In sette a processo a Brindisi per un «like» messo su Facebook

Un gesto che milioni di persone ogni giorno compiono senza stare troppo a pensarci, quasi per un riflesso automatico. Un gesto che però potrebbe configurare un reato. Il primo novembre prossimo andranno a processo sette persone accusate di diffamazione per aver messo un «like» a un post di facebook considerato a sua volta offensivo. Accadrà davanti al tribunale di Brindisi ed è il primo caso del genere che verrà esaminato in un’aula di giustizia italiana mentre all’estero (ad esempio in Svizzera) i giudici si sono già pronunciati sanzionando i «mi piace» in calce a commenti diffamatori.

L’accusa di assenteismo

Il fatto scatenante risale addirittura al 2014 quando su Facebook appare un commento poco lusinghiero nei confronti dell’operato dell’allora sindaco di San Pietro Vernotico (Brindisi), Pasquale Russo e di alcuni dipendenti municipali accusati di essere fannulloni e assenteisti. Secondo il procuratore aggiunto Nicolangelo Ghizzardi non solo l’autore del post incriminato ma anche gli apprezzamenti dei lettori che hanno cliccato il «like» configurano il reato di diffamazione aggravata.

L’esperto: «Condanna difficile, manca il dolo»

«In effetti non mi risulta che in Italia ci siano precedenti di questo tipo» conferma Fulvio Sarzana avvocato e docente di diritto della società digitale all’università telematica di Nettuno. «Esiste solo un caso – prosegue l’esperto – contestato dalla procura di Genova persone che sui social misero il “mi piace” a un post contro i rom. Ma in quella circostanza è stata ravvisata la violazione della legge Mancino sull’incitamento all’odio razziale». Ma davvero può configurare un’offesa all’onore il semplice clic su Facebook? «La Cassazione – dice ancora Sarzana – ha già stabilito che un messaggio offensivo sui social può far scattare la diffamazione. Ma sul semplice “like” personalmente nutro qualche perplessità: il reato presuppone il dolo, una volontà specifica che probabilmente manca a un gesto automatico. Comunque sia, anche in questo caso occorrerà attendere una pronuncia della Cassazione». Certo, se così fosse sarebbe un fatto epocale: già oggi la polizia postale esamina ogni giorno tra le 100 e le 200 denunce per offese su Facebook; se a questo numero si aggiungessero quelle per i “mi piace” gli uffici si intaserebbero al punto tale da rendere inefficaci le denunce stesse.

Claudio Del Frate

Corriere della Sera, 27 settembre 2017

Le scelte degli investitori. Quanto pesa l’effetto-gregge

Valgono in Borsa, messe insieme, come il Prodotto interno lordo della Gran Bretagna: 2.759 miliardi di dollari. La sola crescita del loro valore azionario, da inizio anno, è paragonabile al Pil della Svezia: 541 miliardi. Sono i cinque colossi hi-tech americani (Facebook, Amazon, Apple, Microsoft e Alphabet), che hanno guidato al rialzo Wall Street e di riflesso il Nasdaq.

