La crescita che serve per il 2016

imagesETEI99VPSiamo arrivati alla fine del 2015. La Banca centrale europea, che ha sperimentato quasi un anno di Quantitative Easing (Qe), continuerà con acquisti di titoli di Stato e tassi intorno allo zero nel 2016 e probabilmente oltre. La Federal Reserve americana ha invece compiuto il primo passo verso una graduale stretta monetaria alzando dello 0,25 per cento il tasso di interesse, in risposta a dati che segnalano un’economia Usa in riscaldamento con un mercato del lavoro che marcia verso la piena occupazione.

Un’interpretazione facile della diversità delle politiche delle due banche centrali è che mentre gli Usa sono ripartiti e possono celebrare un ritorno alla normalità dopo sette lunghi anni di trauma post 2008, nella zona euro siamo ancora lontani dalla guarigione. In parte è così, ma non proprio. Per capirlo, torniamo a un anno fa. Dove siamo oggi, in chiusura del 2015, rispetto a dicembre 2014?
La zona euro chiudeva il 2014 dopo un anno di crescita anemica, sotto l’un per cento, che seguiva due anni di crescita negativa. Per l’Italia, con un 2014 ancora in rosso, il quadro era ben peggiore. Inoltre, le stime per il 2015 suggerivano che la stagnazione sarebbe continuata: a fine 2014, infatti, la Bce stimava la crescita per l’anno successivo a un tasso appena dell’un per cento. Con una inflazione in decelerazione e un debito complessivo ancora in aumento, si discuteva se l’istituto dovesse o no lanciare il programma di Qe , programma poi effettivamente messo in opera nel gennaio del 2015 .

Ben diversa la situazione degli Usa che uscivano da un 2014 cresciuto al ritmo del 2,5%, lo stesso dell’anno precedente, e prevedevano che l’economia si sarebbe rafforzata ulteriormente arrivando a crescere nel 2015 al 3,5%. Con quei numeri la svolta della Fed era attesa ben prima di quanto non sia effettivamente avvenuto.
Un anno è passato. A fine 2015 sappiamo ora che la zona euro è andata meglio del previsto e gli Stati Uniti peggio. Nel 2015 questi ultimi sono rimasti inchiodati a un tasso appena appena sopra al 2% mentre noi ci siamo attestati all’1,5%. È ragionevole pensare quindi che per ambedue le economie la crescita potenziale, ovvero quella di lungo periodo, si assesterà a ritmi più bassi di quelli dei 15 anni precedenti il 2008.

Per questo, nonostante la Fed aumenti i tassi oggi, è probabile che li mantenga bassi per lungo tempo per evitare di strozzare quel poco di crescita che c’è e per far sì che l’inflazione ritorni a tassi intorno al 2%. Low for long (bassi per un lungo periodo), così i mercati hanno definito questa prospettiva. E se questo è vero per gli Usa, tanto più è vero per l’Europa e per il Giappone. Non aspettiamoci di tornare alla cosiddetta «normalità» della politica monetaria nel prossimo futuro.
Ma ciò che conta non sono solo i tassi, ma anche la dimensione dei bilanci delle banche centrali, bilanci che si sono ingrassati ovunque in questi anni di Qe . La Fed non prevede di diminuire il suo stock di attivi finanziari prima di avere completato il ciclo di graduale aumento di tassi d’interesse, una data probabilmente lontana. È inoltre probabile che la Banca del Giappone e la Bce aumenteranno gli acquisti: si stima che per il 2017 la prima raggiungerà un rapporto attivi-Pil del 34% e la seconda del 108%.

Quindi, anche con il rialzo dei tassi da parte della Fed, il mondo continuerà ad avvalersi di condizioni finanziarie facili a fronte di un’economia debole e un debito globale che non si stabilizza. Rischi di volatilità permangono e mai come ora è importante focalizzare gli sforzi sull’economia reale chiedendo alle banche centrali di continuare a vegliare su stabilità dei prezzi e stabilità finanziaria. Con un’economia globale appesantita da fragilità strutturali e destinata a bassa crescita, come ha detto Larry Summers, «non stiamo dicendo addio per sempre ai tassi di interesse a zero» e, aggiungo io, neanche a quelle azioni straordinarie delle banche centrali delle maggiori economie del mondo che, messe in atto in risposta alla grande crisi, stanno diventando parte di una nuova «normalità».

