Le previsioni del Fondo monetario

 

sferLe prospettive di crescita per l’anno in corso rimangono sostanzialmente invariate, secondo le previsioni che il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha appena divulgato a Washington. L’economia mondiale crescerà del 3,5 per cento come previsto dalla medesima istituzione lo scorso gennaio.

Il complesso delle economie avanzate dovrebbe registrare un tasso di espansione del 2,4 per cento, riflettendo il ridimensionamento della crescita dell’economia americana (dal 3,1 previsto lo scorso gennaio al 2,5) compensato in parte da una maggiore crescita dell’Eurozona pari all’1,5 per cento (contro l’1,2 di gennaio).

Nell’Eurozona, i paesi core sospingono la ripresa con Germania e Francia che crescono dell’1,6 e dell’1,2 per cento rispettivamente, un aumento di quasi un terzo di punto percentuale rispetto allo scorso esercizio previsionale. Per l’Italia, le previsioni parlano di una crescita dello 0,5 per cento, un decimale in più di quanto ci si attendeva a gennaio.

Ma è la Spagna a confermarsi l’elemento di sorpresa nell’Eurozona, con un tasso previsto di espansione pari al 2,5 per cento, in rialzo di mezzo punto dallo scorso esercizio previsionale, sospinto da una favorevole dinamica del mercato del lavoro, dalle esportazioni trainate dal deprezzamento dell’euro e, infine, da un miglioramento dell’accesso al credito facilitato dalle politiche di Quantitative easing (o allentamento quantitativo) della Banca centrale europea.

Tra le economie emergenti, in Asia le previsioni per la Cina rimangono stabili al 6,8 per cento, mentre l’India registra una sorpresa positiva con un tasso di crescita in aumento al 7,5 per cento. Alla sostenuta dinamica dei giganti asiatici, si contrappongono le previsioni meno favorevoli di Russia e Brasile, il cui pil dovrebbe contrarsi, rispettivamente, del 3,8 e dell’1,1 per cento nell’anno in corso.

Eppure, a fronte della dinamica sostanzialmente invariata rispetto al precedente ciclo previsivo, le analisi dell’istituzione multilaterale rivelano un persistente deterioramento del tasso di crescita potenziale dell’economia mondiale negli anni a venire. Per le economie avanzate, la compressione del tasso potenziale era evidente già prima della crisi; l’eruzione di quest’ultima ha finito dunque con l’accentuare la dinamica già in atto. L’invecchiamento della popolazione, la caduta nella spesa degli investimenti e, durante la crisi, il deterioramento della situazione occupazionale hanno determinato tale ridimensionamento delle prospettive di crescita nel medio periodo rispetto al contesto pre-crisi. Per le economie emergenti, inoltre, si va attenuando l’elemento propulsivo che ne ha sospinto sinora la convergenza verso le economie avanzate.

La risposta, secondo l’istituzione di Washington, consiste nel sostenere la domanda aggregata nel breve periodo sfruttando tutti gli elementi di flessibilità disponibili, per esempio con politiche monetarie nell’Eurozona in cui l’inflazione dovrebbe rimanere sotto il 2 per cento fino al 2020. Allo stesso tempo, il Fmi raccomanda un aumento degli investimenti, infrastrutturali e in ricerca e sviluppo, per espandere l’offerta aggregata. L’Italia è il fanalino di coda: gli investimenti in ricerca e sviluppo sono tra i più bassi tra le economie dell’Eurozona sia rispetto al pil sia come numero di addetti rispetto al totale degli occupati. Nel complesso, le analisi del Fmi aggiungono ulteriore urgenza alla necessità di introdurre riforme strutturali per dare più slancio alla crescita che, in Italia, vuole anche dire sostenibilità di un’enorme massa di debito pubblico che a febbraio, secondo la Banca d’Italia, ha raggiunto la nuova cifra record di 2.169,2 miliardi.

