L’abdicazione della politica

referrUna volta quando i rappresentanti eletti in un’assemblea si trovavano davanti un problema improvviso, su cui non avevano ricevuto un mandato preciso dai loro elettori, scattava il “referendum”: i delegati tornavano da chi li aveva votati per chiedere istruzioni specifiche, portando appunto la questione ad referendum. Era l’epoca del mandato imperativo, e cioè l’eletto era strettamente vincolato alla volontà specifica di coloro che rappresentava. Oggi invece c’è nelle Camere la piena libertà di mandato e ogni parlamentare esercita questa sua libertà e autonomia in quanto rappresentante della Nazione. E tuttavia l’istituto del referendum è arrivato fin qui, si potrebbe dire per vie traverse. Fu affacciato occasionalmente nel voto popolare che approvò la Costituzione delle Repubbliche Cisalpina, Cispadana e Ligure.

Assente nello Statuto Albertino, usato da Mussolini sotto forma di plebiscito nel 1929 e nel 1934, sanzionò infine la nascita della Repubblica nel 1946, poco prima di iscriversi nella Costituzione repubblicana, come conferma solenne della forma mista scelta per il nuovo regime statuale, con singoli istituti di democrazia diretta chiamati a convivere in un sistema generale di democrazia rappresentativa.

Bisogna anzi ricordare che secondo il progetto originario preparato nella II Sottocommissione dell’Assemblea Costituente il sistema italiano aveva ben quattro tipi di referendum: due di iniziativa governativa (in caso di conflitto tra l’esecutivo e il Parlamento, o di legge bocciata dalle Camere) e due promossi direttamente dal corpo elettorale. Nel voto finale passò il solo referendum abrogativo tra le vive preoccupazioni del partito comunista, convinto che un abuso del nuovo istituto avrebbe potuto ostacolare l’efficienza democratica del Parlamento nella sua funzione legislativa fondamentale. La risposta del relatore, Costantino Mortati, fu che il referendum avrebbe consentito di superare “i limiti dei partiti” dando la parola agli elettori, e avrebbe permesso di verificare “la saldatura tra il popolo e la sua rappresentanza parlamentare”. E qui Mortati rivendicò il principio di contraddizione democratica in base al quale il referendum inquieta il potere costituito, settant’anni fa come oggi: “Il referendum – disse – si basa proprio sul presupposto che il sentimento popolare possa divergere da quello del Parlamento”.

Tutto qui, ed è moltissimo. Il referendum non è un disturbo, nel nobile procedere del cammino legislativo sovrano. È un’articolazione di quel potere, un suo completamento altrettanto nobile e legittimo e una sua integrazione attraverso la fonte popolare diretta, voluta dalla Costituzione proprio per consentire all’elettore di non essere soltanto un “designatore” ma di poter esercitare (oltre alla scelta dei suoi rappresentanti) lo ius activae civitatis, cioè il diritto di intervenire con la sua opinione su un tema controverso e dibattuto che riguarda la soddisfazione di un interesse pubblico. È dunque perfettamente corretto quel che ha detto ieri il presidente della Consulta Paolo Grossi, ricordando che ogni elettore è libero di votare nel modo che ritiene giusto ma “si deve votare perché partecipare al voto significa essere pienamente cittadini”, anzi “fa parte della carta d’identità del buon cittadino”.

Il potere dunque deve imparare, settant’anni dopo, che il “buon cittadino” è tale quando va alle urne per scegliere tra le proposte concorrenziali dei diversi partiti e dei loro rappresentanti (se possibile non con liste bloccate), ma anche quando usa la scheda referendaria per controllare-correggere-abrogare una scelta delle Camere, nel presupposto che esista un forte interesse popolare alla ri-discussione di quel tema e di quella legge: interesse certificato dalla soglia dei 500 mila elettori o dei 5 consigli regionali necessaria per chiedere il referendum, insieme con l’intervento di una minoranza parlamentare pari a un quinto. La democrazia che ci siamo scelti si basa dunque sulla compresenza delle due potestà, diversamente regolate, concorrenti e tuttavia coerenti nel disegno costituzionale così com’è stato concepito.

Non c’è dubbio (e da qui nascono ogni volta le riserve dei governi e dei capi-partito) che il referendum porta in sé quello che abbiamo chiamato il principio di contraddizione democratica. Anzi i suoi critici condannano questa potestà suprema ma saltuaria, intermittente, il carattere occasionale e fluttuante delle maggioranze che ogni volta si formano nell’urna, la riduzione della politica ad una logica binaria tra il sì e il no, la semplificazione e la radicalità del contendere, la parzialità della consultazione, la disomogeneità territoriale nella sensibilità ai problemi che stanno alla base del quesito referendario, la mobilitazione in negativo che deriva necessariamente dal voto per abrogare. Ma al centro di tutto sta la questione fondamentale che si trovò davanti la Costituente e che rimane viva, vale a dire la tensione tra gli istituti di democrazia diretta e i loro titolari (i cittadini) e gli istituti che derivano dalla democrazia rappresentativa, cioè le Camere, il governo, i partiti costituiti in legittima maggioranza con la responsabilità dell’esecutivo da un lato, e di guidare il processo legislativo dall’altro.

La risposta su questo punto non può che essere radicale, assumendo l’obiezione per rovesciarla in nome delle ragioni in base alle quali l’istituto referendario è entrato nell’ordinamento costituzionale: il referendum è programmaticamente – si potrebbe dire istituzionalmente – un elemento di disarmonia regolata e intenzionale del sistema, a controllo di se stesso. Come disse ancora Mortati, certo il referendum altera il gioco parlamentare semplicemente “perché il suo scopo è proprio questo”, nel presupposto democraticamente virtuoso di condurre con questa alterazione “la volontà del Parlamento ad una maggiore aderenza con la volontà politica del popolo”. D’altra parte, almeno dodici quesiti popolari non sono arrivati al voto proprio perché davanti alla scadenza del referendum il Parlamento ha autonomamente deciso di intervenire preventivamente, cambiando la legge.

