Chiamatela Appletax o Googletax se volete …

appletax-400x158Chiamatela Appletax o Googletax se volete. E’ la tassa sui profitti esteri, o più spesso “esterovestiti”, delle multinazionali. Un’aliquota secca del 14%, tutt’altro che elevata, eppure sostanziosa se confrontata con quel che pagano adesso in certi paradisi fiscali (tra il 2% e lo 0,2% in Irlanda). E’ la proposta che lancia oggi Barack Obama nella sua legge di bilancio. La nuova tassa affronta un problema che non è solo americano: l’elusione legalizzata delle multinazionali. Così fan tutte, compresa la Fiat Chrysler (Fca) che ha spostato la sua sede legale a Londra. Gli esperti lo definiscono “shopping fiscale”: le aziende transnazionali vanno in giro per il mondo a cercarsi quegli Stati che offrono trattamenti fiscali di favore, a volte con negoziati “ad hoc” come nel Lussemburgo; in quei paradisi fiscali vengono costituite delle filiali locali dove confluiscono i profitti fatti in altre parti del mondo. Il danno è enorme per gli Stati d’origine delle aziende – e quindi per i contribuenti normali – che si vedono sottrarre una base imponibile consistente. Apple, la regina mondiale delle Borse, ha 170 miliardi di dollari di cash parcheggiati all’estero per non pagare le tasse americane. Per tutti i colossi americani messi insieme, il “tesoro estero” raggiunge i 2.000 miliardi di dollari.

L’originalità della proposta Obama sta nello scambio che offre ai repubblicani, maggioritari al Congresso: più tasse sulle multinazionali, in cambio di un maxipiano d’investimenti in infrastrutture. Ben 478 miliardi di opere pubbliche, fra autostrade, ponti, ferrovie, metropolitane. La metà di questi investimenti sarebbero finanziati col gettito della nuova tassa, sui profit dei big del capitalismo Usa. La proposta è contenuta nella legge di bilancio (un budget totale da 4.000 miliardi) che oggi il presidente invia al Campidoglio di Washington, dove hanno sede Camera e Senato, tutt’e due a maggioranza di destra dalle elezioni legislative del novembre scorso. Di solito le proposte di Obama in materia fiscale hanno vita dura, una volta che arrivano al Congresso. In questo caso però la Casa Bianca manifesta ottimismo: è convinta di poter raccogliere un consenso bipartisan, facendo leva sul fatto che molti repubblicani riconoscono l’urgenza di modernizzare le infrastrutture. La tassa sui profitti accumulati all’estero del 14%, è comunque un’aliquota agevolata rispetto all’attuale imposta sugli utili societari che arriva al 35%. Finora però le tasse sugli utili sono dovute solo nel momento in cui i profitti esteri vengono rimpatriati. Di qui la scelta di molte multinazionali, di parcheggiare quei profitti all’estero a tempo indefinito. Il caso di Apple è il più citato non solo per l’enormità dei profitti esteri ma anche perché a suo tempo la società fondata da Steve Jobs preferì indebitarsi lanciando un maxi-bond sui mercati, piuttosto che far rientrare una parte di quei profitti per autofinanziare i propri investimenti…..
 
FEDERICO RAMPINI la Repubblica • 2 feb braio15
 
http://www.dirittiglobali.it/2015/02/obama-tassa-big-apple-e-gli-altri-pagheranno-il-14-sui-profitti-allestero/
 

Tax freedom day: 23 giugno

mongIn libertà dall’Erario e da Comuni solo il 23 giugno, come nel 2014. In 25 anni perse due settimane.

Nel 1990 Google non era ancora nata. Internet, in pratica, non esisteva. Uno dei primi «portatili» di Nokia pesava 800 grammi, consentiva di telefonare per poco tempo e costava migliaia di euro. Giuseppe Tornatore vinceva l’Oscar con «Nuovo cinema Paradiso». A capo del governo c’era Giulio Andreotti. Il rapporto debito pubblico/Pil era a una quota tranquillizzante: il 95%.