Lucrezia Reichlin

La crescita che serve per il 2016

Corriere della sera

23 dicembre 2015

http://www.corriere.it/editoriali/15_dicembre_24/crescita-che-serve-il-2016-lucrezia-reichlin-a15e12fc-aa05-11e5-85c0-9f00ee6a341c.shtml

Fed : tassi su

imafedLa Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse dei Fed Funds dello 0,25%, portandoli quindi in una banda tra lo 0,25% e lo 0,50% dal precedente range tra zero e 0,25%. Era da nove anni che il costo del denaro in Usa non veniva aumentato e dal 2008 i tassi si trovavano in quella fascia minima. La stessa presidente della Fed, Janet Yellen, ha sottolineato che con la mossa odierna “pone fine a un periodo eccezionale”, caratterizzato dalla crisi finanziaria e dalla più ampia recessione della storia. Ma ora la Fed “riconosce i considerevoli progressi dell’economia”, che crescerà poco più del 2% a fine anno, e per questo il rialzo “è appropriato.

0,25%, dalla quale non ci si era mai spostati. Anche oggi la giornata di Borsa ha ruotato intorno all’attesa per le scelte di Washington, nonostante il calo del prezzo del petrolio resti una preoccupazione per gli investitori. Alla pubblicazione della decisione della Fed, Wall Street ha spiccato il volo: il Dow Jones è salito dell’1,28%, il Nasdaq è avanzato dell’1,52% mentre lo S&P 500 ha messo a segno un progresso dell’1,4%……
http://www.repubblica.it/economia/2015/12/16/news/fed_tassi_usa_yellen-129627179/?ref=HREC1-6

 

A differenza di quanto accade in condizioni ‘normali’, la politica monetaria non interviene questa volta per combattere le pressioni dell’inflazione. E’ buona norma per il governatore, infatti, agire sui tassi quando vuole calmare un’economia troppo esuberante, che rischia di dar luogo a una corsa dei prezzi inarrestabile. In questa circostanza, dicono invece gli esperti del Crédit Suisse, sono due i razionali che muovono Janet Yellen: limitare la possibile esplosione di bolle nell’immobiliare o sui mercati; e crearsi un cuscinetto per poter in futuro agire con la politica dei tassi, nel caso di un rallentamento economico. Se la crescita cambiasse verso, infatti, oggi la Fed non avrebbe margini d’azione: si deve allontanare dalla fascia dei ‘tassi zero’ che caratterizza ormai la politica della Fed dal lontano 2008 (per ironia della sorte, raggiunta sotto Ben Bernanke proprio il 16 dicembre). C’è anche qualche timore che questa mossa possa portare a una effettiva recessione, ma secondo gli economisti non è ancora il caso di preoccuparsi per l’ingresso in una fase calante dei mercati. Nonostante, ormai da oltre sei anni, il Pil Usa si espanda – e quindi sarebbe lecito attendersi un rallentamento -, gli analisti vedrebbero più a rischio i corsi azionari con una piena occupazione (disoccupazione al 4%, contro il 5% attuale) e una crescita dei salari più sostenuta.

http://www.repubblica.it/economia/2015/12/16/news/fed_in_azione_riflessi_su_dollaro_e_mercati_emergenti-129577836/

Yellen e la curva di Phillips

Curva di Phillips, lotta di classe, ripartizione del reddito nazionale tra salari e profitti. Sembra di essere tornati agli anni ‘70. Di questo si discute, nelle controversie che oppongono falchi e colombe nella Fed. E di questo discutono gli accademici che premono per influenzarne le decisioni.

