La generazione rebus dei giovani “Né né”

neetttMa cosa fanno veramente i Neet? Sono davvero solo dei forzati del divano oppure anche tra di loro passa una linea di ulteriore disuguaglianza? Una divisione che separa gli «esogeni», quelli che sono impegnati ogni giorno in un duro corpo a corpo con un mercato del lavoro che non vuole includerli, dagli «endogeni», gli scoraggiati che si sentono drammaticamente inadeguati e sono portati ad arretrare davanti a qualsiasi sfida? L’Italia ha il triste primato europeo dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in un corso di formazione. Parte di loro – un milione su 2,3 totali – compare alla voce «disoccupati» ed è disponibile dunque a iniziare un lavoro nelle successive due settimane. Sono 700 mila – sempre secondo le classificazioni statistiche – «le forze di lavoro potenziali», le persone che nelle ultime 4 settimane non hanno cercato lavoro ma sono mobilitabili a breve, infine ci sono gli «inattivi totali» che raggiungono quota 600 mila. Dietro questi ultimi c’è quasi sempre un percorso accidentato di studi con bocciature e interruzioni, un basso livello di autostima e una forte dipendenza dal contesto familiare di provenienza. Ma per calibrare gli interventi e non limitarsi a invocare misure miracolose è forse necessario capire da dentro il fenomeno Neet (in Italia «né né»), monitorare i loro comportamenti, le piccole mosse che maturano nel quotidiano, sapere come e dove passano la giornata. Il programma di Garanzia Giovani avrebbe dovuto servire anche a questo ma purtroppo non è stato così. Eppure una strategia d’attacco bisognerà darsela in tempi brevi perché non possiamo permetterci di bruciare quasi un’intera generazione. Un giorno qualcuno, legittimamente, ci chiederà dove eravamo quando il Paese della Bellezza dilapidava una quantità così rilevante di capitale umano.

Cosa fanno

In aiuto alla nostra ricognizione viene una delle poche ricerche («Ghost») su cosa fanno i Neet condotta nel 2015 da WeWorld, una Onlus impegnata nel secondo welfare. L’indagine è articolata su più campioni, integrata da interviste individuali a giovani tra i 15 e i 29 anni e ci conferma il peso delle condizioni di disuguaglianza a monte che determinano la caduta in una trappola. In più ci aiuta a focalizzare una porzione interessante dei Neet, i volontari. È chiaro che la scelta di fare volontariato (condivisa in Italia da un milione di coetanei, maschi e femmine alla pari) nasce come opzione di ripiego ma è pur sempre una scelta sorretta da un robusta rete valoriale e dall’incoraggiamento dei genitori che condividono/supportano. È un antidoto al sentirsi Neet e identifica una tribù di giovani che come dicono loro stessi «non si lascia andare» . Anzi ha persino maturato un atteggiamento critico nei confronti degli altri giovani a cui rimprovera un atteggiamento passivo, «una mancanza di progettualità.

Senso di esclusione

I volontari seppur non contrattualizzati, non si considerano e non si sentono parcheggiati in una Onlus e quando devono parlare della loro esperienza usano la parola «lavoro». È evidente dai racconti che avere un ambito di socializzazione serve a mitigare il senso di esclusione ma l’unica istituzione veramente amica è la famiglia. Il 92% pensa che abbia un ruolo positivo e solo l’8% le rimprovera la condizione di Neet «perché non ascolta i bisogni dei giovani». Volontari o non, la fiducia nello Stato e nelle istituzioni è al 19%, nei politici al 14% e la prima parola abbinata ai partiti è «corruzione». I volontari, pur sorretti da una forte identità, sono pessimisti sul futuro, non vedono maturare miglioramenti a breve, almeno per tre anni. Del resto è la prima grande crisi che vivono, non hanno in mente raffronti. Temono però che la recessione favorisca il dilagare di raccomandazioni e precariato e allarghi l’area del lavoro nero. Sono coscienti che la loro attività nelle Onlus spesso non è coerente con la formazione ricevuta ma confidano che possa aggiungere skill al proprio curriculum e in questa convinzione sono aiutati dall’opinione di molti reclutatori. Che sostengono come la gestione di attività complesse, e spesso caratterizzate da piccole e grandi emergenze, faccia maturare in fretta.

