Sanità: 22,5 miliardi di sprechi

Doctors income

Prestazioni inutili, frodi, costi standard, burocrazia: su ogni 10 euro spesi per la sanità, se ne potrebbero risparmiare 2. Un totale di 22 miliardi e mezzo su un costo che nel 2016 è stato di 112,5 miliardi.

Nella sanità pubblica ogni 10 euro spesi se ne potrebbero risparmiare 2, per un totale di 22 miliardi e mezzo su una spesa annua 2016 che è stata di 112,5 miliardi. Si potrebbe intervenire su sei capitoli, dal taglio delle prestazioni inutili alla lotta alle frodi, dall’estensione dei costi standard negli acquisti a una organizzazione efficiente della prevenzione. La contabilità degli sprechi è contenuta nel 2° Rapporto sulla sostenibilità del servizio sanitario nazionale, presentato qualche giorno fa al Senato, alla presenza della ministra Beatrice Lorenzin e con la partecipazione, tra gli altri, di Agnès Couffinhal, senior economist dell’Ocse, che ha confermato le stime del rapporto della Fondazione Gimbe, invitando ad «agire senza indugi per tagliare gli sprechi con precisione… chirurgica». Un consiglio utile anche per il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Basti pensare che se davvero si risparmiassero 22,5 miliardi, la prossima manovra sarebbe già fatta, a partire dai 15,4 miliardi necessari per disinnescare l’aumento dell’Iva.

 

Lo Stato in ritirata

Nel nostro Paese, va subito detto, non si spende troppo. «A seguito del costante definanziamento – cioè del contenimento della spesa pubblica, si legge nel Rapporto – la spesa sanitaria in Italia continua inesorabilmente a perdere terreno». A partire dal 2013 i governi hanno programmato un contenimento della spesa per la sanità dal 7,1% del Pil al 6,4% previsto per il 2020 dall’ultimo Def (Documento di economia e finanza). «Guardando alla spesa pubblica pro-capite emerge in tutta la sua criticità il definanziamento pubblico: siamo sotto la media Ocse (2.469 dollari contro 2.820) e in Europa 14 Paesi investono più dell’Italia in sanità».

Contemporaneamente è aumentata la spesa privata. «Un quadro inquietante emerge dal confronto con i paesi del G7, dove l’Italia è fanalino di coda per spesa totale e per spesa pubblica, ma seconda per spesa out-of-pocket, testimonianza inequivocabile che la politica si è progressiva- mente sbarazzata di una consistente quota di spesa pubblica, scaricandola sui cittadini senza preoccuparsi di rinforzare in alcun modo la spesa privata intermediata» (fondi sanitari integrativi). Su circa 35 miliardi di spesa privata all’anno, infatti, oltre 30 sono sostenuti direttamente dalle famiglie, «con una spesa procapite annua di oltre 500 euro» e solo 4,5 intermediati da fondi e assicurazioni. Nessuna sorpresa, quindi, se i cittadini che hanno rinviato o rinunciato alle cure per difficoltà economiche siano aumentati da 9 milioni nel 2012 a 11 nel 2016.

 

Il paradosso dei Lea

I nuovi Lea, livelli essenziali di assistenza, da poco approvati dal governo, «concretizzano secondo gli esperti della Fondazione Gimbe – situazioni paradossali, dove con il denaro pubblico vengono al tempo stesso rimborsate prestazioni futili mentre altre indispensabili non vengono garantite», come per esempio «la telemedicina per il monitoraggio domiciliare dei pazienti con scompenso cardiaco, nonostante le robuste evidenze a supporto». Inoltre, i Lea rimandano a « ulteriori atti legislativi dalle tempistiche in parte ignote e imprevedibili, in parte note ma difficilmente applicabili in tutte le Regioni secondo le scadenze. Di conseguenza, l’accessibilità alla maggior parte delle prestazioni dei nuovi Lea è ancora un lontano miraggio».

 

Sei categorie di spreco

Nonostante ciò, 22,5 miliardi all’anno si potrebbero risparmiare. E magari spendere meglio, perché non solo si spende poco per la sanità, ma anche male. Il Rapporto individua 6 categorie di spreco: 1) «Sovrautilizzo» (6,75 miliardi di euro di spreco): farmaci, esami, ricoveri e interventi inutili. 2) «Frodi e abusi» (4,95 miliardi): corruzione diffusa nel sistema delle forniture e delle convenzioni coi privati; uso improprio dei fondi per la ricerca; appalti truccati; varianti di prezzo in corso d’opera; furto di farmici e altre forniture durante la distribuzione e lo stoccaggio; cattiva gestione del patrimonio immobiliare; false esenzioni dal ticket; utilizzo di strutture pubbliche a fini privati; schede di dimissione ospedaliera falsificate per gonfiare i rimborsi; dirottamento dei pazienti verso strutture private. 3) «Costi eccessivi» (2,25 miliardi) perché in molti casi non vengono applicati i costi standard, dai farmaci alle protesi, dalle apparecchiature alle pulizie. 4) «Sotto utilizzo» (3,38 miliardi), cioè mancata prevenzione con esami, cure e interventi che eviterebbero successive spese. 5) «Complessità amministrative» (2,48 miliardi): eccesso di burocrazia; gestione non informatizzata delle sale operatorie. 6) «Inadeguato coordinamento» (2,7 miliardi): duplicazioni nelle prestazioni; lunghe liste d’attesa; mancata presa in carico post-dimissione.