In questi giorni, con il loro tracollo fulminante in Borsa che spinge tutti gli operatori a domandarsi se stia scoppiando una bolla speculativa, i «big five» stanno mettendo a nudo i meccanismi perversi dei mercati finanziari. Perché il problema non è tanto la bufera che si è abbattuta su queste aziende a Wall Street. Il vero nodo è un altro: il meccanismo stesso con cui i «big five» sono prima volati in Borsa e poi crollati. Insomma: il problema non sta tanto nei titoli tecnologici, quanto nei meccanismi moltiplicatori dei mercati finanziari che prima esasperano l’euforia e poi improvvisamente si deprimono.
Un’analisi di Goldman Sachs, che venerdì ha dato il via allo scrollone a Wall Street, è illuminante a riguardo. Spiega bene perché i «big five» fino a pochi giorni fa fossero iper-gettonati in Borsa: non solo perché sono colossi che hanno rivoluzionato l’economia, la società, il costume e il mondo, ma anche per tanti – troppi potremmo aggiungere – motivi tecnici.
Goldman Sachs rivela che acquistare azioni dei «big five» è stata per molti mesi una moda tra gli investitori. «Le azioni dei cinque gruppi sono oggi nella top ten dei titoli in mano agli hedge funds», scrivono gli analisti di Goldman. «Anche i fondi comuni sovrappesano le azioni di Apple e degli altri gruppi tecnologici», aggiungono. E dato che la loro cavalcata in Borsa è stata accompagnata da un’anomala bassa volatilità, il loro appeal è cresciuto in maniera esponenziale: «Gli investitori sono da tempo focalizzati sui ritorni aggiustati per la volatilità – spiegano gli economisti di Goldman -. Siamo dunque convinti che la bassa volatilità di questi titoli abbia indotto gli investitori a sottostimare i rischi effettivi». Insomma: un mix di motivi tecnici e di valutazioni di mercato hanno indotto gli investitori a fare incetta per mesi di azioni Apple, Facebook & C. Senza pensarci troppo. Senza porsi troppe domande. Tutti insieme.
Poi, improvvisamente, senza che nulla di nuovo sia accaduto, tutto crolla. Non per un allarme utili. Non per il flop di un nuovo prodotto. Ma per un report di Goldman Sachs che racconta il motivo profondo del loro super-rally di Borsa. La banca d’affari spiega chiaramente che questi titoli hanno valutazioni molto elevate, ma in media non tali da poter parlare di bolla speculativa: se nel 2000 le 5 maggiori aziende tecnologiche arrivarono ad avere prezzi di Borsa pari a 58 volte gli utili, oggi sono in media a quota 23. Con l’eccezione solo di Amazon, che arriva – secondo i calcoli di Goldman – a 89. Anche gli analisti di Capital Economics calcolano che i prezzi, pur cresciuti tanto, non siano da bolla: mediamente le aziende tecnologiche americane quotano 20 volte gli utili, stimano loro, che è in linea con la media storica e in linea con l’intera Borsa di Wall Street. Dunque gli stessi analisti non se la sentono di parlare di una vera e propria bolla: l’esuberanza c’è, i multipli attuali sono eccessivi per molti investitori, ma il fatto non è nuovo. Se si tiene poi conto che queste società hanno nei bilanci un ammontare record di liquidità (che le loro bisnonne della bolla hi-tech del 2000 si sognavano), viene da domandarsi perché mai stiano crollando proprio ora in Borsa a rotta di collo.
Una correzione ci stava, certo. E, dato che la crescita economica americana sta perdendo smalto rendendo meno probabili i profitti aziendali sperati, è anche salutare. Nessuno mette in dubbio che un ribasso sia giustificato: quello che colpisce è però il motivo e la violenza con cui matura. Tutto parte con un report di una banca d’affari, che mette in guardia su vari aspetti tecnici di mercato che forse già tutti gli addetti ai lavori conoscevano. Poi si moltiplicano analisi simili da parte di altre banche d’affari. Poi arrivano le solite indiscrezioni inverificabili, come quella secondo cui il fondo americano Viking starebbe vendendo i titoli tecnologici allo scoperto. E infine scattano i meccanismi automatici degli algoritmi, che causano un vero e proprio «flash crash» tale da far partire un nuovo effetto gregge: prima tutti compravano, ora tutti vendono. Sembra un copione visto mille altre volte.
E qui veniamo al punto. I mercati finanziari ormai sono giganteschi, automatizzati, dominati da grandi investitori e da strategie passive legate a benchmark. Questo fomenta l’effetto «gregge», con numeri che non sono neppure paragonabili a quelli di qualche anno fa. E facilita i «flash crash», cioè tracolli improvvisi causati più da meccanismi tecnici che da reali motivi. Ecco perché, una volta tanto, invece di guardare il dito (cioè la bolla vera o presunta dei titoli hi-tech) è meglio guardare la luna (cioè i meccanismi perversi dei mercati finanziari): prima che questo ennesimo crollo di Borsa (ammesso e non concesso che duri e che sia un vero crollo) faccia partire l’ennesima recessione economica, sarebbe opportuno riflettere sul potere e sull’imprevedibilità dei mercati finanziari.
Se ci si pensa bene, tutte le ultime recessioni economiche (con i loro strascichi di disoccupazione e drammi sociali) sono nate da tracolli di Borsa. È accaduto dopo la crisi (squisitamente finanziaria) dei mutui subprime americani, che ha provocato la recessione globale del 2009. È accaduto con la crisi tutta italiana dello spread nel 2011, che ha prodotto la più grave frenata economica dal dopoguerra. E di esempi se ne potrebbero fare molti. È vero che anche la crisi degli anni 30 è nata dal crollo di Wall Street, ma oggi i mercati sono molto più grandi e invasivi di allora. È sempre più la finanza a dettare i ritmi dell’economia, e non viceversa.