Magre consolazioni sul pil e una lunga lista di consigli. Il Fmi sull’Italia<!– –>

di Domenico Lombardi | 15 Aprile 2015 | Il Foglio

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/04/15/pil-italia-magre-consolazioni-e-una-lunga-lista-di-consigli-il-fmi___1-v-127795-rubriche_c283.htm

I Brics perdono velocità

nyE’ la rivincita del Vecchio mondo. Proprio quando il suo declino sembrava irreversibile, ecco arrivare uno scatto inatteso. Quest’anno la crescita globale sarà trainata dai Paesi di più antica industrializzazione, America e Giappone sopra tutti. Invece sono gli emergenti a incappare in una brutale frenata, che non risparmia quasi nessuno tra loro.

Il club dei Brics (Brasile Russia India Cina Sudafrica) diventa sinonimo di turbolenze e difficoltà. Gran parte del merito per la rivincita dell’Occidente, spetta agli Stati Uniti. La loro crescita – ormai al quarto anno consecutivo post-recessione – non è prodigiosa e tuttavia si consolida, con dati positivi che continuano anche sul mercato del lavoro (le richieste di indennità di disoccupazione hanno toccato un nuovo minimo).

A fine anno il Pil americano dovrebbe crescere del 2,5%. Il Giappone viaggia ad una velocità analoga, dopo aver copiato la ricetta monetaria americana (vasti acquisti di bond da parte della Banca centrale con l’esplicito obiettivo di creare inflazione), e il suo Pil è cresciuto del 2,6% nel secondo trimestre. Perfino l’eurozona dà segnali di risvegliarsi dal coma profondo, sia pure limitatamente al nucleo duro germanico- francese, e nel secondo trimestre ha avuto un aumento del Pil dell’0,3%. La Gran Bretagna si è agganciata a sua volta al treno della “ripresa lenta”. Per quanto fragile sia (in Europa), o insufficiente a riassorbire tutta la disoccupazione (negli Usa), la situazione del Vecchio mondo è in contrasto con quel che accade agli emergenti.

Secondo le stime della società d’investimento Bridgewater, gli Usa con il Giappone e le altre economie sviluppate forniranno circa il 60% della crescita globale quest’anno. Per una singolare coincidenza, il 2013 era stato segnalato proprio come l’anno del sorpasso degli “altri”, quello in cui il Pil di tutti gli emergenti avrebbe superato la soglia del 50% del totale mondiale. Lo stesso Fondo monetario internazionale vede una leggerissima accelerazione della crescita mondiale – dal 3,2% nel 2012 al 3,3% quest’anno – proprio grazie alle performance di Usa e Giappone. Il rallentamento dei Brics, avvertono gli analisti di Bridgewater, potrebbe avere conseguenze profonde sui flussi dei capitali, e sulle strategie delle imprese multinazionali che negli ultimi anni erano diventate “Brics-dipendenti”. La chiave di quel che accade nelle economie emergenti sta in parte in America, in parte in Cina. All’origine di tutto ci sono ancora una volta le politiche monetarie delle banche centrali. Quella americana è ormai avviata verso una rapida normalizzazione. Presto (forse già a settembre) cominceranno a diminuire gli imponenti acquisti di bond da parte della Fed (finora al ritmo di 85 miliardi al mese). Questo, oltre a provocare nervosismo a Wall Street per il venir meno della “droga” monetaria, sta anche prosciugando i flussi di capitali verso le economie emergenti. L’India è un caso tipico: la rupia sta crollando e il governo di New Delhi ha dovuto reintrodurre controlli sui movimenti dei capitali, proprio perché l’aumento dei rendimenti americani fa tornare verso gli Stati Uniti dei capitali che avevano contribuito a finanziare la crescita indiana. Dalla Turchia al Brasile, anche le recenti proteste e tensioni sociali non sono avulse da un contesto economico che si sta deteriorando. In Cina la frenata della crescita (pur sempre al 7,5%) è stata inizialmente voluta e manovrata dal governo e dalla banca centrale, per contrastare i rischi di surriscaldamento dell’economia e bucare le bolle speculative. Nessuno capisce però se questo gioco stia sfuggendo di mano alle autorità di Pechino. La Goldman Sachs sottolinea con inquietudine l’alto livello di indebitamento del sistema delle imprese in Cina: i loro debiti cumulati valgono il 142% del Pil. «Fino a ieri avevamo paura dei cinesi, ora abbiamo paura per i cinesi», ha scritto il premio Nobel Paul Krugman. La stretta creditizia cinese, per quanto motivata dalla necessità di porre fine a un periodo di sovra- investimenti pubblici e privati, sta provocando effetti a catena: i prezzi immobiliari scendono, le famiglie si scoprono oberate di mutui fatti per comprare appartamenti a prezzi eccessivi, e si sfalda anche quel vasto sistema bancario “ombra” che ha finanziato la piccola e media impresa. Alcuni sintomi di difficoltà della Cina somigliano a quelli che precedettero il crac del Giappone negli anni Novanta e quello dell’America nel 2008. Il rallentamento della Cina ha conseguenze su tutte quelle economie emergenti che esportano materie prime e risorse naturali, e di cui la Repubblica Popolare era diventata il principale mercato di sbocco. Questo spiega le difficoltà che colpiscono nazioni tanto diverse come il Brasile e l’Indonesia. Anche in questi casi i comportamenti degli investitori finanziari fanno da moltiplicatore. Finché i bond americani rendevano poco o niente, vaste quantità di capitali erano andate a caccia di profitti nelle piazze più esotiche. La prospettiva di un rialzo degli interessi Usa, e la ripresa economica delle aree di vecchia industrializzazione, stanno invertendo i flussi dei capitali

