Le offese via Facebook possono costare care

fbbbUna sola parola: «stronzo». Così due studentesse del liceo artistico di Novara, quattro anni fa, avevano apostrofato su Facebook un loro insegnante dell’epoca, un sessantenne oggi in pensione. Un insulto che costerà loro la bellezza di mille euro, 500 a testa.

E’ la cifra che Sara S. e Gaia R. si sono rese disponibili a pagare per ottenere il «perdono» dell’insegnante che non aveva per nulla gradito il post ingiurioso ed era corso a fare denuncia.

La vicenda si è chiusa martedì  in tribunale: le due ragazze, oggi ventenni, erano a processo per diffamazione aggravata e rischiavano una condanna da 6 mesi a 3 anni. Dopo una lunga trattativa fra le parti coinvolte, si è trovato l’accordo per il risarcimento del danno. Querela ritirata. Il giudice ha pronunciato sentenza di «non doversi procedere». Una trattativa difficile, perché per mesi una delle studentesse ha sostenuto di non avere quei soldi: «Lavoro part time e non posso permettermi una somma così alta, quasi pari a uno stipendio mensile». In aula, il dietrofront.

http://www.lastampa.it/2014/01/24/edizioni/novara/due-ex-liceali-risarciranno-il-professore-insultato-su-facebook-aT9hKVy9FRv7rGMrtSQ8KJ/pagina.html

Facebook in declino?

E’ il iù grande social network del mondo, ha già più di un miliardo di utenti e continua a diffondersi come un virus inarrestabile. Eppure fra tre anni Facebook potrebbe non esistere più o quasi. Uno studio della Princeton University prevede infatti che il club digitale dell’amicizia scompaia dal web entro il 2017: nei prossimi tre anni, afferma la ricerca, potrebbe perdere l’80 per cento o più dei suoi seguaci, come riporta oggi il Guardian di Londra.

Naturalmente è soltanto un’ipotesi scientifica, basata sulla curva di crescita e decrescita di epidemie come la peste bubbonica. Ma proprio in modo simile a un’epidemia si è diffuso il social network, moltiplicandosi a velocità prodigiosa, da poche migliaia di studenti di Harvard a un milione di utenti a centinaia di milioni e ormai a un sesto dell’umanità. E altri social network, come MySpace e Bebo, sono nati, cresciuti e precipitati nel nulla molto rapidamente: in teoria non è escluso che possa accadere anche a Facebook, che celebrerà il suo decimo compleanno il 4 febbraio (sì, sembra che sia con noi da sempre, ma è nato appena nel 2004), affermano gli autori della ricerca.

John Cannarella e Joshua Spencer, docenti di ingegneria meccanica all’università americana, hanno analizzato il numero di volte che il nome Facebook viene digitato su Google, scoprendo che il picco è stato raggiunto nel dicembre 2012 e da allora è cominciato il declino. “Le idee si diffondono come un’infezione tra la gente fino al momento in cui scompaiono e già in passato sono state descritte secondo modelli epidemiologici, si può dunque raggiungere una condizione di immunità a un’idea come la si raggiunge con una malattia”, scrivono i due scienziati nella loro tesi di ricerca.

L’esempio di quanto accaduto al social network MySpace è pertinente: fondato nel 2003, raggiunse l’apice del successo nel 2007 con 300 milioni di utenti, per poi declinare fino a scomparire dal web nel 2011. Acquistato dalla news Corporation di Rupert Murdoch per 580 milioni di dollari e valutato a un certo punto ben 12 miliardi di dollari, finì per essere venduto da Murdoch per appena 35 milioni di dollari. L’analogia con Facebook regge solo fino a un certo punto, perché nel frattempo le tecnologie si sono evolute: oggi ogni mese 870 milioni di utenti usano Facebook attraverso i loro smart phone, il che potrebbe spiegare il calo del social network su Google: chi vuole collegarsi non lo fa più scrivendo la parola sul motore di ricerca. Ma il Guardian nota che David Ebersman, capo del dipartimento finanze di Facebook, ha ammesso recentemente che negli ultimi tre mesi c’è stata una diminuzione nell’uso quotidiano del social network, “specialmente tra i più giovani”. E in ogni caso la ricerca degli scienziati di Princeton suona come un monito: sul web tutto cambia a grande velocità …………..

