Gli italiani non masticano economia&finanza.

inlitIl caso di Banca dell’Etruria, BancaMarche, CariChieti e CariFerrara, cioè delle quattro banche salvate con l’intervento del governo e grazie alle risorse prestate dagli altri istituti di credito italiani, solleva tanti quesiti di ordine economico e finanziario, oltre che di natura politica. Oggi vorrei concentrarmi su un aspetto che, in qualche modo, è una delle ragion d’essere di questa rubrica: le competenze economico-finanziarie degli italiani. Lasciando da parte gli episodi truffaldini pur presenti nel crac delle quattro banche, è indubbio il ruolo – in questa come in altre vicende – di una scarsa preparazione finanziaria del risparmiatore medio nel nostro paese.

 

Nel gergo scientifico internazionale si parla di “financial literacy”, che in italiano si può tradurre appunto con l’espressione “alfabetizzazione finanziaria” o “competenze economico-finanziarie”: si intende con queste parole non soltanto la conoscenza di termini che designano gli strumenti e le istituzioni dell’attività finanziaria, ma anche una padronanza delle funzioni di questi strumenti e di queste istituzioni, nonché una capacità di valutare i termini delle scelte che nella vita compiamo a questo proposito. In Italia queste “competenze finanziarie” sono, mediamente, a un livello basso. D’altronde da noi lo stesso concetto di finanza, che alla radice è ciò che trasla nel tempo il potere d’acquisto, viene più spesso demonizzato che compreso.

 

Così non c’è da stupirsi che l’Italia occupi gli ultimi posti nel recente Global Financial Literacy Survey stilato da Standard & Poor’s insieme a Gallup e Banca mondiale. Agli intervistati in tutto il mondo sono sottoposte cinque domande per misurare quattro concetti fondamentali: diversificazione del rischio, inflazione, dimestichezza di base con i numeri, interesse composto. Sintetizzo le cinque domande, così potrete mettervi voi stessi alla prova. Prima domanda: se hai un po’ di soldi da parte, è più sicuro investirli in un solo strumento finanziario o in tanti diversi? Seconda: supponi che nei prossimi 10 anni il prezzo delle cose che compri raddoppierà; se anche il tuo stipendio raddoppierà, potrai acquistare meno di quello che compri oggi, oppure esattamente quello che compri oggi o più di quello che compri oggi? Terza domanda: ipotizza di avere bisogno di un prestito di 100 euro. Per ripagarlo hai due possibilità: pagare 105 euro oppure 100 euro più il 3%. Qual è la più conveniente? Quarta domanda: supponi di depositare i soldi in una banca che per due anni ti darà un interesse annuo dell’1%. La banca in questione nel secondo anno aggiungerà al tuo conto più soldi di quanti ne aggiungerà il primo anno, oppure aggiungerà al conto la stessa somma ogni anno? Quinta e ultima domanda del questionario: supponi di avere 100 euro in un conto bancario e che la banca aggiunga un 10% di interessi annui. Quanti soldi avrai dopo 5 anni? Più di 150 euro, esattamente 150 euro o di meno? Secondo questo rapporto, una persona ha una competenza finanziaria “sufficiente” se dimostra di capire almeno 3 dei quattro concetti di cui sopra, quindi se risponde a 3 o 4 delle domande che ho letto. In Italia soltanto il 37% dei cittadini supera questa soglia di “sufficienza”. Un livello tra i più bassi in Europa, peggio di Grecia e Spagna.

 