Nostalgia per quei tempi? Sì e no, probabilmente. Ma se si guarda al fattore T, le tasse, la risposta non può che essere un sì convinto. Allora il Tax Freedom Day — il giorno della liberazione fiscale, vale a dire quello nel quale si finisce di lavorare per pagare tasse e contributi, dopo di che i guadagni sono destinati al proprio sostentamento — si festeggiava l’8 giugno. Nel 2015, invece, il contribuente tipo — un quadro con un reddito di 49.228 euro, una moglie e un figlio — dovrà lavorare, secondo l’elaborazione realizzata in collaborazione con l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, 173 giorni per sfamare l’appetito del Fisco e degli enti locali. E si libererà dal giogo tributario solo il 23 giugno. In 25 anni — da quando il Corriere ha cominciato a determinare il Tax Freedom Day — l’Erario si è divorato più di due settimane della nostra vita. E suscita davvero sconforto notare che nello stesso periodo, nonostante questo fortissimo aumento della pressione tributaria, il rapporto tra debito pubblico e Pil è salito dal 94,7% al 133,1%. Nel 1990 il debito ammontava a 663 miliardi, Ora supera i 2.000 miliardi.

 

Dal 2014 al 2015

Il  giorno di liberazione fiscale resta invariato, anche se si è verificato un ulteriore, sia pure minimo, aumento della pressione tributaria: dal 47,3% al 47,5%. Va notato, però, che l’anno scorso, a gennaio 2014, avevamo stimato che sarebbero bastati 172 giorni per saldare il conto dell’Erario. Invece ne sono serviti 173 per colpa di imposte locali più salate del previsto, Il pareggio rispetto al 2014, quindi, è un po’ stentato.

Va meglio, invece, all’altro contribuente — un operaio con moglie e figlio a carico e un reddito di 24.656 euro — che quest’anno si libererà dalla corvée fiscale con un giorno di anticipo: il 13 maggio invece del 14 e dopo 132 giorni di lavoro. La liberazione anticipata è dovuta al bonus Renzi, gli 80 euro in busta paga che spettano a chi ha un reddito non superiore a 24.000 euro. Il bonus quest’anno vale 960 euro, invece dei 640 del 2014 perché l’anno scorso è stato pagato solo da maggio in poi. Per entrambi i contribuenti un altro fattore positivo è dato dalla diminuzione delle accise sui carburanti. Mentre inciderà negativamente, soprattutto per il quadro, l‘aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie, passata dal primo luglio 2014 dal 20% al 26% (con esclusione dei titoli di Stato, ancora tassati al 12,5%)

L’identikit

I contribuenti tipo utilizzati per i calcoli sono i medesimi degli anni precedenti: il reddito è stato incrementato dell’1,2% rispetto a quello del 2014 sulla base della variazione degli indici di rivalutazione contrattuali Istat. La stima dell’Iva a carico del contribuente si basa sul presupposto che questi, nelle sue abitudini di spesa, rifletta quelle medie delle famiglie italiane di tre componenti come rilevate dall’Istat nell’indagine annuale sui consumi.

L’operaio, con moglie e un figlio a carico, abita in una casa di sua proprietà di 90 metri quadrati con rendita catastale di 446 euro. In conto corrente ha circa 6.000 euro. Stesso nucleo familiare per il quadro che abita in una casa di sua proprietà di 150 metri quadrati con rendita catastale di 1.100 euro. I suoi risparmi ammontano a 40.000 euro di cui 12.160 in conto corrente e 27.840 in titoli e fondi.