La curva di Phillips, parte integrante dei modelli neokeynesiani, stabiliva un nesso tra il livello dell’occupazione e l’inflazione salariale. Se la disoccupazione scende al di sotto di un certo livello, i salari cominciano a salire più vigorosamente e alimentano un rincaro dei costi di produzione. Che si traduce in un innalzamento dell’indice dei prezzi e del costo della vita. Da questa relazione, nata come constatazione empirica, negli anni Settanta si ricavarono conseguenze politiche importanti. Milton Friedman, padre del monetarismo, spiegò che bisognava limitare la quantità di moneta per impedire quei rigurgiti d’inflazione. Paul Volcker, mai dimenticato presidente della Fed, usò l’arma dei tassi con una severità implacabile, per impedire la spirale prezzi-salari. La missione delle banche centrali divenne quella: intervenire con il cappio del caro-denaro per spegnere gli incendi dei prezzi. Nessuno ha cestinato la curva di Phillips. Quando Janet Yellen ha annunciato un rinvio nell’aumento dei tassi, l’ha fatto semplicemente per aspettare che ci siano segnali più credibili che la riduzione della disoccupazione americana (ormai al 5%) sta per riaccendere l’inflazione. Ha detto che con i venti di deflazione dalla Cina, non c’è fretta di intervenire sulla spirale salari-prezzi. Ma non ha negato che quella spirale esista. E invece c’è chi pensa proprio che la curva di Phillips descriva un mondo che non esiste più. Alcune formulazioni della “stagnazione secolare” (Larry Summers) vanno proprio in quella direzione. La curva di Phillips era empiricamente vera in una società occidentale dove i sindacati erano forti, e in situazioni di piena occupazione (o quasi) riuscivano a negoziare robusti aumenti salariali. Oggi in America i sindacati organizzano appena un decimo della forza lavoro. I giovani, nei settori che li assumono, tendono ad essere dei free-lance: atomizzati, non organizzati fra loro. Senza parlare della concorrenza indiretta coi salari cinesi o indiani, messicani o vietnamiti. La Yellen non vuole occuparsi di dirimere controversie teoriche, perché non la pagano per questo. Ma prima o poi il tema finirà per imporsi: esiste ancora la curva di Phillips?

Federico Rampini

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/09/21/news/far_west-123441700/

curvaphillips

 

Tassi immobili

dollars rrrLa Fed mantiene i tassi di interesse ai minimi storici fra lo zero e lo 0,25%, rimandando ancora una volta la prima stretta dal 29 giugno 2006. A pesare sono i timori per l’economia globale e l’inflazione che resta bassa, al di sotto del target del 2% della banca centrale. L’appuntamento ora è per ottobre, quando è in calendario la prossima riunione della Fed. Un incontro per il quale non è prevista nessuna conferenza stampa che, però, potrebbe essere convocata se si deciderà di aumentare i tassi

http://www.lastampa.it/2015/09/17/economia/usa-la-fed-lascia-i-tassi-invariati-gUCyNWcyNdbSyltJHEm4hK/pagina.html

10 cose da sapere

Che cosa è successo?

La Federal Reserve non alza i tassi d’interesse e li lascia invariati tra lo 0 e lo 0,25%.

Da quanto tempo non si alzano i tassi Usa?

È la cinquantacinquesima volta che non ritocca i tassi all’insù. L’ultimo rialzo dei tassi Usa risale al lontano 2006. All’epoca, come spiega un divertente grafico del Wall Street Journal, gli operatori di Borsa avevano la Bmw come auto preferita è in tasca il BlackBerry. Oggi, invece, bikesharing e IPhone.

Ma allora quando saliranno i tassi?

Il comunicato della Fed non indica una prossima data entro la quale è previsto un rialzo dei tassi.

Che cosa vuol dire questo?

Significa che la Fed non dà indicazioni di una stretta alla politica monetaria. È stata molto più “colomba” di quanto si aspettassero i mercati.

Dunque l’economia Usa non sta correndo e non ha bisogno di una frenata con un rialzo dei tassi?

La Fed considera che l’inflazione non sia per ora assolutamente preoccupante. Ma dice anche che nel 2015 gli USA cresceranno più del previsto.

Ma allora perché non cominciare con un piccolo rialzo?

La Fed è preoccupata per l’agitazione dei mercati internazionali (vedi Cina) e dei riflessi possibili sul quadro economico. Per questo dice che “sta seguendo gli sviluppi all’estero”. Una frasetta che è però molto significativa.

Erano tutti d’accordo all’interno della Fed?

La decisione è stata presa non all’unanimità, ma a maggioranza. Tutti i governatori erano a favore tranne uno, che voleva invece un rialzo.

La Borsa che ne pensa? Wall Street, dopo una piccola fiammata iniziale, è scesa all’annuncio che i tassi restano invariati?

