&codiciTestate=1

Trendeo

http://www.trendeo.net/

Il giocattolo perfetto che resiste al digitale e alla crisi

legorQualche tempo fa la rivista americana Fortune organizzò un concorso per scegliere il giocattolo del secolo. A vincere, senza discussioni, e con distacco, furono i piccoli mattoncini colorati della Lego. Dagli anni Cinquanta a oggi, almeno all’apparenza, non sono cambiati. Chi, da allora, ne avesse conservato una scatola di qualche zio o addirittura nonno, potrebbe metterli insieme a quelli di oggi e scatenarsi: la compatibilità è perfetta. Ma il più tradizionale tra i passatempi per bambini è riuscito nella quadratura del cerchio: rimanere sempre uguale adeguandosi ai tempi. Un esempio: nel 2008 i manager dell’azienda decisero di abbattere il muro che da sempre frenava le vendite. I mattoncini per costruire piacevano più ai maschietti che alle bambine, che rappresentavano solo il 10% dei clienti. Avviarono uno studio su scala mondiale e l’esito fu una nuova serie di prodotti: Lego & Friends, ambienti Lego arricchiti da mini bamboline, con vestiti sfiziosi, colori brillanti e accessori frou-frou. Tra le pre-adolescenti di mezzo mondo il boom fu immediato. Per i maschietti, invece, l’accoppiata vincente è stata quella con la saga di Star Wars: personaggi e astronavi realizzati pezzo a pezzo come da tradizione. Destinati ai costruttori più sofisticati, invece, sono le serie di Lego Architecture: le riproduzioni, in centinaia di piccoli elementi, dei più famosi simboli architettonici mondiali, dalla Porta di Brandeburgo al Big Ben.
MARCIA TRIONFALE
Il risultato di questo fuoco di fila è che la crescita delle vendite è stata travolgente: con 5,2 miliardi di dollari di fatturato (più o meno il doppio di cinque anni fa), la Lego contende alla Mattel, l’azienda della Barbie, il primo posto tra i costruttori mondiali. Per gli analisti è la Apple dei giocattoli, il modello che i concorrenti inseguono per capacità innovativa e redditività.
Oggi, come al momento della fondazione, la capitale dei mattoncini è in uno sperduto paesino dello Jutland danese: Billund, in tutto 6mila abitanti. Qui, nel 1932, è iniziata la storia dell’azienda. I primi capitoli parlano di un falegname, Ole Kirk Kristiansen, messo ko dalla crisi economica del 1929. Alle prese con clienti che non ordinano più mobili e che, comunque, non pagano, deve darsi da fare per trovare una nuova fonte di reddito. Tenta la via dei giocattoli in legno: è una delle poche cose che può fare con la materia prima che conosce; in più i giocattolai tedeschi, grandi esportatori in Danimarca, sono tutti o quasi falliti e hanno lasciato scoperta una nicchia di mercato. Quanto al nome, Ole sceglie un’espressione danese «leg godt», in italiano «gioca bene». Solo anni più tardi si scoprirà l’assonanza con il verbo latino «lego», scelgo, raccolgo e anche «metto insieme». L’azienda si trova in casa un marchio che è già un lasciapassare per l’internazionalizzazione. La svolta successiva è della fine degli anni ’40: il legno viene abbandonato a favore della modernissima plastica e per i mattoncini iniziano gli anni del boom. Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei 2000 arriva, però, la crisi: le perdite raggiungono le centinaia di milioni, fioccano le lettere di licenziamento.
L’ORA DELLA SVOLTA