Uno studio delle stesse banche italiane, svolto però da ricercatori indipendenti, ha tentato di misurare le stesse competenze finanziarie attraverso sei diversi indici. L’Indice di conoscenza finanziaria, compreso tra 0 e 6, presenta per l’Italia un valore medio pari a 3,13 e una mediana pari a 3. Il 61% degli intervistati non è riuscito a fornire risposte corrette a più di 3 domande (su un totale di 6). Le risposte fornite dagli intervistati hanno evidenziato, da un lato, una scarsa familiarità con il calcolo numerico e una limitata conoscenza del sistema di capitalizzazione, dall’altro, una discreta padronanza dei concetti elementari della finanza. Solo il 22% del campione, però, è riuscito ad applicare le conoscenze matematico-finanziarie ai concetti di finanza, scegliendo correttamente tra due opportunità di investimento sulla base dei profili di rischio e rendimento atteso. Il dato è in linea con quanto rilevato in Francia, ma risulta notevolmente inferiore rispetto a Germania, Regno Unito e Stati Uniti d’America (circa 40%). Un altro indice, cioè l’Indice Globale di Competenza Finanziaria, compreso tra un minimo di 3 e un massimo di 20, presenta per l’Italia il valore medio di 11,2, che equivale in termini scolastici al voto di 5. I due gruppi demografici estremi, con punteggi più alto e più basso sono rappresentati rispettivamente da: a)uomini con istruzione almeno pari alla scuola superiore e reddito superiore a 1.900 euro mensili; b) donne e uomini con scolarità inferiore o uguale alla scuola media inferiore che risiedono al Sud e nelle Isole.

 

Difficile essere ottimisti sulle future generazioni, considerato che dall’ultimo programma Pisa di valutazione degli studenti di alcuni paese Ocse, è emerso che gli studenti in Italia ottengono un punteggio inferiore alla media dei 13 paesi OCSE che hanno partecipato alla valutazione delle competenze finanziarie. Con un punteggio medio di 466 punti, l’Italia si colloca tra la 16a e la 17a posizione rispetto all’insieme dei 18 paesi partecipanti. Nel complesso gli studenti italiani ottengono risultati in materia di alfabetizzazione finanziaria inferiori a quanto ci si potrebbe aspettare in  base al loro livello di competenze in lettura  e matematica, e questo risultato suggerisce che le principali competenze acquisite dagli studenti a scuola non includono quelle economico finanziarie.

 

Il nostro paese è indietro, insomma, e pare destinato a rimanerci. Già nel 2013 il rapporto per l’Avanzamento delle strategie nazionali per l’Educazione finanziaria, curato dall’Ocse e dalla presidenza russa del G20, si osservava che in 55 paesi presi in considerazione, 20 tra questi avevano adottato una strategia nazionale per l’educazione finanziaria, 25 si trovavano ad uno stadio avanzato nel disegnarla, mentre l’Italia figura tra i 5 Paesi di coda che stanno solo considerando di disegnarla. Per fare un paragone, dal settembre 2014 in tutte le scuole del Regno Unito l’educazione finanziaria è addirittura materia obbligatoria. Mentre l’agenzia Consumer financial protection bureau, creata negli Stati Uniti all’indomani dell’ultima crisi, ha anche l’obiettivo istituzionale di promuovere l’educazione finanziaria tra i cittadini. Il netto “conoscere per deliberare”, come noto, dovrebbe essere nelle corde degli italiani. In banca, non lo è ancora.

Marco Valerio Lo Prete

Il Foglio

14 dicembre 2015

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/12/14/gli-italiani-non-masticano-economiafinanza-un-mini-test-lo-dimosra___1-vr-136031-rubriche_c262.htm

 

Le obbligazioni subordinate, ultimo frutto avvelenato dell’enorme debito pubblico italiano

