Il governo di Pechino indeciso su tutto fa crescere il caos

bcinaChiudo la Borsa, così la smette di scendere. Anzi no, la riapro. Lo sbandamento del governo cinese di fronte al crac, spaventa tanto quanto i problemi dell’economia reale che gli fanno da sfondo. Lo spettacolo offerto dalle autorità di Pechino è sconcertante. Messo alle strette dalla fuga dei capitali dal mercato azionario di Shanghai, il governo ha reagito in modo incerto, contraddittorio e perfino scomposto. La figuraccia non si addice alla seconda potenza economica mondiale. Rivela una “transizione incompiuta”. La leadership comunista, per quanto abbia formazione tecnocratica e moderna (talvolta nelle università americane), nel momento della paura torna ai vecchi riflessi pavloviani: s’illude che il “genio” (benefico o malefico) dei mercati sia una creatura docile, e gli ordina di “tornare nella bottiglia”.

Uno spettacolo simile si era visto ad agosto. Si è ripetuto negli ultimi tre giorni, con il nuovo pesante scivolone delle quotazioni azionarie cinesi. Il governo in sole 48 ore ha fatto tutto e il contrario di tutto. Ha usato mezzi amministrativi, editti dall’alto, per contrastare il crollo imponendo alle banche pubbliche di comprar titoli. Ha lanciato minacciosi proclami contro gli speculatori al ribasso. Ha usato generosamente i “circuit-breaker”, parola presa in prestito dagli impianti elettrici: “spezza-circuito” è il termine inglese, in italiano sono i dispositivi salvavita che impediscono di morire fulminati. In Borsa sono meccanismi di interruzione automatica degli scambi, qualora le oscillazioni di prezzo eccedano una certa soglia. I “circuit-breaker” esistono in molte Borse occidentali inclusa Wall Street. Ma le autorità cinesi ne hanno fatto un uso davvero abbondante. Fino a decidere la chiusura totale della Borsa, quando scendeva troppo. Il colmo si è raggiunto ieri: Shanghai ha operato per soli 30 minuti, poi basta. Infine il ripensamento. Con un dietrofront le autorità annunciavano che oggi la Borsa avrebbe operato normalmente, senza sospensioni. Il tira- e-molla non ha rassicurato nessuno.

A questo si è sovrapposto l’effetto della svalutazione. Anche sulla moneta nazionale, yuan o renminbi, il governo di Pechino sta giocando col fuoco. Iniziò a svalutarla nell’agosto scorso, presentando la sua decisione come un avvicinamento ai valori di mercato. Le autorità cinesi, a cominciare dalla banca centrale, hanno spiegato a più riprese di voler trasformare il renminbi in una moneta pienamente convertibile, il che comporta lo smantellamento delle restrizioni sui movimenti di capitali. Decisione benvenuta al Fondo monetario internazionale, che infatti a novembre ha premiato la Cina inserendo il renminbi nelle sue valute ufficiali insieme a dollaro, euro, yen e sterlina. Ma questo ha generato negli investitori la previsione – o il sospetto – che il presidente Xi Jinping voglia anche aiutare l’industria esportatrice con un renminbi debole. La prospettiva di una svalutazione competitiva è stata confermata questa settimana quando il renminbi ha ripreso a scivolare al ribasso. E’ scattata la spirale delle aspettative: gli investitori ora si attendono che la valuta cinese vada più giù. E allora preferiscono uscire dalla Borsa di Shanghai per non subire perdite su titoli espressi in una moneta che sta calando. I risparmiatori cinesi considerano urgente mettersi al riparo anche loro. Come si spiegano i molteplici errori commessi da Xi Jinping e dalle varie autorità responsabili per il governo dell’economia, inclusa la banca centrale che non è indipendente dal potere politico? Una spiegazione semplice chiama in causa la curva di apprendimento. I leader cinesi hanno mostrato competenza ed efficacia in altri campi dello sviluppo economico ma la finanza globale è un mondo ancora in parte nuovo per loro. Inoltre questa classe dirigente ha conosciuto 30 anni di boom, ora deve fare i conti con la prima vera crisi da quando la Cina è un colosso mondiale. Ebbe solo due episodi di “quasi-crisi”: l’epidemia Sars del 2003 quando l’economia cinese temette l’isolamento (durò pochi mesi); poi la Grande Contrazione americana del 2008-2009 che ebbe pesanti contraccolpi sull’export cinese. In quell’epoca che oggi sembra lontana, la Cina poteva risollevarsi con gli strumenti classici del dirigismo, del capitalismo di Stato, delle grandi manovre di spesa. Di fronte all’attuale rallentamento, Xi Jinping non vuole ripercorrere una strada che ha gravato il sistema economico di troppi debiti, opere pubbliche inutili, cattedrali nel deserto, inefficienze e corruzione. Deve reagire a questa crisi con terapie nuove. Non è rassicurante che il suo “addestramento” avvenga in volo, nel mezzo di turbolenze serie.

C’è poi il problema del consenso, che anche un regime autoritario deve porsi. Centinaia di milioni di cinesi hanno investito i loro risparmi in Borsa. Xi sta facendo uno sbaglio psicologico ed uno politico. Con i suoi interventi per fermare il crollo delle azioni crea aspettative che non potrà soddisfare, quindi diffonde ulteriore insicurezza. L’errore politico è quello di legare la propria immagine all’indice di Borsa. Questa Cina sta imboccando una transizione delicata, verso un orizzonte che si potrebbe riassumere così: crescere meno ma crescere meglio. Prima di arrivarci, però, può incappare in tempeste violente. E tutti quanti dobbiamo allacciare le cinture di sicurezza.

Federico Rampini

Repubblica 8 gennaio 2016

 

Dal 2 novembre le donne lavorano gratis

gendergapÈ come se da lunedì 2 novembre smettessero di essere pagate, pur continuando a lavorare. È quanto capita alle lavoratrici europee, colpite dal ‘gender gap’, la differenza di salario percepito rispetto ai colleghi uomini. In Europa per lo stesso impiego le donne sono pagate il 16,3% in meno per ora lavorata rispetto ai maschi: in pratica lavorano gratuitamente 59 giorni all’anno. Ed è come se quest’anno smettessero di essere pagate lunedì scorso. È quanto si sottolinea in un rapporto della Commissione europea sulla differenza di salario fra uomini e donne.