Federico Rampini su Repubblica del 17 agosto 2013 – È la rivincita del Vecchio Mondo volano Usa e Giappone, male i Brics  –

Profonda recessione

L’Italia non riesce a rialzare la testa e resta in profonda recessione. Nel primo trimestre 2013, il Pil è caduto dello 0,5% rispetto ai tre mesi precedenti e del 2,3% sullo stesso periodo dello scorso anno: è il settimo trimestre consecutivo in calo. Una recessione così lunga non si era verificata dal primo trimestre del 1990, ma soprattutto significa che l’Italia non registra alcuna crescita economica dalla seconda metà del 2011. Peggio: ancora una volta i dati rilevati dall’Istat sono più negativi delle attese degli economisti. Gli addetti ai lavori avevano previsto un calo dello 0,4% rispetto alla fine dello scorso anno e del 2,2% sui primi tre mesi del 2012. A fine marzo, quindi, la variazione acquisita per l’anno in corso è dell’1,5%, in negativo: si tratta del calo del Pil in assenza di qualunque aggiustamento fino da qui alla fine dell’anno…..

La debolezza dell’Italia  risulta ancora peggiore se confrontata con le performance dei Paesi anglosassoni. Nel confronto con il trimestre precedente, il Pil Usa è salito dello 0,6% e quello inglese dello 0,3%.

In Europa, invece, si mette in evidenza il lieve progresso della Germania (+0,1%), seppure sotto le attese, che si confronta con l’ingresso in recessione della Francia in  calo dello 0,2%. Si tratta della seconda recessione in un anno. L’ingresso della Francia in zona recessione “non è una sorpresa”: è “largamente dovuto al contesto dell’area euro”, sono state le parole del ministro dell’economia francese Pierre Moscovici, che ha assicurato che il Paese manterrà al tempo stesso la previsione di una crescita dello 0,1% nel 2013 e il suo obiettivo di invertire la curva della disoccupazione entro l’anno.
Eurozona.  Nel primo trimestre 2013 il Pil è diminuito dello 0,2% nell’Eurozona (Ue a 17) e dello 0,1% nella Ue a 27, rispetto al trimestre precedente. Nel quarto trimestre 2012, secondo le stime di eurostat, i tassi di crescita erano rispettivamente pari a -0,6% e -0,5%. Nel confronto con il primo trimestre 2012 il Pil (al netto delle variazioni stagionali) è sceso nel primo quarto 2013 dell’1% nell’area euro e dello 0,7% nella Ue27, dopo i -0,9% e -0,6% del quarto trimestre 2012.