Non si tratta di contrapporre popolo e Parlamento, rappresentanti e rappresentati. Ma di conservare coscienza di una costruzione del meccanismo democratico che prevede una funzione di controllo e di correzione dell’intervento legislativo sottoposta a specifiche condizioni e tuttavia costituzionalmente autorizzata, con il beneficio democratico di un occasionale trasferimento controllato di potere tra governati e governanti e con l’articolazione della competizione politica in forme diverse dalle elezioni generali: per temi specifici invece che su programmi generali, con l’intervento esplicito di gruppi di interesse e di pressione e di movimenti più che di partiti. Potremmo parlare di un’integrazione dell’offerta politica e dei processi decisionali, che in tempi di disaffezione non è poco.

Naturalmente va ricordato che le storie dei sistemi politici e istituzionali non sono tutte uguali e l’istituto referendario non è impermeabile a queste vicende tra loro profondamente diverse. Non per caso (a parte la partecipazione diretta del popolo prevista dalla Costituzione giacobina del 1793) la prima traccia di consultazione popolare lasciata nelle colonie britanniche in America alla fine del diciottesimo secolo e nelle nascenti comunità cantonali svizzere nella stessa epoca continua a produrre risultati in quei Paesi: 13,5 referendum all’anno in tre decenni in California, mediamente, 10 quesiti all’anno nel medesimo periodo in Svizzera. Si sa che il referendum è più adatto a sistemi federali; si pensa che sia più consono a meccanismi di tipo proporzionale, perché rompe il nodo consociativo delle indecisioni politiche tra troppi partiti; si considera che l’abuso logori l’istituto, com’è avvenuto in passato in Italia, dopo che il referendum negli anni Settanta era stato clamorosamente l’apriscatole del sistema.

Tutto vero, tutto legittimo. Soltanto, secondo me, non si spiega l’invito insistito del premier Renzi e ieri ancora del ministro dell’Ambiente Galletti a non andare a votare. Il quesito è controverso, gli schieramenti classici sono saltati, gli stessi ambientalisti operano nei due campi, la contesa è dunque non solo legittima, ma aperta. Referendum strumentale, come dice il ministro? Tanto più, ci sarebbe spazio per una battaglia di merito, sul contenuto e non sul contenitore, non sull’istituto ma sui temi in questione, dal rapporto tra energia e territorio all’ambiente, al lavoro, alla crescita, alla sostenibilità, all’occupazione. Invitare a non votare è un’abdicazione della politica, come se non credesse in se stessa. Anche perché l’astensionismo invocato oggi rischia da domani di diventare la malattia senile di democrazie esauste, appagate dalla loro vacuità, incapaci di essere all’altezza delle premesse su cui sono nate.

Ezio Mauro

la Repubblica  11 aprile 2016

http://www.repubblica.it/politica/2016/04/12/news/abdicazione_politica-137420232/

Le leggi cambiano con noi

imagefgllE’ stata una navigazione lenta, accidentata. Ma infine la legge sulle unioni civili è approdata in porto, accolta da un doppio squillo di fanfara. E invece no, il viaggio è appena cominciato. Non soltanto perché la navicella dovrà ancora doppiare la boa di Montecitorio, salpando da Palazzo Madama. Soprattutto per un’altra ragione: la vita del diritto non si esaurisce nelle leggi. E del resto nessuna legge appartiene al legislatore che l’aveva concepita. È come un figlio, che quando spalanca gli occhi al mondo decide lui su quali strade incamminarsi, al di là dei desideri paterni. E il mondo del diritto s’intesse di prassi amministrative, applicazioni giudiziarie, sentenze costituzionali, direttive europee. In questo senso nessuna legge è mai per sempre, nemmeno quando sopravviva inalterata per decenni. Perché in quel lasso di tempo giocoforza cambiano i costumi, e il cambiamento carica di nuove assonanze le parole della legge.

Da qui la prima lezione che ci impartisce la vicenda: il Parlamento ha fatto la sua parte, adesso tocca a noi. L’ha fatto con un maxiemendamento scritto dal governo, benché quest’ultimo avesse garantito libertà di coscienza ai senatori. E per giunta votando la fiducia per negare la fedeltà (dei gay), altro sentimento schizofrenico. Ma dopotutto questa è la politica, l’arte del possibile. Si fa quel che si può. O altrimenti si fa, ma non si dice.

Per esempio: sicuro che la nuova disciplina vieti l’adozione del configlio (stepchild adoption)? Dopo lo stralcio della norma che intendeva regolarla, la legge Cirinnà è muta come un pesce. Ma può ben trattarsi di silenzio-assenso, per dirla in giuridichese. Toccherà ai tribunali valutare, caso per caso, coppia per coppia. Loro, d’altronde, già lo fanno, talvolta consentendo l’adozione alle famiglie omosessuali. Giusto così, i giudici si trovano davanti persone in carne e ossa, non gli stereotipi su cui ragiona volentieri la politica. E i giudici sono l’avamposto della società civile, l’antenna che ne diffonde gli umori nel Palazzo.