Wall Street non ha ancora capito se guardare il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

E il dollaro che fa?

Alla notizia, cala sull’euro. I tassi di interesse sui titoli di stato Usa non saliranno quindi non ci sarà la corsa a comprarli.

Buona o cattiva notizia, il calo del dollaro?  

Per chi importa prodotti pagati in dollari – petrolio compreso – buona: in euro costeranno meno. Per chi esporta verso gli USA cattiva notizia: ci sarà l’effetto contrario.

Francesco Manacorda

http://www.lastampa.it/2015/09/17/economia/la-federal-reserve-non-alza-i-tassi-dinteresse-dieci-cose-da-sapere-irD3mczWLWeiNVhOIUS4GP/pagina.html

 

Tassi & rialzi nel secolo cinese

dollyuann“Un cicchetto di whisky», per una Wall Street già su di giri. Così il presidente della Federal Reserve, Benjamin Strong, descrisse il taglio dei tassi del 1927. L’America non ne aveva bisogno, serviva solo a scoraggiare la fuga di capitali da Londra verso New York e a difendere la sterlina nel Gold Standard. Fu l’ultima volta in cui la Fed ammise pressioni dall’estero su di sé. L’ultima volta fino a mercoledì prossimo, perché oggi viviamo nel «secolo cinese». Fra due giorni si riunisce il Fomc, il Federal Open Market Committee che ha il potere di fissare le scelte della banca centrale americana. Il giorno dopo la presidente Janet Yellen dovrà comunicare la decisione più attesa da anni: un possibile aumento dei tassi d’interesse ai quali la Fed presta dollari alle banche in America. Sarebbe il primo rialzo dal 2006, dopo molti anni in cui il costo del denaro è rimasto attorno a zero: denaro quasi gratis in prestito a breve termine per aiutare il sistema finanziario e l’economia a superare la grande crisi e i suoi postumi. Ora però la disoccupazione negli Stati Uniti è calata al 5,1%, nel secondo trimestre 2015 la crescita è arrivata al 3,7% e quasi tutti ormai prevedono un aumento dei tassi subito oppure, al più tardi, a dicembre.

La Fed è alla vigilia della sua grande manovra per tornare alla normalità, ma potrebbe dover accettare l’idea che questa sarà un’operazione a sovranità (parzialmente) limitata. Come Strong, neanche Yellen può più ignorare le conseguenze sul resto del mondo della scelta più adatta all’economia americana. Nel ‘27 la Fed tenne i tassi più bassi del necessario per aiutare l’Europa a evitare una fuga di capitali. Quasi un secolo più tardi, la banca centrale americana rischia di riscoprire vincoli simili, ma stavolta legati alla Cina. Di fronte ai tremori dello yuan, e al potere della banca centrale di Pechino sul debito americano, la mano di Janet Yellen potrebbe rivelarsi meno libera di come la Fed l’ha sempre voluta. A matita leggera, da tempo Yellen aveva annotato settembre per l’avvio della sua stretta. Gli eventi dell’estate però sono arrivati a confondere i suoi piani: l’11 agosto la Banca del Popolo della Cina ha tentato una piccola svalutazione dello yuan, di cui ha subito perso il controllo di fronte all’enorme pressione degli investitori cinesi per portare i propri fondi fuori dal Paese. Gli indici di Shanghai sono crollati a ripetizione, la fuga di capitali e i crolli valutari si sono trasmessi a tutti i mercati emergenti e le autorità di Pechino sono dovute ricorrere alla repressione finanziaria più esplicita per riprendere in mano un tasso di cambio artificialmente tenuto troppo alto.
In un mese la banca centrale cinese ha speso fino a 200 miliardi di riserve per vendere dollari, comprare yuan e sostenerne così il valore. Sono dieci miliardi al giorno, solo per difendere un sistema che fino a poco fa funzionava gratis: tentare una piccola svalutazione in agosto è stato come annunciare in un teatro gremito che c’è un piccolo incendio. Tutti vogliono uscire. Per questo ora Pechino ha sbarrato le porte, impartendo alle banche indicazioni precise per impedire di esportare capitali.