 

MORYA LONGO

Il Sole 24 ore, 13 giugno 2017

 

VIDEO

Le parole del risparmio: effetto gregge

http://stream24.ilsole24ore.com/video/finanza-e-mercati/le-parole-risparmio-effetto-gregge-/AEWVdBdB

Toro americano nel settore tecnologico

tototoAlla fine ce l’ha fatta. Il Nasdaq, l’indice dei titoli tecnologici e innovativi di Wall Street, quello dove i titoli più importanti sono Apple, Facebook, Google&C, è tornato sopra quota 5 mila punti, il livello mai più superato dopo il record del 10 marzo 2000. Ma se si tiene conto dell’inflazione, per tornare al massimo in termini reali l’indice Nasdaq dovrebbe salire a quota 7.000, cioè balzare all’insù di un altro 40%. Missione impossibile? Nel breve tempo, certo. Ma la maggioranza degli analisti esperti di high-tech si dichiara fiduciosa sulla continuazione del Toro (rialzo di Borsa) nel settore tecnologico. «Questa volta è diverso», dicono. Frase dal suono un po’ sinistro, perché riecheggia lo slogan della Nuova Economia ai tempi della Bolla 2000. Però è vero che ci sono differenze fondamentali fra il Nasdaq di 15 anni fa e oggi.

La principale differenza tra il Nasdaq della Bolla del Duemila e il Nasdaq di oggi è che allora i prezzi delle azioni quotate sul mercato telematico americano prezzavano 100 volte (e oltre) i profitti previsti per il successivi 12 mesi. Oggi lo stesso rapporto tra prezzo e utili è crollato a 21, poco più caro del 17,5 dell’indice azionario generale, lo S&P500. Se il p/u (prezzo/utili) del Nasdaq fosse anche oggi 100, l’indice sarebbe attorno a quota 30.000. Nel 2000 il Nasdaq era pieno di dot.com che non avevano neppure un vero business e non realizzavano un fatturato, tantomeno dei profitti. Anche le valutazioni delle aziende più solide si erano gonfiate oltre ogni esuberante previsione. Nel caso di Microsoft, la Numero Uno, allora, per capitalizzazione di Borsa, il rapporto prezzo/utili era 56, tre volte e mezzo più caro di oggi (16) e superiore anche alla valutazione attuale del social network più di moda, Facebook (p/u 39). Proprio a causa di quei livelli stratosferici il crollo del Nasdaq è stato più violento e la ripresa molto più lenta rispetto agli altri due famosi indici della Borsa americana, lo S&P500 e il Dow Jones, che già nel 2013 erano tornati ai loro massimi. Dal 10 marzo 2000 l’indice Nasdaq aveva perso l’80% fino a scendere a 1.114 punti il 9 ottobre 2002. Per recuperare 3.900 punti ci ha impiegato oltre 12 anni: lo stesso rialzo del 350% l’aveva realizzato in soli tre anni durante il boom di Internet nella seconda metà degli Anni Novanta.

Oggi a guidare il Nasdaq c’è Apple, che da sola vale circa il 10% dell’indice e ha un p/u molto ragionevole: 15. Secondo un’analisi della rivista Barron’s le quotazioni della società di Cupertino potrebbero salire del 25% nei prossimi 12 mesi sull’onda dei profitti generati dall’iPhone e dei programmi di remunerazione degli azionisti (dividendi e buyback). Ma le previsioni sono rosee per l’intero Nasdaq: la sola crescita dei profitti delle società dell’indice dovrebbe farlo crescere del 18% nei prossimi 12 mesi, secondo gli analisti di FactSet …..