Una situazione, si sottolinea nel rapporto, causata da una retribuzione oraria inferiore per le donne, da un numero inferiore di ore di lavoro retribuito e da minore tasso di occupazione, spesso dovuto a interruzioni di carriera per prendersi cura di figli o famigliari. Su questo fronte l’Italia è uno dei Paesi più virtuosi dell’Unione europea: il divario retributivo di genere medio è del 7,3%, dietro Slovenia, Malta e Polonia.

La differenza di salario per ora lavorata produce un risultato ancora più significativo sulle pensioni. Alla fine della vita lavorativa le donne ricevono mediamente un assegno pensionistico del 39% inferiore a quello degli uomini.

Eppure se venisse affidato più potere alle donne, secondo l’Fmi, si combatterebbero le diseguaglianze e si spingerebbe la economica. Nonostante i progressi degli ultimi anni, le donne al lavoro sono ancora decisamente meno rispetto agli uomini. Così come le loro buste paga sono in media 15 punti percentuali più leggere di quelle degli uomini.

A scattare la fotografia delle donne nell’economia è il Fmi, sottolineando che il sesso debole resta ancora indietro rispetto agli uomini sia nei paesi avanzati sia in quelli in via di sviluppo, mentre potrebbe rappresentare un ‘motore’ per la ripresa economica in grado di aiutare a sconfiggere la nuova piaga del secolo, ovvero le diseguaglianze dei redditi, che si accentuate con la crisi finanziaria. Il Fondo invita ad agire ammettendo però che non c’è una “bacchetta magica”. E questo perchè i problemi variano: nelle economie avanzate il divario fra donne e uomini riguarda la partecipazione economica; nelle economie in via di sviluppo, invece, il gap è relativo all’istruzione e alla sanità, che sono i maggiori ostacoli a una più equa distribuzione.

“I gap elevati nella partecipazione al mercato del lavoro fra donne e uomini si traducono in diseguaglianze di profitti fra i due sessi, e creano diseguaglianze nei redditi” afferma il Fondo, proponendo la propria ricetta per ridurre e abolire il divario fra donne e uomini. La ricetta si basa su quattro pilastri: la rimozione delle restrizioni legali basate sul sesso, la revisione delle politiche fiscali per incoraggiare le donne a entrare nel mercato del lavoro, creare spazio nei budget pubblici per le spese prioritarie quali le infrastrutture e l’istruzione, e l’attuazione di benefit per le famiglie.

Il divario fra donne e uomini al lavoro si è ridotto negli ultimi 20 anni, calando in media di otto punti percentuali nei paesi Ocse. Un risultato in parte legato all’aumento della disoccupazione maschile con la crisi finanziaria. Il divario da un punto di vista dei salati si è ridotto di quattro punti percentuali, ma le donne continuano a guadagnare in media il 15% in meno rispetto agli uomini.

http://www.huffingtonpost.it/2015/11/03/donne-lavorano-gratis-gender-gap_n_8459354.html

Troppo risparmio pochi investimenti ecco come scatta la trappola-liquidità

staggggSe ne parlerà a Lima, in ottobre, alle riunioni del Fondo Monetario Internazionale, del grave problema di crescita che continua ad affliggere il pianeta.

Non un malanno ciclico. Non il riflesso dell’ennesima crisi finanziaria. Qualcosa di più profondo, che lima al ribasso le progressioni di incremento dei volumi come dei prezzi.

Qualche numero: tra il 2000 e il 2007 il mondo cresceva del nove per cento, crescita reale più inflazione, negli anni di ripresa compresi tra il 2010 e il 2014 il nove è diventato otto. Nel 2015 potrebbe scendere intorno al sei per cento, con tre punti di crescita reale e altrettanti di inflazione. Nei vent’anni finali dello scorso secolo la somma tra crescita reale e inflazione del mondo viaggiava stabilmente su incrementi annui a due cifre. Più di altri, la sindrome decelerativa affligge l’Europa dell’euro. Tra il 2000 e il 2007 crescevamo di oltre quattro punti l’anno. Nel quinquennio 2010-14 siamo scesi sotto il tre per cento. Quest’anno andremo sotto i due punti, affossati da un’inflazione che non riesce ancora a risollevarsi dallo zero. Tra il 1997 e il 2007 il valore corrente del Pil dell’eurozona crebbe da sei a nove trilioni di euro. Dal 2010 ad oggi procediamo lentamente nell’intorno dei dieci trilioni. Più che altre parti del mondo, l’Europa della moneta unica può essere vista come il laboratorio di elezione di quello che gli economisti definiscono come un caso di “secular stagnation”, di stagnazione a lungo termine. Il riferimento è al modello interpretativo elaborato nel 1939 da Alvin Hansen che individua nel formarsi di un cronico eccesso dell’offerta di risparmio sulla domanda di investimenti la causa della stagnazione. Quando viene meno la spinta ad investire tutto il risparmio disponibile, il futuro dell’economia, sostiene Hansen, rischia di divenire una successione di “incerte riprese che muoiono nella loro infanzia e di depressioni che si avvitano su se stesse”. Per sciogliere il nodo della stagnazione servirebbe risparmiare un po’ meno, e, soprattutto, investire molto di più. Non è cosa semplice. Specie quando gli arsenali, convenzionali e non, delle politiche monetarie sono stati già largamente e da tempo utilizzati, i tassi nominali di interesse sono al limite zero della loro escursione e le spinte deflattive impediscono un calo dei rendimenti reali. Ricucire il nesso tra risparmio e investimenti non è facile in un mondo dove il costo del denaro è dappertutto basso, ma il costo del capitale rimane talvolta elevato, specie per le piccole imprese. In un mondo dove continua ad affermarsi una sproporzione dimensionale tra i mille trilioni di dollari della finanza globale e i meno di cento trilioni del Pil del pianeta. La sproporzione di una finanza così abbondante e così mobile rispetto alle assai meno numerose occasioni di investimento produttivo genera volatilità e incertezze che alimentano nuovo risparmio precauzionale e, quindi, nuovi rischi di stagnazione. Per rompere il circolo vizioso occorre scavare a fondo. Per uscire dalla trappola della stagnazione serve agire sulle determinanti di fondo dello sviluppo che si chiamano demografia, innovazione, ambiente. Oltre alle pagine di Hansen si potrebbe rileggere quanto Stanley Jevons teorizzava esattamente 150 anni fa a proposito del carattere paradossale di un modello che ha funzionato per un secolo e mezzo. Nel paradosso di Jevons, a quadrare il cerchio tra risparmi e investimenti e a garantire la crescita è l’apporto virtuoso delle nuove tecnologie. Tecnologie che creano più di quanto distruggono, in termini di consumi come di lavoro, e che riescono a superare i limiti nel prelevamento di risorse dalla demografia e dall’ambiente. Oggi il paradosso jevonsiano della crescita sembra aver perso smalto. La rivoluzione del digitale prefigura dei contraccolpi importanti sui mercati del lavoro. L’invecchiamento delle popolazioni e il cambiamento del clima stringono limiti, di offerta e di domanda, prima molto più laschi. Per rimetterci in moto serve una miscela virtuosa tra riforme strutturali e politiche di rilancio degli investimenti. Da sole né le une né le altre sono sufficienti. Insieme, riforme strutturali e politiche di rilancio sono necessarie per evitare l’insopportabile spreco di un eccesso di risparmio che nell’area euro ogni anno ammonta a più di 200 miliardi di euro, il 2% del Pil. Il dato è contenuto nel recente rapporto del governo francese coordinato da Francois Villeroy de Galhau. Canalizzare queste risorse preziose verso investimenti amici del lavoro come dell’ambiente è un passo da non mancare nella stagione appena aperta dei budget 2016 delle finanze pubbliche europee.