Poi, certo, anche alla magistratura può capitare d’attardarsi su concezioni superate. Negli Usa accadde alla Corte suprema: benedisse la segregazione razziale per decenni, fino alla sentenza Brown del 1954. In Italia è successo alla Consulta: nel 1961 fece salvo il reato d’adulterio femminile, nel 1968 lo annullò in parte, nel 1969 lo demolì del tutto. Ma in entrambi i casi è stato decisivo un vento d’opinione pubblica — la lotta per i diritti civili dei neri americani, il Sessantotto. Insomma siamo noi, la legge. E i diritti vivono se c’è un popolo che vi s’affezioni, che sappia coltivarli. Ai diritti bisogna voler bene. Negli anni Trenta era in vigore una Costituzione (lo Statuto albertino) che proteggeva la libertà di stampa, di domicilio, di riunione; ma gli italiani, invaghiti del Duce e del fascismo, se n’erano ormai dimenticati. Sicché i diritti diventano di carta, quando nessuno li reclama. Non avviene forse, adesso, con il diritto di voto, mentre un italiano su due diserta l’appuntamento con le urne?

È esattamente questa la vocazione della nostra Carta costituzionale: favorire le diverse stagioni dei diritti, senza ingessarli in un calco normativo. Per raggiungere tale risultato, nel 1947 i costituenti usarono un linguaggio a maglie larghe, una lingua duttile, elastica.

Non a caso, per enunciare i limiti alla libertà di stampa e alla libertà di religione, s’appellarono al «buon costume», concetto che s’apre e chiude come una fisarmonica, in base al soffio dell’esprit du temps, dello spirito dei tempi. E non a caso l’articolo 29 definisce la famiglia come una «società naturale», dunque indipendente dal diritto, nella sua spontanea evoluzione; mentre non definisce il matrimonio. Per la Consulta (sentenza n. 138 del 2010), quest’ultimo è invece la somma di una mamma e di un papà. Però magari i giudici costituzionali sbagliano di nuovo, sta a noi farli ricredere.

Ecco, è questa la responsabilità che cade su ciascun cittadino. Per esercitarla, dobbiamo ricordare che la costruzione dei diritti è sempre progressiva, non sbuca fuori in un amen come Minerva dalla testa di Giove. Ci abbiamo messo secoli per sbarazzarci dell’autorità sovrana del pater familias, celebrata da Leon Battista Alberti nel primo trattato in volgare della nostra storia letteraria (Della famiglia, 1433-1434). Merito della Costituzione, poi della riforma del 1975, che adesso la legge Cirinnà riforma daccapo. Ma il merito è soprattutto del popolo italiano. Siamo stati noi, attraverso i nostri parlamentari, a pretendere il divorzio (nel 1970), poi a trasformarlo in un divorzio breve (nel 2015), tagliando i tempi d’attesa da 5 anni ad appena 6 mesi. E sempre noi, attraverso i nostri giudici, abbiamo smantellato pezzo a pezzo la legge proibizionista sulla fecondazione assistita, con 33 sentenze in 11 anni. Ora tocca alle unioni civili, ma la morale è sempre una: se lasciamo sole le nostre istituzioni, loro ci lasceranno soli.

 Michele Ainis
Unioni civili: le leggi cambiano con noi
Corriere della Sera

Il dado invisibile

 

mnplyOttant’anni di Monopoly: 300 versioni ufficiali tradotte in 47 lingue e localizzate in 114 paesi, oltre un miliardo di giocatori nel mondo, innumerevoli sfide in famiglia – appena più serene di quelle immortalate nella casa al lago di Janice Soprano o nei bagni di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, con Jack Nicholson costretto a pacificare la compagnia di picchiatelli a colpi di doccino.

 

Tutto merito, secondo la vulgata, dell’estro di Charles Darrow, un quarantacinquenne di Filadelfia a cui la Grande depressione aveva sottratto il lavoro, ma non la voglia di mettere a profitto quell’inatteso esubero di tempo libero. Il prototipo nacque nel suo salotto: un pezzo di tela cerata per il tabellone, i ciondoli di un braccialetto come segnaposto, i talloncini compilati a mano con i luoghi della sbrilluccicosa Atlantic City: dal quartiere periferico di Marven Gardens – inavvertitamente ribattezzato in “Marvin Gardens”: è uno dei refusi più longevi della storia americana – a quella Boardwalk su cui tante volte abbiamo ammirato sfilare gl’impeccabili tre pezzi di Steve Buscemi.

 

Darrow tentò di vendere la propria creatura alla Parker Brothers, che declinò enucleando cinquantadue “errori fondamentali”, destinati a ostacolarne irrimediabilmente il successo. E però, quando Darrow avviò la produzione in proprio e cominciò a distribuire il gioco nei grandi magazzini di Filadelfia, la risposta del pubblico propiziò un ripensamento. L’azienda acquistò non solo il brevetto, ma anche l’inventario, che già contava quasi 6.000 esemplari: un’inezia rispetto agli oltre due milioni che sarebbero stati smerciati nei successivi diciotto mesi.

 

Ma l’epopea di Darrow è un’illustrazione assai parziale della storia del Monopoly. All’inizio del secolo, Lizzie Magie era una giovane stenografa con ambizioni letterarie e una fascinazione per le idee di Henry George, che le erano state tramandate dal padre. Pensatore originale e sostanzialmente autodidatta, George fu un autore di straordinaria rilevanza nel dibattito politico-economico di fine Ottocento: “Progress and poverty”, il suo lavoro più celebre, vendette oltre tre milioni di copie. La sua elaborazione conteneva elementi che lo resero gradito tanto ai liberisti – fu un ardente sostenitore del libero scambio – quanto ai socialisti – con la sua fiera opposizione a tutte le rendite.