Tutto questo non significa che nel Nasdaq anche oggi non ci siano società con valutazioni da Bolla. Le quotazioni di Amazon.com, per esempio, sfidano qualsiasi logica basata sui profitti: 20 anni dopo la sua nascita, la dot.com di Jeff Bezos ha chiuso il 2014 ancora in rosso e, guardando agli utili attesi per il 2015, le sue valutazioni sono stratosferiche con un p/u pari a 717……

http://www.corriere.it/economia/cards/nasdaq-5-mila-punti-come-duemila-record-paure-mercato-hi-tech/bis-vetta-5-mila_principale.shtml

 

Indici azionari

Ogni indice azionario è composto da un numero diverso di titoli, che vengono scelti in base a criteri diversi. Ogni indice ha poi il suo modo particolare sia di selezionare i titoli che meglio rappresentano un mercato o un settore, sia di calcolare il prezzo medio dei titoli.

Quasi tutte le principali borse del mondo hanno almeno un indice azionario principale che gli investitori seguono come indicatore dello stato di salute dei titoli negoziati in quella Borsa Valori. Per esempio, l’indice azionario che rappresenta lo stato della Borsa di Londra è il FTSE100; in Francia è il CAC40, in Germania è il DAX30, in Australia è l’AUS200, ecc.

Negli Stati Uniti, ci sono due principali borse, il NYSE (New York Stock Exchange) e il NASDAQ, e ci sono tre indici principali che coprono i titoli negoziati su entrambe queste borse. Il DJ30 (Dow Jones 30) rappresenta le 30 maggiori società quotate sia nelle borse del NYSE che del NASDAQ, l’indice S&P500 (Standard & Poors 500) rappresenta le 500 maggiori società quotate sulle borse NYSE e NASDAQ e infine il NASDAQ100 rappresenta le 100 maggiori società non finanziarie quotate solo alla borsa NASDAQ. A differenza del Dow e dello S&P, l’indice NASDAQ comprende anche società costituite al di fuori degli Stati Uniti.

http://www.etoro.com/blog/market-news-it/11032014/nasdaq-sp-ftse-dax-dow-jones-che-cosa-e-un-indice-azionario-e-come-si-investe-negli-indici-azionari/?lang=it

 

NASDAQ, acronimo di National Association of Securities Dealers Automated Quotation (ovvero: “Quotazione automatizzata dell’Associazione nazionale degli operatori in titoli”) è il primo esempio al mondo di mercato borsistico elettronico, cioè di un mercato costituito da una rete di computer.

Il NASDAQ è, essenzialmente, l’indice dei principali titoli tecnologici[1] della borsa americana; vi sono anche quotate compagnie di molteplici settori, tra cui quelle informatiche come Microsoft, IBM, Apple, Google, Yahoo e Facebook

Il nuovo gruppo borsistico è stato istituito a New York il 5 febbraio 1971. Fino a qualche anno fa il Nasdaq è stato caratterizzato da una forte volatilità, dovuta al boom della cosiddetta New Economy.

L’indice, dopo essere partito l’8 febbraio 1971 con un valore iniziale di 100 punti, ha raggiunto un massimo storico di 5132 punti il 10 marzo 2000, in pieno boom della New economy prima del successivo scoppio della bolla speculativa delle Dot-com.

La sede si trova a Times Square.

L’andamento del NASDAQ è misurato da diversi indici, tra cui principalmente il Nasdaq Composite Index e il NASDAQ-100

http://it.wikipedia.org/wiki/NASDAQ

 

Ue: ok acquisizione WhatsApp da parte di Facebook

La Commissione europea ha autorizzato oggi l’acquisizione del servizio di chat via smartphone, WhatsApp, da parte del principale social network mondiale, Facebook. Secondo gli esperti antitrust di Bruxelles, infatti, l’operazione da 19 miliardi di dollari, non desta preoccupazioni sotto il profilo della concorrenza in nessuna delle tre aree per le quali è stata condotta un’analisi, e cioè il mercato delle comunicazioni digitali, il mercato dei servizi di social networks, e quello della pubblicità online.