 
images[8]Prima del mese scorso, era successo solo nel 1921. L’ultima volta prima di questa in cui i creditori di una banca italiana si erano visti azzerare i propri titoli, la prima guerra mondiale era appena finita. La Banca italiana di sconto fallì perché l’Ansaldo, il suo solo grande debitore, era stato messo in ginocchio dalla fine delle commesse belliche. L’anno dopo un neolaureato di nome Piero Sraffa pubblicò sul Guardian un’analisi devastante di quell’operazione, tutta dati e fatti, che gli fruttò l’ira del neo-premier di allora, Benito Mussolini, e un esilio a Cambridge che sarebbe durato tutta la vita.
Non ci sarà un altro Sraffa, stavolta. Non solo perché economisti del suo genio non nascono spesso né perché l’intolleranza del fascismo ormai ce la siamo messa alle spalle (si spera). Se non ci sarà un altro Sraffa, è anche perché l’azzeramento delle obbligazioni di quattro piccole banche arrivata per decreto il 22 novembre è il punto di arrivo di una storia diversa. Di pace, non di guerra. Quella di oggi è una vicenda che rivela cosa può fare un debito pubblico cronicamente eccessivo a un Paese. Diventa una sottile, persistente tossina che ne deforma la struttura finanziaria, i costumi, le responsabilità pubbliche e i comportamenti privati.
Il punto di partenza è in un golfo aperto, alla fine del 2010. Era quello fra ciò che le banche italiane raccoglievano dai correntisti, e quanto invece prestavano alle famiglie, alle imprese o alle amministrazioni. Fra questi due valori c’era uno scarto eccessivo: le banche si finanziavano grazie ai depositi della clientela per una somma notevolmente inferiore a quanto poi impiegavano nell’economia. Alla fine del 2010 la raccolta di risparmio agli sportelli sfiorava i 1.400 miliardi di euro, mentre i prestiti viaggiavano appena sotto i duemila miliardi. Le banche dovevano trovare dunque quasi 600 miliardi in più per funzionare e questo golfo veniva colmato tramite prestiti a breve termine da grandi istituti esteri: dalla City di Londra, Parigi, Francoforte.
Qui il debito pubblico entra in scena, bloccando l’ingranaggio. A metà del 2011 si scatena la crisi finanziaria, gli investitori internazionali dubitano che il governo possa evitare l’insolvenza e smettono di comprare titoli di Stato italiani. Anche le banche del Paese rischiano di soffocare, perché nel frattempo hanno già circa 200 miliardi di titoli del Tesoro nei loro bilanci, dunque vengono considerate vulnerabili a un default dello Stato. Per loro i prestiti dall’estero si interrompono, però quel golfo tra raccolta e impieghi resta aperto e rischia di provocare un infarto a vari istituti di credito.
Il coinvolgimento più intenso delle famiglie italiane nei rischi delle banche, specie le più provinciali, parte da qui. Con i mercati internazionali per loro ormai chiusi, centinaia di istituti iniziano a collocare con foga le proprie obbligazioni alla clientela.
Hanno urgenza di finanziarsi in qualche modo, per colmare almeno parte di quel golfo aperto fra depositi e impieghi. Secondo i dati ufficiali, le obbligazioni bancarie nei bilanci delle famiglie italiane esplodono dal già enorme livello di 271 miliardi di euro del 2005 fino a 372 miliardi del 2011. Si arriva al punto che i comuni risparmiatori italiani hanno una quantità di titoli di debito delle banche quasi doppia rispetto ai titoli di Stato. Non siamo più il popolo dei Btp. Diventiamo un popolo di obbligazionisti bancari. Nel 2013 i bond emessi dal settore creditizio rappresentano il 99,7% di tutte le obbligazioni private in cui hanno investito le famiglie italiane: quell’impiego ne scaccia molti altri, magari più produttivi.
Accade per molte ragioni, sempre influenzate dalla tossina del debito pubblico. Una è fiscale: una vecchia norma (ora abolita) cercava di spingere gli italiani a comprare titoli di Stato tassando i guadagni su normali certificati di deposito, depositi a termine o a vista in maniera più esosa rispetto a tutti i bond. La risposta nella società italiana è stata l’esplosione di bond bancari nei bilanci delle famiglie. Anche le meno finanziariamente istruite, che in Italia purtroppo sono la maggioranza. Molte piccole banche del resto ritenevano di non avere scelta, perché spesso gli investitori professionali non avrebbero comprato gli stessi titoli alle stesse condizioni.
Ci si può chiedere perché la Consob, l’autorità di controllo sul risparmio, non abbia impedito questa concentrazione del rischio. Ed è difficile resistere alla tentazione di pensare che non ci fosse molta voglia di contrastare aziende divenute vitali per la tenuta finanziaria dello Stato. Durante la crisi, mentre si finanziavano presso le famiglie (e presso la Banca centrale europea), le banche erano diventate decisive nel finanziare a loro volta il Tesoro: il loro portafoglio di titoli di Stato è salito da 108 miliardi del 2008 a 403 di due mesi fa.
Così il debito pubblico ha distorto i comportamenti lungo tutto il sistema. Certo fino all’agosto del 2013 non esistevano le regole europee che impongono di colpire i creditori in caso di aiuto di Stato alle banche (dopo sì, anche se in Italia se n’è parlato poco). E molte cose oggi sono migliorate.
Le banche hanno quasi smesso di emettere bond, perché godono di abbondante liquidità dalla Bce. Le obbligazioni bancarie in mano alle famiglie sono più che dimezzate; lo è anche la massa di titoli subordinati, i più a rischio, che ormai non supera i 30 miliardi di euro. Nel frattempo il golfo tra raccolta e impieghi degli istituti si è ristretto e – soprattutto – moltissime banche sono davvero solide. Specie fra le grandi.
Ma chi pensa che un debito alto si può vivere, perché in fondo non fa male, può rileggere la storia. A partire dal 1922.