Giovanni Ajassa

Affari & Finanza

(28 settembre 2015)

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/09/28/news/troppo_risparmio_pochi_investimenti_ecco_come_scatta_la_trappola-liquidit-123898787/

 

Lo yuan e la guerra delle valute

yuannLa Cina manda al tappeto i mercati del Vecchio continente. Con la seconda svalutazione dello yuan, dopo un primo taglio della valuta – del tutto inatteso – avvenuto ieri, Pechino ha steso le Borse mondiali. La Banca centrale cinese ha rivisto al ribasso del 3,5% il cambio contro il dollaro innescando una guerra tra le monete: immediata la reazione dei mercati europei che dopo il crollo della vigilia hanno chiuso ancora in ribasso: Piazza Affari ha ceduto il 2,96%, Londra l’1,4%, Francoforte il 3,27% e Parigi il 3,4%. Al termine delle contrattazioni dei mercati europei che hanno perso 227miliardi di valore, anche Wall Street era pesante con il Dow Jones che cedeva l’1,27%, il Nasdaq l’1,23% e l’S&P 500 l’1,21%.

E mentre si levano le proteste dal mondo occidentale per il susseguirsi di azioni unilaterali di Pechino, il governo cinese si giustifica spiegando la necessità di intervenire a sostegno della ripresa economica del Paese. D’altra parte l’industria manifatturiera mostra segnali di rallentamento (+6% a luglio, al di sotto delle stime) come l’export e le vendite al dettaglio cresciute “solo” del 10,5%. Un tesi sposata anche dal Fondo monetario internazionale che ha salutato positivamente la doppia svalutazione dello yuan definendo l’operazione come un allineamento ai mercati di tutto il mondo. Stesso punto di vista per Standard&Poor’s.

La tensione, però, resta forte, soprattutto per il mercato del lusso e della moda che vede l’Italia protagonista, rispetto alla politica economica cinese: Pechino aveva, infatti, annunciato l’intenzione di aiutare la transizione da un’economia legata all’export a una sostenuta dai consumi interni, una strategia che pare adesso di nuovo cambiata. Secondo l’Fmi, però, una maggiore flessibilità nei tassi – che prima erano ancorati al dollaro – consentirà a Pechino una rapida “integrazione nei mercati finanziari globali”. A risentirne sono anche le materie prime: non si arresta infatti la caduta del prezzo del petrolio dal momento che la Cina è il secondo importatore mondiale, ma la valute debole a fronte del dollaro rischia di ridurne gli acquisti: il greggio Wti tratta intorno ai 43 dollari dopo che ieri era scivolato di oltre il 4% toccando i minimi degli ultimi 6 anni. Sulle quotazione incide anche il calo, inferiore alle attese, delle scorte Usa. Prezzi in discesa anche per l’oro: il metallo prezioso a consegna immediata passa di mano a 1.117 dollari l’oncia. “La situazione si stabilizzerà” dice la Banca centrale, ma molti economisti temono l’innesco di un effetto domino.

E ciò porta alcuni analisti a credere che la Federal Reserve abbia adesso una buona ragione per non iniziare ad alzare i tassi di interesse Usa – per la prima volta dal 2006 – nella riunione del mese prossimo. Altri sottolineano, invece, come la Banca centrale americana sia più focalizzata sul mercato del lavoro Usa e dopo il rapporto sull’occupazione di luglio in linea alle stime, sarà determinante quello di agosto che arriverà giusto un paio di settimane prima del meeting del 16 e 17 settembre. “Le implicazioni per l’economia mondiale sono enormi”, anche se “è ancora presto” per valutare il reale impatto degli sviluppi ha detto il governatore della Fed di New York, William Dudley.

L’euro è in risalite quota sopra 1,11 contro il dollaro, mentre calano ai minimi da sei anni il dollaro australiano e quello neozelandese. Deboli anche le monete di Indonesia e Malesia. A dimostrazione che la guerra delle valute – almeno per il momento – colpisce soprattutto Asia e Oceania (anche il Vietnam ha svalutato il dong per non perdere competitività nei confronti della Cina). La moneta unica europea passa di mano a 1,1199 dollari.

Nessuna reazione, invece, sui titoli di Stato italiani che preferiscono concentrarsi sull’accordo tra la Grecia e i creditori internazionali che potrebbe sbloccare entro settimana prossima il nuovo piano di aiuti da 86 miliardi di euro: lo spread è stabile in area 115 punti base, ma i Btp decennali sul mercato secondario rendono l’1,78% ai minimi da inizio maggio. E ogg il Tesoro ha venduto tutti i 6 miliardi di euro di Bot a un anno con tassi in calo ad un nuovo minimo storico: il rendimento medio è sceso allo 0,011% dallo 0,124% dell’asta di luglio. Sale la domanda con un rapporto di copertura pari 1,72 da 1,52 precedente.

La Cina svaluta ancora lo yuan Borse pesanti: crolla il petrolio

Di Giuliano Balestrieri

Repubblica 12 agosto 2015

 

Crisi della Grecia, ideologie e numeri

greekcrisLe discussioni sul caso greco sempre più riflettono ideologia e stereotipi, un approccio che certo non aiuta a capire che cosa sia davvero accaduto. Alcuni numeri forse possono servire. Nel 1995 il reddito pro capite greco era il 66 per cento di quello tedesco. Nel 2007, l’anno prima dell’inizio della crisi finanziaria mondiale, era l’80,5 per cento (Commissione europea, Statistical Annex, primavera 2015). Un risultato straordinario – pochi Paesi riescono ad arricchirsi tanto rapidamente – e che dovrebbe imbarazzarci: nello stesso periodo l’Italia anziché guadagnare posizioni rispetto alla Germania ne ha perse, arretrando (sempre in termini di reddito pro capite) dal 95 al 90 per cento. Nei primi anni, fino al 2005, l’aumento del reddito pro capite greco è stato sostenuto da una crescita della produttività dell’economia, che aumentava di circa il 2 per cento l’anno, oltre il doppio della crescita della produttività tedesca.