La Commissione conclude che il nuovo gruppo nato dalla fusione dei due giganti della comunicazione online, con centinaia di milioni di utenti in tutto il mondo, “continuerà a dover far fronte a una concorrenza sufficiente“. Bruxelles, tuttavia, ammette che Facebook potrebbe utilizzare i dati degli utenti di WhatsApp per migliorare i suoi messaggi pubblicitari e potrebbe anche indirizzare tali pubblicità agli utenti di WhatsApp, ma conclude che tali eventuali sviluppi non danneggerebbero la concorrenza nel mercato della pubblicità.

L’Ue, però, mette in guardia da “possibili questioni relative alla privacy che potrebbero emergere dall’accresciuta concentrazione di dati sotto il controllo di Facebook,” ma precisa che tali questioni “non sono di competenza delle autorità antitrust”.

http://www.repubblica.it/economia/2014/10/03/news/ue_via_libera_ad_acquisizione_whatsapp_da_parte_di_facebook-97224573/

ONLINE/OFFLINE

zz bbbTUTTI noi a intermittenza, ma anche contemporaneamente, viviamo ormai in due universi distinti: online e offline. Il secondo dei due è spesso definito “il mondo reale”, anche se la questione di capire se questa definizione si adatti meglio al secondo rispetto al primo diventa via via discutibile. I due universi differiscono in modo marcato per la visione del mondo che ispirano, le competenze che esigono e il codice di comportamento che raffazzonano e promuovono. Le loro differenze possono essere superate, ma difficilmente sono riconciliate. Spetta al singolo individuo, immerso in entrambi quegli universi, risolvere i conflitti che sorgono tra di essi e delineare ambiti circoscritti di applicabilità per ciascuno dei due.
L’esperienza acquisita in un universo, però, non può non influire sulle nostre modalità di percezione dell’altro universo, che valutiamo e che attraversiamo. Tra i due universi tende a esserci un traffico frontaliero ininterrotto, legale o illegale, ma pur sempre intenso. I vantaggi di Internet sono molteplici e multiformi. Su Facebook non può accadere che qualcuno si senta mai più solo o messo in disparte, scaricato, respinto, lasciato a cuocere nel proprio brodo avendo come unica compagnia sé stesso. Sempre, ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, qualcuno da qualche parte sarà sempre pronto a ricevere un messaggio e a rispondere a esso. Grazie a Internet, ormai tutti ricevono una possibilità di vivere il loro proverbiale quarto d’ora di celebrità e l’occasione di sperare di arrivare allo status di celebrità pubblica.
Ma quali sono le perdite, documentate o previste? Tanto per cominciare, ci sono perdite che affliggono le nostre facoltà mentali; prima di tutto le qualità/ capacità ritenute indispensabili per trovare uno spazio fondamentale per la ragione e la razionalità, per dispiegarvisi e realizzarsi appieno: attenzione, concentrazione, pazienza e la possibilità di durare nel tempo. Quando per connettersi a Internet è necessario un minuto, molti di noi si irritano per la lentezza del proprio computer. Ci stiamo abituando ad aspettarci sempre risultati immediati. Desideriamo un mondo sempre più simile al caffè istantaneo. Stiamo perdendo la pazienza, eppure i grandi risultati necessitano di grande pazienza. Il periodo di tempo in cui si è in grado di tenere desta la soglia di attenzione, l’abilità a restare concentrati per un tempo prolungato – in definitiva, quindi, la perseveranza, la resistenza e la forza morale, caratteri distintivi della pazienza – sono in calo, e rapidamente.
