Il capitalismo familiare è troppo poco flessibile

Se il Prodotto interno lordo (Pil) sale, in proporzione, meno del debito pubblico, questo pesa di più sull’economia; il contrario di quanto richiesto, prima che dalla «arcigna maestrina» Ue, dal nostro interesse. Da questo le reciproche accuse sui conti pubblici: se Bruxelles (e Berlino) ci vedono mediterranee spensieratezze, per Roma l’austerità, che già ha messo in ginocchio la Grecia, può far lo stesso in Italia. C’è un’altra prospettiva, di più lunga gittata e sempre negletta, per guardare al fardello dei nostri debiti, osservando l’andamento degli investimenti; se salgono sale il Pil corrente, ma soprattutto quello futuro, cui gli investimenti mettono il turbo.

Il contributo di questi è, quindi, davvero essenziale per ridurre il rapporto debito pubblico/Pil. Secondo Eurostat, dal 2008, ultimo anno pre­crisi, al 2013, gli investimenti in Italia in proporzione al Pil sono scesi del 18%. Il calo percentuale è pressoché uguale per pubblici e privati, ma la difficoltà della finanza pubblica non spiega il calo degli investimenti privati. È infatti qui la vera differenza; essi scendono dall’11,1 del Pil nel 2008 al 9,2% nel 2013; soprattutto sono il 3% meno della Francia e il 2% meno della Germania (il divario non era molto diverso negli anni precedenti). Tale circostanza è quasi assente nel dibattito. I nostri investimenti pubblici, pur in calo, sono tuttavia superiori, anche se di poco, a quelli della Germania (2,4% contro 2,2% nel 2013); servirebbe indagare sull’utilità dei nostri investimenti pubblici rispetto a quelli di altri Paesi, ma si andrebbe fuori via. Se l’Italia non cresce è anche, forse soprattutto, perché i privati non investono. L’economia abbonda di liquidità, ma questa, nonostante i tassi a zero, tale resta, per avversione al rischio. È un’importante chiave di lettura della nostra perdurante crisi. Quali le cause, ed i possibili rimedi? Certo, la domanda interna è, o forse meglio era, stagnante; non così, tuttavia, la domanda mondiale, che imprese ben attrezzate possono servire, in concorrenza con quelle di altri Paesi. Qualche anno fa pagavamo molto più dei nostri concorrenti il debito, ma la politica di Quantitative Easing della Bce ha quasi azzerato il differenziale. C’entra, certo, anche il difficile momento delle nostre banche, ma esse non possono far credito a imprese cui i proprietari, per primi, lesinano il capitale necessario per investire e crescere. Quasi sparite le grandi imprese, la vera causa sta nella struttura proprietaria delle nostre medie. Le famiglie vogliono mantenerne il controllo, per poterlo poi cedere a caro prezzo al momento opportuno; perciò rimandano investimenti necessari e non aprono ad esterni le posizioni al vertice. È forse questa la carenza più grave; tali imprese non attraggono i migliori, che sono nati dalla mamma sbagliata. Un pool genetico così ristretto, e attento agli equilibri dinastici, non è ideale per recepire l’innovazione.

La scolarità di questo ceto dirigente delle imprese è bassa. Scuola e università sfornano quel che le imprese chiedono, altrimenti nel grande mondo esse colmerebbero all’estero i vuoti della nostra istruzione; ciò non avviene. Tante imprese, si sa, investono, trovano personale qualificato e crescono, senza il totem del controllo familiare. Sono la nostra forza, ma si tirano dietro un convoglio troppo pesante; nelle altre imprese restano i nodi da sciogliere per riavviare il Paese. Il nostro capitalismo familiare aborre la flessibilità, inflitta al lavoro in misura giunta ormai a impedire un minimo di pianificazione; ciò impedisce di formare una famiglia, affittare una casa, avere figli. Come qui s’è spesso sostenuto negli anni, la flessibilità che ci manca non è quella del lavoro, bensì del capitale. Questa non c’è legge che possa imporla; si può però, almeno, chiarirsi le idee. Troppe imprese che dovrebbero sparire resistono, colpa anche di un sistema finanziario incapace di svolgere il proprio ruolo. Esso non spinge le imprese marginali ad accorparsi, trasformarsi, innovare, appiattito su un’acquiescente subordinazione a proprietà familiari causa di scelte errate; ad esempio, rifiutare accorpamenti di imprese necessari perché non si riesce a concordare quale delle due o più famiglie possa, con il controllo della nuova entità, appropriarsi dei benefici privati del controllo, come scaricare sull’impresa spese non pertinenti, o gestire il non sempre marginale «nero». La vera riforma di struttura, ancor più ardua di quella «mitica» della Pubblica amministrazione, è l’applicazione della flessibilità al capitalismo familiare. Farebbe miracoli la sottoposizione di tante imprese di famiglia alla disciplina del mercato. Ricordiamocene quando parliamo del peso del debito pubblico sul Pil.