Tutto cambia dopo il 2005 quando la produttività inizia a scendere, perdendo mezzo punto l’anno fra il 2005 e il 2010. Maggior reddito senza un corrispondente aumento della produttività si può ottenere solo indebitandosi. E infatti fra il 2000 e il 2010, l’anno del primo salvataggio, la Grecia ha speso ogni hanno (a debito) oltre il 10 per cento in più di ciò che produceva. Il risultato è che in quel periodo il debito salì dal 100 al 146 per cento del Pil. Insomma quegli anni sono stati per molti greci una grandiosa festa di consumi e di vacanze (pensionamenti a cinquantenni). Se quei prestiti fossero invece stati impiegati in investimenti produttivi, e ci fosse stata qualche liberalizzazione, oggi la Grecia sarebbe in grado di ripagarli e il reddito pro capite sarebbe ben piu alto di quello che è. Invece sono stati spesi in consumi, privati (grazie ad un’evasione fiscale endemica dei ricchi) e soprattutto pubblici.

Anche le Olimpiadi del 2004 hanno contribuito, ma per una quota minore: 11 miliardi di euro, un quinto del debito contratto negli anni precedenti le Olimpiadi. E chiusi i Giochi, che nessuno obbligò la Grecia ad organizzare, il Paese ha continuato imperterrito a indebitarsi. È vero che la Grecia ha una spesa militare elevata (più dell’Italia e della Germania, ma meno di Francia e Regno Unito in rapporto al Pil), che in parte va in acquisti di materiale militare all’estero. Ma nel 2009, ad esempio, a fronte di un indebitamento complessivo di 36 miliardi di euro le importazioni di materiale militare furono (solo) 2 miliardi: un quarto dalla Germania, un quarto dalla Francia, il resto dagli Stati Uniti.

Dal 2010, il costo della crisi è stato molto elevato. Il reddito pro capite, che come detto aveva raggiunto oltre l’80 per cento di quello tedesco, è oggi arretrato al 60, inferiore persino al livello del 1980, l’anno prima che la Grecia entrasse nell’Unione Europea. Sarebbe stato meglio fare default totale (non parziale come accadde) e uscire dall’euro allora? Forse, ma non lo sapremo mai con certezza. La Grecia è un’economia molto chiusa: esporta non più del 25 per cento di quanto produce contro il 30 per cento dell’Italia e il 45 per cento della Germania.

La svalutazione, anche se non si fosse tradotta tutta in maggiore inflazione, avrebbe aiutato meno che altrove. Le ripercussioni finanziarie sulle banche, sul credito e quindi sull’economia di un default e di un’uscita dall’euro erano imprevedibili. Il pericolo di contagio nel 2010 era altissimo, ricordiamoci i tassi al 6-7 per cento sul debito italiano che pagavamo nel 2011. Quei tassi costrinsero il governo Monti a politiche di austerità urgenti che si tradussero (purtroppo) in un aumento di imposte. Un contagio generalizzato poteva innescare una seconda crisi finanziaria.

Certo dal 2010 ad oggi la Grecia ha pagato caro i suoi errori. Ma un luogo comune (sbagliato) è che la Grecia in questi ultimi anni sia stata soffocata dal peso degli interessi sul debito. Dal 2010 al 2014 la Grecia ha continuato a ricevere dai Paesi europei, dalla Bce e dal Fondo monetario un flusso netto positivo di aiuti, cioè più denaro di quanto dovesse pagarne in interessi sul suo debito estero (Ken Rogoff e Jeremy Bulow, http://www.vox.eu). Solo quest’anno, dopo che Tsipras ha arrestato il processo di riforme, il flusso netto è diventato negativo. E con esso la crescita. Dopo anni di recessione la Grecia nel 2014 aveva ricominciato a crescere: quest’anno il segno è di nuovo negativo.

Questi sono i numeri. Il resto è ideologia e politica. Se la Grecia geograficamente si trovasse al posto del Portogallo, anziché nel mezzo del Mediterraneo fra Siria e Turchia, sarebbe già fuori dall’euro. Conoscendo bene la geografia politica Tsipras l’ha usata per cercare di ricattare l’Europa. Gli è andata male. Se farà quanto domenica notte si è impegnato a fare è improbabile che il suo governo sopravviva. La Grecia forse sì, se un altro governo ci riuscirà. In quel piano ci sono quasi tutte le riforme che da anni il Paese avrebbe dovuto fare e non ha mai fatto, dalle liberalizzazioni alle privatizzazioni (il cui ricavato verrà destinato ad un fondo speciale sotto il controllo dei creditori, in modo che i greci non possano spenderlo) alla riforma del sistema fiscale e della giustizia civile. C’è anche la promessa implicita, dei creditori, ad allungare la scadenza del debito e ridurne gli interessi, cioè a tagliarlo significativamente.

Funzionerà tutto questo o tra sei mesi saremo al punto di oggi? Il risultato del referendum del 5 luglio non lascia ben sperare, ma stiamo a vedere

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Corriere della Sera 14 luglio 2015

http://www.corriere.it/editoriali/15_luglio_14/crisi-grecia-ideologie-numeri-alesina-giavazzi-72a08a60-29e7-11e5-b455-a2526e9b2de2.shtml

Solo lo spirito del Dopoguerra potrà salvarci dalla crisi eterna

bexitGli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti.

I primi focalizzano la loro attenzione sugli aggregati, come l’inflazione, l’occupazione e la crescita del Pil. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un’impresa.

La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore “copia-incolla” proposte dai creditori non hanno affrontato l’enormità di nessuno di questi due problemi.

Alla fine degli anni Novanta la Germania aveva un problema di domanda aggregata (un concetto macroeconomico). Dopo un decennio di moderazione salariale, che aveva fatto calare il costo unitario del lavoro, ma anche il tenore di vita, non c’era più abbastanza domanda in Germania per i beni prodotti dalla Germania stessa, che quindi dovette andare a cercare domanda all’esterno. La liquidità in eccedenza nelle banche tedesche fu prestata all’estero, a banche straniere come quelle greche. Le banche greche prendevano i prestiti dalla Germania e prestavano a loro volta alle imprese greche per consentire loro di acquistare beni tedeschi, incrementando in tal modo le esportazioni teutoniche. Tutto questo ha fatto crescere tanto l’indebitamento del settore privato ellenico. Non a caso sono le banche tedesche a detenere una grossa fetta del debito greco (21 miliardi di euro).