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Le promesse del G20

g22220No, Barack Obama non ha piegato le resistenze di Angela Merkel, il G20 non segna l’inizio di un ripensamento dell’euroausterity. Al massimo ha fornito legittimità a Mario Draghi per accelerare e amplificare gli acquisti di bond sul modello seguito in America. Nel comunicato finale del vertice di Brisbane c’è infatti un richiamo a politiche monetarie che contrastino le pressioni deflazionistiche». Il summit in Australia ha anche riservato un’amara sorpresa al nuovo presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker. Nel testo approvato dai leader c’è una chiara condanna del tipo di esenzioni fiscali occulte offerte alle multinazionali dal Lussemburgo, proprio quando Juncker ne era premier e ministro delle Finanze. Quel passaggio rilancia le polemiche sulla credibilità di Juncker appena giunto alla guida della Commissione di Bruxelles.

Mentre l’invasione russa dell’Ucraina crea nuovi ostacoli alla crescita europea e il premier britannico David Cameron paventa i «costi enormi di un nuovo conflitto glaciale sull’Europa intera..

Il comunicato del G20 annuncia uno sforzo congiunto per accelerare la crescita, i Paesi che rappresentano insieme l’85%del Pil mondiale s’impegnano a realizzare un sovrappiù di sviluppo pari al 2,1%, aggiuntivo rispetto alla tendenza attuale, di qui al 2018. Gli strumenti? Investimenti in infrastrutture, riforme strutturali per la concorrenza e nuove misure per la liberalizzazione degli scambi. «Aumenteremo il Pil mondiale di oltre 2.000 miliardi di dollari, creando milioni di nuovi posti di lavoro», promette l’accordo. Ma gli investimenti infrastrutturali non saranno necessariamente pubblici. Possono essere attivati con capitali privati, attivati grazie alle banche di sviluppo e alle organizzazioni internazionali. C’è posto dunque per il cosiddetto piano Juncker di 300 miliardi d’investimenti europei. Non significa che i Paesi membri abbiano deciso di sforare i vincoli di bilancio, come 3% di deficit/Pil. Non significa neppure che Berlino abbia deciso di rilanciare la domanda interna con fondi pubblici per le grandi opere. II nome di Juncker aleggia implicitamente nel documento finale dove si parla della «ottimizzazione fiscale delle multinazionali». E’ un eufemismo per descrivere la massiccia elusione d’imposte attraverso accordi sottobanco negoziati coi governi dei paradisi bancari e fiscali come il Lussemburgo. Lo scandalo Lux-leaks, che espone le responsabilità di Junker, ha spinto il G20 a promuovere «la trasparenza contro queste pratiche nefaste». Viene adottata una proposta dell’Ocse, che renderebbe quasi impossibili i comportamenti come quelli del Lussemburgo, costringendo i governi a divulgare alla luce del sole le con dizioni di favore pattuite con le multinazionali. Il G20 promette contro l’elusione risultati concreti e definitivi a breve termine, addirittura nel 2015  …..

 

Federico Rampini

Obama non piega la Merkel – Dai Grandi solo promesse

Repubblica 17 novembre 2014

Abusivi offresi

lavnerCi sono parrucchieri ed estetiste, spesso ex dipendenti licenziati, che continuano ad esercitare a casa loro o direttamente a casa dei clienti, tassisti completamente abusivi o che magari «sforano» in comuni limitrofi a quelli per cui hanno la licenza, idraulici ed elettricisti che tirano giù la serranda ma che poi continuano come se nulla fosse a prestare i loro servizi, e ancora trasportatori per conto terzi senza la necessaria abilitazione. Per non dire poi di imbianchini e muratori. C’è gente che fa il doppio lavoro e ci sono anche tanti cassintegrati che in questo modo cercano di arrotondare. Complice la crisi l’esercito degli abusivi cresce anno dopo anno.