Enrico Marro

Corriere della Sera, 12 giugno 2017

 

http://www.corriere.it/economia/17_giugno_11/sanita225-miliardi-sprechi-20b39ec0-4ed1-11e7-b3da-d63487cd15a9.shtml

Quanto sono stupide le famiglie della pubblicità

 
OPPPNon si sa se per realismo o per inclinazione alla caricatura, ma negli spot la famiglia è descritta quasi sempre come un’allegra congrega di citrulli totali. L’ultimo caso vede protagonista uno di quei bambini che, da soli, fanno capire perché la crescita sia ferma a zero. Il ragazzino esce di casa e, non avendo nulla da fare nella vita, pensa bene di fracassare gli zebedei al vicino. Il quale, da par suo, ha una di quelle belle facce tontissime che minano dalle fondamenta le certezze darwiniane.
Il tizio ha comprato un’auto nuova e, giustamente, nel suo piccolo è felice. È qui però che il ragazzino comincia a lavorarlo ai fianchi. Essendo intimamente subdolo, parte con un complimento finto: “Bella questa macchina”. Il tizio con l’auto nuova ci casca e abbassa la guardia: errore gravissimo. Il bambinetto querulo lo crivella con domande drammaticamente petulanti: “Ma si accende da sola? Lo fa il caffè? Il sedile si trasforma in un razzo missile? No? Be’, allora sei uno sfigato”. Ora: in qualsiasi mondo immaginabile, il tizio con l’auto nuova sentirebbe crescere dentro di sé un malsano istinto da Erode e darebbe al bambinetto un calcione in grado di trasportarlo dal giardinetto di casa alla ionosfera. Non nella pubblicità: il ragazzino se la ride, il tizio ci rimane malissimo e va in analisi (anche se lo spot non ce lo mostra). Nel frattempo spunta pure il padre del ragazzino, ovviamente insopportabile come lui. Ha la macchina figa e guarda il vicino come Cacciari guarda la Picierno: a oggi, questo spot è l’unica cosa più tremenda in tivù di Andrea Romano. Ma non è certo un caso isolato.
Gli spot mietono vittime con ferocia inaudita e Bruce Willis sta lì a dimostrarlo. Le famiglie, nelle pubblicità, sono sempre a tavola o davanti alla tivù, a conferma che tra le mura di casa ci si strafoga o ci si rincoglionisce: tertium non datur. A tavola ci si esalta per cose da nulla, tipo il pollo surgelato a forma di fungo atomico. L’esaltazione è tale che, di colpo, tutti comincino a cantare: così, senza senso. Gli basta un sofficino per andare in visibilio: che vite conducono? Che gente è? Che traumi hanno avuto? Peraltro i testi di cotante canzoncine hanno una forza testuale degna di un brano minore di Mariano Apicella; ciò nonostante, l’epifania culinario-musicale è tale da fare apparire come per magia Marilyn Monroe, che subito dopo essersi materializzata è già lì che rimpiange – giustamente – di essere resuscitata per così poco. Non c’è salvezza: se una famiglia non è scema, negli spot non ha spazio. I mariti sono mammoni, vagamente ebeti e oltremodo sbadati. Quando vanno a fare la spesa, neanche riescono a comprare due gocciole come si deve ma hanno bisogno della badante suocera leopardata (perché leopardata? Boh).
Le mogli, dal canto loro, reagiscono a questo trionfo di virilità ingozzandosi di yogurt e facendo dissertazioni sulla regolarità intestinale, che come noto è una cosa che erotizza i maschi tantissimo. Infine, il clou: la colazione. Notoriamente la mattina è il momento in cui a tutti girano le scatole, gli uomini sono stropicciati come una salvietta sporca dell’autogrill e le donne si maledicono per avere sposato cotanti sgorbi. Nella pubblicità, no: tutti ilari, belli e truccati. Attorno a mamma e papà, la prole ride con denti bianchissimi e inzuppa biscotti enormi su tazze che nessuno usa più dai tempi di Tambroni. Il latte schizza ovunque e insozza pure i muri, ma nessuno si arrabbia. Anzi: il papà è orgoglioso del disastro e la mamma lo esorta a demolire direttamente casa. Tutto ciò giustifica una domanda: siamo davvero così o è così che ci dipingono? Se è la seconda, ribelliamoci. Se è la prima, chiediamo agli alieni di porre fine alle nostre sofferenze.
Andrea Scanzi
il Fatto Quotidiano, venerdì 4 marzo 2016

Le armi della BCE

Ieri il presidente della Bce, Mario Draghi, lasciando fermi allo 0,25% i tassi d’interesse ha aperto all’utilizzo di nuovi strumenti straordinari per aumentare la liquidità in circolazione e rilanciare l’economia. L’acquisto di titoli di Stato andrebbe proprio in questa direzione.