http://www.repubblica.it/tecnologia/2014/01/23/news/facebook_perder_l_80_degli_utenti_in_tre_anni_dalla_princeton_social_media-76722167/?ref=HREC1-31

Da Monopoli alla guerra dei brand

empireChissà se con l’abolizione dell’Imu, sempre che davvero ci sarà, potranno tornare di moda anche nella finzione. Fatto sta che in Empire, la nuova versione del tradizionale Monopoly, le proprietà immobiliari non sono più gli indicatori della ricchezza e del successo. Allineandosi alla trasformazione della società, il mattone lascia il posto alla finanza, al marketing e alla comunicazione. L’obiettivo non è più costruire quante più case e alberghi possibile, per poi lucrare sulle rendite. Bensì conquistare il controllo delle grandi multinazionali ai cui brand garantire poi la massima visibilità possibile. Come? Con il modello Times Square, ovvero grandi messaggi pubblicitari su palazzi e grattacieli. Sempre di più, uno sopra l’altro. Vince chi arriva a coprire per primo l’intera superficie della propria torre.

Per rendere il tutto più reale, in lizza ci sono 22 tra i principali marchi mondiali: dalla Coca Cola a Mc Donald’s, da Samsung alla Xbox. Un solo brand è di casa nostra: quello Ducati.E visto che la chiave di tutto diventa la comunicazione, l’ennesima evoluzione del gioco creato all’inizio del secolo scorso da Elizabeth Magie e portato al successo mondiale dall’ing. Charles B. Darrow che lo brevettò e poi lo cedette alla casa editrice Parker Brothers, sarà lanciata l’8 ottobre via Facebook nella Battle of the brands che vedrà davvero impegnate 15 delle 22 compagnie che hanno accettato di associare il loro nome al gioco da tavolo più famoso e giocato del mondo (è entrato nel Guinness con più di 500 milioni di partite stimate, oggi si parla già di oltre un miliardo di persone che vi si sono cimentate in 111 Paesi del mondo). Obiettivo: arrivare per primi a collezionare 5 mila like sotto al post che ognuna di loro pubblicherà sulla propria pagina ufficiale per annunciare il debutto di Empire. L’idea è quella di richiamare il meccanismo della rapidità insito nella nuova versione del gioco che prevede che una partita, non essendoci più la necessità di acquisire proprietà o di costruire immobili, duri anche meno di 30 minuti.

Non è la prima volta che la Hasbro, la società che detiene i diritti di distribuzione del Monopoly, ricorre ai social per coinvolgere i fan nelle iniziative di lancio dei propri prodotti. Lo scorso gennaio era stata una grande campagna via Facebook e Twitter, «Save your token», a decidere quali avrebbero dovuto essere le nuove pedine da utilizzare sul tabellone. Nella versione Empire i giocatori avranno a disposizione sei pedine che rappresentano alcune delle principali aziende che hanno aderito all’iniziativa: una bottiglietta di Coca Cola, un controler della Xbox, la tavoletta del ciack della Paramount, le patatine di McDonald, una Chevrolet Corvette e un modellino di Ducati.

Sono lontani, insomma, i tempi delle anonime casette rosse di legno e dei percorsi accidentati che i dadi determinavano tra parchi della Vittoria e vie dei Giardini. Nell’epoca della comunicazione globale e globalizzata, tutto è questione di marketing, un po’ come quello indiretto che ne deriverà per le 22 marche presenti nel gioco (oltre a quelle citate ci sono Beats, Carnival, eBay, Eletronic Arts, Fender, la stessa Hasbro, Intel, JetBlue, Nerf, Nestlé, Transformers, Under Armour, X Games e Yahoo), che si ritroveranno citate già nei giochi dei ragazzini. Del resto, lo stesso Eric Nyman, senior vice president e global brand leader di Hasbro Gaming, lo dice espressamente nel comunicato diffuso alla stampa: «Il gioco permette ai bambini di creare l’impero economico dei loro sogni e di immaginare come sarebbe possedere le marche che per loro hanno maggior significato, come ad esempio Xbox e X games».