Una vera tribù

La seconda tribù dei Neet che seppur con qualche approssimazione si può intravedere è quella degli sportivi che a sua volta ospita molte figure, dal frequentatore di palestre al tifoso ultrà. Lo sportivo vive in un mondo in cui i valori della competizione più dura riempiono la giornata e diventano una piccola filosofia di vita. Del resto il mondo dello sport ha giornali, tv, produce lessico, genera meccanismi di solidarietà che creano attorno al nostro Neet un effetto-comunità ed evitano la ghettizzazione. Sia chiaro però: mentre il volontario interpreta tutto nella chiave del «noi», lo sportivo si trova più a suo agio usando la prima persona singolare. Anche loro non si sentono Neet perché hanno una vita attiva e anche solo essere legati a una pratica continuativa, o meglio far parte di un club, aiuta a non sentirsi fantasmi. A Torino è nato negli anni scorsi a cura di Action Aid un programma-pilota di recupero dei Neet  centrato sull’attività sportiva che insegna ad affrontare «vittorie e sconfitte e attraverso lo sport dà la forza per riprendere gli studi o cercare lavoro». Dentro l’ampia tribù troviamo figure diverse: il mistico del fitness, il patito del calcetto, l’atleta tesserato convinto di poter diventare un campione, il tifoso organizzato. È chiaro che a differenza dei volontari queste esperienze non si rivelano professionalizzanti, non aggiungono molto al curriculum. Per finanziare i suoi corsi, attività e tornei il Neet attinge alla paghetta dei genitori (che si chiama così anche nell’era di Facebook) e finisce per prolungare la condizione adolescenziale. È vero che le palestre (in Italia sono 8.500) fanno a gara nell’offrire abbonamenti a prezzi stracciati, mentre nell’ambito del tifo organizzato i gruppi giovanili spesso operano come piccole ditte, ricevono ingaggi per servizi e piccoli lavori che ridistribuiscono al loro interno per finanziare trasferte, ingressi allo stadio e coreografie.

Colpa dell’iperprotezione

Non va nascosto che in qualche caso questo tipo di attività è monitorato dalle Questure, secondo le quali nel tempo si sono create zone grigie (la più alta quota di tifosi sottoposti a provvedimenti restrittivi — il 55% — è nell’età 18-30). È difficile che lo sportivo trovi un lavoro stabile nel settore che lo appassiona (a meno che non sfondi) e quindi più del volontario questa si presta a essere una condizione di passaggio. Ma il rapporto di dipendenza con la famiglia che lo sportivo perpetua è tra i motivi che fanno dire al demografo Alessandro Rosina, nel suo libro dedicato ai Neet, come «l’iperprotezione tende a mantenere immaturi più a lungo i figli, mentre nei Paesi nord-europei la spinta all’autonomia subito dopo i 20 anni porta a confrontarsi prima con la realtà circostante». Risultato: i giovani italiani sono nella maggior parte dei casi «passivamente dipendenti dai genitori» e «disorientati sul proprio futuro».

Arrangiarsi coi piccoli lavori

La terza tribù di Neet che si può individuare è quella di chi si arrangia con i piccoli lavori. «Non studio ma con le promozioni lavoricchio» dice Anna, torinese. Aggiunge Silvia, una coetanea milanese: «Ho studiato come estetista, ho fatto periodi di stage in centri benessere, ho accudito bambini e ho fatto persino la donna delle pulizie». La ricerca Ghost ci dice che l’80% degli intervistati ha avuto esperienze intermittenti, nella maggior parte dei casi un ingaggio nella ristorazione e nel commercio come cameriere, commessa, fattorino per consegne a domicilio, facchinaggio leggero e volantinaggio, dogsitting. Un 20% ha già fatto l’operaio per brevi periodi. Il 44% sottolinea che l’interruzione del rapporto seppur precario di lavoro è stata subita, loro avrebbero continuato. E infatti ci tengono a smentire che i Neet stiano a vegetare davanti alla tv, i media li presentano come fannulloni e invece «noi ci sbattiamo da mattina a sera, siamo attivi». Nella grande tribù dei lavoretti un comparto importante e per certi versi specializzato è quello femminile L’occupazione prevalente è la babysitter, figura richiestissima, dotata di una propria identità sociale e abituata a fare i conti con il passaparola della reputazione. Nelle grandi città le stesse ragazze fanno anche spesso le hostess, attività più stressante ma pagata tramite i voucher. In definitiva la tribù dei lavoretti entra e esce di continuo dal mercato del lavoro, non riesce a stabilizzare un proprio profilo professionale e stenta a includere nel curriculum la maggior parte delle esperienze. La famiglia rimane sullo sfondo, si comporta come un ammortizzatore sociale nelle fasi di totale inoccupazione, segue con trepidazione il rinvio delle scelte di vita della prole. Nel 55% dei casi i genitori restano decisivi per scegliere il percorso di studio e sono anche il principale veicolo per cercare lavoro grazie alle conoscenze (al 32%, superando Internet al 21% e la consegna del curriculum vitae di persona al 14%). Commenta Stefano Scabbio, amministratore delegato di Manpower: «Bisogna distinguere tra lavoro intermittente e un lavoretto che manca di sviluppo professionale, è legato al breve termine e serve solo al guadagno temporaneo. Ai ragazzi per crescere servirebbe una specializzazione orizzontale e una formazione rivolta al digitale e saltando di qua e di là non si ottengono».

I laureati

Una quarta tribù dei Neet è quella dei già laureati, potenzialmente più occupabili ma ingabbiati anche loro. I numeri dicono che su 10 giovani Neet uno è laureato, 5 sono diplomati e 4 hanno al massimo la licenza media. Lo riporta nel suo libro Rosina citando una ricerca Oecd e aggiunge che il rischio di restare nella trappola dell’inattività volontaria è superiore per chi ha basse competenze. I dati dell’ultimo Rapporto Istat dicono che un laureato impiega in media 36 mesi nel trovare lavoro, ma se è in possesso di un titolo umanistico l’attesa è più lunga. Un laureato dunque transita nella condizione di Neet quasi a sua insaputa e finisce per alimentare il mercato delle ripetizioni a studenti più giovani .Su 100 docenti pomeridiani 30 sono per lo più freschi laureati. Il 90% dei ricavi non è dichiarato al Fisco e vale 800 milioni di euro l’anno, secondo stime della Fondazione Einaudi. Un laureato disoccupato è dunque automaticamente un Neet al punto che Ivano Dionigi, ex rettore e ora presidente di Almalaurea, punta l’indice verso il sistema del 3+2, le lauree triennali deboli viste come concausa dell’allargarsi del fenomeno. E i dati gli danno ragione: i laureati disoccupati sono il 20,6% con picchi di oltre il 30% nelle specializzazioni umanistiche.

