Le conseguenze pratiche della Brexit

 images[10]CONSEGUENZE PER I BRITANNICI CHE VIVONO IN GRAN BRETAGNA  

IL VISTO

L’effetto Brexit più immediato ed evidente dovrebbe essere sentito sulla libera circolazione dei britannici nei Paesi Ue: se finora bastava la carta d’identità per muoversi all’interno dello Spazio Schengen, l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue dovrebbe essere accompagnata dalla necessità per i cittadini britannici di richiedere un visto per viaggiare in Europa continentale. Allo stato attuale solo 44 dei 219 Paesi richiedono un visto ai cittadini britannici.

VIAGGI

Le vacanze nel Vecchio Continente saranno più care per i britannici: non solo perché la caduta della sterlina nei confronti dell’euro ridurrà inevitabilmente il loro potere d’acquisto, ma anche in virtù di accordo comunitari che permettono a qualsiasi compagnia aerea dell’Ue di operare senza limiti di frequenza, capacità o prezzo nello spazio aereo europeo. «Il mercato unico ha consentito a Ryanair di promuovere la rivoluzione dei voli a basso costo in Europa», ha ricordato nei giorni scorsi Michael O’Leary, l’amministratore delegato della compagni aerea a basso costo britannica. Per non parlare degli oneri per i telefoni cellulari, che sono stati finora ammortizzati a livello europeo, o delle norme europee per ottenere rimborsi in caso di ritardi o cancellazione di voli.

LAVORO

I sostenitori della Brexit hanno fatto dell’occupazione uno dei cavalli di battaglia della loro campagna; tuttavia è probabile che l’uscita del Regno Unito dall’Ue sia accompagnata da delocalizzazione di numerosi posti di lavoro. Per esempio, le grandi banche: Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, ha avvertito all’inizio di giugno che la banca americana, che impiega oltre 16mila persone nel Regno Unito, in sei posti diversi, potrebbe rimuovere tra le 1000 e le 4000 persone, in particolare nelle funzioni di back-office. Morgan Stanley prevede di trasferire 2.000 persone delle 6.000 che ha nel Regno Unito verso l’Ue mentre Goldman Sachs dovrebbe trasferirne almeno 1.600.

 CONSEGUENZA PER GLI ITALIANI CHE VIVONO IN GRAN BRETAGNA  

Tra Londra e il resto dell’Inghilterra vivono mezzo milione di italiani. Ora, dopo la vittoria della Brexit, cosa cambierà per loro? Nessuno lo sa con certezza, ma si possono fare previsioni.

LAVORO

Chi paga le tasse in Gran Bretagna da cinque anni può richiedere un permesso di residenza e la cittadinanza. C’è chi l’ha già fatto, prendendo la doppia cittadinanza (britannica oltre che italiana). Chi ha intenzione di farlo adesso dovrà scontrarsi con una macchina burocratica che richiede tempo e denaro, un anno e almeno mille sterline. Chi non intende restare per sempre potrà probabilmente ottenere un visto di lavoro, da rinnovare ogni due-tre o anche cinque anni, presentando una richiesta da parte del proprio datore di lavoro. Chi, invece, vuole trasferirsi a Londra, da oggi in poi, non può più farlo senza avere già trovato un’occupazione prima della partenza.

TURISMO

Non cambia nulla. Gli italiani che vogliono andare in vacanza a Londra lo faranno senza la necessità di un visto. Questo potrebbe spingere molti connazionali a utilizzare questo mezzo per fermarsi un po’ di più. Entrare da turisti, probabilmente con la possibilità di fermarsi fino a tre mesi, cercare lavoro e, nel caso ciò accadesse, richiedere un visto di lavoro. La trafila, ovviamente, si prospetta molto più complicata.

STUDIARE IN GRAN BRETAGNA

La retta annuale in un’università britannica si aggira attorno ai 12 mila euro. Con la Brexit salirà tra i 16 e i 22 mila euro. Facilitazioni, sconti e opportunità normalmente in atto nel Regno Unito sarebbero tutte da riclassificare. E molto probabilmente tutto costerebbe di più.

ASSISTENZA SANITARIA

Ci sono ancora tanti dubbi. Non è chiaro se l’assistenza sanitaria basata sulla reciprocità della Ue continuerà a funzionare. Probabilmente un italiano che necessiti del pronto soccorso inglese non avrà più un trattamento gratuito. Annullati anche i sussidi di disoccupazione e la possibilità di ottenere un alloggio popolare.