IL POTERE DELLA PAROLA

di Daniele Manca – Corriere della Sera 4 aprile 2014

L’attesa ieri per le parole di Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, era la stessa che si era creata attorno alle sue dichiarazioni nel luglio del 2012. L’euro e i Paesi del club della moneta unica sembravano in quei mesi una navicella nella tempesta dei mercati che parevano aver ritirato loro la fiducia. Al numero uno italiano della Bce bastò sottolineare con una frase che avrebbe messo in atto tutto quello che era necessario («Whatever it takes» disse) per salvare l’euro e, quasi di colpo, le aspettative finanziarie ed economiche nel mondo mutarono di segno.
Ancora una volta ieri ha usato il potere della parola per far capire che la Bce è pronta a fare la sua parte per agevolare la crescita e che, se necessario, userà misure anche «non convenzionali» per evitare un periodo prolungato di discesa dei prezzi. Francoforte potrà scegliere l’arma del taglio del costo del denaro ma anche altri strumenti come il quantitative easing (quell’acquisto di obbligazioni utilizzato fortemente dalla Federal Reserve americana che permette, parzialmente, di far arrivare liquidità all’economia).

Il rischio che si vuole evitare è che ci si avviti in una spirale chiamata deflazione fatta di prezzi che calano, crescita bassa o addirittura decrescita che sta provocando il dilagare della disoccupazione. Non che alla Bce si creda che quello sia uno scenario probabile. Anzi, nei prossimi mesi i prezzi potrebbero iniziare a salire.
Ma, come abbiamo imparato in questi anni, i mercati e l’economia non sono fatti soltanto di numeri o di razionalità. Contano anche le aspettative, le attese. Sono quelle che ci spingono a consumare, che permettono alle imprese di investire, alle banche di dare credito. E l’Europa si trova in una congiuntura difficile. Il mese prossimo ci saranno le elezioni per il Parlamento dell’Unione. In quell’assise avranno spazio molti di quelli che non credono all’architettura che ci ha permesso di vivere in pace per quasi settant’anni, oltre che di fronteggiare una delle peggiori crisi economiche dalla Grande depressione del secolo scorso…..

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Le famiglie spendono sempre di meno

Crolla la spesa delle famiglie, con la crisi che nel 2012 colpisce come mai aveva fatto prima. Già di per sé il calo dei consumi rappresenta un fatto eccezionale, in più lo scorso anno il ribasso, pari al 2,8%, è stato il più forte mai registrato. Solo guardando alle serie più aggiornate si tratta della caduta peggiore dal 1997, ovvero da almeno 15 anni. Ma si potrebbe tornare ancora più indietro, fino all’avvio della vecchia rilevazione dell’Istat, nel lontano 1973, anche se quella di allora era un’altra Italia.

Tornando al 2012 gli acquisti delle famiglie si fermano a 2.419 euro al mese, circa 80 al giorno, con un calo rispetto al 2011 che diventa molto più pesante, quasi raddoppia, se considerato in termini reali, o meglio tenendo conto dell’inflazione, al 3%. Gli italiani hanno affrontato la recessione con una vera e propria `spending review´ dei consumi alimentari, basti pensare che più di 6 famiglie su 10 hanno tagliato la spesa alimentare, rinunciando alla quantità o alla qualità, o a entrambe le cose.

A certificare il calo record della spesa è l’Istat. La contrazione era attesa, ma la profondità del ribasso, visto anche l’alta crescita dei prezzi, è senza precedenti, superando abbondantemente i tonfi del 2009 e del 1993. Ormai la metà delle famiglie può permettersi uscite mensili non superiori ai 2.078 euro. E, per far quadrare i conti, il 62,3% va a limare la spesa per i prodotti della tavola, scesa a 468 euro, con in particolare riduzioni significative su pane, cereali, carne e latte. E non stupisce se ben il 12,3% va a fare compere negli hard discount. D’altra parte sforbiciate ancora più ampie toccano gli altri capitoli di spesa, dall’abbigliamento (-10,3%) agli arredamenti per la casa (-8,7%). Un settore quello dell’abitazione che toglie gran parte delle risorse a disposizione, sia per chi è in affitto (con l’importo medio salito a 403 euro), sia per chi vive a casa propria, visto che ormai più di tre milioni di famiglie pagano un mutuo (503 euro al mese in media).