La trappola del divano

Il minimo comun denominatore delle tribù di cui abbiamo parlato è una sorta di resilienza all’apatia, il tentativo di uscire dalla trappola del divano. Ma nel grande contenitore della disuguaglianza giovanile c’è un girone ancor più svantaggiato. È quello dei Neet endogeni, come li chiamano gli psicologi del lavoro, giovani che non si integrano a prescindere dalle condizioni esterne del mercato del lavoro. Non si sentono adeguati ai ritmi della vita contemporanea, hanno la tendenza ad auto-isolarsi e non emanciparsi dalla famiglia, sono demotivati sul futuro. È lo zoccolo duro dell’apartheid generazionale e le catene che li hanno bloccati rimandano quasi sempre all’eredità negativa del contesto familiare: una storia di immigrazione, un basso livello di scolarizzazione, vivere in territori marginali, genitori disoccupati o anche solo divorziati. Nel mondo che esalta l’innovazione, che registra il trionfo del digitale, che si prepara a governare l’intelligenza artificiale loro rappresentano la più desolata e mal illuminata delle periferie.

Dario Di Vico

Corriere della Sera 10 luglio 2016

http://www.corriere.it/cronache/16_luglio_10/i-giovani-ne-ne-5d836602-4615-11e6-be0f-475f9043ad28.shtml

La politica del secondo figlio

cinacinaIl governo di Pechino era stato chiaro già da diverso tempo: bisogna stimolare i consumi interni. Per questo motivo sono state rese possibili agevolazioni finanziarie di tutti i tipi dai tagli ai tassi fino alla riduzione dei requisiti di liquidità per le banche in modo da rendere disponibile una maggiore quantità di denaro. Quando invece la soluzione più semplice era anche la più ovvia: far aumentare la popolazione.

Le nuove disposizioni

L’equazione più persone uguale più consumi è arrivata alla fine del Plenum del Comitato Centrale del Parito Comunista cinese che si è riunito per decidere le direttive del 13esimo piano quinquennale e stabilire le basi di quella che sarà la Cina del 2020. Un’occasione anche per dare il via a una serie di promozioni e bocciature in seno alla politica dell’ultimo bastione di un assolutismo comunista rimasto tale solo nel nome.

Sulla base della necessità di aumentare la domanda interna il governo cinese ha dato ufficialmente l’addio alla politica del figlio unico ovvero all’obbligo finora per le coppie cinesi di non poter avere più di un bambino, obbligo che affonda le sue radici nella politica del contenimento delle nascite pianificata ormai 36 anni or sono nel 1979.

Le conseguenze

Tralasciando le polemiche sulle eccezioni per le minoranze, sui femminicidi che ne sono derivati, sugli aborti imposte alle donne anche in avanzato stato di gravidanza e sul fatto che la Cina attualmente è la nazione con la popolazione più numerosa e ce quindi potrebbe essere anche la miccia per un futuro collasso demografico (nuove proiezioni parlano di un picco che verrà raggiunto in anticipo di 10 anni e quindi non più nel 2030 come inizialmente pronosticato ma nel 2020), la scelta in questione evidenzia anche un altro fattore e cioè che la popolazione del Celeste Impero sta invecchiando in maniera estremamente veloce, tanto da non poter garantire adeguatamente un ricambio della forza lavorativa e anche un sostegno non solo più ai consumi interni ma alla stessa produttività nazionale dal momento che, come il Giappone insegna, una popolazione anziana è tendenzialmente più conservatrice nei consumi.

http://www.trend-online.com/prp/consumi-cina-secondo-figlio/

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cinamaoÈ un atto tipico di un vecchio regime comunista, dove i funzionari pensano che le cose possano avvenire per decreto: 35 anni dopo l’introduzione in Cina della politica del figlio unico per il controllo della crescita della popolazione, ora si annuncia che alle coppie sarà permesso avere due figli.

Un maggior numero di nascite, dicono, contribuirà a evitare che il Paese invecchi prima di arricchirsi. Ma con ogni probabilità questo non farà virtualmente alcuna differenza.

Come la Germania, l’Italia e i suoi vicini del Giappone e del Sud Corea, la Cina sta soffrendo le conseguenze di un drastico calo della natalità. In realtà la popolazione del Paese sta invecchiando così in fretta che nel 2040 l’età media nel Paese avrà superato quella degli Stati Uniti secondo le proiezioni demografiche dell’Onu. Nel 2050 sarà ancora più bassa di quella dell’Unione Europea, ma non di molto. 