 

Oggi sono un milione, o quasi, calcola l’ufficio studi di Confartigianato. O meglio sono 881mila, ma visto in media lavorano molte più ore dei regolari «valgono» come 1 milione e 34mila persone, o «unità di lavoro equivalenti a tempo pieno» (ula) per usare il termine dei tecnici. Il tasso di irregolarità, tra i lavoratori autonomi, tocca così il 13,8%. Ovvero, un occupato su 7 è in nero. Se poi si allarga lo sguardo al totale dell’economia il conto degli irregolari, calcolando anche i 2.204.000 lavoratori dipendenti a loro volta «in nero», sale a quota 3 milioni e 85 mila, con un tasso complessivo di irregolarità del 12,4%.

Concorrenza sleale

Questo esercito di abusivi non solo «fa concorrenza sleale alle imprese regolari – è scritto nel rapporto di Confartigianato, che ha elaborato i dati contenuti nei conti nazionali pubblicati dall’Istat a settembre, …… ma determina una rilevante evasione fiscale». Usando come reddito la media rilevata dagli studi di settore, Confartigianato stima che la presenza di una fetta così ampia di lavoro irregolare determini un’evasione fiscale e contributiva da parte dei soli lavoratori autonomi pari a 11,78 miliardi: 3,8 miliardi di Iva, 2,8 di Irpef, 604 milioni di Irap e 4,54 miliardi di contributi sociali. Tanto per fare un paragone: l’importo evaso dagli abusivi, in media 14.209 euro a testa all’anno, rappresenta lo 0,7 del Pil ed equivale alla spesa sanitaria di Veneto e Marche messe insieme.

Chi è più esposto

Ovviamente le imprese artigiane regolari sono tra le più esposte alla concorrenza sleale del sommerso: circa i due terzi del settore (923.559 imprese, 1.750.427 di addetti) sono a rischio. In cima alla lista “altri servizi alla persona” con un tasso di esposizione del 24,5%, servizi di alloggio e ristorazione (22,1%) e le attività di trasporto e magazzinaggio (19,5%) che in tutto assommano 333.748 imprese e 650.743 addetti. Particolarmente esposti anche parrucchieri ed estetiste, settore che conta 126.790 imprese e 229.300 addetti. In valori assoluti tra le regioni più «colpite» ci sono Lombardia (con 172.688 imprese, pari 18,7% del totale dell’artigianato più esposto), Emilia-Romagna (10,2), Veneto (9,6) e Piemonte (9,5).

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Il record in Campania

In termini assoluti la metà degli occupati irregolari totali si concentra in cinque regioni: l’11,6% in Campania con 357.400 unità, il 10,7% in Sicilia (329.400), il 10,1% in Lombardia (312.600), il 9,4% in Lazio (290.900) e l’8,2% in Puglia con 253.400 unità. In Calabria un terzo (35,3%) degli occupati è irregolare, in Molise, Sardegna, Basilicata e Sicilia viaggiano sul 25%, Campania e Puglia sono attorno al 20. Il tasso di irregolarità più basso è pari al 5,9% e si rileva nella Valle d’Aosta. Un terzo (34,2%) degli occupati irregolari, pari ad oltre un milione (1.054.600 unità), si concentra nelle sette prime province: Roma (222.500 unità), Napoli (200.900), Milano (157.300), Torino (126.700), Bari (106.500), Palermo (87.900), Cosenza (78.500) e Salerno (74.300). Ma a livello provinciale i picchi si toccano a Crotone con il 40,1%, a Vibo Valentia (39,3%) e Catanzaro (37,8%).

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http://www.lastampa.it/2014/11/16/economia/gli-abusivi-sono-un-milione-il-fisco-perde-miliardi-lanno-oSyuiCiT5n6zQuXZqlNeIO/pagina.html

 

 