Salvatore Bragantini

Corriere della Sera , 24 marzo 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_marzo_24/capitalismo-familiare-bb0f53ac-0ff6-11e7-94ba-5a39820e37a4.shtml

Se non ci fossero pagelle….

itallllSi parla di pagelle rilasciate dalla Commissione europea…..

Ecco un estratto dell’articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera  del 19 maggio 2016…

Il «fiscal compact» e le sue interpretazioni da parte della Commissione Ue incassano da anni stroncature piene di buoni argomenti. Ieri ne è arrivata l’ennesima riprova. Le regole sui conti pubblici dell’area euro sono complesse, burocratiche, discutibili nel decretare cos’è un deficit «strutturale»; a volte sono opache e soggette all’arbitrio della politica; sono troppo rigide secondo l’Italia, applicate con troppa elasticità secondo la Germania.

L’esperimento opposto però lascia capire meglio di qualunque altro cosa sono davvero queste «regole di Bruxelles»: immaginiamo che non ci siano. Anche solo sulla base dell’esperienza degli ultimi due anni, senza quei vincoli oggi il governo dovrebbe gestire un deficit e un debito molto più alti. Sul fondo della Grande recessione ciò avrebbe persino potuto essere utile. L’intuizione di Matteo Renzi che l’Italia nel 2014 aveva bisogno di un po’ di ossigeno fiscale si è dimostrata corretta. La sua messa in musica può far discutere, con il bonus da 80 euro che arriva ai ceti medi ben più che al 28% di famiglie catalogate a rischio di povertà o esclusione sociale dalle statistiche ufficiali. Eppure il premier aveva ragione due anni fa a pensare che anche un po’ di deficit poteva aiutare, dopo anni di sacrifici e un crollo del 9% del reddito nazionale.

La sola differenza è che dall’anno scorso, quest’anno e nel futuro prevedibile l’Italia non è più in quella fase negativa. Nel 2016 l’economia viaggia già sopra al suo «potenziale» dell’1% annuo, l’unica velocità che oggi può realisticamente tenere nel tempo. Dal 2014, quest’anno e il prossimo il dosaggio di deficit pubblico sta alimentando la crescita, non sottrae ad essa come nel 2011 o nel 2012. Ed è un paradosso: in questa lunga crisi, in Italia (e non solo) sono state impostate politiche di bilancio recessive durante la recessione e espansive durante l’espansione. È esattamente l’opposto di ciò che sarebbe stato sano.

Ma è qui che l’esperimento di un’Italia senza il «fiscal compact» conta di più: immaginiamo davvero che non ci sia. Oggi il Paese starebbe sviluppando squilibri di deficit e debito sempre più pericolosi, fra richieste di bonus e sgravi da ogni settore della politica e della società e lo smontaggio della riforma pensioni. Solo l’attrito in qualche modo opposto di Bruxelles sta evitando che tutto ciò accada, perché invece in Italia la bandiera della responsabilità fiscale ormai è rimasta orfana. Qui è il problema, e darne la colpa al solo Renzi sarebbe troppo facile. La realtà è che per la prima volta in un quarto di secolo in Italia non c’è più un solo partito, un settore della società, un’associazione di produttori o un movimento di opinione che faccia della riduzione del debito una vera priorità. Può sembrare straordinario, in uno Stato che ha drammaticamente rischiato il default due volte in vent’anni, nel 1992 e nel 2011-2012. Può sembrare singolare che ignorino la bandiera della responsabilità fiscale persino i giovani in futuro chiamati a pagare i debiti delle generazioni oggi al potere. Ma prima di prendercela un’altra volta con Bruxelles, chiediamoci quanto a lungo la sua azione di contenimento da sola può tenere l’Italia al sicuro.