Da settimane, la prospettiva di un aumento dei tassi della Fed e dunque dei rendimenti in dollari non fa che alzare la pressione. Ed è senz’altro sgradita a Pechino, come lo fu per Londra nel 1927. La banca centrale di Washington ha sempre precisato che agisce solo in base alle esigenze dell’economia americana, eppure il dollaro non è solo la moneta degli Stati Uniti. Il sistema globale del debito ne fa la moneta del mondo: fuori dagli Stati Uniti esistono oggi novemila miliardi di debiti denominati in dollari (escluse le banche) e i loro oneri verranno aggravati se la Fed alza i tassi. In questo fragile equilibrio la Cina ha un ruolo speciale, perché dispone di strumenti di pressione sulla Fed e implicitamente li sta già attivando.

La banca centrale di Pechino ha riserve per 1.270 miliardi di dollari in titoli del Tesoro americani e quasi altrettanto in titoli di agenzie pubbliche di Washington. Se ne vendesse in misura massiccia, potrebbe far perdere a Yellen il controllo degli effetti della sua politica monetaria e causare un forte rialzo dei tassi americani. Uno studio della Fed del 2012 stima che vendite per cento miliardi di dollari di titoli del Tesoro Usa da parte della banca centrale cinese, nell’immediato, farebbero balzare i tassi americani a cinque anni fino allo 0,60%: abbastanza da arrestare la ripresa negli Stati Uniti. Non sono solo teorie del complotto: un rapporto di Ing, una banca, nota che Pechino ha scelto di tenere depositati titoli americani per circa 200 miliardi a Euroclear, la piattaforma di Bruxelles da cui passa buona parte del trading in Europa. Naturalmente questa della Cina è una sorta di deterrenza nucleare: funziona solo finché il bottone rosso non viene davvero premuto. Dopo, sancirebbe anche l’autodistruzione di chi la pratica. Eppure ce n’è abbastanza da consigliare alla Fed il compromesso. Non è un caso se subito dopo i problemi in Cina in agosto, Bill Dudley della Fed di New York ha detto che l’idea di rialzo dei tassi a settembre era già «meno convincente».

Così Janet Yellen si trova a vivere in una sovranità monetaria potenzialmente limitata, come i suoi predecessori dell’anteguerra. Potrà riflettere che, allora, gli effetti non tardarono ad arrivare: un «cicchetto di whisky» nel ‘27, poi Grande Crash del ‘29.

Federico Fubini

Corriere della sera 14 settembre 2015

http://www.corriere.it/economia/15_settembre_14/tassi-rialzi-secolo-cinese-dietro-quinte-decisione-0b14f228-5ac0-11e5-8668-49f4f9e155ef.shtml

Quello che l’Europa non ha capito

 

 

aggL’AMERICA deve ancora conseguire una piena ripresa dagli effetti della crisi del 2008. Tuttavia, abbiamo recuperato buona parte del terreno perduto, anche se non tutto. Altrettanto non si può affermare, invece, della zona euro, nella quale il Pil reale pro capite è ancora oggi inferiore a quello del 2007, ed è inferiore del 10 per cento rispetto a dove si supponeva dovesse trovarsi. Una prestazione peggiore di quella che l’Europa ebbe negli anni Trenta. Perché l’Europa si è comportata così? Ho ascoltato discorsi e letto articoli nei quali si ipotizza che il problema stia nell’inadeguatezza dei nostri modelli economici — nel fatto che dovremmo riformulare la teoria macroeconomica che durante la crisi non è riuscita a offrire una guida politica. Ma è proprio così? No. È vero: pochi economisti avevano annunciato la crisi. Tuttavia, il piccolo segreto dell’economia è che da allora i modelli di base spiegati nei libri di testo hanno funzionato bene. Il guaio è che i dirigenti politici europei hanno deciso di respingere quei modelli di base a favore di approcci alternativi più innovativi, più entusiasmanti e del tutto errati.

Sto rianalizzando i dibattiti di politica economica e ciò che mi colpisce in modo evidente dal 2010 in poi è la divergenza di pensiero tra Stati Uniti ed Europa.