Il nipote del fondatore, che di nome fa Kjeld Kirk Kristiansen, decide di farsi da parte e di affidare la prima linea a un giovane poco più che trentenne, brillante consulente di McKinsey ma senza particolari esperienze al timone di un grande gruppo. La scelta si rivela indovinata: il «ragazzino», Jorgen Vig Knudstorp, diventa il protagonista di uno dei più grandi turnaround aziendali del business europeo. Quanto a Kjeld Kirk Kristiansen, si gode i frutti della crescita del gruppo fondato dal nonno: oggi è l’uomo più ricco di Danimarca con un patrimonio di 12,5 miliardi di euro. La sua famiglia possiede anche il 30% della Merlin Entertainment, titolare di società famose, come i musei delle cere di Madame Tussauds.
Il motto che guida il boom del fatturato è semplice: «non vendiamo plastica, ma storie». E allora, tanto vale le storie raccontarle. Anziché aver timore della nuova era digitale, l’azienda mette lo zampino nell’ideazione di più di 40 videogiochi per bambini. Tutti, chi più chi meno, contribuiscono a vendere i mattoncini. A coronare la nuova immagine è addirittura un film The Lego Movie, prodotto da Warner Bros, e diventato un successo planetario (vedi l’altro articolo in pagina). La società decide di presidiare ogni settore di mercato: da quello dei più piccoli, con la linea Duplo (mattoni più grandi) a quelli più hi-tech, con il lancio di modelli di auto e aerei telecomandati.
ARRIVANO I ROBOT
L’ultima frontiera è la linea Mindstorm, kit programmabili con motori e sensori sofisticati, utilizzati spesso, nell’Europa del Nord e negli Stati Uniti, come sussidio didattico nelle classi di scienze e informatica. Non è un caso che insieme ai bambini appassionati di mattoncini aumentino anche i cosiddetti Afol (Adult fan of Lego), spesso serissimi impiegati e professionisti di mezza età che, riuniti in circoli di appassionati, applicano la loro creatività alle creazioni del gruppo danese e contribuiscono a fornire nuove idee. In Italia, per esempio, è attivo l’ItLug (Italian Users Lego group), agguerrita associazione nata informalmente nel 1999 e formalizzata nel 2010, che aderisce al network internazionale degli appassionati. I tradizionali prodotti della società, sono ormai diventati, insomma, una sorta di oggetto di culto. Come dimostra il successo della mostra «The art of the bricks», attualmente alla Fabbrica del Vapore di Milano: la creazione di un artista americano, Nathan Sawaya, che ha usato un milione di mattoncini per riprodurre, con effetti sorprendenti, alcuni tra i maggiori capolavori figurativi, dalla Venere di Milo all’autoritratto di Van Gogh. Anche questa è una delle spiegazioni del successo. Che secondo molti analisti è legato pure alla capacità di interpretare al meglio una sorta di miracolosa «convergenza» tra mondo dei videogiochi e del digitale, caro ai bimbi di oggi, e mondo «fisico» in cui si trovano più a loro agio i genitori.
POLEMICHE AMERICANE
Certo, anche su questa marcia trionfale non manca qualche polemica. I puristi della pedagogia made in Usa, vedono nei nuovi prodotti, accompagnati da dettagliate istruzioni, un tradimento della vena creativa degli inizi, ispirata a una totale libertà. Un’accusa che però l’azienda respinge: le spiegazioni sono un suggerimento e un punto di partenza, la creatività si arricchisce attraverso il coordinamento delle capacità manuali con quelle di ragionamento.
Di sicuro i progetti sono quelli di crescere ancora. Da gennaio l’azienda ha un nuovo capo, il primo non danese: Bali Padda, nato in India e cittadino australiano. E in novembre è stata inaugurata una enorme fabbrica in Cina. L’obiettivo: far diventare i mattoncini una tradizione anche in Asia. 