http://www.corriere.it/economia/16_maggio_18/legge-stabilita-dilemma-date-referendum-0e7fe8be-1d2f-11e6-a8eb-04e4fcf1d7a7.shtml

Ok dell’Ue sui conti, Italia promossa

scissorPer il 2016 l’Italia è a posto, almeno se saranno rispettati tutti gli impegni «chiari, precisi e scritti» che il governo ha preso per sanare i conti, cosa che la Commissione Ue promette di verificare «con attenzione» in ottobre. Per il 2017 le cose sono più complesse. C’è il problema dell’aumento dell’Iva che Roma vuole evitare (costa lo 0,45% di Pil) e il buco da almeno lo 0,2% da sanare per assicurare che il fabbisogno sia quello richiesto dalle regole Ue: fanno 11 miliardi di correzione. La flessibilità concessa dall’Europa, 14 miliardi di maggiori margini di spesa, è legata anche al rispetto delle promesse, che ci risparmiano una procedura di debito eccessivo, sebbene resti il rischio «di una violazione del Patto di Stabilità», per quest’anno e il prossimo. Siamo salvi. Ma di qui all’autunno bisognerà evitare sbandate.

La Commissione Ue, nel varare le raccomandazioni economiche per i Ventotto, si è presentata in modalità «politica» e ha deciso di evitare sanzioni nei confronti dei Paesi coi conti in disequilibrio. Italia, Finlandia e Belgio avrebbero i numeri per incassare un’infrazione, Spagna e Portogallo si distinguono per un deficit che travalica il 3% del Pil richiesto dal Patto di Stabilità. In tutti i casi, si è deciso di soprassedere: «Non è il momento giusto, né economicamente né politicamente», ha detto il commissario Pierre Moscovici. Allora niente procedura contro i superdebitori e un anno in più di adattamento per Madrid (che non ha governo) e Lisbona (dove la ripresa è decisamente fragile).

 

Pesano su tutto considerazioni politiche. Si vuole evitare di fomentare le vampate di euroscetticismo e populismo che già infiammano i Ventotto. Ma anche la paura delle incertezze che minacciano la congiuntura. Ieri Eurostat ha certificato che in aprile i prezzi nell’Eurozona sono scesi dello 0,2%, guidati dal calo dei listini petroliferi. Il dato amplifica la «minaccia deflazione», pericolosa soprattutto perché erode i risparmi. «È evidente che non possono esserci tassi negativi in eterno», ha detto Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, convinto che la Bce «abbia fatto ciò che andava fatto» e «il programma ha funzionato: senza l’acquisto di titoli, l’inflazione sarebbe sostanzialmente più bassa».

Le raccomandazioni firmate dalla Commissione fotografano un’Italia che cerca di superare il guado. Ci sono apprezzamenti, tuttavia l’elenco delle riforme auspicate è lungo – dal lavoro alle banche. L’attenzione è anzitutto sul bilancio, graziato dagli 0,85 punti di flessibilità concessi per compensare riforme e investimenti. La sensazione è che restino parecchie caselle da colorare e tutto è legato a come Renzi e Padoan sapranno attuare le garanzie date alla Commissione. Partita lunga. Di buono c’è, ha detto Moscovici a Skytg24, che «alcune clausole di flessibilità sono state pensate per poter essere usate una sola volta», però non si esclude un bis «se nel 2017 il deficit sarà all’1,8%: d’altronde è proprio questo il senso della politica seria sui conti che chiediamo all’Italia».

Marco Zatterin

La stampa 19 maggio 2016

http://www.lastampa.it/2016/05/19/economia/ok-dellue-sui-conti-italia-promossa-ma-a-ottobre-ci-sar-un-nuovo-esame-myEm6CePzPZjJLhnUXdytM/pagina.html

La frontiera dei lavoratori fuori orario

impiegUtilizzando il famoso esempio del dito e della luna in quest’articolo lasceremo da parte il primo (le polemiche attorno alle sortite di Giuliano Poletti) e ci occuperemo della seconda: dove le trasformazioni del lavoro stanno avvenendo in maniera più rapida e non ancora metabolizzata dal dibattito pubblico.

Cominciamo dalle fabbriche, come la Ducati citata dal ministro, perché “l’operaio lavora in uno spazio e con dei tempi che non sono dettati da una macchina“.

Secondo Luciano Pero, studioso di organizzazione del lavoro e docente al Politecnico di Milano in Italia, “esperienze come quella sono molto più diffuse di quanto si pensi e non solo nelle aziende a proprietà tedesca”.