Quindi permettere alle coppie di avere più figli dovrebbe consentire di controbilanciare questo invecchiamento. Il guaio è che, come accade in altri Paesi, in Cina le donne non sembrano volere più figli. E non è una novità: a Pechino di recente ho partecipato a una presentazione di un importante demografo americano, Nicholas Eberstadt dell’ American Enterprise Institute: il tasso di fertilità delle coppie cinesi che vivono nelle città era già sceso sotto il livello necessario a mantenere stabile la popolazione ancora prima che fosse introdotta la politica del figlio unico nel 1980, e quello delle aree rurali non ne era molto lontano.

La regola del figlio unico nelle aree rurali era già stata allentata due anni fa, ma pare abbia avuto poco impatto sui tassi di natalità. Con ogni probabilità questo nuovo cambiamento avrà lo stesso destino. In Cina, come in Giappone, le donne si sposano più tardi di un tempo e in meno scelgono di avere figli, quali che siano le leggi. 

Tuttavia questa nuova norma potrebbe modificare un’altra caratteristica della demografia cinese di cui i funzionari non amano parlare. Anzi, questo potrebbe esserne il vero obiettivo. Sto parlando del grande squilibrio che esiste in Cina tra il numero dei maschi e quello delle femmine, e quindi tra uomini e donne. 

La politica del figlio unico non ha influito molto sul totale della popolazione cinese, ma ha avuto un ruolo significativo nell’aumento dell’infanticidio e dell’aborto selettivo. Anche prima del 1980, la preferenza delle famiglie cinesi per i figli maschi aveva portato a una piccola sproporzione tra maschi e femmine. Ma adesso, 35 anni dopo, i primi sono il 20% in più.

Il divario è meno accentuato a Pechino e a Shanghai, ma è diventato molto ampio nelle province rurali meno ricche, raggiungendo anche il 25-30%. Significa che nel Paese c’è un numero crescente di uomini che difficilmente riusciranno a sposarsi perché non ci sono donne a sufficienza. Ben presto, secondo il professor Eberstadt, il 20-25% dei cinesi di sesso maschile resterà celibe a vita. 

Una tale prospettiva è quanto meno spiacevole per la società cinese. E potenzialmente potrebbe destabilizzarla del tutto. I giovani maschi sono al primo posto in ogni società in termini di tasso di criminalità e violenza. Dei giovani soli, senza alcuna prospettiva di sposarsi e formarsi una famiglia, potrebbero diventare ancora più violenti.

Allentare la regola del figlio unico di per sé non basta a risolvere il problema . Ma potrebbe servire, riducendo l’incentivo al femminicidio infantile tra le coppie che decidono di avere figli. E aiuta anche la causa dei diritti umani tanto delle coppie di sposi come delle primogenite, e questo è ancora più importante. Non capita tutti i giorni che la Cina guadagni punti nel settore dei diritti umani. E anche i piccoli risultati meritano una celebrazione.

Da Pechino via libera al secondo figlio, ma sono le famiglie a volerne uno solo

Bill Emmott

La Stampa 30 ottobre 2015

https://www.lastampa.it/2015/10/30/cultura/opinioni/editoriali/da-pechino-via-libera-al-secondo-figlio-ma-sono-le-famiglie-a-volerne-uno-solo-fN23obSKvhE412qqGs04kJ/pagina.html

 

Fuga dal matrimonio

fdmLA FESTA è finita. Fiori d’arancio, fedi, cerimonie, viaggi di nozze, pranzi di parenti e liste di regali: storie di ieri, riti appassiti. I giovani non si sposano più. Né al Nord e neppure al Sud. Amore sì, ma niente contratti, l’Italia ha ormai toccato il minimo storico dei matrimoni civili e religiosi, un crollo vertiginoso, nel 2013 i “sì” sono stati 194.057 mila (ultimo dato Istat). Erano 50mila in più 10 anni fa. Record negativo storico. E non è che all’estero sia molto diverso, i Millennials americani, i trentenni diventati maggiorenni nel nuovo secolo, stanno facendo precipitare le statistiche del “grande giorno”, industria delle nozze compresa. Nessuno rinuncia a passioni e sentimenti, attenzione, chi non si sposa spesso convive. Tanto che le unioni di fatto, dice l’Istat, nel nostro paese sono già ben oltre un milione, e la vera novità è il numero sempre maggiore dei bambini che nascono fuori dal matrimonio, il 26 per cento più di un neonato su quattro.

I demografi si interrogano: siamo alla fine del “modello mediterraneo” di famiglia? Se il vincolo coniugale non è più sentito come necessario per mettere al mondo un figlio, né come rito religioso (in picchiata le cerimonie in chiesa, 44mila in meno in 5 anni) davvero allora l’istituto del matrimonio finirà alle ortiche? Del resto la nuova legge che equipara, in tutto e per tutto, i bambini nati da genitori sposati ai piccoli delle coppie “more uxorio” ha cambiato lo scenario italiano, eliminando ogni discriminazione. Con delle zone d’ombra però. «Alla fine si è sposato anche Vasco Rossi — sottolinea con ironia Letizia Mencarini, demografa all’università di Torino — nonostante il mito della vita spericolata». Perché per le coppie di fatto ancora oggi restano in piedi divieti e differenze, che riguardano, paradossalmente, ormai più gli adulti che i bambini. «Sul fronte sanitario e sul fronte patrimoniale le differenze sono marcate. Gli ospedali sono molto rigidi sui diritti di visita o di decisione dei partner non sposati, non esiste ad esempio l’ereditarietà della pensione. Ma è soltanto questione di tempo, perché seppure con i nostri ritardi prima o poi si arriverà a nuove forme di tutela delle convivenze ».