Federico Fubini
Corriere della Sera,  13 dicembre 2015

Cosa sono le obbligazioni subordinate

Che cos’è un obbligazione subordinata, quante ce ne sono in circolazione e quante sono le banche che rischiano di far saltare per aria i risparmi dei privati, così come avvenuto col salvataggio di Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti.

Ecco un ‘vademecum’ con le risposte.

OBBLIGAZIONI SUBORDINATE. Come tutti i bond sono dei titoli di debito, che consentono a chi li compra di diventare creditore dell’emittente, incassando periodicamente degli interessi: il dividendo o cedola. Rispetto alle obbligazioni ordinarie, però, quelle subordinate espongono i risparmiatori a un grado di rischio molto più elevato e in caso di fallimento della banca, in questo caso, i possessori di bond sono considerati dei creditori di serie B e quindi il diritto di essere risarcito arriva dopo altri soggetti come i dipendenti, i correntisti o i sottoscrittori dei bond ordinari e anzi concorrono a ripianare le perdite. Con le nuove norme Ue infatti le passività soggette al bail-in soggette saranno innanzitutto gli strumenti di capitale, poi le passività subordinate e a seguire le obbligazioni bancarie non garantite. In più va considerato che le subordinate spesso non possono essere scambiate su mercati, nemmeno quelli Otc non regolamentati per poter almeno recuperare qualcosa.

QUALI SONO LE BANCHE A RISCHIO. Col recente salvataggio delle 4 banche, il numero di istituti a rischio si riduce notevolmente. Sulla base dei dati aggiornati a inizio dicembre dalla Banca d’Italia risultano sotto procedure di amministrazione straordinaria 9 banche di piccole dimensioni. Si tratta dell’Istituto per il Credito Sportivo (Rm), la Bcc Irpina (Av), la Cassa di Risparmio di Loreto (An), la Banca Padovana di Credito Cooperativo (Pd), la Cassa Rurale di Folgaria (Tn), la Banca Popolare delle Province Calabre (Cz), La Banca di Cascina Credito Cooperativo (Pi), la Bcc Banca Brutia (Cs) e la Bcc di Terra D’Otranto (Le). In particolare, ricorda l’istituto centrale di Via Nazionale nel 2014 sono state avviate procedure di amministrazione nei confronti di 12 banche mentre per altre 2 banche di credito cooperativo è stata avviata la procedura di liquidazione.

BOND SUBORDINATI, MINE VAGANTI? In circolazione c’e’ una massa di oltre 60 miliardi di obbligazioni subordinate emesse dalla banche italiane, più o meno redditizie, nelle mani di piccoli e piccolissimi risparmiatori o di grandi investitori, scambiabili o meno sul mercato. In un’elenco stilato dagli analisti indipendenti di Consultique, fra le circa 370 emissioni la parte del leone per decine di miliardi la fanno i big (UniCredit, Intesa Sanpaolo, Ubi Banca ecc. con rischio basso o quasi nullo) ma figurano anche, per importi anche non disprezzabili, titoli di banche medie o piccole e Bcc. Scorrendo i titoli si nota come la gran parte delle obbligazioni subordinate, oltre due terzi, sia sprovvista di rating. Di quelle con rating circa una cinquantina non arriva a un giudizio di ‘investment grade’. Altro elemento da considerare e’ che oltre un terzo delle emissioni e’ potenzialmente illiquido e quindi non vendibile sui mercati quando la situazione inizia a farsi difficile seppure alle volte questo comporti una perdita del valore evitando comunque l’azzeramento totale in caso di perdita.