Finanza, un trilione di dollari che soffoca l’economia reale

trilionLa più sintetica fotografia del nostro tempo difficile è nel rapporto tra due numeri, nella cui gigantesca differenza si annidano gran parte dei pericoli che ci minacciano.  l primo è 75 bilioni di dollari, 75 mila miliardi, l’ammontare del prodotto lordo mondiale nel 2013. Il secondo è 993 bilioni di dollari, 993 mila miliardi, l’ammontare delle attività finanziarie globali alla fine dello scorso anno. Oggi ambedue i numeri sono già più alti, e quando nei prossimi mesi avremo i dati del 2014 dovremo cominciare a familiarizzarci con un nuovo termine: trilione, fino ad oggi utilizzato solo dagli informatici per contare i bit della capacità di calcolo e dagli astronomi per misurare la distanza tra le stelle. Dal 2015 lo useremo anche in economia per dare un nome a quella inquietante montagna di attività finanziarie che avrà superato il picco del milione di miliardi, un trilione appunto. Il primo motivo per il quale quella montagna ci inquieta, oltre alla sua dimensione, è la dinamica: in dieci anni il prodotto lordo mondiale è raddoppiato mentre il volume delle attività finanziarie è triplicato. Il secondo motivo è la struttura di quella montagna: di quei 993 mila miliardi di dollari solo 283 mila sono finanza primaria, ovvero azioni, obbligazioni e attivi bancari; tutto il resto, 710 mila miliardi di dollari, sono invece prodotti derivati scambiati fuori dai mercati regolamentati, dei quali solo una piccola quota è legata a transazioni che hanno a che fare con l’economia reale.

Il grosso sono scommesse: sui tassi di interesse, sulle valute, sui prezzi delle materie prime, sull’andamento degli indici azionari, sul fallimento di stati o di grandi imprese. All’interno di quei 710 mila miliardi si annidano, secondo le stime della Banca dei Regolamenti Internazionali, rischi massimi pari a circa 19 mila miliardi, una cifra superiore al prodotto interno lordo degli Stati Uniti. I derivati inoltre, il grosso di quella montagna, sono la parte che negli ultimi dieci anni è cresciuta più rapidamente surclassando la finanza primaria, il cui rapporto con il pil si è mantenuto sostanzialmente stabile intorno a un multiplo di quattro, mentre i derivati sono passati da cinque a dieci volte il pil.

La finanza non è un nemico dell’economia, è anzi fondamentale per la sua crescita, e non lo è neanche l’innovazione finanziaria in sé. Il problema è che la finanza è diventata un competitore dell’economia reale nell’attrazione delle risorse, un potentissimo elemento di distorsione dei processi e delle politiche, un ancora più potente fattore di instabilità i cui rischi sono amplificati dalla velocissima mobilità dei capitali e dalla volatilità delle scelte, oltre che dalla dimensione delle risorse in gioco. ….

Il problema della competizione tra la finanza e l’economia reale non si porrebbe se negli ultimi quindici anni non si fosse sviluppata impetuosamente quella che potremmo definire “finanza sintetica” o “finanza di carta”, che cioè vive di vita propria e assorbe risorse senza trasferirle all’economia reale e quindi alla crescita. C’è molto rischio in questo tipo di finanza, ma ci sono anche guadagni colossali e assai poche tasse (spesso nessuna), il che la rende assai attraente per i capitali in cerca di opportunità. E’ la ragione per cui il Fondo Monetario (….) segnala come primo fattore di instabilità lo squilibrio tra gli investimenti finanziari e gli investimenti reali e indica nella costruzione di nuovo equilibrio la ricetta necessaria per avere un futuro più tranquillo. Il Fondo non avrebbe nessun bisogno di segnalare questo squilibrio se la finanza fosse al servizio dell’economia reale, perché l’investimento finanziario (e il rischio connesso) sarebbero collegati all’investimento (e al rischio) economico. Se lo segnala è perché quel collegamento non più così forte anzi è diventato assai debole, tanto da porre un problema ulteriore, quello della efficacia delle politiche monetarie e del rischio della loro distorsione. E’ il problema che cerca di affrontare la Bce per esempio con la recente asta di crediti alle banche finalizzati all’economia reale, e che presto potrebbe fare un ulteriore passo con l’acquisto di “asset baked securities” (abs). Le politiche monetarie espansive adottate dalle banche centrali per contrastare la crisi delle economie infatti hanno avuto una efficacia limitata (o annullata) dal fatto che i miliardi immessi nel sistema non sono andati a finanziare investimenti delle imprese e consumi delle famiglie ma soprattutto operazioni finanziarie. Che notoriamente non aumentano l’occupazione, non si trasformano in pil e neanche in gettito fiscale aggiuntivo per le esauste casse degli stati. Di qui il paradosso che la politica monetaria per raggiungere i suoi obiettivi deve oggi ricorrere a strumenti non convenzionali: come la finanza ha sempre innovato per trovare il modo di aggirare i vincoli posti dalle banche centrali, ora sono le banche centrali a dover innovare per trovare il modo di aggirare le sabbie mobili della finanza. Ma, come ci ricorda Draghi a ogni piè sospinto, la politica monetaria – anche se come tutti (salvo la Germania) speriamo, riuscirà ad essere innovativa ed efficace – non basta. L’economia reale deve trovare in se stessa la capacità di competere con la finanza per attrarre risorse, cioè investimenti. …..