Sono tanti gli operai e i tecnici che lavorano nelle isole in cui il tempo-macchina non è predefinito. “Cito l’Aermec che produce banchi frigo per supermercati e dove il montaggio viene gestito da un team che permette al singolo di auto-organizzarsi, di montare i suoi pezzi in autonomia e di aiutare il compagno se c’è la necessità. Situazioni così non sono mosche bianche”.

E’ difficile tirar fuori un dato statistico ma Pero garantisce che si tratta di un fenomeno in crescita e annovera la Fiat di Pomigliano tra le realtà più innovative. Il punto-chiave sta nell’autonomia di cui gode il team: se può ruotare le persone, se può distribuire i compiti tra una postazione e l’altra, se può fornire suggerimenti al management.

“In Italia prevale una cultura del team informale, i tedeschi lo formalizzano”.  E si sviluppano esperimenti in cui la squadra gestisce persino i permessi dei singoli lavoratori e l’ingresso/uscita dalla fabbrica. La svizzera Endress-Hauser fa qualcosa del genere anche negli stabilimenti italiani.

Dove il rapporto tra orario e prestazione di lavoro si presenta in forme dirompenti è nel mondo dei free lance. In Italia sono circa 300 mila, per lo più figure professionali del terziario (informatici, grafici, consulenti, etc.) che lavorano su commessa e hanno il problema di farsi pagare bene.

I redditi medi dei free lance oscillano tra i 18 e i 19 mila euro annui mentre a parità di figura professionale un dipendente percepisce oltre 29 mila euro.

“C’è una differenza di circa 10 mila euro lordi ai quali va aggiunto che la previdenza è totalmente a carico del lavoratore autonomo mentre il dipendente contribuisce solo per il 9% e anche dal punto di vista fiscale la no tax area per noi è più bassa” dichiara Andrea Dili, portavoce di Alta Partecipazione, un’associazione di free lance.

Qual è il concetto c’è sta dietro queste cifre? I free lance offrono flessibilità al datore di lavoro ma avendo un rapporto negoziale debole con le grandi imprese non vengono remunerati il giusto.

“Se prenoto un volo con una data fissa lo pago meno di un  volo aperto. Nel lavoro non succede così, quello flessibile costa meno e i giuslavoristi, legati alla cultura del Novecento, hanno sempre legittimato questa differenza”.

I rapporti di forza tra offerta e domanda di lavoro sono ancora più sbilanciati in quello che l’Economist ha definito “lavoro alla spina” riferendosi ai lavoretti richiesti dalle piattaforme digitali come Uber.

Spiega la sociologa Ivana Pais, autrice del libro “Il lavoro in rete”: “Stati Uniti e Italia restano per ora due mondi distanti. Lì piattaforme come Mechanical Turk di Amazon o Task Rabbitt offrono addirittura lavoro a minuti. Lavori cognitivi a basso valore aggiunto come data entry, sbobinature o trascrizione di testi oppure manuali come stirare le camicie”.

In Italia qualcuno ha provato ma non c’è riuscito mentre hanno avuto successo esperimenti che più che spezzettare mansioni/orari danno ai singoli lavoro aggiuntivo. E’ il caso di Gnammo o degli home restaurant, chi dispone di tempo libero può venderlo offrendo servizi con una forma di lavoro ibrido, metà autonomo metà dipendente.

“Non è detto che in Italia si vada nella direzione del lavoro a spina. Le tendenze non sono chiare”. Chiudiamo con il lavoro agile, non legato per spazi e orari alla presenza fissa in azienda, fenomeno che il governo ha deciso di normare con una legge ad hoc.

La diffusione è veloce e secondo Mariano Corso dell’osservatorio sullo smartworking del Politecnico di Milano lo applica già il 17% delle aziende sopra i 500 dipendenti. Prendendo in esame i soli impiegati si può dire che il 10% in Italia già usa il lavoro agile.

“Il vantaggio non è solo quello di responsabilizzare sui risultati ma di integrare maggiormente vita lavorativa e vita privata” dice Corso.

Il 25% dei lavoratori italiani si dichiara insoddisfatto della rigidità dell’orario di lavoro e di conseguenza è disponibile a prendere in esame un nuovo tipo di scambio che “introduca nella relazione con il datore di lavoro anche l’elemento della fiducia reciproca“.