Il fattore cruciale è che il maggiore indebitamento non è stato accompagnato da un incremento della competitività (un concetto microeconomico). Le imprese greche non investivano in quelle aree che fanno aumentare la produttività (formazione del capitale umano, ricerca e sviluppo, nuove tecnologie e cambiamenti strategici nella struttura delle organizzazioni). Oltre a questo, lo Stato non funzionava, per via della mancanza di riforme serie del settore pubblico. Pertanto, quando è arrivata la crisi finanziaria, il settore privato greco si è ritrovato altamente indebitato, senza la capacità di reagire.

Come altrove, questa massa di debito privato si è tradotta in un secondo momento in un debito pubblico di vaste proporzioni. Se è vero che il sistema greco era gravato di varie tipologie di inefficienze, è semplicemente falso che i problemi siano dovuti esclusivamente all’inefficienza del settore pubblico e a “rigidità” di vario genere. La causa principale è stata l’inefficienza del settore privato, capace di tirare avanti solo indebitandosi e sfruttando i “fondi strutturali” dell’Unione Europea per compensare la propria carenza di investimenti. Quando la crisi finanziaria ha messo a nudo il problema, il governo ha finito per dover soccorrere le banche e si è ritrovato a fare i conti con un tracollo del gettito fiscale, a causa del calo dei redditi e dell’occupazione. I livelli del debito in rapporto al Pil in Grecia, come in quasi tutti i Paesi, sono cresciuti in modo esponenziale dopo la crisi, per le ragioni che abbiamo detto.

La reazione della Trojka è stata di imporre misure di rigore, che come adesso ben sappiamo hanno provocato una contrazione del Pil greco del 25 per cento e una disoccupazione a livelli record, distruggendo in modo permanente le opportunità per generazioni di giovani greci.

Syriza ha ereditato questo disastro e si è focalizzata sulla necessità di accrescere la liquidità incrementando le entrate fiscali attraverso la lotta contro l’evasione, la corruzione e le pratiche monopolistiche, nonché il contrabbando di carburante e tabacco. Ha accettato di riformare la normativa del lavoro, di tagliare la spesa e di alzare l’età pensionabile. Errori sono stati commessi dal giovane governo, ma certo non si può dire che non stesse facendo progressi, perché molte riforme avevano già preso il via. Anzi, nei primi quattro mesi di governo Tsipras il Tesoro ellenico aveva ridotto drasticamente il disavanzo e aveva un avanzo primario (cioè senza calcolare il pagamento degli interessi sul debito) di 2,16 miliardi di euro, molto al di sopra degli obbiettivi iniziali di un disavanzo di 287 milioni di euro.

L’austerità ha aiutato? No. Come sottolineava John Maynard Keynes, nei periodi di recessione, quando i consumatori e il settore privato tagliano le spese, non ha senso che lo Stato faccia altrettanto: è così che una recessione si trasforma in depressione. Invece la Trojka ha chiesto sempre più tagli e sempre più in fretta, lasciando ai greci poco spazio di manovra per continuare con le riforme intraprese e al tempo stesso cercare di accrescere la competitività attraverso una strategia di investimenti.

La crisi economica ha prodotto una crisi umanitaria a tutti gli effetti, con la gente incapace di acquistare cibo e medicine. Secondo uno studio, per ogni punto percentuale in meno di spesa pubblica si è avuto un aumento dello 0,43 per cento dei suicidi fra gli uomini: escludendo altri fattori che possono indurre al suicidio, tra il 2009 e il 2010 si sono uccisi «unicamente per il rigore di bilancio» 551 uomini. Syriza ha reagito promettendo cure mediche gratuite per disoccupati e non assicurati, garanzie per l’alloggio ed elettricità gratuita per 60 milioni di euro. Si è anche impegnata a stanziare 765 milioni di euro per fornire sussidi alimentari.

La priorità data da Syriza alla crisi umanitaria e il rifiuto di imporre altre misure di austerità sono stati accolti con grande preoccupazione e una totale mancanza di riconoscimento per le riforme già avviate. I media hanno alimentato questo processo e il resto è storia: quello che è successo poi, ovviamente, è stato abbondantemente raccontato dai giornali.

L’indisponibilità a condonare almeno in parte il debito greco è ovviamente un atto di ipocrisia, se si considera che al termine della guerra la Germania ottenne il condono del 60 per cento del suo debito. Una seconda forma di ipocrisia, spesso trascurata dai mezzi di informazione, è il fatto che tante banche sono state salvate e condonate senza che la cosa abbia suscitato grande scandalo fra i ministri dell’Economia. Oggi il salvataggio di cui avrebbe bisogno la Grecia ammonta a circa 370 miliardi di euro, ma non è nulla in confronto ai salvataggi internazionali messi in piedi per banche come la Citigroup (2.513 miliardi di dollari), la Morgan Stanley (2.041 miliardi), la Barclays (868 miliardi), la Goldman Sachs (814 miliardi), la JP Morgan (391 miliardi), la Bnp Paribas (175 miliardi) e la Dresdner Bank (135 miliardi). Probabilmente l’impazienza di Obama nei confronti della Merkel nasce dal fatto che lui conosce queste cifre! Sa perfettamente che quando il debito è troppo grosso, ed è impossibile che venga restituito alle condizioni correnti, dev’essere ristrutturato.

Il terzo tipo di ipocrisia è il fatto che mentre la Germania imponeva ai greci (e agli altri vicini del Sud) politiche di austerità, per quanto la riguardava incrementava la spesa per ricerca e sviluppo, collegamenti fra scienza e industria, prestiti strategici alle sue medie imprese (attraverso una banca di investimenti pubblica molto dinamica come la KfW) e così via. Tutte queste politiche ovviamente hanno migliorato la competitività tedesca a scapito di quella altrui. La Siemens non si è aggiudicata appalti all’estero perché paga poco i suoi lavoratori, ma perché è una delle aziende più innovative al mondo, anche grazie a questi investimenti pubblici. Un concetto microeconomico. Che rimanda a un altro macroeconomico: una vera unione monetaria è impossibile tra paesi così divergenti nella competitività.