 

In particolare, sviluppando suggestioni già presenti in Mill e Ricardo, George prese di mira l’istituto della proprietà fondiaria, giungendo a sostenere l’illegittimità di ogni forma di controllo esclusivo su beni che andavano considerati di pertinenza comune di tutti gli uomini. Per eliminare il problema alla radice, propugnò la sostituzione di tutti i tributi con un’imposta da applicarsi sul valore fondiario, che considerava una forma di ricchezza immeritata. Sarebbe facile obiettare che il prezzo della nuda terra incorpora l’attesa dei miglioramenti umani – ma divaghiamo. L’imposta unica avrebbe generato tutto il gettito necessario alle esigenze comuni e avrebbe prodotto una redistribuzione della terra appropriata ma inutilizzata.

 

Alla ricerca di uno strumento didattico per popolarizzare queste teorie, la Magie iniziò a lavorare a un gioco da tavolo; il suo Landlord’s Game fu brevettato nel 1904 e poi, di nuovo, nel 1924. Il tabellone era simile a quello che conosciamo – dove oggi c’è la casella del via, c’era la munifica Madre Terra – ma i giocatori potevano scegliere tra due regolamenti: quello monopolistico e quello georgista, in cui le rendite erano incassate dall’erario e lotti e stazioni finivano progressivamente nazionalizzati.

 

Secondo Mary Pilon, che alla storia del gioco ha dedicato il libro “The Monopolists: Obsession, Fury, and the Scandal Behind the World’s Favorite Board Game”, si trattava di un modo per istruire il 99 per cento sull’ineguaglianza dei redditi. Inutile dire che il 99 per cento – più interessato al profilo ludico che a quello formativo – preferì in massa il “monopoly game”; e proprio questa versione, attraverso una vasta successione di evoluzioni caserecce, giunse fino a Darrow.

 

Il passatempo sbarcò quasi immediatamente anche in Italia, importato dalla neonata Editrice Giochi in un’inattaccabile versione autarchica: il nome s’imbastardì in “Monòpoli” e la toponomastica milaneseggiante era a prova di MinCulPop, con i giocatori invitati a districarsi tra via Vittorio Emanuele, i Giardini Margherita, largo Littorio e via del Fascio – ma anche corso Impero e l’iconico Parco della Vittoria, indicazioni abbastanza ambigue da sopravvivere al repulisti repubblicano, ma evidentemente intonate alle pulsioni espansionistiche del regime. La grande propensione al riadattamento (geografico o tematico) è, senza dubbio, una delle chiavi del successo duraturo del gioco – talora si è spinta sin troppo in là: si pensi alla raccapricciante versione cashless, molto apprezzata negli ambienti dell’Agenzia delle entrate.

 

Il più potente richiamo del Monopoly, però, resta l’adrenalina dell’affare, l’identificazione con il nostro tycoon interiore. Gioco e gioco economico si rincorrono, come aveva intuito confusamente Lizzie Magie, come sanno bene gli ex studenti di economia che, all’Università di Chicago, sul finire degli anni ’70, conciliarono la devozione al Monopoly e quella a Milton Friedman ottenendo che questi ne autografasse un esemplare – il maestro vi appose le parole “down with”, per formare un evocativo “abbasso il monopolio”. In una nottata leggendaria, poi ripercorsa sul New York Times, la ribellione ai lacci e lacciuoli del regolamento: ogni giocatore avrebbe potuto edificare senz’altro limite che quello fisico del tabellone. L’ammutinamento mercatista si scontrò con i vincoli di liquidità: fu allora che i giovani adepti monetaristi rinnegarono se stessi, stampando moneta e avvitandosi in un turbine inflazionistico.

 

E pensare che il gioco avrebbe, senza il bisogno di snaturarne lo svolgimento, molti insegnamenti salutari da distillare: sull’imputazione a ritroso del prezzo, sulla struttura di produzione, sul ruolo fondamentale dell’accumulazione di capitale, sul pericolo d’investimenti non sufficientemente ponderati. Certo, vi resta legata un’idea bellicosa del commercio, irrealistica e fuorviante; ma si tratta di una licenza che ci sentiamo di condonare, purché si tenga a mente che, al di là dal tabellone, il mercato non è un gioco a somma zero. Abbasso il monopolio, lunga vita al Monopoly.

Massimiliano Trovato

Il Foglio 3 gennaio 2016

 

http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/01/03/monopoli-il-dado-invisibile___1-v-136594-rubriche_c502.htm

 

 

Il grande sociologo della modernità liquida oggi compie 90 anni

Il popolarissimo sociologo polacco è nato il 19 novembre 1925

Zygmunt Bauman: “Io, sempre straniero, l’unico giudice è la mia coscienza”

di WLODEK GOLDKORN

baumannnnCapita di rado, e quando succede è indice di una straordinaria lucidità del protagonista, che un testimone di un’epoca particolarmente difficile e con forti tratti di tragicità ne sia anche uno dei più perspicaci e critici interpreti. Ma è questo: capire e spiegare l’ultimo secolo della modernità, dalla tentazione di rendere il mondo solido, univoco, privo di ogni ambiguità (e si vedano i fascismi e il comunismo) fino all’approdo a un universo sociale liquido e frammentario, con il corollario del terrorismo; il ruolo che si è dato Zygmunt Bauman; lui stesso ebreo, vittima del nazismo, comunista e poi anticomunista espulso nel 1968 dal suo paese natio. Il sociologo polacco, oggi di casa in Inghilterra, a Leeds, una modesta dimora da professore universitario  –  e dove lui si occupa delle faccende domestiche, cucina, stira, pulisce  –  domani compie i 90 anni. E, più che un’occasione per trarre il bilancio di una vita, questa conversazione serve a ribadire il duplice ruolo, del pensatore tra i più influenti nel mondo e nel contempo dell’oggetto del proprio studio. Dice Bauman: “Talvolta più che un ornitologo, mi sento un uccello”. La conversazione non può che cominciare con l’attualità, Parigi e la guerra in casa: “È come se vivessimo in un campo minato, sappiamo che le esplosioni continueranno, ma non sappiamo dove e quando ci sarà la prossima. La quantità di armi in circolazione (anche grazie ai nostri governi) è tale che pochi kamikaze sono in grado di provocare una catena di azioni e reazioni di conseguenze incalcolabili. E poi, i problemi da affrontare sono globali, ma ne fanno fronte le autorità locali, incapaci di arrivare alle radici del male. Tentare di affrontare problemi globali con mezzi locali è infatti come cercare di rimettere il dentifricio nel tubetto. Finisce che soffre la democrazia, la gente matura la convinzione che occorra rinunciare alle libertà conquistate a caro prezzo, in nome della (presunta) sicurezza. Si crea un circolo vizioso che vede agire di concerto gli xenofobi locali e i terroristi globali”.