L’AVVERTIMENTO DI MOODY’S. Anche l’agenzia di rating internazionale, così come la Ue, aveva detto che anche in caso d’intervento del Fitd (Fondo Interbancario Di Tutela Dei Depositi) al posto del fondo di risoluzione gli effetti negativi si sarebbero riversati anche sugli obbligazionisti subordinati. L”unica mossa che si sarebbe potuta fare per evitare duri colpi sui piccoli risparmiatori sarebbe stata ritirare i bond per scambiarli con altri come ha ricordato anche Banca d’Italia ma per farlo sarebbe stato necessario rinviare l’entrata in vigore delle regole europee di qualche anno.

L’Argentina e gli “avvoltoi”

srge«AVVOLTOI », li chiama il ministro dell’Economia argentino, Axel Kicillof. Il quale di certo soffre di un deficit di credibilità: l’Argentina convive coi default, da ieri è entrata nella sua seconda bancarotta in 13 anni. Inoltre il suo paese non gode della minima simpatia tra i risparmiatori italiani defraudati dai tango-bond. E tuttavia Kicillof ha dalla sua parte un economista autorevole e progressista, il premio Nobel Joseph Stiglitz della Columbia University di New York. «Questa è una bomba made in Usa, non solo contro l’Argentina ma con effetti sull’intera economia globale». La “bomba” a cui si riferisce Stiglitz in un’intervista al New York Times è una sentenza del giudice federale di Manhattan, Thomas Griesa. Il tribunale Usa ha dato ragione a uno spregiudicato hedge fund e ha messo in gravi difficoltà la terza economia più grande dell’America latina. Non è un caso isolato: dal Perù al Congo, si moltiplicano vicende analoghe, in cui il “diritto del creditore” viene imposto da un tribunale americano e prevale sulla sovranità di intere nazioni.

Il vincitore del braccio di ferro con Buenos Aires per ora è Paul Singer, a capo di uno hedge fund relativamente piccolo. Ha solo trecento dipendenti, sta mettendo in ginocchio una nazione di 41 milioni di abitanti. Singer col suo fondo Elliott Management si candida a ripetere l’exploit di George Soros, che nel 1992 con le sue scommesse speculative costrinse la sterlina britannica ad un’umiliante svalutazione e all’uscita dal Sistema monetario europeo (un trauma che pesa tuttora nel dibattito inglese sull’euro). Simili per l’audacia e il gusto delle scommesse azzardate, Soros e Singer sono agli antipodi nelle loro visioni politiche. Soros è il “miliardario rosso” che non perde occasione per finanziare movimenti di sinistra. Singer al contrario è un ideologo della destra radicale, libertaria e mercatista, vicino al probabile candidato presidenziale repubblicano Rand Paul. A 69 anni, Singer si sente impegnato in una crociata ideologica, per affermare che i diritti dei creditori vanno rispettati sempre e comunque. Pagare fino all’ultimo centesimo i debiti degli Stati sovrani, secondo lui, è una regola sacra per imporre il buongoverno e castigare i politici incompetenti.

Nel caso dell’Argentina qualche ragione lui può anche averla. Di certo Singer non si muove solo per affermare dei principi. Se la spunta, mette le mani sul “jackpot”, il gran premio alla lotteria dei bond. Lui ha rastrellato dei bond argentini il cui valore nominale è di 170 milioni, pagandoli molto meno, acquistandoli da investitori che ormai avevano perso ogni speranza verso Buenos Aires. Singer si è messo alla testa degli “irriducibili”, quegli investitori che hanno rifiutato le transazioni offerte dall’Argentina. Con il suo accanimento a proseguire la battaglia nelle giurisdizioni americane, oggi potrebbe incassare fino a 1,5 miliardi con gli interessi composti, grazie a quelli che sembravano fino a pochi anni fa dei pezzi di carta straccia. La sentenza del giudice federale Griesa, dando ragione allo hedge fund Elliott Management, vieta a Buenos Aires di pagare i suoi creditori più recenti, quelli cioè che hanno sottoscritto bond di nuova generazione, se prima o contestualmente non viene anche rimborsato Singer. 536 milioni che l’Argentina era già pronta a versare sono stati congelati, lasciando a mani vuote anche i detentori dei bond recenti.