Riassumendo, la rigorosa disciplina di bilancio usata oggi dall’Eurogruppo per mettere “in riga” la Grecia non porterà crescita al Paese ellenico. La mancanza di domanda aggregata (problema macroeconomico) e la mancanza di investimenti in aree capaci di accrescere la produttività e l’innovazione (problema microeconomico) serviranno solo a rendere la Grecia più debole e pericolosa per gli stessi prestatori. Sì, servono riforme di vasta portata, ma riforme che aiutino a migliorare questi due aspetti. Non soltanto tagli. Allo stesso modo, è necessario che la Germania si impegni di più a livello nazionale per accrescere la domanda interna, e che consenta in altri Paesi europei quel genere di politiche che le hanno permesso di raggiungere una competitività reale. Il fatto che l’Eurogruppo non comprenda tutto questo è dimostrazione di incapacità di pensare a lungo termine e ignoranza economica (chi comprerà le merci tedesche se l’austerità soffoca la dola domanda negli altri paesi?).

Speriamo questa settimana di vedere meno mediocrità e più capacità di pensare in grande, come successe dopo la guerra e come abbiamo bisogno che succeda adesso, dopo una delle peggiori crisi finanziarie della storia.

Mariana Mazzucato

Repubblica 13 luglio 2015

 

Le previsioni del Fondo monetario

 

sferLe prospettive di crescita per l’anno in corso rimangono sostanzialmente invariate, secondo le previsioni che il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha appena divulgato a Washington. L’economia mondiale crescerà del 3,5 per cento come previsto dalla medesima istituzione lo scorso gennaio.

Il complesso delle economie avanzate dovrebbe registrare un tasso di espansione del 2,4 per cento, riflettendo il ridimensionamento della crescita dell’economia americana (dal 3,1 previsto lo scorso gennaio al 2,5) compensato in parte da una maggiore crescita dell’Eurozona pari all’1,5 per cento (contro l’1,2 di gennaio).

Nell’Eurozona, i paesi core sospingono la ripresa con Germania e Francia che crescono dell’1,6 e dell’1,2 per cento rispettivamente, un aumento di quasi un terzo di punto percentuale rispetto allo scorso esercizio previsionale. Per l’Italia, le previsioni parlano di una crescita dello 0,5 per cento, un decimale in più di quanto ci si attendeva a gennaio.

Ma è la Spagna a confermarsi l’elemento di sorpresa nell’Eurozona, con un tasso previsto di espansione pari al 2,5 per cento, in rialzo di mezzo punto dallo scorso esercizio previsionale, sospinto da una favorevole dinamica del mercato del lavoro, dalle esportazioni trainate dal deprezzamento dell’euro e, infine, da un miglioramento dell’accesso al credito facilitato dalle politiche di Quantitative easing (o allentamento quantitativo) della Banca centrale europea.

Tra le economie emergenti, in Asia le previsioni per la Cina rimangono stabili al 6,8 per cento, mentre l’India registra una sorpresa positiva con un tasso di crescita in aumento al 7,5 per cento. Alla sostenuta dinamica dei giganti asiatici, si contrappongono le previsioni meno favorevoli di Russia e Brasile, il cui pil dovrebbe contrarsi, rispettivamente, del 3,8 e dell’1,1 per cento nell’anno in corso.

Eppure, a fronte della dinamica sostanzialmente invariata rispetto al precedente ciclo previsivo, le analisi dell’istituzione multilaterale rivelano un persistente deterioramento del tasso di crescita potenziale dell’economia mondiale negli anni a venire. Per le economie avanzate, la compressione del tasso potenziale era evidente già prima della crisi; l’eruzione di quest’ultima ha finito dunque con l’accentuare la dinamica già in atto. L’invecchiamento della popolazione, la caduta nella spesa degli investimenti e, durante la crisi, il deterioramento della situazione occupazionale hanno determinato tale ridimensionamento delle prospettive di crescita nel medio periodo rispetto al contesto pre-crisi. Per le economie emergenti, inoltre, si va attenuando l’elemento propulsivo che ne ha sospinto sinora la convergenza verso le economie avanzate.

La risposta, secondo l’istituzione di Washington, consiste nel sostenere la domanda aggregata nel breve periodo sfruttando tutti gli elementi di flessibilità disponibili, per esempio con politiche monetarie nell’Eurozona in cui l’inflazione dovrebbe rimanere sotto il 2 per cento fino al 2020. Allo stesso tempo, il Fmi raccomanda un aumento degli investimenti, infrastrutturali e in ricerca e sviluppo, per espandere l’offerta aggregata. L’Italia è il fanalino di coda: gli investimenti in ricerca e sviluppo sono tra i più bassi tra le economie dell’Eurozona sia rispetto al pil sia come numero di addetti rispetto al totale degli occupati. Nel complesso, le analisi del Fmi aggiungono ulteriore urgenza alla necessità di introdurre riforme strutturali per dare più slancio alla crescita che, in Italia, vuole anche dire sostenibilità di un’enorme massa di debito pubblico che a febbraio, secondo la Banca d’Italia, ha raggiunto la nuova cifra record di 2.169,2 miliardi.

Magre consolazioni sul pil e una lunga lista di consigli. Il Fmi sull’Italia<!– –>

di Domenico Lombardi | 15 Aprile 2015 | Il Foglio

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/04/15/pil-italia-magre-consolazioni-e-una-lunga-lista-di-consigli-il-fmi___1-v-127795-rubriche_c283.htm

Il Qe della BCE

qubce F acile dire “Quantitative easing”, una delle espressioni più utilizzate ultimamente da giornali, commentatori economici e addetti ai lavori e la cui popolarità cresce di giorno in giorno. Ma è difficile spiegare effettivamente che cos’è il Qe che Mario Draghi, il banchiere italiano che guida la Banca Centrale Europea, si appresta a lanciare sul territorio dell’eurozona, ufficialmente per salvaguardare la stabilità dei prezzi. Può facilmente diventare un passaggio storico per l’intera economia europea o un grande flop.

Il compito che Draghi ha davanti a sé è più arduo di quello affrontato dai suoi colleghi della Fed, della Bank of England e della Bank of Japan, dal 2009 a oggi. I loro programmi di quantitative easing erano obbiettivamente più semplici perché si rivolgevano a un solo paese. Il problema di Draghi è che in Europa esistono 19 paesi nell’euro e 28 partecipanti alla Ue ognuno con proprie emissioni di titoli di statointento di impedire che gli acquisti a pioggia di bond vadano in qualche modo a pesare sui bilanci degli Stati e quindi in ultima stanza sui contribuenti. Infine Draghi deve combattere contro lo scetticismo degli economisti, la maggior parte dei quali non è sicura che l’effetto finale del Qe possa tradursi in una ripresa dell’economia e quindi dell’inflazione verso la soglia minima del 2%, obiettivo esistenziale della Bce. Insomma una lunga serie di incognite circonda questo passaggio della politica monetaria europea e molte sono difficili da comprendere per il cittadino che però dovrebbe godere dei suoi benefici.