A quel punto più che il controllo dall’alto varranno altri parametri come, ad esempio, la soddisfazione del cliente. Corso pensa che lo smartworking possa adattarsi anche al lavoro operaio e cita il caso di un’azienda di Modena, la Tetrapak, dove già è così.

Dario di Vico

Corriere della Sera

http://nuvola.corriere.it/2015/11/30/la-frontiera-dei-lavoratori-fuori-orario/

 

Quanto durerà?

piazzpandI l 2,1% in più dei consumi evidenziato ieri dalla Confcommercio va maneggiato con le pinze. È un confronto diretto tra un mese di forte depressione, luglio 2014, e un altro, luglio 2015, decisamente più vivace e condizionato tra l’altro dalle alte temperature registrate nel Paese (e dal conseguente boom dei consumi elettrici dovuti ai condizionatori d’aria). Quel 2,1% nei mesi successivi calerà perché il confronto con l’ultimo scorcio del 2014 sarà meno asimmetrico e comunque quando si farà il riepilogo di fine anno si arriverà (forse) attorno a quota 1,2%. Esplicitato il caveat si può dire sicuramente che il mercato dell’auto sta trainando l’intera economia reale: viaggia a +15% rispetto a un anno fa e probabilmente a fine 2015 sarà superato quel 1,5 milioni di vetture vendute che era stato preventivato dalle caute stime dell’Anfia. E’ un mercato di sostituzione e determinato al 60% dalle famiglie, tanto che il modello più venduto è di gran lunga la Panda.

Ma quanto durerà? Secondo la Confcommercio l’incremento delle vendite dovrebbe proseguire e coprire almeno tutta la prima metà del 2016. Segnali positivi arrivano anche da un altro comparto di beni durevoli, gli elettrodomestici, che ha sofferto negli anni scorsi e ora è in risalita per la sostituzione di vecchi frigo e lavatrici, per l’appeal di alcuni dispositivi di innovazione tecnologica e per gli acquisti delle famiglie di immigrati. Per quanto riguarda l’arredo – che ha contenuto i danni anche grazie a un apposito bonus fiscale – un’iniezione di ottimismo arriva dall’indagine Findomestic, secondo la quale le intenzioni di acquisto per i prossimi mesi sono segnalate ai massimi dal gennaio 2013.

Più complesso è l’esame delle prospettive dei consumi legati al tessile-abbigliamento e all’alimentare. L’ultimo Rapporto Coop invita a riflettere sul cambio di mentalità che apportano i giovani, i cosiddetti millennials, e a un certo slittamento di gusto che alla fine può penalizzare i consumi o comunque indirizzarsi solo da Zara e H&M. Cambiano i meccanismi di riconoscimento sociale ora più legati ai social network che a un concetto tradizionale di eleganza e ricerca della griffe. I mutamenti nel campo della spesa alimentare sono molteplici e anche contraddittori tra loro. I prodotti gluten free sono aumentati del 50% nonostante che i celiaci in Italia siano solo il 3-4% della popolazione. In coda alle casse dei supermercati non si vedono più i carrelli pieni di una volta, si spreca molto meno e la spesa si fa a lotti più piccoli. Del resto non è un caso che nei corridoi non si trovino più le offerte 3×2 tipiche di un tempo passato. In questo contesto aumenta, specie in alcune aree territoriali del Sud, il peso dei discount simboleggiato anche dalla sponsorship della Nazionale italiana di calcio conquistata dai tedeschi della Lidl.

Le osservazioni sui cambiamenti del mercato e gli aggiustamenti degli stili di vita sono interessanti e compongono un puzzle in continuo mutamento ma il dubbio sull’immediato futuro dei consumi è legato principalmente a variabili di carattere più strettamente economico. Gli operatori si chiedono in che misura aumenterà il reddito disponibile degli italiani nei prossimi mesi e i timori delle associazioni del commercio sono legati ai contenuti definitivi della legge di Stabilità. Il governo vuole evitare l’aumento dell’Iva e quindi ha già detto urbi et orbi che vuole coprire l’ammontare delle clausole di salvaguardia previste ma tutto ciò sarà possibile solo se Matteo Renzi otterrà un bonus di flessibilità da Bruxelles.