L’Argentina di oggi, pur rimanendo un paese afflitto da malgoverno e corruzione, recessione e inflazione, non è certo cosi` malata come quella del 2001 — 2002. Ha una bilancia commerciale in attivo grazie all’export agricolo, ha uno Stato solvente e un sistema bancario funzionante. Allora perché non fa la cosa più semplice, cioè paga Singer e volta pagina? Anche Buenos Aires tiene duro su questioni di principio e non vuole perdere la faccia inginocchiandosi davanti a uno hedge fund nordamericano. Ma non è in ballo solo una questione di prestigio. Il ministro Kicillof ce l’ha con gli “avvoltoi” perché teme che siano solo i predatori più rapidi, dietro i quali è pronto a muoversi un esercito molto più numeroso. Dopo aver pagato a Singer 1,5 miliardi, Buenos Aires potrebbe essere costretta a risarcire tutti quanti gli “irriducibili” con un costo di 13 miliardi. E poi potrebbero rifarsi avanti anche tutti coloro che incassarono perdite sui tango-bond durante la bancarotta del 2002. A quel punto, se la giustizia americana estendesse gli stessi diritti a tutti gli ex creditori, il conto per l’Argentina salirebbe fino a 200 miliardi di dollari. Altro che cifre simboliche, il paese sarebbe costretto a subire un salasso davvero sostanziale.

In quanto ai principi, quello che preoccupa Stiglitz e altri osservatori è il potere erga omnes della giustizia americana. La ragione per cui l’Argentina non può permettersi di ignorare la sentenza del giudice di Manhattan, è che i suoi bond vengono emessi sulla piazza di New York oppure ricorrono a banche americane come “stanza di compensazione” per garantirne la liquidità e gestire il mercato secondario. La giustizia americana diventa così una giustizia globale, e non solo per paesi di serie B come l’Argentina, il Perù o il Congo. Come si è visto di recente nel caso della maxi-multa alla banca francese Bnp Paribas, nessuno può permettersi di ignorare le regole stabilite dagli Stati Uniti, a meno di tagliarsi fuori dal mercato dei capitali più vasto e più efficiente del mondo

Federico Rampini

Paul Singer e gli “avvoltoi” che strangolano l’Argentina

Repubblica 1 agosto 2014

http://interestingpress.blogspot.it/2014/08/paul-singer-e-gli-avvoltoi-che.html

I Tango bond

tangobI bond argentini, denominati anche tango Bond, sono i titoli di Stato della Repubblica argentina equivalenti ai nostri Bot e Btp. I risparmiatori che acquistano titoli del debito pubblico diventano creditori nei confronti dello Stato che li emette e che si obbliga a restituire loro (rimborsare), a scadenze prestabilite, il capitale investito e gli interessi previsti.

Nel caso dei Tango bond, pertanto, l’Argentina avrebbe dovuto rimborsare a scadenza il capitale investito ai risparmiatori che li avevano acquistati.

A Dicembre del 2001 il governo argentino ha dichiarato l’insolvenza. I risparmiatori italiani coinvolti sono stati circa 450.000 per un controvalore complessivo di 14,5 miliardi di dollari, all’epoca corrispondenti a 12,8 miliardi di euro, pari a quasi un punto percentuale del nostro Pil (la ricchezza prodotta in un anno dall’Italia intera)…

http://www.scandalifinanziari.it/index.php/tutti-gli-articoli/2-non-categorizzato/6-i-bond-argentini