Tra i danni meglio analizzati e al contempo teoricamente più nocivi provocati dal calo e dalla dispersione dell’attenzione ci sono il peggioramento e la graduale decrepitezza della disponibilità ad ascoltare e delle facoltà di comprendere, come pure della determinazione ad “andare al cuore della faccenda” (nel mondo online ci si aspetta di “navigare” tra le informazioni convogliate visivamente o acusticamente) – che a loro volta portano a un continuo declino delle capacità di dialogare, una forma di comunicazione di vitale importanza nel mondo offline. Strettamente connesso ai trend descritti è il danno inferto alla memoria, oggi sempre più spesso trasferita e affidata ai server, invece che immagazzinata nel cervello.
L’altra cosa di cui tenere conto è il verosimile impatto di tutto ciò sulla natura stessa dei rapporti umani. Allacciare e spezzare legami online è più comodo e meno imprudente che farlo offline. Non comporta obblighi a lungo termine, e tanto meno promesse del tipo “finché morte non ci separi, nella buona e nella cattiva sorte”; non esige un obbligo così prolungato e coscienzioso come esigono i legami offline. Non stupisce quindi che, avendo collaudato e confrontato le due tipologie, molti internauti, forse la crescente maggioranza, preferiscano la varietà online.
C’è ancora un punto, forse il più discusso tra gli argomenti che saltano fuori nel dibattito su vantaggi e svantaggi del world wide web. Numerosi osservatori hanno accolto la possibilità di assistere in “tempo reale”, in modo universale, facile e comodo agli eventi internazionali – unitamente alla possibilità di fare un ingresso altrettanto universale, ugualmente facile e indisturbato nella scena pubblica – come l’autentica, radicale, effettiva svolta nella storia breve e tempestosa, seppur ricca di avvenimenti, della democrazia moderna. Al contrario delle aspettative abbastanza diffuse secondo le quali Internet rappresenterà un grande salto in avanti nella storia della democrazia e coinvolgerà noi tutti nel processo di dar forma al mondo che condividiamo, si vanno accumulando le prove per le quali Internet potrebbe servire anche a perpetuare e a rafforzare conflitti e antagonismi. Paradossalmente, il pericolo nasce dalla propensione della maggior parte degli internauti a fare del mondo online una zona esente da conflitti. Internet porta alla creazione di una versione perfezionata di “comunità residenziale protetta”: a differenza del suo equivalente offline, ciò non impone ai residenti di pagare un affitto esorbitante e non richiede vigilantes armati o una rete complessa e avanzata di telecamere di sorveglianza a circuito chiuso; è sufficiente disporre di un semplice tasto “cancella”. Il vero problema è che in questo ambiente online, sterilizzato e decontaminato in modo artificiale, è davvero molto difficile poter sviluppare una forma di immunità nei confronti delle velenose controversie endemiche dell’universo offline.
Senz’altro, l’elenco fin qui fatto dei vizi e delle virtù reali e teoriche di una divisione del Lebenswelt (“il mondo vitale”) in un universo online e un universo offline è tutt’altro che completo. Ed è ovviamente prematuro valutare gli effetti aggregati di un cambiamento-spartiacque, così determinante nella condizione umana e nella storia culturale. Per il momento, gli asset di Internet e dell’informatica digitale nel loro complesso paiono tollerare bene una considerevole mescolanza di passività. Oggi il punteggio più alto raggiunto dall’universo online nella scala di misurazione della comodità, della convenienza, dell’immunità dal rischio e della libertà dai problemi che impongono uno scotto, sollecita, di proposito o di default, la tendenza a trasferire le opinioni sul mondo e i codici comportamentali fatti a misura della sfera di vita online nella sua alternativa offline. Ma potrebbero essere applicati a questa soltanto a costo di un grande danno sociale ed etico. A conti fatti, d’ora in poi, faremo bene a tenere d’occhio da vicino le conseguenze della spaccatura online/offline.