In ogni caso, per l’Italia, suggerisce Mencarini, il vero cambiamento riguarda i tanti, tantissimi figli che nascono fuori dal matrimonio. «Oggi sono il 26 per cento dei neonati, nel 2000 erano soltanto il 10 per cento. È un dato enorme. E da un punto di vista sociale una rivoluzione dei costumi ». Come se fosse caduto, per sempre, e anche al Sud, lo stigma morale contro i bambini nati “more uxorio”. «Il salto è avvenuto quando i genitori dei trentenni di oggi hanno accettato finalmente le convivenze dei propri figli. Pur sperando probabilmente in una posticipazione delle nozze».

I trentenni, appunto. In Italia, come nel resto d’Europa, e adesso anche negli Stati Uniti, ad essere crollate sono soprattutto le prime nozze, quelle di chi ha tra i 28 e i 35 anni, la generazione dei Millennials. In America per la prima volta nel 2013 si sono celebrati meno di 2 milioni di matrimoni, nel 1984 (anno record) erano stati due milioni e mezzo, secondo i dati del “Pew Research Center”. In Italia 40mila in meno negli ultimi 5 anni.
Dunque sono le coppie dalla vita flessibile e precaria a dire no al matrimonio, dove un “wedding party” viene considerato una spesa inutile anche se piacevole, anzi addirittura una scelta economica da mettere in contrapposizione all’arrivo di un figlio. Perché dietro il calo vertiginoso delle nozze, come spiega Daniele Vignali, giovane demografo dell’università di Firenze, autore del saggio “Convivere o sposarsi” (il Mulino) le ragioni sentimentali, antropologiche ed economiche si fondono insieme, decretando l’addio a bomboniere e confetti, ma soprattutto sia al rito in senso religioso che al matrimonio come contratto civile.
Basta leggere alcune testimonianze raccolte proprio nel libro di Daniele Vignali, i dubbi e le incertezze di un gruppo di trentenni alle prese con il proprio futuro di coppia. Anna: «La convivenza è già di per sé una presa di responsabilità: quando il mio compagno ed io abbiamo deciso di andare a vivere insieme, per noi era come decidere di sposarsi, la stessa identica co- sa…». Laura: «Vorrei andare a convivere con il mio ragazzo, ma non necessariamente sposandomi. Lo farò più avanti, per adesso il matrimonio non è una tappa da raggiungere ». E Francesco: «La convivenza è una sorta di prova…». Per un impegno futuro, forse, anche se, in fondo, come dice Anna, quando si decide di condividere una strada, e magari si hanno dei figli, quella convivenza è di fatto un matrimonio.

Però l’amore senza vincoli sembra più leggero e senza rischi di usura. Fabrizio: «Il vantaggio della convivenza è che quando ti svegli al mattino, se vuoi andartene lo puoi fare, e quindi ogni giorno devi scegliere di restare…». Aggiunge Vignali: «Il drastico calo dei matrimoni si deve leggere in controluce alla crisi economica. Prima di tutto per i costi: molte giovani coppie preferiscono mettere da parte i propri risparmi per una futura gravidanza piuttosto che impegnarli in una cerimonia. Ma non è soltanto questo. L’incertezza materiale è diventata oggi una incertezza esistenziale».

Senza più strutture stabili (casa di proprietà, lavoro fisso) ma dovendo inventarsi la vita ogni giorno, i Millennials rifuggono dunque da relazioni troppo definite. Da rito di “passaggio” il matrimonio è diventato rito di “conferma” del proprio amore. «In un certo senso — ipotizza Daniele Vignoli — il divorzio breve potrebbe dare un nuovo impulso agli sposalizi. Sapendo di potersi lasciare più facilmente, forse i giovani ricominceranno a sposarsi…»…….
http://www.repubblica.it/cronaca/2015/06/02/news/fuga_dal_matrimonio-115888629/

Più facile dirsi addio

didivChe ci si sia sposati in Comune o in Chiesa da qualche giorno dirsi addio è diventato più facile. Almeno in apparenza.

Una nuova legge – approvata definitivamente dalla Camera la settimana scorsa (il 6 novembre, pubblicato in Gazzetta) – ha, infatti, aggiunto due riti a quello tradizionale che prevede il passaggio dalle aule del Palazzo di Giustizia. Ma anche la Chiesa, per voce di Papa Francesco, ha deciso di rendere più semplice e soprattutto non costoso l’annullamento del matrimonio per vizio di fondo, l’unica forma di fine dell’unione concessa dalla Chiesa. Non è, invece, ancora passata la riduzione da tre a un anno del tempo che deve passare tra il momento della separazione a quello del divorzio. L’obiettivo dichiarato dal ministro della Giustizia Orlando è quello di rendere più veloce la separazione e il divorzio, per i quali oggi si possono impiegare anche anni.