Vediamo di dipanare almeno in parte la matassa. Indebolire l’euro. Il primo effetto tangibile del Qe è quello di deprimere il cambio attraverso la creazione di base monetaria aggiuntiva. Si comprano i titoli di stato i cui rendimenti scendono e per questa via vi saranno meno afflussi di denaro verso i titoli denominati in euro. La svalutazione dell’euro è già in corso da qualche mese come diretta conseguenza degli annunci che via via Draghi ha fatto. Da 1,38 dollari per un euro si è passati a 1,18 ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di arrivare ancora più giù. «È inevitabile che l’euro si indebo-lisca, solo con lo shale gas gli Usa hanno guadagnato il 4-5% di competitività rispetto all’Europa. Il Qe deve avere l’obiettivo di abbattere il cambio fino a 1-1,1 contro il dollaro e di sollecitare i governi a continuare sul terreno delle riforme strutturali», osserva Davide Serra, fondatore e gestore dei fondi Algebris basati a Londra. Dai suoi conti il petrolio sotto i 60 dollari al barile vale per l’Italia uno 0,4% di Pil mentre ogni 10 centesimi di svalutazione dell’euro aumentano del 10% le esportazioni delle aziende. L’effetto combinato di valuta e petrolio dovrebbe far uscire l’Europa dal tunnel della recessione e portare una ripresa sostenuta.

Le banche impiombate. Draghi si è convinto della necessità di un Qe sui titoli di Stato perché i tentativi fin qui portati avanti di far affluire liquidità all’economia reale non hanno funzionato. La cinghia di trasmissione si è inceppata. I primi prestiti alle banche di inizio 2012 si sono tradotti in profitti per gli istituti attraverso gli impieghi in titoli di Stato ma non si sono trasformati in maggiori prestiti alle imprese. Anche le più recenti aste “Tltro” finalizzate all’economia reale, hanno registrato bassa richiesta da parte del sistema bancario (212 miliardi sugli oltre 400 previsti). «Il declassamento del rischio paese e i maggiori requisiti di capitale richiesti dagli organismi di sorveglianza inducono le banche a chiedere uno spread più alto sugli impieghi per remunerare il capitale», spiega Davide Grignani, responsabile Financial institutions di Société Générale a Milano. Il risultato è che in Italia e in altri cavnnbvPaesi i crediti in sofferenza rappresentano il problema principale e le erogazioni di prestiti alle imprese è diventata più selettiva. Le aziende sane che chiedono soldi per aumentare gli investimenti quelle export- oriented mentre le altre sono guardate con diffidenza. Il cavallo non beve, come si dice in questi casi. E le banche non gli danno da bere.

Incognita Grecia. «Il Qe potrebbe incidere ancor di più sul cambio rinvigorendo la crescita delle esportazioni visto che il 50% dei ricavi delle imprese viene da fuori dell’area euro», spiega Maria Paola Toschi, market strategist di JP Morgan Asset Management. «Draghi ha creato una forte aspettativa sul Qe e se questo non dovesse essere risolutivo sorgerebbe un altro problema per la Bce». Il percorso è accidentato e lo spettro di una nuova crisi della Grecia è tornato a materializzarsi nelle scorse settimane. Con una vittoria di Tsipras alle elezioni del 25 (3 giorni dopo la riunione della Bce) il tema della rinegoziazione del debito greco tornerebbe d’attualità e il percorso di austerity imposto dalla Troika (Bce, Ue, Fmi) messo in dubbio. A questo punto il dilemma di Draghi è il seguente: se include i titoli di stato greci nel Qe solleva le proteste della Germania e degli altri paesi rigoristi; se discrimina la Grecia con il Qe il mercato potrebbe pensare che la Germania e le nazioni forti hanno deciso di lasciare la Grecia al suo destino anche fuori dall’euro, come è stato paventato dai giornali tedeschi nei giorni scorsi. «Un’eventuale perdita sui titoli greci andrebbe a pesare sul bilancio della Bce e quindi sugli Stati partecipanti », ricorda Serra. «La Bce dovrebbe dire ai governi: vi compro i titoli di stato se fate una serie di riforme».

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(12 gennaio 2015)

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/01/12/news/arriva_il_quantitative_easing_ecco_le_quattro_opzioni_bce_per_rilanciare_credito_e_crescita-104771044/

 

Il nuovo mondo

APXCIl mondo è in movimento rapido. Lo è da tempo. E’ cambiata sostanzialmente la geoeconomia del mondo e i riflessi geopolitici non sono ancora del tutto ben definiti. L’unica cosa certa è che il mondo non ha i tempi dell’Europa, che sembra stare a guardare. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a due eventi che non possono essere liquidati solo per il loro impatto mediatico. La Cina ha ospitato a Pechino la riunione periodica dell’Asia-Pacific Economic Co-operation (Apec). Il presidente cinese ha ricevuto i grandi del mondo come il capo di una nazione “making the running” (copyright dell’Economist), cioè che conduce il gioco. Ha fatto scalpore l’annuncio dell’intesa con gli Stati Uniti sul controllo delle emissioni di CO2, e la promessa di un ulteriore accordo sull’eliminazione delle tariffe sui prodotti della “information technology”. Ma alla maggiore apertura mostrata su molti dossier spinosi, come si conviene a una potenza che si considera leader globale e, quindi, pronta a condividere la governance del mondo, si è affiancata l’azione di potenza che sta dietro l’annuncio della disponibilità a finanziare una nuova “via della seta”, cioè una strada di connessione tra l’Asia centrale e la Russia, con l’eventuale estensione fino all’Europa e al medioriente e all’Africa. Un programma d’investimenti di dimensioni enormi e che, soprattutto, sembra sottolineare lo spostamento dell’asse geoeconomico del mondo e il ruolo che la Cina si propone di giocare nel nuovo assetto, offrendo una base concreta di riavvicinamento sia alla Russia sia agli altri paesi asiatici interessati.