http://www.repubblica.it/economia/2013/05/15/news/istat-58828572/?ref=HREC1-4

L’indice della disparità

Fino a pochi anni fa il coefficiente di Gini era un indicatore usato soprattutto per mostrare le disuguaglianze nei Paesi del Sud America, come Cile e Brasile. Dopo la crisi economica e finanziaria cominciata nel 2007, però, viene usato sempre più spesso come termometro del malessere sociale e dell’impoverimento della classe media dei Paesi avanzati. Il Nobel Joseph Stiglitz ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia (e un libro) per denunciare le disparità crescenti negli Stati Uniti. ….

 Non solo il coefficiente di Gini in Italia è sopra la media Ue, ma dal 2008 in poi è tornato a crescere e oggi risulta più alto dei grandi Paesi vicini con cui siamo soliti confrontarci, come Francia e Germania. Senza parlare della distanza notevole che ci separa dai Paesi scandinavi, che sono invece i più egualitari del pianeta.

Ma come funziona esattamente? Il coefficiente deve il suo nome allo statistico italiano Corrado Gini che lo introdusse per misurare la disuguaglianza di una distribuzione, quindi anche la concentrazione del reddito e della ricchezza. È una scala che va da 0 a 1. Zero significa che non ci sono disparità e tutti sono uguali; 1 indica che una sola persona prende tutto, perciò la disuguaglianza è massima. Talvolta (guarda il grafico) si preferisce usare la scala da 0 a 100, ma la sostanza non cambia.

 In Italia il coefficiente di Gini nel 2011, secondo gli ultimi dati pubblicati a metà febbraio da Eurostat, era pari a 31,9, oltre un punto percentuale il valore della media dei 27 Paesi Ue (30,7). In Germania era pari a 29, in Francia a 30,8. Ma osservando la serie degli ultimi dieci anni si scopre come la crisi economica e finanziaria, portando alta disoccupazione e pesanti misure di austerità, abbia influito anche nella distribuzione del reddito e rappresentato un’inversione di tendenza. Dal 2004, quando l’indice italiano segna un valore del 33,2, il coefficiente di Gini diminuisce progressivamente, anno dopo anno, fino al 2008, quando scende fino a quota 31. Poi dal 2009, in piena crisi, invece torna a crescere.

La tendenza è ancora più impressionante in Francia, che allo scoppio della crisi, nel 2007 presenta un coefficiente di Gini pari a 26,6. L’anno dopo l’indicatore balza a 29,9 per poi crescere fino a 30,8 nel 2011.

Anche la Germania, che con il suo «socialismo di mercato» è sempre stata considerata tra i Paesi più attenti alla distribuzione del reddito nell’Europa continentale, paga pegno. Il trend tedesco però ha tempi sfasati con il resto d’Europa. L’annus horribilis è il 2007, quando il suo coefficiente di Gini raggiunge quota 30,4 (era 26,1 nel 2005). Ma torna a scendere anno dopo anno, anche se nel 2011 resta a 29.

Stanno peggio i Paesi più colpiti dalla crisi, come Spagna (34), Portogallo (34,2) e Grecia (33,6), ma già partivano da disuguaglianze più marcate. Come il Regno Unito, ad esempio, che nonostante la crisi oggi presenta un po’ meno disuguaglianze del 2002. I Paesi più egualitari si confermano Svezia (24,4) e Finlandia (25,8), mentre la Norvegia (che non fa parte della Ue) fa ancora meglio (22,9). Ma gli ultimi anni di crisi hanno segnato un peggioramento della distribuzione del reddito anche a Stoccolma, che peggiora di oltre due punti rispetto al valori del 2002. Un caso a parte è la Lettonia, la piccola repubblica baltica che nei giorni scorsi ha chiesto di entrare nell’Eurozona, nel 2006 aveva il più alto coefficiente di Gini in Europa, pari a 39,2. Nel 2011, a dispetto della crisi, è riuscita a scendere a 35.4.