Angelo Allegri
Il Giornale 23 gennaio 2017
THE ART OFTHE BRICK

Prove di sindacato nella più grande fabbrica del mondo.

foxcPer la prima volta una grande azienda con sede in Cina consentirà agli operai di eleggere i propri rappresentanti sindacali. Per il mondo del lavoro cinese è una svolta storica. Lo è però anche per il resto del pianeta, perché il gruppo asiatico che si appresta a dire sì al sindacato è la Foxconn, la “fabbrica più grande del mondo“, con oltre 1,2 milioni di dipendenti solo in Cina. La “caduta del muro” anti-sindacale nella seconda economia globale, in allarme per la diminuzione senza precedenti della forza-lavoro, oltre che per piccole e medie imprese nazionali, annuncia enormi cambiamenti anche per le multinazionali, che assieme ai bassi costi produttivi per trent’anni hanno contato sull’assenza di conflittualità sindacale. L’annuncio di prossime elezioni dei rappresentanti dei lavoratori alla Foxconn è stato anticipato informalmente da tre manager del colosso taiwanese, primo produttore mondiale di elettronica per conto terzi, tra cui marchi come Apple, Sony, Nokia, Dell e i brand di maggior successo di telefonia e computer….

In Cina, fino ad oggi, i rappresentanti dei lavoratori sono scelti tra gli stessi proprietari aziendali, tra i manager, oppure tra i funzionari locali del partito comunista. Di fatto, azionisti privati e Stato esercitano sia il ruolo di datori di lavoro, che quello di difensori dei diritti dei dipendenti. Il risultato dell’assenza sostanziale di un sindacato libero, è stato e resta drammatico. Ad essere tutelati, risultano solo gli interessi della proprietà. …

La Foxconn, prima di essere riconosciuta come la fucina pressoché unica di telefoni cellulari, pc portatili e tablet, è diventata universalmente famosa tra il 2009 e il 2010. Gli stabilimenti di Shenzhen furono sconvolti da un’ondata di suicidi, con una ventina di giovani operai che a causa di turni di lavoro massacranti e trattamenti umilianti, scelsero di uccidersi gettandosi dai tetti dei capannoni. Altre inchieste hanno portato alla scoperta di un diffuso sfruttamento del lavoro minorile, di stipendi da fame e di un generale clima da caserma, con migliaia di operai impossibilitati per mesi ad uscire dai reparti. Lo scorso autunno, l’ultima rivolta in fabbrica, con l’azienda costretta a chiudere per giorni. …..

http://www.repubblica.it/economia/2013/02/04/news/svolta_in_cina_ok_all_elezione_dei_sindacati_foxconn_promette_rappresentanti_veri-51930025/?ref=HREC1-12

Uno studio pubblicato a fine gennaio da due economisti del Fondo monetario internazionale (Fmi), Mitali Das e Papa N’Diaye, dice che la Cina raggiungerà tra pochi anni il cosiddetto «Punto di svolta di Lewis»: e che c’è poco che possa fare per evitarlo. Il Premio Nobel Sir Arthur Lewis calcolò il punto nel quale, in un’economia, il lavoro diventa scarso al punto da provocare un innalzamento repentino dei salari, una compressione dei profitti delle imprese industriali, una conseguente caduta degli investimenti. Secondo i due economisti, il punto di svolta dovrebbe arrivare tra il 2020 e il 2025: ma se la sindacalizzazione dovesse prendere piede e gli operai cinesi volessero lavorare meno ore di oggi, grazie anche ad aumenti salariali, potrebbe presentarsi molto prima.

http://www.corriere.it/opinioni/13_febbraio_05/taino-fabbrica-cina-sindacalizza_d0949776-6f70-11e2-b08e-f198d7ad0aac.shtml

Dietro lo smartphone e il tablet

La Foxconn International Holdings, la più grande multinazionale in fatto di componenti elettronici, con un giro d’affari da circa 60 miliardi di dollari e più di 1 milione e 200 mila dipendenti, è il colosso taiwanese dove nascono e vengono assemblati tutti gli esemplari del marchio di Steve Jobs, dagli iPad agli iPhone, fino alla neonata versione 5 del famoso smartphone. Ma dal 2009 la Foxconn è stata spesso tristemente citata sulle pagine di cronaca a causa di una serie di suicidi che hanno coinvolto i suoi dipendenti, stressati dall’iperlavoro e dalle cattive condizioni di vita. A ulteriore testimonianza dello scandalo, arriva il reportage di un giornalista cinese dello Shanghai Evening Post: fingendosi un operaio è entrato nella fabbrica di Tai Yuan, nella provincia cinese dello Shanxi, e ha pubblicato un diario della sua esperienza. Dieci giorni da “incubo” fra notti insonni, mobbing, scarafaggi e disumani tour de force nel polo tecnologico d’avanguardia……

… .Potrebbe non piacervi il modo in cui verrete trattati – avrebbe detto un istruttore – Ma vi assicuro che è per il vostro bene”…..

http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/09/13/news/un_giornalista_a_foxconn-42475778/?ref=HREC2-16