Il boom estivo dei consumi è un buon segno (purché continui)

Dario Di vico

10 settembre 2015

Hard e soft skills

sskillsFiorella Pallas è stata Marketing manager, imprenditrice, Trainer. Oggi, invece, è una Talent Coach, dopo un percorso di individuazione e cambiamento che ha saputo tradurre in percorsi formativi per identificare, allenare e risvegliare i talenti naturali che pochi sanno di avere. Ha scelto le pagine di Skuola.net per aiutare i ragazzi ad allenare le proprie capacità.

Passiamo anni a formarci, prima a scuola, poi all’università, poi ai master, e alla fine usciamo da questo percorso molto preparati da un punto di vista tecnico. Nessuno, però, ci ha insegnato a gestire ciò che nella vita ci farà fare la differenza nei momenti che contano: le emozioni, lo stress, la motivazione, le paure. Tutte quelle chiavi senza le quali l’espressione della parte tecnica risulterà difficile. Nella vita come nel lavoro, infatti, non si viene valutati solo sull’aspetto tecnico, ma anche sulle competenze comportamentali, denominate dagli psicologi del lavoro soft skills, in contrapposizione con le hard skills, le competenze tecniche. Scopriamo, allora di cosa si tratta.

SOFT SKILLS: QUALI? – Esistono diversi tipi di soft skills :
Skills cognitive, che determinano il modo di ragionale e quindi, ad esempio le capacità di problem solving, di analisi , etc.
skills realizzative, quindi come si traducono i pensieri in azione e si palesano nella capacità di pianificazione, di gestione del tempo, etc.
skills relazionali, come mi rapporto agli altri? So lavorare in team? So comunicare con i colleghi?
skills manageriali, che riguardano le capacità di leadership, la motivazione personale e di squadra, etc.
skills trasversali, spesso abilitanti rispetto alle altre soft skill: flessibilità, tolleranza allo stress, gestione emotiva.

IL PESO NELLA SELEZIONE – Ma che peso hanno queste competenze sulla selezione da parte delle aziende? Normalmente le aziende operano una scrematura sui CV in base alle competenze ed esperienze professionali pregresse e il voto di laurea, ma poi la scelta definitiva sul candidato avviene nel momento del colloquio, soprattutto in base all’aderenza delle sue soft skills rispetto al profilo atteso dall’azienda. In definitiva, dunque, sapersi relazionare, avere buone capacità comunicative, di gestione, di leadership e via dicendo equivale sicuramente a possedere un biglietto da visita vincente.

LA SKILL PIU’ IMPORTANTE – Esistono alcune soft skills piu importanti di altre? C’è sempre un denominatore comune, alla base di tutte queste capacità, e si tratta di una qualità imprescindibile per riuscire nella vita: la fiducia in se stessi. Osare passare all’azione, osare fare, accettare di fare emergere il proprio potenziale: il legame che esiste tra successo e fiducia in sé stessi è assolutamente innegabile. Brian Tracy, motivatore e scrittore di best seller sulla crescita personale, ha condotto un’importante ricerca prendendo a campione molte persone di successo, per cercare di capire se, tra questi, vi fossero fattori in comune. Ne ha trovati addirittura 80, ma sul gradino del podio, immancabile e più importante, la fiducia in sé.

FIDUCIA IN SE STESSI, SKILL DA ALLENARESi possono avere tutti gli strumenti necessari per realizzare i propri obiettivi, ma se non si crede in se stessi si fallirà. Come scrisse Whitmore, il padre del coaching, “La nostra performance è data dal nostro potenziale meno i nostri ostacoli interni, il maggiore dei quali è la mancanza di fiducia in se stessi”. Il successo, che è la capacità di raggiungere qualcosa, aumenta proporzionalmente alla fiducia che si ha di se stessi, perché questa serve per osare, per passare all’azione e, alla fine, raggiungere gli obiettivi. Ma c’è una buona notizia: per quanto possiamo essere convinti del contrario, la fiducia in sé non è innata: è una delle tante qualità mentali che possiamo sviluppare, rafforzare ed aumentare, applicando le giuste strategie. E’ certo molto più facile restare ben saldati a terra senza mettersi mai veramente in gioco, ma la fiducia in sé è un muscolo che va allenato ogni giorno, tutto sta nel perseverare.”

 

http://www.lastampa.it/2014/07/11/blogs/skuola/cerchi-lavoro-allena-le-tue-skills-personali-zpoyLW3hixMlVuNYYBC38H/pagina.html