Insomma, a 90 anni, tocca a Bauman assistere al disfarsi di un altro mondo ancora. È nato a Poznan, il 19 novembre 1925. La Polonia indipendente esisteva da appena sette anni, e non era un Paese dove le minoranze nazionali avevano una vita facile. Poznan poi, era la roccaforte della destra antisemita che esaltava una patria per i soli cattolici. Racconta Bauman: “A scuola, durante gli intervalli, non uscivo nel cortile. Era l’unico modo per evitare i calci e le botte degli altri. Amavo i libri. E andavo spesso in una libreria. Ma non avevo soldi”.

L’impresa commerciale di suo padre fallì, causa crisi.
“Sì, fu una vicenda durissima. Un giorno in quel negozio vidi un cartello: “locale cristiano”. E accanto un altro: “compra dal polacco” (significa non comprare dagli ebrei, ndr). Frequentavo anche una biblioteca pubblica, finché vidi sullo scaffale la rivista Alla gogna. Non ci tornai più”.

“Alla gogna” era una delle più volgari riviste antisemite mai esistite. Nel 1939 Hitler invade la Polonia. Lei, appena 14enne, scappa in Urss, diventa piccolo comunista e si arruola nell’esercito polacco che combatte a fianco dell’Armata rossa.
“Nel ginnasio sovietico posso finalmente correre sul campo dietro al pallone (e tuttora sono un tifoso: di squadre perdenti): nessuno mi dice che devo andarmene in Madagascar o in Palestina e, quando confesso il mio amore per le lettere polacche, nessuno mi ricorda che sono un ebreo e quindi non devo usurpare una cultura non mia. Il mio essere polacco è sempre risultato sospetto, come se l’appartenenza alla Polonia l’avessi rubata senza averne il diritto e così fino a oggi. Ma possiamo parlare anche delle mie idee e non solo della biografia?”.

Nel 1968, in seguito alle manifestazioni degli studenti, lei, allora professore all’Università di Varsavia viene dichiarato il nemico pubblico numero uno, sia in quanto deviazionista, sia in quanto sionista (e cioè ebreo). Fino a metà degli anni Sessanta però lei è stato comunista ed è stata un’esperienza fondamentale. Cosa era il comunismo?
“Il comunismo non è nato per miracolo né è caduto dal cielo, non è un prodotto dell’inferno. Segna invece una continuità con la storia. È uno dei risultati della riflessione filosofica, manifestatasi dopo il terremoto di Lisbona del 1755, che ha come scopo abbandonare l’atteggiamento da “guardaboschi” nei confronti del mondo a favore invece di una posizione da “giardiniere”. Il giardiniere sistema il mondo; sceglie le piante giuste, estirpa quelle nocive. Il comunismo non è un’utopia romantica, ma è figlio del secolo dei Lumi, di Voltaire e Diderot. E ha qualcosa di messianico. Trotzky si considerava forse come un messia degli ebrei, forse come una specie di Cristo, forse pensava al secondo Avvento”.

E poi?
“Infine, il comunismo è una tecnica di conquista del potere, tecnica golpista, tecnica che permette di ignorare i risultati delle elezioni, e che tende alla totale manipolazione delle coscienze e del linguaggio”.

E con questa risposta ha spiegato anche perché a un certo punto smise di essere comunista. Ma l’adesione a cosa era dovuta?
“Camus disse che la particolarità del Novecento stava nel fatto di causare il Male in nome del Bene. C’era il fascino del nuovo inizio, che a sua volta si basava sulla repulsione per il vecchio mondo. Nell’adesione al comunismo c’è molto del socialdemocratico Bernstein e di Walter Benjamin con il suo Angelo della storia. Il bolscevismo è stato una specie di Partito dell’azione. E, per quanto mi riguarda, ero un giovane soldato decorato con una medaglia al valore militare per aver partecipato alle cruenti battaglie di Kolberg e di Berlino. Non ero un intellettuale. Volevo che il mio povero e infelice Paese cambiasse”.

Seguono gli anni del potere comunista. Lei diventa un sociologo importante, poi un dissidente; infine, espulso, va in Israele ma vi rimane pochissimo…
“Non volevo scambiare il nazionalismo polacco di cui sono stato una vittima, per il nazionalismo israeliano”.

La sua non è una biografia comune…
“Non esistono biografie comuni. Ogni uomo è un mondo a sé, irripetibile”.

Sarà, ma la sua, è una biografia molto ebraica. Ha vissuto in Polonia, Israele, Inghilterra. Ovunque è rimasto straniero.
“Un comico inglese diceva che l’ebreo è un uomo che in ogni luogo è fuori luogo. Sì, sono nato straniero e morirò straniero. E sono innamorato di questa mia condizione. Con mia moglie Janina, scomparsa quasi cinque anni fa, eravamo uniti in tutto, ma una cosa non l’ho condivisa con lei: ha scritto Il sogno di appartenenza, un libro in cui esprimeva il suo bisogno di appartenere. Io ne faccio a meno. Nell’essere “straniero” ci sono alcuni privilegi. Il più grande di questi è potersene infischiare dell’opinione pubblica. L’unico tribunale è quello della propria coscienza ed è il più severo di tutti”. …..