E il resto del mondo? Il record della disuguaglianza, secondo le statistiche più aggiornate della Banca mondiale e dall’Ocse, spetta a Paesi come il Sud Africa che, dopo l’abolizione dell’apartheid, presenta un coefficienti di Gini di oltre 60 punti. O il Brasile che, nonostante le politiche di Lula, ha ancora molta strada da fare visto che il suo indicatore è superiore a 50 punti. O la Nigeria. La cosa più sorprendente, però, è che gli avanzati e tecnologici Stati Uniti hanno un coefficiente di Gini oltre lo 0,4, in aumento e sempre più vicino a quello cinese (0,47 per il 2012 secondo Pechino).

http://www.corriere.it/economia/13_marzo_11/italia-regina-europea-delle-diseguaglianze-cosi-la-crisi-ha-impoverito-la-classe-media-giuliana-ferraino_6ce2bd86-8a0d-11e2-8bbd-a922148077c6.shtml

Un video sul coefficente di Gini

Economia greco-latina

latino[1]Rilanciata dal discorso di Ratzinger, la lingua latina conosce una nuova primavera e la Francia le rende omaggio: «Domina l’economia mondiale dei prodotti»

Solo nostalgia? No. Il «Figaro» nota che il latino non solo è vivo e vegeto, ma vende anche benissimo. E riporta una dichiarazione di Marcel Botton, presidente della società Nomen International, specializzata nel trovarne uno ai prodotti: «l’economia mondiale dei prodotti è greco-latina» e «le lettere latine dominano il mondo». Esagerato? Macché. Ci sono le automobili Volvo, Audi e Fiat (Fabbrica Italiana Automobili Torino, ma anche verbo latino), i fermenti lattici di Actimel, la crema Nivea, gli orologi Festina, i tappi per le orecchie Quies, computer Acer, le salse Rustica, l’omino della Michelin si chiama Bibendum e Navigo l’abbonamento alla metro di Parigi. La mitologia greca va forte nella moda: Hermès, Nike.  

 Non è solo questione del latino che insegna a ragionare, a sistemare i pensieri in ordine logico, soggetto verbo e complemento, come ci ripetevano quando recalcitravamo davanti al rosa rosae. E’ che il latino è economo di parole, è tutto nervi e niente grasso, incita e anzi obbliga alla sintesi. Niente di meglio per gli slogan. Altro che tweet. …

http://www.lastampa.it/2013/02/18/societa/la-riscossa-del-latinorum-f7MvGVmwMLPZn14Rk9trZP/pagina.html

UE: accordo sul bilancio per i prossimi 7 anni

bilancio ue“Un bilancio equilibrato e orientato alla crescita”, anche se “non perfetto”, ha detto il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, commentando l’intesa sul bilancio, che “ha dimostrato il senso di responsabilità collettivo” dei leader Ue. “E’ fatta! I 27 membri dell’Ue hanno trovato l’accordo sul quadro di bilancio 2014-2020. L’Europa ha dimostrato di essere in grado di agire”, è invece quanto ha scritto il portavoce del cancelliere tedesco, Angela Merkel, su Twitter. Salutando Mario Monti al termine del Summit, i principali leader europei gli hanno detto “mai l’Italia aveva ottenuto risultati così buoni”: lo ha riferito lo stesso ex premier a Bruxelles al termine del Vertice europeo. “Un buon compromesso”, ha detto il presidente francese François Hollande…..

Ma a farla da padrone sono soprattutto i tagli, che vanno maggiormente a colpire aree nevralgiche per la crescita economica: infrastrutture, innovazione e ricerca vengono ulteriormente tagliati di 13,84 miliardi

http://www.repubblica.it/economia/2013/02/08/news/ue_proposta_bilancio-52176825/?ref=HREA-1

 

BILANCIO EUROPEO

Ognuno di noi paga 75 cent al giorno per il bene comune a dodici stelle. Meno di un caffè al bar sotto casa. 