Altro segno di questa politica è stata la firma di un “memorandum of understanding” con altri venti paesi asiatici per istituire una nuova banca multilaterale di sviluppo, della quale la Cina sarà la principale azionista, e che probabilmente servirà anche a finanziare la nuova “via della seta”. Si susseguono anche accordi bilaterali con paesi emergenti per regolare l’interscambio in moneta nazionale e non più in dollari. E’ iniziata la sfida all’assetto di Bretton Woods, cioè alle istituzioni come la Banca mondiale e il Fmi. Istituzioni dominate dai paesi avanzati a guida americana, e poco propense a dare spazio nella loro governance ai paesi emergenti in base al loro nuovo peso economico nel mondo. Ancor più importante e significativa è stata la richiesta di Xi Jinping all’Apec di studiare la costituzione di una Free trade area of the Asia-Pacific (Ftaap). Qui si entra nel vivo della sfida per la leadership globale, perché è la risposta alla Trans pacific partnership, sponsorizzata dagli americani. Quest’ultima non piace alla Cina, che si confronta anche con l’avanzamento, sempre a guida americana, della Transatlantic trade and investment partnership (Ttip), destinata a creare una zona di libero scambio con l’Europa, con l’esclusione della Russia, in tal modo spinta verso l’Asia. Ciò ci conduce all’altro evento recente, la riunione del G20 di Brisbane, che in sintesi certifica tre cose. Il riconoscimento che non ci sarà crescita senza un impegno corale degli stati per sostenere un programma massiccio di investimenti. L’isolamento dell’Europa, accusata di essere l’area che frena la crescita mondiale con la sua insistenza nelle politiche di rigore fiscale. L’isolamento della Russia da parte degli Stati Uniti e dei membri europei del G20, con qualche attenuazione nella posizione italiana, per la sua politica aggressiva nell’est europeo, ma non il suo isolamento dal resto del mondo, in particolare dalla Cina.

La base economica dei problemi strategico-politici è il mutamento delle prospettive geoeconomiche. Entro poco più di una decade il 70 per cento del pil mondiale sarà prodotto da quello che eravamo abituati a chiamare il sud del mondo (Asia e Africa in primo luogo) e il 30 per cento nel nord del mondo, cioè essenzialmente l’occidente. Nulla di strano, si ritorna ai pesi relativi degli inizi dell’Ottocento, ma in una situazione del tutto cambiata. La questione centrale non è il mutamento in atto dei pesi economici relativi, dovuto alla riduzione del gap tecnologico e di produttività e alla stessa demografia, ma il fatto che il mutamento deve essere governato. In altri termini, la strategia cinese pone di fronte al resto del mondo, agli Stati Uniti e all’Europa in primo luogo, l’alternativa tra cooperazione per la crescita o la concorrenza e il conflitto. I segnali sono che la Cina, e con lei parte dell’Asia, è ancora disponibile alla prima strada, ma è già pronta all’opzione più pericolosa. Forse gli Stati Uniti se ne accorgeranno in tempo, ma l’Europa brancola nel buio, colta sempre impreparata dalla rapida evoluzione dei contesti.

di Ernesto Felli e Giovanni Tria

Il Foglio  -23 novembre 2014

APEC

http://www.apec.org/

 

 

G20 in Australia

g200Il Gruppo dei Venti (G20) riunisce i leader delle economie mondiali più avanzate e di quelle emergenti per affrontare le sfide economiche mondiali. Comprende 19 paesi e l’Unione Europea. I leader delle economie del G20 si incontrano annualmente e i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali del G20 lo fanno diverse volte l’anno. Come dimostrato dalla risposta alla crisi finanziaria globale del 2008, il G20 può intraprendere azioni decisive per migliorare la vita delle persone.

Il G20 ha inizio nel 1999 come un incontro di Ministri delle Finanze e Governatori delle Banche Centrali a seguito della crisi finanziaria asiatica. Venne stabilito di ampliare le discussioni sulle principali questioni di politica economica e finanziaria e di promuovere la cooperazione per ottenere una crescita mondiale stabile e sostenibile per il bene di tutti.

Nel 2008 si tenne il primo summit dei leader del G20 per tentare di reagire alla crisi finanziaria globale riconoscendo il fatto che il consenso internazionale e le azioni decisive richiedessero una spinta politica da parte dei leader. In quel summit i leader affermarono il loro impegno nell’opinione condivisa che i princìpi dei mercati, quali il libero scambio, i regimi di investimento, e i mercati finanziari regolati efficacemente, possano favorire il dinamismo, l’innovazione e l’intraprendenza, che sono elementi essenziali per la crescita economica, l’impiego e la riduzione della povertà.

I leader del G20 si sono incontrati otto volte dal 2008. I paesi del G20 rappresentano circa  l’85 per cento del prodotto interno lordo globale, oltre il 75 per cento del commercio globale e i due terzi della popolazione mondiale. Attraverso Dichiarazione di Intenti dei Leader del 5° Anniversario concordata a S. Pietroburgo nel settembre 2013, i paesi membri hanno riaffermato il ruolo del G20 come principale forum per la loro cooperazione economica internazionale.

L’agenda del G20 include il rafforzamento dell’economia globale, la riforma delle istituzioni finanziare internazionali, il miglioramento delle normative in materia di finanza e la supervisione su una più ampia riforma economica. Il G20 è concentrato anche sul sostegno ad una crescita economica globale, incluso l’impulso alla creazione di posti di lavoro e l’apertura dei mercati.

Per portare avanti l’agenda, gli alti funzionari ed i gruppi di lavoro coordinano ed avanzano una politica di sviluppo su tematiche specifiche in modo che sia pronta per la considerazione da parte dei leader e dei ministri delle finanze.

Il G20 si avvale delle analisi politiche e delle consulenze di organizzazioni internazionali quali il Financial Stability Board, l’organizzazione Internazionale del Lavoro, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, le Nazioni Unite, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Delle rappresentanze di queste organizzazioni sono invitate agli incontri chiave del G20

https://www.g20.org/g20_priorities/multilingual_content/italian_about

Il G20 nel 2014

Nel 2014 il summit dei leader si terrà a Brisbane ,in Australia,il 15 e 16 di novembre al Brisbane Convention and Exhibition Centre

https://www.g20.org/

 

Il G20 è un gruppo informale internazionale istituito nel 1999 che riunisce i 19 Paesi più industrializzati del mondo (Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, India, Indonesia, Italia, Messico, Regno Unito, Russia, Stati Uniti, Sud Africa e Turchia) e l’Unione Europea. Vi partecipano anche le istituzioni di Bretton Woods (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale), nonchè le principali organizzazioni internazionali (Nazioni Unite, Banca Mondiale, OIL, OCSE).

http://www.esteri.it/MAE/IT/Politica_Estera/G20/