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/10/27/news/finanza_un_trilione_di_dollari_che_soffoca_leconomia_reale-99097465/

 

Tax freedom day spostato in avanti

La montagna di tasse e contributi, pari a 15.330 euro l’anno, che grava sulle spalle degli italiani sposta in avanti il cosiddetto «tax freedom day».

Secondo i calcoli della Cgia di Mestre, con una pressione fiscale che per il 2014 è destinata a toccare il record storico del 44 per cento, quest’anno i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino alla prima decade di giugno: precisamente l’11 giugno, cioè 161 giorni. Ben 12 giorni in più di quanto avevano fatto nel 1995, quando, però, la pressione fiscale era inferiore di oltre 3 punti percentuali.

Del resto, sempre secondo la Cgia, su ogni famiglia italiana grava un carico fiscale medio annuo di quasi 15.330 euro: considerando l’Irpef e le relative addizionali locali, le ritenute, le accise, il bollo auto, il canone Rai, la tassa sui rifiuti e i contributi a carico del lavoratore.
Ogni nucleo famigliare versa all’erario, alle Regioni e agli enti locali mediamente 1.277 euro al mese: un importo che, dice la Cgia, corrisponde allo stipendio medio percepito mensilmente da un impiegato. Nel 2013, spiega il presidente del centro studi Giuseppe Bortolussi, grazie all’abolizione dell’Imu sulla prima casa, il prelievo medio annuo era sceso a 15.329 euro: ben 325 euro in meno rispetto a quanto versato nel 2012. Per l’anno in corso, invece, il gettito è destinato ad aumentare ancora a causadell’introduzione della Tasi e degli effetti legati all’aumento dell’aliquota Iva avvenuto nell’ottobre scorso.
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Da La Repubblica del 14/09/2014.

Tasse: 4 punti oltre la media Ue

pressione-fiscaleUn peso fiscale enorme, pari a quattro punti oltre la media europea, che si giustifica anche con l’enorme fetta di economia in nero. Sono i tratti dell’economia italiana, noti per molti versi, ma che fanno venire i brividi quando vengono messi nero su bianco, come ha fatto la Corte dei Conti nel Rapporto 2014 sul coordinamento della finanza pubblica.

Fisco. Nel sistema tributario italiano c’è “un livello di prelievo eccessivo”, spiega la magistratura contabile, aggiungendo che “un contenimento della spesa è la strada obbligata per ridurre il peso della tassazione sull’economia”. “Alla fine del 2013, ricorda la magistratura contabile, la pressione fiscale era pari al 43,8% del pil quasi tre punti oltre il livello del 2000 e quasi quattro rispetto al valore medio degli altri ventisei paesi Ue”. Ancora più significativo risulta il divario fra Italia ed Europa con riferimento alla distribuzione del prelievo complessivo. “L’eccesso di prelievo gravante sul fattore lavoro – rileva la Corte – trova conferma nei dati dell’Ocse, che evidenziano un cuneo fiscali pari al 47,8% in italia rispetto a una media ue a ventuno paesi del 42%”.