Repubblica 18 novembre 2015
http://www.repubblica.it/cultura/2015/11/18/news/zygmunt_bauman_io_sempre_straniero_l_unico_giudice_e_la_mia_coscienza_-127634632/

 

Bauman, lo sguardo dei 90 anni

http://www.vita.it/it/article/2015/11/18/bauman-lo-sguardo-dei-90-anni/137448/

Il popolo italiano odia lo Stato ma non può farne a meno

corruPiu passa il tempo e più la corruzione aumenta, invadendo non soltanto le istituzioni locali e nazionali ma l’anima delle persone, quale che sia la loro collocazione sociale. Si chiama malavita o malgoverno o malaffare, ma meglio sarebbe dire malanimo: le persone pensano soltanto a se stesse e tutt’al più alla loro stretta famiglia. Il loro prossimo non va al di là di quella.

Non pensiate che il fenomeno corruttivo sia un fatto esclusivamente italiano ed esclusivamente moderno: c’è dovunque e c’è sempre stato.

Naturalmente ne varia l’intensità da persona a persona, da secolo a secolo e tra i diversi ceti sociali. Ma l’intensità deriva soprattutto dal censo: la corruzione dei ricchi opera su cifre notevolmente più cospicue, quella dei meno abbienti si esercita sugli spiccioli, ma comunque c’è ed è proporzionata al reddito: per un ricco corrompersi per ventimila euro non vale la pena, per un cittadino con reddito da diecimila euro all’anno farsi corrompere per cinquecento euro è già un discreto affare.

Il tutto avviene in vario modo: appalti, racket, commercio di stupefacenti, di prostituzione, di voti elettorali, di agevolazioni di pubblici servizi, di emigranti.
Può sembrare un controsenso ma sta di fatto che il corruttore ha bisogno di una società in cui operare e più vasta è meglio è. La corruzione non consente né l’isolamento né l’anarchia e la ragione è evidente: essa ha bisogno come scopo comune in tutte le sue forme di una società con le sue regole e i poteri che legalmente la amministrano.

La corruzione ha la mira di aiutare alla conquista del potere e all’evasione delle regole o alla loro utilizzazione a vantaggio di alcuni e a danno di altri. Le famiglie (si chiamano così) mafiose, le clientele, gli interessi corporativi, dispongono di un potere capace di infiltrarsi. Ed è un potere che trova nei regimi di democrazia ampi varchi se si tratta di democrazie fragili e di istituzioni quasi sempre infiltrate dai corruttori.

Questa fragilità democratica va combattuta perché è il malanno principale del quale la democrazia soffre. Essa dovrebbe esser portatrice degli ideali di Patria, di onestà, di libertà, di eguaglianza; ma è inevitabilmente terreno di lotta tra il malaffare e il buongoverno. Non c’è un finale a quella lotta: continua e durerà fino a quando durerà la nostra specie. Il bene e il male, il potere e l’amore, la pace e la guerra sono sentimenti in eterno conflitto e ciascuno di loro contiene un tasso elevato di corruzione. La storia ne fornisce eloquenti testimonianze, quella italiana in particolare e la ragione è facile da comprendere: una notevole massa di italiani non ama lo Stato ma desidera che ci sia. Aggiungo: non ama neppure che l’Europa divenga uno Stato federato, ma vuole che l’Europa ci sia.

È assai singolare questo modo di ragionare, ma basta leggere o rileggere i testi di Dante e Petrarca, di Machiavelli e Guicciardini, di Mazzini e di Cavour. Hanno dedicato a diagnosticare questi valori e disvalori e le terapie che ciascuno di loro ha indicato e praticato per comprendere a fondo che cos’è il nostro Paese e soprattutto che cosa pensa e come si comporta la gran parte del nostro popolo.
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Dante e Petrarca (più il primo che il secondo) conobbero la lotta politica dei Comuni. L’autore della Divina Commedia fu in un certo senso il primo padre della Patria, una Patria però letteraria, cui insegnare un linguaggio che non fosse più un dialetto del latino ma una lingua nazionale e la poesia dello “stilnovo” già anticipata dal Guinizzelli e dai siciliani ma creata da lui e dal suo fraterno amico Guido Cavalcanti.

La loro Italia non aveva alcuna forma politica, salvo alcuni Comuni con una visione soltanto locale. Dante fu guelfo e ghibellino; alla fine fu esiliato da Firenze, ramingo nell’Italia del Nord, e ancora giovane morì a Ravenna. Che cosa fossero gli italiani non lo seppe e non gli importava. In realtà a quell’epoca non c’era un popolo ma soltanto plebi contadine o nascenti borghesie comunali la cui politica era quella delle città difese da mura per impedire ai nobili del contado e alle compagnie di ventura di invaderle.

Ma due secoli dopo la situazione era notevolmente cambiata e la più approfondita diagnosi la fecero Machiavelli e Guicciardini, fiorentini ambedue. Repubblicano il primo, esiliato per molti anni a San Casciano; mediceo il secondo, uomo di corte, ambasciatore, ministro ai tempi del Magnifico, di papa Leone X e di papa Clemente VII, anch’essi rampolli di casa Medici.