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http://seigradi.corriere.it/?p=2762&preview=true

Più si è connessi e meno si studia

snPiù si è connessi meno si studia. Sembra una banalità, uno di quei mantra ripetuti dalle madri ai figli, ma è anche un’affermazione supportata da un’indagine condotta sugli studenti lombardi risultati molto social, forse troppo. Trascorrono circa tre ore al giorno in rete, principalmente chattando sui social network (83 per cento) e cercando informazioni e approfondimenti (53 per cento). Ma per ogni ora passata in più su Internet, l’apprendimento cala. Secondo quanto calcolato utilizzando i dati Invalsi la diminuzione di 0,8 punti in italiano e di 1,2 punti in matematica.

È il risultato a cui è giunta l’Indagine sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde condotta dal Gruppo di Ricerca sui Nuovi Media del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, coordinata da Marco Gui, ricercatore in Sociologia dei media e con la supervisione scientifica di Giorgio Grossi, ordinario di Sociologia della comunicazione. Alla ricerca ha collaborato anche l’Osservatorio sulla Comunicazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

La ricerca è stata svolta su un campione di 2.327 studenti delle seconde superiori in Lombardia, e ha analizzato le dotazioni tecnologiche, l’uso dei nuovi media e le competenze digitali degli studenti. Per la prima volta in Italia, inoltre, ha associato l’utilizzo dei media digitali ai livelli di apprendimento, utilizzando i dati dei test Snv/Invalsi . Il campione è rappresentativo per tipo di scuola e area geografica.

E, quindi, c’è poco da fare, più si è connessi meno si riesce a studiare. Il calo nell’apprendimento è ancora più marcato se si considera solo la quota di tempo che gli studenti trascorrono online per motivi di studio: meno 2,2 punti in italiano e meno 3,2 punti in matematica. Inoltre, gli usi poco frequenti e molto frequenti della rete sono associati alle performance peggiori, mentre gli utilizzi moderati sono associati a quelle migliori.

La posizione sociale dei ragazzi non conta. I ragazzi dei centri di formazione professionale ormai superano quelli dei licei e dei tecnici nel tempo speso online. La permanenza online dello studente medio è infatti di circa 3 ore giornaliere, ma i ragazzi dei licei stanno online in media circa 2 ore e 48 minuti, quelli dei centri di formazione professionale circa 3 ore e un quarto.

Per quanto riguarda invece l’utilizzo dei social network, Facebook è protagonista: l’82 per cento degli intervistati possiede un profilo e il 57 per cento lo tiene addirittura aperto mentre fa i compiti. Tuttavia esistono due diversi modi di usarlo: uno più chiuso con poche informazioni condivise online, profilo privato e con contatto prevalentemente con persone conosciute offline (tipico dei ragazzi dei licei e di chi ha genitori istruiti) e uno più aperto alle nuove conoscenze online con molte info messe a disposizione e profilo aperto (più frequente tra gli studenti con meno risorse culturali ed economiche: il 35 per cento degli studenti dei Centri di formazione professionale hanno un profilo completamente pubblico contro il 18 per cento dei liceali).

I genitori sono percepiti dai ragazzi come meno competenti di loro e sembrano non essere in grado di fornire competenze digitali avanzate. Un po’ più competenti i genitori dei liceali che sono anche quelli che controllano maggiormente i tempi di permanenza al computer dei figli.