In America, la Casa Bianca e la Federal Reserve sono rimaste fedeli all’economia keynesiana tradizionale. L’Amministrazione Obama ha sprecato tempo e fatica per perseguire una “grande intesa” sul bilancio, pur continuando però a credere nella tesi sostenuta nei libri di testo, ossia che in un’economia depressa la spesa in deficit di fatto è una cosa positiva. La Fed ha ignorato gli ammonimenti secondo i quali stava “svalutando il dollaro”, ed è rimasta aderente all’opinione secondo la quale le politiche di basso tasso di interesse non avrebbero provocato inflazione, almeno fino a quando la disoccupazione fosse rimasta alta.

In Europa, al contrario, la leadership politica si è dimostrata disposta, quasi con impazienza, a gettare i libri di economia dalla finestra per prediligere nuovi criteri. La Commissione Europea, a Bruxelles, ha accolto con entusiasmo le presunte prove sull’utilità della “austerità espansiva”, respingendo le argomentazioni tradizionali a favore della spesa pubblica in deficit, e ha preferito sposare la tesi secondo cui tagliare le spese in un’economica depressa porterebbe alla creazione di posti di lavoro perché alimenterebbe la fiducia. La Bce ha preso a cuore i moniti sul rischio di inflazione e nel 2011 ha alzato i tassi di interesse, anche se la disoccupazione era alta. Ma mentre i politici europei possono aver immaginato di dare prova di apertura nei confronti di nuove idee economiche, gli economisti ai quali hanno dato retta dicevano loro proprio ciò che volevano sentirsi dire. Cercavano giustificazioni per le rigide politiche che erano decisi a imporre alle nazioni debitrici; e così hanno trattato come celebrità economisti quali Alberto Alesina, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff che parevano offrire proprio quella giustificazione. Invece, come si è scoperto, quella ricerca nuova ed entusiasmante presentava grosse pecche.

E così, mentre le nuove idee si sono rivelate un fallimento, la teoria economica dei vecchi tempi si è dimostrata più forte. Furono derise le previsioni di economisti keynesiani, me incluso, secondo i quali i tassi di interesse sarebbero rimasti bassi nonostante i deficit di bilancio, l’inflazione sarebbe stata frenata nonostante gli acquisti di bond da parte della Fed e i tagli alla spesa pubblica — lungi dall’innescare espansione alimentata da fiducia — avrebbero provocato un’ulteriore crollo della spesa dei privati. Queste previsioni, al contrario, si sono avverate. È un errore sostenere, come fanno molti, che quella politica è fallita perché la teoria economica non ha fornito le linee guida di cui avevano bisogno i policy maker . In realtà, la teoria ha costituito una guida eccellente, se solo i policy maker fossero stati disposti ad ascoltare. Purtroppo, non l’hanno fatto. E continuano a non farlo. Se volete deprimervi sul futuro dell’Europa, leggete l’intervento di Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco, mercoledì sul New York Times. Troverete un ripudio di ciò che sappiamo di macroeconomia, delle intuizioni che l’esperienza europea degli ultimi cinque anni avvalora. Nel mondo di Schäuble l’austerità conduce alla fiducia, la fiducia genera crescita e, nel caso in cui per il vostro Paese ciò non funzionasse, significa solo che lo state facendo nel modo sbagliato. Torniamo alle nuove idee e al loro ruolo in politica: è difficile argomentare a sfavore delle nuove idee. Negli ultimi anni, tuttavia, lungi dal fornire una soluzione, le idee economiche innovative spesso sono state parte del problema. Se avessimo continuato ad aderire alla macroeconomia dei vecchi tempi staremmo di gran lunga meglio.

Traduzione di Anna Bissanti

© 2-015, The New York Times

La Repubblica 19 aprile 2015

 

Scende l’euro, sale la Ue

dolleuroyenI due valori più importanti dell’economia mondiale sono in calo, un calo rapido e inaspettato. A luglio 2014 un barile di petrolio costava 114 dollari, ora ne costa 46. , Un euro costava 1,36 dollari e ora 1,08: nell’ultimo anno la moneta unica ha perso circa il 23 per cento del suo valore nei confronti del dollaro statunitense e il 19 per cento rispetto alla media delle altre dieci valute più importanti.