La diagnosi di quei due studiosi fu analoga: il popolo non aveva mai pensato all’Italia, era governato e dominato da una borghesia mercantile, specialmente nelle regioni del Centro- Nord, capace di inventare strumenti monetari e bancari che dettero grande impulso dal commercio di tutta Europa, ma privi di amor di Patria. Le passioni politiche sì, quelle c’erano e la corruzione sì, c’era anche quella, ma l’Italia non esisteva mentre nel resto d’Europa gli Stati unitari erano già sorti: in Spagna, Francia, Inghilterra, Olanda, Svezia, Polonia, Austria, Brandeburgo, Sassonia, Westfalia, Ungheria e le città marinare, quelle tedesche nel Baltico e in Italia Venezia, Genova, Pisa.

Il popolo mercantile in Italia c’era, era accorto e colto e condivideva il potere congiurando o appoggiando i Signori laddove esistevano le Signorie; ma gran parte d’Italia era già dominio degli aragonesi o dei francesi o degli austriaci. Il Papa a sua volta aveva un regno che si estendeva in quasi tutta l’Italia centrale salvo la Toscana ed era dominato da alcune grandi famiglie come i Colonna, gli Orsini, i Borgia, i Farnese.
Ma il resto degli abitanti dello Stivale erano plebe, servi della gleba, analfabeti, con una cultura contadina che aveva ferree regole di maschilismo, di violenza, di pugnale.

La diagnosi di Machiavelli e di Guicciardini non differiva da questa realtà. Anzi la mise in luce con grande chiarezza. Machiavelli però sperava in un Principe che conquistasse il centro d’Italia e sapesse e volesse fondare uno Stato con la forza delle armi, le congiure, le armate dei capitani di ventura e i matrimoni di convenienza tra le famiglie regnanti. Guicciardini faceva più o meno la stessa diagnosi ma la terapia differiva, le speranze di Machiavelli d’avere prima o poi un’Italia come Stato, naturalmente governato da un padrone assoluto come erano i tempi di allora; quel Principe, chiunque fosse, avrebbe dovuto dare all’Italia un rango in Europa e trasformare le plebi in popolo consapevole e collaboratore.

Guicciardini viceversa coincideva nella diagnosi ma differiva profondamente nella terapia. Riteneva auspicabile la fondazione d’uno Stato sovrano che abbracciasse gran parte dell’Italia, salvo quella dominata da potenze straniere che sarebbe stato assai difficile espellere. Ma sperare che gli italiani diventassero da plebe un popolo con il sentimento della Patria nell’animo lo escludeva nel modo più totale. Bisognava secondo lui governare il Paese utilizzando la plebe e questa era la sua conclusione.

Passarono due secoli da allora ed ebbe inizio ai primi dell’Ottocento il movimento risorgimentale con tre protagonisti molto diversi tra loro: Mazzini, Cavour, Garibaldi. Ci furono alti e bassi in quel movimento e tre guerre denominate dell’indipendenza e guidate da Cavour con una diplomazia e una comprensione della realtà che difficilmente si trova nella storia moderna.

Mazzini era un personaggio molto diverso: voleva la repubblica e voleva che nascesse dal basso. La sua era una forma di socialismo che aveva come strumento le insurrezioni popolari. Non insurrezioni di massa, non erano concepibili all’epoca; ma insurrezioni di qualche centinaio di persone se non addirittura qualche decina, che cercavano di sollevare la plebe contadina sperando che i suoi disagi la muovessero a combattere per una situazione migliore. Così non avvenne e le insurrezioni mazziniane non sortirono alcun effetto se non quello di allevare una classe di giovani intellettuali, studenti, docenti, che concepivano la Patria come il maestro aveva indicato. Quasi tutti erano settentrionali di nascita e fu molto singolare che questo drappello di italiani dedicati soprattutto a scuotere le classi meridionali venisse quasi tutto da Milano, da Bergamo, da Brescia, da Genova. Così furono a suo tempo i mille che mossero da Quarto verso Calatafimi. Garibaldi era una via di mezzo molto realistica e molto demiurgica tra Mazzini e Cavour. Era repubblicano come Mazzini ma disponile a trattare con la monarchia quando bisognava compiere un’impresa che richiedesse molte risorse umane e finanziarie. Questa fu l’impresa dei Mille da cui nacque poi lo Stato italiano.

La corruzione certamente non c’era in quei giovani intellettuali e combattenti ma era già ampiamente diffusa in una società che aveva pochi capitali e doveva utilizzare nel proprio interesse quelli che il nuovo stato metteva a disposizione e che forti imprese bancarie e manifatturiere straniere investirono sulla nascita dell’Italia e della sua economia.

Portarono con sé, questi capitali, una corruzione moderna che è quella che conosciamo ma che allora ebbe il suo inizio nelle ferrovie che furono costruite per unificare il territorio, nell’industria dell’elettricità e in quella dell’acciaio e della meccanica. Emigrazione da un lato, corruzione dall’altro, queste furono le due maggiori realtà italiane tra gli ultimi vent’anni dell’Ottocento e la guerra del 1915 che aprì una fase del tutto nuova nel Paese.
Non voglio qui ripetere ciò che ho già scritto in altre occasioni ma mi limito a ricordare che Benito Mussolini fu uno degli esempi tipici del fenomeno italiano.

Personalmente era onesto, aveva tutto e quindi non aveva bisogno di niente; ma i suoi gerarchi erano in gran parte corrotti e lui lo sapeva ma non interveniva perché quella corruzione a lui nota gli dava ancor più potere, li teneva in pugno e li manovrava come il burattinaio fa muovere i burattini.
Disse più volte che senza la dittatura l’Italia non sarebbe stata governabile e che governare il nostro Paese era impossibile e comunque inutile.
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Eugenio Scalfari

Repubblica 14 giugno 2015

http://www.repubblica.it/politica/2015/06/14/news/il_popolo_italiano_odia_lo_stato_ma_non_puo_farne_a_meno-116812124/?ref=HRER2-1

 

Disoccupazione mai così alta nella storia d’Italia

È incredibile, la capacità dei governanti di manipolare i fatti pur di non dirci come vanno le cose. Negli ultimi giorni l’Istat ha fornito i dati sulle forze di lavoro nel terzo trimestre, e ha anticipato i dati provvisori di ottobre. Dati drammatici, ad avere il coraggio di guardarli in faccia…….