L’uso di Internet per la scuola appare diffuso (il 32,4 per cento cerca informazioni che non trova nei testi, il 41 per cento scambia informazioni con i compagni) ma poco guidato da genitori e insegnanti, cosa che spiega probabilmente anche la relazione non incoraggiante di queste attività con l’apprendimento……

http://www.lastampa.it/2013/09/23/cultura/scuola/i-nativi-digitali-hanno-bisogno-di-guida-WEKSCwysieg8jyN2u033uK/pagina.html

Caffè social

VOLTAI1[1]I social network oggi vengono additati come nemici della produttività.
Secondo un popolare quanto discutibile infografico che gira in rete, l’uso di Facebook, Twitter e altri siti del genere durante l’orario di lavoro costa all’economia americana 650 miliardi di dollari all’anno. I nostri intervalli di attenzione si stanno atrofizzando, i nostri punteggi ai test sono in calo:e tuttoa causa di queste «armi di distrazione di massa».
Ma non è la prima volta che si sentono lanciare allarmi di questo genere. In Inghilterra, alla fine dei Seicento, c’erano timori simili su un altro ambiente di condivisione dell’informazione, che esercitava un’attrattiva tale da minare, apparentemente, la capacità dei giovani di concentrarsi sugli studi o sul lavoro: i caffè, il social network dell’epoca.
Come il caffè stesso, anche il caffè inteso come locale era stato importato dai paesi arabi. La prima coffeehouse in Inghilterra fu inaugurata a Oxford all’inizio degli anni Cinquanta del Seicento e negli anni successivi spuntarono centinaia di locali simili a Londra e in altre città. La gente andava nei caffè non solo per consumare l’omonima bevanda, ma per leggere e discutere gli ultimi pamphlet e le ultime gazzette, e per tenersi al corrente su dicerie e pettegolezzi.
I caffè erano usati anche come uffici postali:i clienti ci si recavano più volte al giorno per controllare se erano arrivate nuove lettere, tenersi aggiornati sulle notizie e chiacchierare con altri avventori. Alcuni caffè erano specializzati in dibattiti su argomenti come la scienza, la politica, la letteratura o il commercio navale. Dal momento che i clienti si spostavano da un caffè all’altro, le informazioni circolavano con loro.
Il diario di Samuel Pepys, un funzionario pubblico, è costellato di varianti dell’espressione «lì nel caffè». Le pagine di Pepys danno un’idea della vasta gamma di argomenti di conversazione che venivano trattati in questi locali: solo nelle annotazioni relative al mese di novembre del 1663 si trovano riferimenti a «una lunga e accesissima discussione fra due dottori», dibattiti sulla storia romana, su come conservare la birra, su un nuovo tipo di arma nautica e su un processo imminente.
Una delle ragioni della vivacità di queste conversazioni era che all’interno delle mura di un caffè non si teneva conto delle differenze sociali. I clienti erano non solo autorizzati, ma incoraggiati ad avviare conversazioni con estranei di diversa estrazione sociale. Come scriveva il poeta Samuel Butler, «il gentiluomo, il manovale, l’aristocratico e il poco di buono, tutti si mescolano e tutti sono uguali».
Non tutti approvavano. Oltre a lamentare il fatto che i cristiani avessero abbandonato la tradizionale birra in favore di una bevanda straniera, i detrattori del fenomeno temevano che i caffè scoraggiassero le persone dal lavoro produttivo. Uno dei primi a lanciare l’allarme, nel 1677, fu Anthony Wood, un cattedratico di Oxford.
«Perché l’apprendimento serio e concreto appare in declino, e nessuno o quasi ormai lo segue più nell’Università?», chiedeva. «Risposta: a causa dei caffè, dove trascorrono tutto il loro tempo»……
Ma qual era l’impatto effettivo dei caffè sulla produttività, l’istruzione e l’innovazione? In realtà i caffè non erano nemici dell’industria: al contrario, erano crocevia di creatività perché facilitavano la mescolanza delle persone e delle idee. I membri della Royal Society, la pionieristica società scientifica inglese, spesso si ritiravano nei caffè per prolungare le loro discussioni. Gli scienziati spesso realizzavano esperimenti e tenevano conferenze in questi locali, e dato che l’ingresso costava solo un penny (il costo di una singola tazza), i caffè venivano definiti a volte penny universities. Fu una discussione con altri scienziati in un caffè che spinse Isaac Newton a scrivere i suoi Principia mathematica, una delle opere fondamentali della scienza moderna.
I caffè erano piattaforme per l’innovazione anche per il mondo degli affari. I mercanti li usavano come sale di riunione, e nei caffè nascevano nuove aziende e nuovi modelli d’impresa. Il Jonathan’s, un caffè londinese dove certi tavoli erano riservati ai mercanti per realizzare le loro transazioni, diventò poi la Borsa di Londra. Il caffè di Edward Lloyd, popolare luogo d’incontro per capitani di nave, armatori e speculatori, diventò il famoso mercato di assicurazioni Lloyd’s.
Inoltre, l’economista Adam Smith scrisse buona parte della sua opera più famosa, La ricchezza delle nazioni, nella British Coffee House, un popolare luogo di incontro per intellettuali scozzesi, ai quali sottopose le prime bozze del libro per avere il loro parere.
Sicuramente i caffè erano anche posti dove si perdeva tempo, mai loro meriti sono di gran lunga superiori ai loro demeriti. Offrirono un ambiente sociale e intellettuale stimolante, che favorì un flusso di innovazioni che ha dato forma al mondo moderno. Non è un caso che il caffè sia ancora oggi la bevanda per eccellenza della collaborazione e del networking.
Ora lo spirito dei caffè rinasce nelle nostre piattaforme di social network. Anche queste sono aperte a tutti e consentono a persone di diversa estrazione sociale di conoscersi, discutere e condividere informazioni con amici e sconosciuti allo stesso modo, forgiando nuovi legami e stimolando nuove idee. ……