Vivere da immigrati digitali divisi tra “ online ” e “ offline ”

di Zygmunt Bauman

la Repubblica • 25 giugno 2014

(Traduzione di Anna Bissanti)

 

http://www.dirittiglobali.it/2014/06/25/vivere-immigrati-digitali-divisi-online-offline/

Torna l’incubo della bolla speculativa

Stiamo vivendo l’inizio di un “remake” del marzo 2000? La settimana che si apre è dominata da questo interrogativo, dopo la pesante caduta del Nasdaq e dei titoli tecnologici, che ha contagiato le Borse del mondo intero. L’allarme suscita interrogativi più generali, si aggiunge al rallentamento della crescita in Cina e in altre nazioni emergenti. Fa temere che anche il recente afflusso di capitali verso l’Eurozona (Grecia in testa) possa contenere i germi di una speculazione “malata”, preludio a nuovi crac.

Il marzo del 2000, per chi fosse troppo giovane per ricordarlo, segnò la fine della “prima” New Economy. O per meglio dire, la fine della bolla finanziaria che aveva accompagnato la prima rivoluzione di Internet. Quell’euforìa si chiuse con un disastroso tracollo del Nasdaq. Il ricordo di quella catastrofe è stato quasi cancellato da un evento ancora più drammatico, la crisi sistemica del 2008-2009. E tuttavia il marzo 2000 rimane come una lezione cruciale per diverse ragioni. Anzitutto perché fu un episodio fondamentale di quell’accresciuta volatilità dei mercati, che negli ultimi decenni ha generato cicli di “boom and bust” (ascesa e crollo) sempre più estremi e violenti.

E poi perché il tracollo del Nasdaq avvenuto 14 anni fa contiene lezioni specifiche sulla speculazione finanziaria che accompagna la “distruzione creativa” della Silicon Valley.

La settimana scorsa si è chiusa su un calo del Nasdaq dell’1,3%, consecutivo alla pesante caduta di giovedì (meno 3,1%). E’ stata la terza settimana consecutiva di arretramento della Borsa specializzata nei titoli tecnologici. A trainare la caduta sono state soprattutto le aziende di biotecnologie. Ma nei capitomboli si sono distinti anche grandi nomi di Internet. Rispetto ai massimi raggiunti a marzo, Twitter ha perso il 44%, Amazon è a meno 23%, Facebook arretra del 18%. Tutto ciò che era in auge nella Silicon Valley ora è coinvolto nella caduta: il colosso del videostreaming Netflix è sotto del 28% rispetto a marzo, l’azienda di auto elettriche Tesla perde il 20%. Questo ha generato un sentimento di nervosismo più diffuso, esteso a tutti i listini e a tutti i mercati. L’indice di volatilità Vix, che in America viene anche chiamato “l’indice della paura”, è balzato del 21% all’insù. Per questo molti si chiedono se siamo alla vigilia dell’Armageddon, il giudizio finale.
…..
Evidente la disparità rispetto al resto del mercato: allargando l’analisi ai listini più rappresentativi dell’intera economia americana come lo Standard & Poor’s 500 dove figurano anche tante aziende non tecnologiche, lì ai massimi di marzo i valori di Borsa erano 21 volte gli utili e 2,2 volte i fatturati. Nel biotech ben dieci aziende all’apice del 18 marzo capitalizzavano in Borsa mille volte i loro fatturati, e di queste aziende nessuna ha mai visto un dollaro di utile. Ecco la conclusione di Zweig: “Non c’è dubbio che i profitti potenziali derivanti dalle avanzate scientifiche delle biotecnologie sono enormi. Ma allo stesso modo nel 1999 non c’era dubbio che Internet avrebbe avuto un boom, e in effetti lo ebbe. Se tu nel 1999 avessi comprato titoli Amazon avresti azzeccato un buon investimento. Ma se tu avessi comprati qualsiasi altro titolo, da America Online a Exodus Communications, da Lycos a VerticalNet, avresti avuto una performance molto peggiore rispetto a tutto il resto del mercato, nonostante che Internet abbia avuto da allora proprio quella crescita fenomenale che tu ti aspettavi”.

Insomma, un conto sono gli scenari “macro”, altra cosa è azzeccare la società vincente, in mezzo a tante che saranno brutalmente eliminate nella selezione darwiniana della specie

 

http://www.repubblica.it/economia/finanza/2014/04/13/news/nasdaq_bolla_tecnologica_crisi-83510605/?ref=HREC1-10

Fb paga WhatsApp 16mld di dollari

Facebook, il popolare social network fondato da Mark Zuckerberg che pochi giorni fa ha compiuto dieci anni, ha annunciato l’acquisto di WhatsApp per circa 16 miliardi di dollari (4 in contanti e 12 in azioni, più 3 miliardi di azioni vincolate per i fondatori e i dipendenti.

WhatsApp è stata fondata nel 2009 Brian Acton e Jan Koum e. Gli ex ingegneri di Yahoo con la loro idea hanno subito soppiantato la concorrenza e si sono imposti come il più importante servizio di messaggistica alternativo agli sms. Oggi è usato da più di 450milioni di utenti

GUARDA I VIDEO….

http://www.economia.rai.it/articoli/facebook-acquista-whatsapp/24108/default.aspx