La maggior parte degli esperti prevede che fra non molto un euro varrà quanto un dollaro, e continuerà a scendere. Le conseguenze del crollo del prezzo del petrolio sono note: non altrettanto si può dire della svalutazione della moneta europea. Ma i due processi sono ugualmente importanti: sia il prezzo dell’energia che quello dell’euro, la seconda valuta più utilizzata al mondo, influiscono sui prezzi di quasi tutti i prodotti che consumiamo, dai dentifrici alle automobili e ai pomodori. Prima di parlare dei motivi della discesa dell’euro e di quali conseguenze avrà è utile sgombrare il campo da “un’idea zombie” sul valore delle monete (Agnes Quisumbing definisce “idee zombie” le teorie che non muoiono nonostante sia già stato dimostrato che non hanno fondamento ).

Non è scontato che un Paese si indebolisca se la sua moneta si svaluta. In alcuni casi, la svalutazione della moneta rafforza l’economia: se l’euro perde valore rispetto al dollaro, una bottiglia di vino spagnolo, un aereo francese o un’auto italiana nel resto del mondo costeranno meno, incoraggiando le vendite dei prodotti e facendo crescere le esportazioni. E questo è un bene per l’occupazione e l’economia in generale. Sull’altro versante, la svalutazione dell’euro rende più cari i beni prodotti al di fuori dell’Eurozona, per esempio un iPhone, un macchinario industriale o una vacanza a Disneyworld.

Per fortuna dell’Europa, l’impatto sui prezzi dei prodotti importati arriva in un momento in cui la minaccia per il continente non è l’inflazione bensì il contrario, la deflazione ( nel 2004 i prezzi inEuropa sono scesi dello 0,02percento). Questa malattia dell’economia consiste in una caduta persistente dei prezzi dovuta all’inadeguatezza della domanda e conduce a una stagnazione cronica, come quella che affligge il Giappone. La svalutazione della moneta è un buon antidoto contro la deflazione. Non tutte le svalutazioni producono effetti positivi. Quando la moneta perde valore rispetto alle altre a causa di una fuga di capitali provocata da una sfiducia nell’economia del Paese, la svalutazione è nociva. E lo è anche quando contribuisce a far esplodere l’inflazione e a frenare gli investimenti e la crescita. È quello che sta succedendo in Russia o in Venezuela, due dei Paesi più colpiti dalla caduta dei prezzi del petrolio e da altri problemi. Perché l’euro si sta deprezzando? La ragione principale è che la Banca centrale europea sta iniettando liquidità monetaria per stimolare gli investimenti e i consumi, mentre la sua omologa statunitense, la Federal Reserve, sta tirando i remi in barca; anzi, lascia intendere che potrebbe alzare i tassi di interesse per contrastare le pressioni inflazionistiche generate da un’economia in crescita e da un tasso di disoccupazione che si avvicina al limite oltre il quale la scarsità di lavoratori provoca aumenti dei prezzi. Nulla si muove più rapidamente del denaro. Di fronte a questa nuova situazione economica (anzi, anticipandola ), gli investitori hanno spostato i soldi dagli Stati Uniti all’Europa. Dall’inizio dell’anno è entrata nei fondi di investimento europei la cifra record di 35,6 miliardi di dollari, mentre dai fondi americani sono defluiti 33,6 miliardi. Da gennaio a oggi le Borse europee hanno superato quelle americane, sia in termini di aumenti del prezzo delle azioni quotate sia in termini di volume degli afflussi di fondi. Questi movimenti sono determinati dall’aspettativa che le grandi imprese esportatrici statunitensi, a causa del “dollaro forte”, che rende i loro prodotti più cari all’estero, vedranno ridursi entrate e utili, e di conseguenza anche il valore delle azioni. Secondo un sondaggio della rivista Duke/Cfo, due terzi delle imprese esportatrici americane affermano che l’apprezzamento del dollaro le ha danneggiate. Ma c’è anche un altro fattore che avrà un impatto enorme. Da anni le imprese americane non finanziarie stanno accumulando liquidità in proporzioni colossali e possono usare questa liquidità per comprare altre imprese. E ora, con l’euro che costa meno, costano meno anche le imprese europee per chi ha dollari in abbondanza: dobbiamo aspettarci un’ondata di acquisizioni di grandi imprese europee. Questi sono solo alcuni effetti della svalutazione dell’euro, ce ne sono molti altri. Ma in definitiva, se qualcuno si chiede se la svalutazione dell’euro sia un bene per l’Europa, la risposta è semplice: sì.

MOÏSES NAÌM

Repubblica 22 marzo 2015