Gli amici dell’integrazione europea ripetono che i soldi messi nel bilancio europeo tornano. Il presidente dell’Europarlamento, Martin Schulz, ama ricordare che ogni euro investito in progetti transfrontalieri ne attira almeno altri tre o quattro. Si è vista fomentare una gran letteratura nelle capitali a proposito dell’Europa che ruba dai conti nazionali per spenderli a piacimento, ma è retorica populista. I soldi finiscono in programmi comuni e si moltiplicano, generano benessere e dunque domanda. Certo il principio della solidarietà fa sì che i più ricchi ci rimettano qualcosa. Ma i club si formano per condividere i denari, oltre che i sogni. E per dare una chance a chi a meno.

Il meccanismo di definizione è preciso, abbastanza democratico e certamente laborioso. Si lavora su una pianificazione settennale, disegnata inizialmente dalla Commissione Ue (il braccio esecutivo), poi discussa e in generale riformulata dal Consiglio (gli stati), che chiudono un pacchetto da sottoporre al Parlamento Ue (eletto a suffragio universale). …

I soldi da spendere vengono versati dagli stati membri in proporzione del pil (circa 76% del totale), corroborati da una percentuale dei dazi doganali (12%), e da parte dell’Iva (11%). Il metodo fa si che i paesi più ricchi mettano più soldi in cassa, dunque Germania prima, poi Francia e Italia. I soldi, in genere, si rivedono. Però la regola della solidarietà fa si che chi sta meglio spenda più di quanto raccolga. In gergo si chiamano “contributori netti” e noi siamo i re della categoria per due motivi. Uno l’ha spiegato più volte il premier Monti, l’intesa 2006-2013 non è stata ben negoziata (da Berlusconi). L’altro è la nostra storica limitata capacità di assorbimento dei fondi.

Sin dall’inizio della comunitaria la principale destinazione di spesa è la Pac, politica agricola comune. «Si tratta di assicurare la certezza alimentare», l’ha riassunta François Hollande. Francia e Italia sono i principali beneficiari degli aiuti (58,7 nel 2011 per le risorse naturali) che rappresentano una ricetta composita di protezione e sviluppo (nonché consenso). C’è chi dice che senza la Pac mangeremmo solo cinese, ma anche chi ritiene che le vacche si siano mantenute grasse coi soldi dei contribuenti. Gli scandali sulle quote latte violate e le arance buttate non hanno fatto bene a una strategia che ha certamente avuto il merito di accelerare l’ammodernamento del comparto.

Seconda voce è la coesione. Gli aiuti regionali, sono 309 miliardi nella proposta Van Rompuy. L’Italia ne ha incassati a bizzeffe, costruendo e frodando con quasi pari dedizione. La Spagna ne ha fatto l’arma segrete per uscire dalla depressione postfranchista. I falchi del rigore vorrebbero tagliarli, insieme con l’agricoltura, per puntare sull’innovazione, 152 miliardi (2014-20, bozza) per le reti di Trasporto, Energia e Tlc. Queste saranno smagrite, mentre si cerca di salvare l’umanitario (l’Ue è il primo fornitore di aiuti) e piccoli gioielli come Erasmus, il più amato dai giovani. Come la Formazione di cui è parte (1,2 miliardi nel 2011) e la Ricerca (8,6 miliardi)

L’amministrazione europea costa fra il 5 e il 6 del totale, (8,2 miliardi nel 2011). E’ meno di quanto spende una media città italiana per la sua funziona pubblica. ….

http://www.lastampa.it/2013/02/08/economia/bilancio-ue-di-cosa-stiamo-parlando-ognuno-di-noi-paga-cent-al-giorno-aN70zDBnIp1Wac3vytbWnI/pagina.html