Il nero. L’economia sommersa valeva oltre un quinto del Pil, ovvero il 21,1%: di oltre 50 miliardi è l’evasione stimata per il 2011 per Iva e Irap che, con 150 miliardi, spiegano un quinto delle entrate tributarie complessive della Pubblica amministrazione….

http://www.repubblica.it/economia/2014/06/04/news/corte_conti_l_economia_sommersa_al_21_del_pil_tasse_4_volte_la_media_ue-88020419/?ref=HRER2-2

L’austerità fa male

I partigiani delle politiche di austerità imputano i mali dell’Europa, e in particolare di alcuni paesi, a governi ipertrofici e inefficienti, che mantengono stati sociali insostenibili e soffocano l’economia in una ragnatela di norme e regolamentazioni impedendo innovazione e dinamismo. L’austerità, e le riforme strutturali, dovrebbero secondo questa visione consentire di liberare le forze vive del mercato e rilanciare la crescita. Così, mentre il resto del mondo contrastava la crisi con politiche monetarie e fiscali espansive, l’Europa si avvitava in una recessione amplificata da politiche fiscali procicliche (e da un’eccessiva timidezza della Bce). 

E’ chiaro che la maggior parte dei paesi dell’eurozona, tra il 2009 e il 2012, hanno avuto un impulso fiscale negativo (vale a dire hanno globalmente ridotto il deficit al netto delle componenti cicliche). I dati mostrano chiaramente che che l’austerità è negativamente correlata con la crescita del Pil. La favola dell’”austerità espansiva”, la dottrina portata avanti da economisti di successo secondo cui tagliare le spese aumenta il Pil, si è rivelata per quello che era. Una favola, appunto.

Gli effetti negativi dell’austerità hanno rilanciato il dibattito sulla dimensione dei moltiplicatori fiscali. Il moltiplicatore misura l’effetto di una variazione del deficit pubblico sul Pil. Può essere elevato se la spesa pubblica innesca, aumentando occupazione e potere d’acquisto del settore privato, spese aggiuntive da parte di quest’ultimo. Ma può essere inferiore a uno se la spesa pubblica non va ad aggiungersi a quella privata ma a sostituirla (crowding out).

A sua volta, il deficit pubblico è influenzato dal Pil: nei periodi di bassa crescita diminuiscono le entrate fiscali e aumenta la spesa sociale, aumentando il deficit. Se il moltiplicatore è elevato, un consolidamento delle finanze pubbliche avrà un effetto recessivo importante. E la recessione può avere impatto negativo sul deficit, se questo è sensibile al ciclo. L’austerità può essere recessiva e controproducente.  Prima della crisi, il Fondo monetario internazionale, la Bce e la Commissione, tradizionalmente scettici sul ruolo dell’intervento pubblico in economia, si accordavano su un valore del moltiplicatore abbastanza basso, intorno a 0,5. Una riduzione del deficit di un punto comporterebbe cioè una riduzione del Pil di mezzo punto. I piani di salvataggio per i Paesi in difficoltà si basavano su queste stime: per quanto draconiana, l’austerità avrebbe provocato al più una blanda recessione, e avrebbe rimesso in sesto le finanze pubbliche, così stimolando domanda privata e crescita. Non è andata così. Il valore del moltiplicatore dipende da fattori che i modelli di Fondo e Commissione tendono a sottostimare, come per esempio l’interazione con la politica monetaria, o gli effetti di programmi di austerità condotti in più paesi simultaneamente.(è ormai famoso il mea culpa del Fondo Monetario, nell’autunno 2012, che ha riconosciuto di aver sottostimato i valori dei moltiplicatori, e quindi l’impatto negativo dell’austerità). E così i paesi in difficoltà si sono trovati a gestire crisi del Pil oltre le peggiori aspettative.