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Le nuove possibilità
Vediamo, dunque, di fare il punto della situazione insieme ad Anna Galizia Danovi, avvocato presidente del Centro per la riforma del diritto di famiglia, e Riccardo Pesce, avvocato presso lo studio Danovi.

1) Separazione dall’avvocato – I coniugi, assistiti da almeno un avvocato per parte, per prima cosa devono sottoscrivere un accordo con il quale si impegnano a cooperare in buona fede e con lealtà per risolvere in via amichevole la controversia. Superata questa prima fase, i legali trattano e se l’accordo sulla separazione o sul divorzio (che in Italia sono due fasi diverse) viene finalmente trovato, questo deve essere trasmesso al Procuratore della Repubblica. Deve essere trasmesso sempre: sia se vi sono figli minori sia se non vi siano. «Nel testo approvato dal governo, il vaglio del procuratore della Repubblica era previsto solo in presenza di figli minori o maggiorenni equiparati a minori, ovvero non economicamente indipendenti o portatori di handicap – dice Anna Galizia Danovi -. Chi non aveva figli, invece, non era sottoposto ad alcun controllo dell’autorità giudiziaria. Anche se per le coppie senza figli si tratta di un solo controllo formale, di fatto è tornato in essere il principio della non completa disponibilità delle parti dei propri diritti».

Nel caso di coppie con figli minori o equiparati il controllo è nel merito, ovvero che l’accordo corrisponda all’interesse dei figli. Sarà, poi, l’avvocato a trasmettere entro 10 giorni (non è chiaro da quando partano i 10 giorni) l’intesa all’ufficiale di stato civile del Comune in cui il matrimonio è iscritto.

2) Separazione dal sindaco – La possibilità è riservata solo a una minoranza di coppie: devono essere senza figli e l’accordo non deve contenere un “trasferimento patrimoniale”. «Il testo approvato non è chiaro – dice Galizia Danovi – e sembrerebbe prevedere una procedura in due tempi: i coniugi prima depositano l’accordo e la domanda di separazione/divorzio in Comune e, successivamente, ma non prima di 30 giorni, vengono chiamati per la conferma. Bisognerà vedere come si orienterà la prassi, ma non sembra una procedura rapida e snella».

Il giudizio
Bene o male questa riforma? «Sicuramente un elemento positivo è che si voglia velocizzare il procedimento – risponde la presidente del Centro per la riforma del diritto di famiglia – . Vi sono però alcuni elementi negativi, o quantomeno di insoddisfazione, per una legge che – come d’uso, purtroppo – non riforma organicamente il sistema ma si limita ad aggiungere norme senza un vero coordinamento. E così, il testo approvato evitava – in assenza di figli – ogni passaggio giudiziale, di fatto rendendo istantanea l’entrata in vigore dell’accordo. Oggi invece si prevede in ogni caso una trasmissione dell’accordo al Procuratore della Repubblica, il che inevitabilmente comporterà una dilatazione dei termini, e se il carico sarà enorme – come prevedibile – sarà da vedere se i tempi saranno effettivamente inferiore all’attuale. È evidente che la legge modificherà completamente quanto oggi accade riportando al pubblico ministero il potere e le competenze che oggi spettano al giudice. Inoltre, la nuova legge non pare sufficientemente cautelante per le parti c.d. “deboli” (pensiamo soprattutto ai figli ma anche al coniuge che a volte, per la complessità del caso, non riesce a comprendere pienamente il passo che sta per affrontare)».

«È evidente – conclude – che questa norma ha il solo scopo di alleggerire il carico del Tribunale. Inoltre, questa è un’ulteriore prova del fatto che lo Stato intende sempre più liberarsi delle difficoltà – in larga parte create dallo Stato stesso – attribuendo alla parte privata il compito di risolverle. Queste sono tutte indicazioni che ci portano a concludere che l’intento della legge è quello di privatizzare ulteriormente la giustizia, obiettivo in alcuni ambiti apprezzabile ma di estrema delicatezza per quanto concerne il diritto di famiglia. L’eliminazione – ovvero il sostanziale ridimensionamento – del controllo dell’autorità giudiziaria avrà l’effetto di rovesciare, e senza che sia detto esplicitamente, l’impianto connesso al diritto di famiglia che tra l’altro più volte è stato difeso dalla Corte Costituzionale. Si tratta di un impianto che certamente andava riformato, ma che avrebbe meritato una riforma organica e con ampie garanzie di protezione per le parti deboli».

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http://27esimaora.corriere.it/articolo/separazione-e-divorzio-consensualee-davvero-piu-facile/

Semplicemente figli

Da domani i figli saranno semplicemente figli, senza aggettivi ulteriori. Cancellate le distinzioni tra «legittimi» e «naturali», tutti saranno sullo stesso piano e avranno medesimi diritti (a partire da quelli ereditari).

I tempi cambiano e i codici si adeguano. La riforma del diritto di famiglia, contenuta nel decreto legislativo 154 firmato dal capo dello Stato quattro giorni prima di Capodanno e in vigore da domani, non modifica soltanto termini e definizioni, ma rivoluziona la prospettiva con cui guardare ai legami tra i genitori e le loro creature.