Mai, nella storia d’Italia, il tasso di disoccupazione è stato ai livelli di oggi. Altroché 1977. La disoccupazione era più bassa di oggi anche nel periodo 1959-1976, per cui abbiamo una serie storica Istat. Era più bassa anche negli anni della ricostruzione, dal 1946 al 1958. Ed era più bassa durante il fascismo, persino negli anni dopo la crisi del 1929.

http://www.lastampa.it/2014/11/30/economia/disoccupazione-mai-cos-alta-nella-storia-ditalia-4VBL6pqa8YWsfYxjnQL8wO/pagina.html

 

La discordia è il sale della democrazia

KNTTutti i concetti generali della politica — libertà, uguaglianza, giustizia, nazione, stato, per esempio — sono usati in significati diversi, con la conseguenza di confusioni inconsapevoli e di inganni consapevoli. Gaetano Salvemini, lo storico antifascista che Bobbio include nel pantheon dei suoi “maestri nell’impegno”, ha scritto: «La parola democrazia è adoperata per indicare dottrine e attività diametralmente opposte a una delle istituzioni essenziali di un regime democratico, vale a dire l’autogoverno. Così noi sentiamo [parlare] di una cosiddetta “democrazia cristiana” che, secondo la Catholic Enciclopedia, ha lo scopo di “confortare ed elevare le classi inferiori escludendo espressamente ogni apparenza o implicazione di significato politico”; questa democrazia esisteva già al tempo di Costantino, quando il clero “dette inizio all’attività pratica della democrazia cristiana”, istituendo ospizi per orfani, anziani, infermi e viandanti.

I fascisti, i nazisti e i comunisti hanno spesso dato l’etichetta di democrazia, anzi della “reale”, “vera”, “piena”, “sostanziale”, “più onesta” democrazia ai regimi politici d’Italia, della Germania e della Russia attuali [siamo nel 1940], perché questi regimi professano anch’essi di confortare ed elevare le classi inferiori, dopo averle private di quegli stessi diritti politici senza i quali non è possibile concepire il “governo dei popoli”».
Invito al colloquio è il titolo del primo saggio di Politica e cultura ( Einaudi), un’espressione che riassume l’intera attività politico-intellettuale di Bobbio. Ma, il colloquio, affinché non si svolga in acque torbide, deve sapere qual è l’oggetto e che cosa, per non intorbidirle, ne deve stare fuori. Per questo, una definizione è necessaria, ma una definizione troppo pretenziosa non aprirebbe, bensì chiuderebbe il confronto. Ecco l’attaccamento di Bobbio alle “definizioni minime”. Sono minime le sue definizioni di socialismo, liberalismo, destra e sinistra, ad esempio. Ed è minima la definizione di democrazia; potremmo anzi dire minimissima: a) tutti devono poter partecipare, direttamente o indirettamente, alle decisioni collettive; b) le decisioni collettive devono essere prese a maggioranza. Tutto qui. Oltre che minima, questa definizione è anche solo formale: si riferisce al “chi” e al “come”, ma non al “che cosa”. Riguarda soltanto — come si usa dire per analogia — le “regole del gioco”.
In uno scambio epistolare con Pietro Ingrao sul tema della democrazia e delle riforme costituzionali che ebbe luogo tra il novembre 1985 e il gennaio 1986 (P. Ingrao , Crisi e riforma del Parlamento , Ediesse), troviamo una dimostrazione di ciò a cui serve il “concetto minimo”. Serve, da una parte, a includere, e dall’altra, a escludere e, così facendo, a chiarire. I punti del contrasto riguardano quello che allora era il progetto d’Ingrao, descritto in un libro dal titolo significativo: Masse e potere ( Editori Riuniti, 1977) che allora ebbe grande successo e che ora — mi pare — è dimenticato: la democrazia di massa o di base, unitaria e capace di egemonia. Ma gli argomenti chiamati in causa possono riguardare, in generale, tutte quelle che Bobbio avrebbe considerato degenerazioni della democrazia, alla stregua della sua definizione minima, come ad esempio, la “democrazia dell’applauso” di cui egli parla nel 1984, a proposito della conquista del Partito socialista da parte del suo segretario di allora), o la democrazia dell’investitura plebiscitaria e populista dei tempi più recenti.
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La democrazia richiede “distinzioni”, cioè pluralismo. «Senza pluralismo non è possibile alcuna forma di governo democratico e nessun governo democratico può permettersi di ridurre, limitare, comprimere il pluralismo senza trasformarsi nel suo contrario». La sintesi è espressa da Bobbio in termini assai forti, perfino scandalosi: «La discordia è il sale della democrazia, o più precisamente della dottrina liberale che sta alla base della democrazia moderna (per distinguerla dalla democrazia degli antichi). Resta sempre a fondamento del pensiero liberale e democratico moderno il famoso detto di Kant: “L’uomo vuole la concordia, ma la natura sa meglio di lui ciò che è buono per la sua specie: essa vuole la discordia”».
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Nell’elogio della discordia l’anima kantiana di Bobbio

La Repubblica 29 ottobre 2014
Gustavo Zagrebelsky
http://www.libertaegiustizia.it/2014/10/29/nellelogio-della-discordia-lanima-kantiana-di-bobbio/