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http://www.lastampa.it/2013/07/05/economia/meno-qualit-e-scacco-agli-sprechi-cos-litalia-in-crisi-stringe-sui-consumi-vfvjQyDh2mqMJiVLypOYwM/pagina.html

Il Bilancio demografico del 2012

cnel-istaAlla fine del 2012 in Italia eravamo oltre 59,6 milioni, di cui 4 milioni e 300 mila (7,4%) di cittadini stranieri. E la popolazione, nel corso dell’anno scorso, è aumentata di 291.020 unità, pari al +0,5%, grazie soprattutto all’apporto di immigrati. I dati, che confermano in parte un quadro già noto, arrivano dal Bilancio demografico nazionale dell’anno 2012, pubblicato oggi dall’Istat.

Il dato più eclatante del Bilancio demografico 2012 è il continuo decremento delle nascite, dovuto ad un forte calo di nuovi nati con genitori italiani, mentre crescono i nuovi nati stranieri, che tuttavia non compensano il calo dei neonati italiani. I nuovi nati stranieri segnano un vero boom, passando dal 4,8% del 2000 al 14,9% del 2012; in valori assoluti da quasi 30 mila nati nel 2000 a quasi 80 mila nel 2012. Nonostante l’assenza di relazioni dirette di causa-effetto, l’Istat non esclude che la crisi economica abbia prodotto qualche effetto negativo anche sulla natalità, come peraltro potrebbe essere avvenuto per la concomitante diminuzione dei matrimoni, registrata proprio negli ultimi tre anni.

Nel nostro Paese aumenta anche il numero di decessi, pari a 612.883, superiore di 19.481 unità a quello del 2011. Il tasso di mortalità è pari a 10,3 per mille, e varia da un minimo di 8,2 per mille nella provincia autonoma di Bolzano a un massimo di 13,9 per mille in Liguria, risultando in aumento in tutte le regioni, eccetto che in Valle d’Aosta e in Molise, dove il numero dei decessi rimane stabile.

Le famiglie italiane sono 25 milioni e 873 mila; il numero medio di componenti per famiglia è pari a 2,3. Il valore minimo è di 2 e si rileva in Liguria, mentre le famiglie più numerose sono in Campania, con 2,7 componenti. Il 99,5% della popolazione residente in Italia vive in famiglie. Il restante 0,5% della popolazione, pari a circa 326 mila abitanti, vive in caserme, case di riposo, carceri, conventi, ecc.

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http://www.lastampa.it/2013/06/25/societa/istat-in-italia-pi-decessi-che-nascite-xpd8bt1WwL9QmEgvO928AP/pagina.html

ISTAT

http://www.istat.it/it/archivio/94531

2 euro al litro: record per la benzina

Nuovo record per il prezzo della benzina: oltre 2 euro al litro, massimo storico per la rete ordinaria, cioè fuori dalle autostrade

Con i nuovi rincari, fanno sapere i consumatori, le famiglie spenderanno 768 euro in più all’anno, la stessa cifra che una famiglia spende mediamente per 50 giorni di spesa alimentare. Lo hanno calcolato Federconsumatori e Adusbef: i costi diretti in più per i pieni saranno di 420 euro annui. «Cifra ragguardevole», commentano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef «a cui si aggiungono i maggiori esborsi dovuti agli aumenti indiretti (soprattutto per il trasporto delle merci), pari a ben 348 euro annui». Il totale degli aumenti calcolato dalle associazioni ammonta quindi a 768 euro annui.

http://www.corriere.it/economia/12_agosto_22/benzina-oltre-due-euro-record_43e0fa94-ec40-11e1-9004-4e22268e2993.shtml

 

45 miliardi nel gioco, il 20% in più dal 2001

Cresce negli italiani la febbre del gioco. I dati inediti dei primi sei mesi di quest’anno lo confermano: in lotterie, Bingo, slot machine, gratta e vinci, poker e casinò on line, hanno speso 44 miliardi e 708 milioni, il 20% in più rispetto all’anno scorso. Un incremento che genera allarme. I Comuni protestano per l’assenza di regole. La chiesa si mobilita: la Curia genovese si appella ai baristi per rinunciare alle slot e l’Avvenire chiede regole più restrittive. Ma oltre al danno emerge la beffa: diminuiscono le entrate per lo Stato. Complice l’aumento delle giocate online, a bassa tassazione, c’è un calo delle entrate di 400 milioni di euro, secondo dati Agipro, che a fine anno può raggiungere ilmiliardo. Se non ci sarà una frenata, a fine 2012, ogni italiano in media avrà speso 1700 euro per rincorrere il sogno della vincita. Una mania che si è fatta dipendenza.

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