Non solo: anche i nonni si guadagnano uno spazio di rilievo nell’ordinamento, il loro desiderio di non separarsi dai nipoti è adesso riconosciuto per legge. Il corpo delle nuove regole, introdotte dalla legge 219 del 2012 e messe a punto da una Commissione guidata dal giurista Cesare Massimo Bianca, rappresenta una svolta.

Una tappa fondamentale dopo il divorzio, la grande riforma del 1975 e la riforma delle adozioni.

Molti principi sono in realtà già entrati nella prassi, consolidata nelle aule dei tribunali o imposta dagli organismi europei. Il decreto adesso fa ordine, cancella norme obsolete, sancisce concetti innovativi. Alcune associazioni, come Crescere insieme o Colibrì, sostengono che la Commissione ha travalicato i limiti posti dal Parlamento, squilibrando di fatto i rapporti a favore di un solo genitore (che è quasi sempre la madre).

Dibattito aperto, sarà la pratica a chiarire chi ha torto o ragione. Di sicuro, le novità non sono poche: come la possibilità del minore di essere «ascoltato» dal giudice, o il dovere dei genitori di «occuparsi» dei figli anche se sono maggiorenni e finché non raggiungono l’indipendenza economica (qualcuno lo chiamerà il diritto del bamboccione). O ancora l’obbligo del giudice a cercare tutti gli aiuti concreti possibili per far crescere i bambini nelle loro famiglie, anche in caso di gravi difficoltà economiche. La chiave del decreto può essere trovata nella sostituzione della parola «potestà» con «responsabilità». Non più il «potere» dei genitori, ma il dovere di prendersi cura di chi hanno messo al mondo.

http://27esimaora.corriere.it/articolo/famiglia-si-cambiadallaffido-condiviso-in-caso-di-divorzio-ai-diritti-dei-nonni/

IN DETTAGLIO:

http://www.corriere.it/foto-gallery/cronache/14_febbraio_05/famiglia-si-cambia-e6596cf6-8eac-11e3-afb4-50ae7364e5b3.shtml#1

Figli naturali e legittimi con gli stessi diritti
Basta discriminazioni in caso di eredità

Quando il Consiglio dei ministri, lo scorso luglio, diede il via libera al decreto che aggiornava il diritto di famiglia, il premier Enrico Letta annunciò trionfante: «Scompare dal Codice civile la distinzione tra figli di serie A e B. È un grandissimo fatto di civiltà». L’equiparazione tra tutti i nati, adesso distinti soltanto se «fuori» o «all’interno» del matrimonio, è il cardine stesso della riforma avviata con la legge 219 del 2012 (completata appunto dal decreto che entra in vigore domani). Le conseguenze sono tante, e investono in primo luogo il campo dell’eredità, cancellando ogni discriminazione. Spiega l’avvocato Anna Galizia Danovi, presidentessa del Centro per la riforma del diritto di famiglia: «È stata eliminata la facoltà di commutazione, che prevedeva la possibilità per i figli legittimi di escludere dalla comunione ereditaria i figli naturali. Tanto per capirci: loro si tenevano il castello e agli altri davano solo una somma in denaro». Chi nasce all’esterno del matrimonio ha un legame giuridico non solo con il genitore, ma anche con i relativi familiari che saranno a tutti gli effetti suoi «parenti» (ancora una volta con evidenti ricaschi in caso di successione). È stato portato a dieci anni il termine di prescrizione per l’accettazione dell’eredità da parte degli ex figli naturali. Se invece l’erede è un nascituro, l’amministrazione dei beni spetta sia al padre che alla madre. «Intendiamoci — chiarisce Gloria Servetti, presidente della IX Sezione civile del Tribunale di Milano — il principio di uguaglianza dei figli era già immanente nel nostro ordinamento. Con il decreto legislativo viene reso effettivo e riconoscibile all’interno del Codice».

Le vecchie parole cancellate dalla norma
“Potestà genitoriale” e “adulterini”

È uno degli ultimi articoli del decreto legislativo, il numero 105 su un totale di 108. Ma ha un’importanza centrale anche se riguarda solo una «sostituzione di termini», quindi un problema prettamente linguistico. Per esempio scompare il concetto di «potestà», sostituito dalla «responsabilità genitoriale». «L’impegno del padre e della madre — commenta l’avvocato Danovi — cessa di essere un potere sul figlio minore e diviene un’assunzione di responsabilità nei suoi confronti, tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni». È esattamente un capovolgimento di visuale, i genitori non hanno (solo) diritti ma anche (e soprattutto) doveri. Nonostante riforme e svecchiamenti, nel Codice civile erano rimasti termini antichi, che evocavano giudizi spregiativi. Come la definizione di «figlio adulterino», rimosso negli anni da quasi tutte le norme ma rimasto ancora nelle disposizioni attuative del Codice. O ancora l’espressione «figlio incestuoso», eliminata dalla legge 219 del 2012. «Oggi l’articolo 251 del Codice Civile — commenta l’avvocato Anna Galizia Danovi, — fa riferimento al “figlio nato da persone tra le quali esiste un vincolo di parentela in linea retta all’infinito o in linea collaterale nel secondo grado, ovvero un vincolo di affinità in linea retta”. Il figlio ex incestuoso oggi “può essere riconosciuto previa autorizzazione del giudice avuto riguardo all’interesse del figlio”, mentre prima il riconoscimento era possibile solo se il genitore o i genitori ignoravano la propria parentela». Conclude la presidentessa del Centro per la riforma del diritto di famiglia: «Come è evidente, non sono modifiche solo lessicali»……………..