Gli Hedge fund

Una definizione appropriata di Hedge Fund potrebbe essere: “Qualsiasi fondo che non sia un convenzionale fondo d’investimento”; in altri termini qualsiasi fondo che utilizzi una strategia o una serie di strategie diverse dal semplice acquisto di obbligazioni, azioni (fondi comuni d’investimento a capitale variabile – mutual funds) e titoli di credito (money market funds) e il cui scopo è il raggiungimento di un rendimento assoluto e non in relazione ad un benchmark.
Gli Hedge Fund vengono di volta in volta indicati come strumenti di investimento alternativi, fondi speculativi, fondi di fondi, sempre in contrapposizione con le forme di gestione dei risparmio di tipo tradizionale, regolate da leggi e regolamenti specifici che ne limitano l’operatività e il rischio.
Il termine anglosassone “hedge” significa letteralmente copertura, protezione e, in effetti, questi fondi nascono proprio con l’intento di gestire il patrimonio eliminando in gran parte il rischio di mercato. La filosofia degli Hedge Fund è quella di ottenere risultati di gestione positivi indipendentemente dall’andamento dei mercati finanziari in cui operano.

http://www.finanzaonline.com/education/hedge-fund/Che-cosa-sono-come-investire-sugli-Hedge-Fund

 

Le lacrime di Sybille

Banchieri-medioevo[1]I banchieri dei grandi scambi internazionali sono una categoria così impopolare da far spesso dimenticare un dettaglio: li abbiamo inventati noi. I primi uomini di finanza, capaci di garantire gli scambi di merci, valuta o di debito attraverso le frontiere europee, furono quasi tutti italiani. Fiorentini, pisani, senesi, lucchesi, astigiani, genovesi o parmensi nati nel dodicesimo o nel tredicesimo secolo e cresciuti nell’idea di creare denaro tramite altro denaro, aiutando (in teoria) il prossimo a concludere i propri affari in spezie, tessuti o derrate agricole.
Neanche all’epoca aveva l’aria di essere una professione dignitosa. A Firenze o in Piemonte la pratica di prelevare un tasso d’interesse sui prestiti appariva talmente spregevole da essere riservata unicamente agli ebrei. Questo non impedì al numero di professionisti del settore in Italia di continuare a crescere durante i decenni del «big bang» finanziario e commerciale del basso medioevo. Solo a Firenze, fra il 1304 e il 1314, il numero dei cambiavalute salì da 274 a 314 e le «tavole di cambio» passarono da 93 a 135.
Era una finanza spesso sregolata, da robber barons del capitalismo americano di fine ‘800 o da locuste di Wall Street dei momenti più febbrili delle bolle dell’ultimo ventennio. Allora come oggi, c’era chi non apprezzava e provava a ribellarsi contro i banchieri che si accaparravano le risorse dei propri stessi clienti. Ma allora come oggi, non era facile prevalere sulla forza del denaro e dei professionisti che esso è in grado di mobilitare. Ce lo mostra un lavoro sorprendente di Amedeo Feniello, uno storico del medioevo con una lunga carriera d’insegnamento negli Stati Uniti e in Francia: la storia di una giovane vedova francese che da sola decide di sfidare in tribunale i banchieri fiorentini che l’avevano raggirata. Avesse avuto qualche altro cliente dalla sua parte, la si potrebbe chiamare la prima “class action” della storia, alla quale avrebbero fatto seguito quelle dei clienti di Lehman Brothers, di quelli di Bernie Madoff, degli obbligazionisti di Parmalat o di quelli del governo argentino.
Purtroppo però la donna, Sybille de Cabris, era sola. Dalle lacrime di Sybille. Storia degli uomini che inventarono la banca (Laterza, 2013) di Feniello ricostruisce la vita e la battaglia giudiziaria di una ragazza provenzale, figlia di cacciatori di saraceni, che non corrisponde in niente allo stereotipo della donna medievale. Da quello che sappiamo, Sybille fu capace di autonomia di giudizio, tenacia di fronte ai banchieri che le avevano sottratto il patrimonio, spirito imprenditoriale e coraggio. Trasferite sette secoli più tardi, le vicende drammatiche della sua vita potrebbero diventare la trama di una produzione hollywoodiana. Nel 1335 Sybille sposa giovanissima Annibal de Moustier, cavaliere e signore della valle provenzale d’Entrevennes, oggi nota soprattutto per i campi di lavanda cari agli impressionisti francesi.