Tom Standage su Repubblica del 12 luglio 2013

http://www.swas.polito.it/services/Rassegna_Stampa/dett.asp?id=4028-174641009

Troppo internet….

L’eccesso di Internet influisce negativamente sugli adolescenti, peggiorando anche su comportamenti ed abitudini non direttamente collegate all’uso della Rete. Lo dice l’Osservatorio della Società Italiana di Pediatria nello studio su  Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani, che indaga annualmente, dal 1997, un campione nazionale di adolescenti che frequentano la terza media (12-14 anni). Gli adolescenti che navigano su Internet per più di 3 ore al giorno (21,3% del totale – dato 2012) mangiano peggio, sono più inclini al rischio, fumano e bevono di più, leggono di meno, hanno un rendimento scolastico inferiore, hanno comportamenti sessuali più “adultizzati”, praticano meno sport e lo fanno con un atteggiamento molto più orientato alla vittoria che alla pratica ludica.

Il rapporto Sip è stato diffuso a Bologna in occasione del 69mo Congresso Nazionale della Società Italiana di Pediatria. Per i pediatri, un quadro certamente sconfortante se si considera che questa “categoria” di adolescenti è in costante crescita. Cresce la fruizione di Internet (che ormai più essere considerata universale in quella fascia d’età); cresce la fruizione quotidiana (riguardava il 42% nel 2008 oggi riguarda oltre il 70%); cresce la percentuale di ragazzi e ragazze che passa in rete più di 3 ore al giorno (8,6% nel 2008; 21,3% nel 2012). Per non parlare di Facebook,  inesistente tra gli adolescenti nel 2008, sul quale oggi ha un proprio profilo circa l’80%. Un trend di crescita che aumenta ancora con l’età, come dimostra uno studio pilota effettuato dalla Associazione Laboratorio adolescenza, a Milano, su tre scuole superiori (l’utilizzo quotidiano di Internet sale all’80%; gli “over 3 ore” aumentano al 31% e Facebook arriva al 95%).

http://www.lastampa.it/2013/05/09/societa/mamme/bambini/6-11-anni/adolescenti-ecco-le-trappole-del-web-qIG0gaUHPMYWaWtCOJQggM/pagina.html