 

 

 

Figli e basta

flNessuna differenza tra i nati dentro e fuori dal matrimonio. Via dal codice civile, dunque, qualunque aggettivazione che possa introdurre possibili forme di discriminazione. È quanto stabilito dal Consiglio dei ministri di oggi, che ha dato il via libera a un decreto legislativo di revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione.

Il dlgs in questione «modifica la normativa al fine di eliminare ogni residua discriminazione rimasta nel nostro ordinamento tra i figli nati nel e fuori dal matrimonio, così garantendo la completa eguaglianza giuridica degli stessi – spiega una nota di Palazzo Chigi sul Cdm di oggi – Dunque, come spiegato dal presidente del Consiglio, si «toglie dal codice civile qualunque aggettivazione alla parola figli: da adesso in poi saranno tutti figli e basta». Il testo, predisposto nell’ambito della Commissione istituita presso la presidenza del Consiglio dei ministri presieduta da Cesare Massimo Bianca, stabilisce «l’introduzione del principio dell’unicità dello stato di figlio, anche adottivo, e conseguentemente l’eliminazione dei riferimenti presenti nelle norme ai figli ‘legittimi’ e ai figli ‘naturali’ e la sostituzione degli stessi con quello di ‘figliò; il principio per cui la filiazione fuori dal matrimonio produce effetti successori nei confronti di tutti i parenti e non solo con i genitori; la sostituzione della nozione di ‘potestà genitoriale’ con quella di ‘responsabilità genitoriale’; la modifica delle disposizioni di diritto internazionale privato con previsione di norme di applicazione necessaria in attuazione del principio dell’unificazione dello stato di figlio».

Inoltre, nel recepire la giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione, «si è deciso di limitare a cinque anni dalla nascita i termini per proporre l’azione di disconoscimento della paternità; introdurre il diritto degli ascendenti di mantenere ‘rapporti significativi’ con i nipoti minorenni». E ancora: «introdurre e disciplinare l’ascolto dei minori, se capaci di discernimento, all’interno dei procedimenti che li riguardano; portare a dieci anni il termine di prescrizione per l’accettazione dell’eredità per i figli nati fuori dal matrimonio; modificare la materia della successione prevedendo la soppressione del ‘diritto di commutazione’ in capo ai figli legittimi fino ad oggi previsto per l’eredità dei figli naturali».

http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/POLITICA/famiglia_decreto_matrimonio_figli/notizie/407305.shtml

http://www.repubblica.it/politica/2013/12/13/news/cdm_mai_pi_discriminazioni_tra_figli_naturali_e_legittimi-73529275/?ref=HREA-1

Il decreto era stato annunciato 5 mesi fa

http://www.lastampa.it/2013/07/12/italia/politica/si-del-governo-mai-piu-figli-di-serie-b-vi2sjtJrDy6zjBMxdmRZQO/pagina.html

I genitori sognano un figlio medico

E’ un mito che resiste alla crisi, alla disoccupazione giovanile e all’ondata di precariato che sta invadendo anche il settore sanitario: non c’è nulla da fare, i genitori sognano il figlio dottore. Il medico resta la professione più amata dalle famiglie italiane, che continuano a sperare nell’arrivo in casa di un camice bianco. E se con l’anatomia non c’è alcun feeling, resta la speranza del figlio imprenditore.

Quindi è in ospedale o in azienda che i genitori vedono il futuro della loro prole: il 22 per cento punta sul figlio dottore, il 20 sull’uomo d’industria. Molti sono attratti anche dal settore finanziario (13 per cento) e in diversi casi (7 per cento) – forse anche grazie alla sovraesposizione televisiva della professione – non dispiace nemmeno l’idea del figlio chef.

Speranze che i ragazzi condividono solo in parte: nella top ten delle professioni più amate dai figli, ai primi due posti, infatti, ci sono sì quella del dottore e dell’imprenditore (pur se in posizione inversa: 16 e 20 per cento), ma trovano spazio in graduatoria anche professioni considerate meno solide, ma più legate a passioni personali. Come quella dell’agente di viaggio (10 per cento), dello sportivo, dell’impiegato in una organizzazione benefica o addirittura del politico (ruoli desiderati dall’8 per cento dei ragazzi).

A stilare le due classifiche dei sogni è un’indagine di Linkedin, il maggior network professionale al mondo (259 milioni di iscritti di cui 5 in Italia), realizzata pochi giorni fa – con un sondaggio on line ….

Quanto ai ragazzi italiani, massacrati da una disoccupazione giovanile insostenibile (40,4 per cento) considerano che la possibilità di svolgere la professione dei sogni resti una delle cose più importanti della vita. Ne è convinto il 48 per cento del campione intervistato, la percentuale più alta fra i giovani europei

http://www.repubblica.it/economia/2013/11/17/news/i_genitori_spingono_per_avere_un_figlio_medico_i_giovani_inseguono_la_professione_dei_sogni-71214598/