Interessante che all’epoca la Germania eravamo noi: la dote portata ad Annibal è della ragguardevole somme di duemila fiorini d’oro di Firenze. Era infatti la città-Stato toscana a battere la moneta emblema di valore, stabilità e affidabilità negli scambi internazionali dell’epoca. Da quando era stato coniato nel 1252, il fiorino d’oro di Firenze si era imposto in Europa in quanto moneta di riserva e di scambio,un po’ come nel ventesimo secolo era successo alla Deutsche Mark sin quasi dalla creazione nel 1948.
Ma neanche il patrimonio in valuta pregiata, a cui si aggiungono i possedimenti in Campania e in Sicilia, permette Sybille e al marito Annibal un avvenire sicuro.
I due sono giovani, belli e, secondo quanto riferisce per lettera un amico di famiglia, realmente innamorati. Lui però muore all’improvviso nel giorno di Ognissanti del 1335, lasciandola vedova a meno di vent’anni e incinta. La famiglia di lui a quel punto complotta contro di lei nel tentativo di impossessarsi dei suoi beni, accusandola di fingere la gravidanza solo per accaparrare l’eredità del marito defunto.
Seguono umilianti prove corporali per dimostrare agli emissari dei suoceri di essere realmente incinta. Sybille si difende e alla fine prevale, ma questo è solo l’inizio delle sue peripezie. Con un sorprendente spirito imprenditoriale, questa vedova del basso medioevo passa in rassegna i suoi beni decisa a valutare quanto le rendano e se abbia senso mantenerli. Molto presto decide di vendere il suo castrum nel Regno di Sicilia, dal quale l’amministratore non trasmette alcuna rendita da anni, per reinvestire invece a scelta in una di tre proprietà provenzali in quel momento sul mercato. Sybille è una giovane donna capitalista, il cui problema è trasferire il ricavato della sua vendita in Sicilia verso la Provenza.
È qui che i banchieri entrano nella sua vita. I Buonaccorsi di Firenze prendono in consegna il denaro a Napoli e si impegnano, dietro commissione, a produrre una somma equivalente a chi presenti una lettera di credito da loro emessa presso la filiale della banca ad Avignone. Ciò avrebbe evitato il pericoloso viaggio delle monete d’argento attraverso tutta l’Italia e la Costa Azzurra.
Il secondo dramma nella vitadi Sybille esplode però all’arrivo ad Avignone: in città non c’è più alcuna filiale dei Buonaccorsi. La banca era fallita e i banchieri erano scappati senza liquidare i clienti, un’esperienza oggi ben nota ma allora quasi incomprensibile. Come in questo secolo, gli uomini di finanza non avevano svolto a dovere il loro mestiere ma potevano prevalere sui clienti anche grazie a quelle che gli economisti chiamano “asimmetrie informative”: conoscevano circostanze che gli altri ignoravano, ad esempio sull’effettivo stato della loro impresa o dei mercati.
Sybille piange, ma non si arrende. Oltre dieci anni più tardi, nel 1355, la troviamo a Firenze dove affida una denuncia contro i Buonaccorsi al tribunale della Mercanzia. Vuole indietro i suoi soldi. Sarà una sfida giudiziaria lunga molti anni, nella quale i banchieri si difendono mettendo in dubbio l’identità giuridica della ricorrente, le qualifiche professionali del suo “notaio” (avvocato) ser Zanobi di Buonaiuto Benucci e mille altri passaggi procedurali. Nel 1362 le parti stavano ancora litigando davanti ai giudici, e dell’esito della loro battaglia legale non resta purtroppo traccia. Certo i grandi banchieri fiorentini si seppero difendere con ogni possibile argomento tecnico a loro disposizione. E se la loro opaca cavillosità oggi ricorda qualcosa, ci sarà pure un perché.

Federico Fubini

“La Repubblica“,
23 dicembre 2013