C’è di peggio. Non solo l’austerità non porta crescita, ma fatica anche a raggiungere il proprio obiettivo principale, vale a dire il ristabilimento della sostenibilità delle finanze pubbliche.  I paesi che hanno condotto le politiche più restrittive sono quelli che hanno visto il loro debito (in rapporto al Pil) crescere di più. Ovviamente, una correlazione non significa causazione. Rimane tuttavia il fatto che il modo più efficace di garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche è una robusta crescita dell’economia. È celebre la frase di Keynes per cui è il boom, non la recessione, il momento giusto per l’austerità.

Ai partigiani dell’austerità rimane un ultimo argomento. È vero, l’austerità è recessiva; ed è vero che proprio per questo fatica a stabilizzare il debito. Essa rimane tuttavia l’unica politica possibile per liberare le forze vive del mercato e ritrovare una crescita sostenibile nel lungo periodo. Si tratterebbe insomma di soffrire oggi per avere più crescita domani. Ma anche questo sembra un argomento opinabile. …..

Francesco Saraceno

http://www.pagina99.it/news/idee/3580/L-austerita-fa-male–Lo.html

 

Detroit -Torino : buste paga a confronto

miraUn operaio nello stabilimento Chrysler di Jefferson North, a Detroit. Un altro nella fabbrica Fiat di Mirafiori, a Torino. Vivono lontani migliaia di miglia e l’oceano che li separa vale anche per le buste paga. Diversissime, dalle retribuzioni fino alle tasse e addirittura alla frequenza (settimanale negli Stati Uniti, mensile in Italia). Eppure, adesso i due operai-turnisti hanno in comune una cosa non da poco: l’azienda per cui lavorano, al 100%.

Nella fabbrica Usa, con i nuovi contratti post-2009, ci si porta a casa circa 500 dollari netti a settimana. È un numero indicativo e medio della categoria, così come lo sono tutti gli altri a seguire. Al mese fanno all’incirca 2.100 dollari. Che, in euro, diventano 1.550. L’operaio italiano, invece, a fine mese incassa intorno a 1.350 euro. Ma il «netto in busta» arriva una volta in più (in Italia c’è la tredicesima) di quanto succeda al collega americano. Se fosse in cassa integrazione la sua paga sarebbe decurtata di diverse centinaia di euro, a seconda del numero di ore passate in fabbrica o in cassa. La Fiom Cgil parla di stipendi da 800-900 euro netti per chi è in cassa integrazione a zero ore da diverso tempo.

Fare confronti, insomma, non è facile. Tantomeno sugli importi lordi, visto che il cuneo fiscale tricolore può arrivare a superare il 50%, mentre quello a stelle e strisce viaggia intorno al 35% (stime Fismic).

Ma la «contabilità del cedolino» non si ferma qui: le aziende americane spesso integrano lo stipendio con polizze sanitarie e piani pensionistici differenti da quelli in Italia, dove – però – la sanità pubblica offre un livello di prestazioni ben diverso. Senza contare che il costo della vita e le tutele giuridiche non sono le stesse a Detroit e a Torino. E che, ancora, alcune voci (vedi gli incentivi fiscali) possono variare a seconda della regione dove si trova lo stabilimento, pur restando nella stessa nazione.

C’è poi la lista dei «variabili», con Chrysler che si distingue per una lunga serie di bonus. La Fim Cisl ha raccolto tutto un elenco dei bonus del contratto Chrysler-Uaw (il sindacato) del 2011, molti dei quali legati a parametri di produttività, per migliaia e migliaia di dollari. Uno fra tutti: la condivisione degli utili con bonus variabili da zero a 12 mila dollari (9 mila euro

http://www.corriere.it/economia/14_gennaio_03/operaio-usa-guadagna-piu-fisco-pesa-meno-fiat-93cdbe98-7466-11e3-90f3-f58f41d83fbf.shtml