CONSEGUENZE PER I BRITANNICI CHE VIVONO IN UE  

La Brexit darà numerosi grattacapi anche all’1,3 milioni di espatriati britannici che vivono in altri Paesi europei, per esempio in Spagna ((319.000), Irlanda (249.000), Francia (171.000) o Germania (100.000).

PENSIONI

I pensionati potrebbero vedere disciolte come neve al sole le loro pensioni, a causa del forte deprezzamento della sterlina, che potrebbe notevolmente compromettere anche i loro investimenti immobiliari nel loro Paese di adozione.

COPERTURA SANITARIA

Un altro problema riguarderà la loro copertura sanitaria: in molti Paesi europei, ricevono assistenza dal sistema sanitario nazionale, i cui costi vengono poi pagati dalla sanità pubblica britannica nell’ambito di accordi bilaterali. A rischio anche il destino professionale delle migliaia di funzionari britannici che lavorano per le istituzioni europee, in particolare a Bruxelles.

VERSO NUOVE FRONTIERE?  

La Brexit potrebbe avere conseguenze inaspettate anche sulla geografia. La Spagna potrebbe essere tentata di chiudere il confine con Gibilterra, uno sperone di 6 chilometri quadrati dove vivono 33mila britannici. Più a nord, la Brexit potrebbe anche creare un confine tra Irlanda del Nord e Irlanda, rallentando il flusso di migliaia di persone ogni giorno.

http://www.lastampa.it/2016/06/24/esteri/visto-lavoro-pensioni-ecco-le-conseguenze-pratiche-per-i-britannici-dopo-brexit-BOmVZ8hP2KE2PrgNAE0R5J/pagina.html

 

Brexit: hanno perso giovani, laureati e i liberal metropolitani

I giovani sarebbero rimasti, hanno votato in massa «Remain». Per loro hanno deciso quelli che sono nella fase declinante della parabola della vita, arroccati in difesa di posizioni e privilegi, spaventati da frontiere troppo lasche. Lo spiega bene l’analisi dell’istituto Yougov (che a chiusura seggi dava in vantaggio il Remain, con il 75% dei votanti tra i 18 e i 24 anni che hanno votato per rimanere nell’Unione.

Anche la maggior parte degli adulti tra i 25 e i 49 anni, quelli all’inizio o nel pieno della vita lavorativa, ha scelto la permanenza nella Ue. La curva dei voti flette nella fascia d’età che va dai 50 ai 65 anni (dove il Remain cala al 42%) per precipitare al 36% tra gli over 65, i più entusiasti per l’uscita. Grandi sconfitti i giovani, insomma.

Ma la spaccatura, oltre che generazionale, è anche di istruzione: fra chi ha una laurea, il 71% ha votato contro la Brexit e quindi per restare in Europa, il 29% a favore. Chi ha titoli di studio inferiori ha votato al 55% a favore della Brexit e al 45% per restare in Europa. Ed è pure di classe: per la vittoria del Leave è stato determinante il trionfo nelle contee conservatrici e nelle aree dove il Labour è più forte: Inghilterra del Nord e Galles. Per l’Independent, i lavoratori preoccupati per l’immigrazione hanno scelto di allontanarsi dall’Europa, mentre la classe metropolitana, liberale, ha votato per la globalizzazione.

E per rimanere nel campo delle frammentazioni: il corrispondente politico del Daily Telegraph Ben Riley-Smith fa la conta (Galles: Leave; Inghilterra: Leave; Scozia: Remain; Irlanda del nord: Remain) e si chiede: cosa ne sarà adesso del Regno «Unito»? Mentre il Washington Post ospita una proposta «provocatoria» di David Harsanyi, condirettore della rivista online The Federalist, che propone un esame di educazione civica per gli elettori, perché una democrazia non informata è «il preludio a una farsa o a una tragedia».

Antonella De Gregorio

Corriere della Sera 24 giugno 2016

http://www.corriere.it/esteri/brexit/notizie/brexit-hanno-perso-giovani-7591896a-39e8-11e6-b0cd-400401d1dfdf.shtml

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/brexit-mappa-voto-scozia-nord-irlanda-e-londra-pro-remain-1275618.html

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Schengen, l’addio costa 100 miliardi

scesceL’addio a Schengen potrebbe costare all’Europa fino a 100 miliardi l’anno. A calcolare i danni economici di un ripristino delle frontiere legato alla crisi-rifugiati è stato France Strategie, autorevole think-tank governativo francese: un intervento soft e ridotto nel tempo – spiega lo studio – avrebbe effetti relativamente “limitati” e colpirebbe soprattutto il turismo giornaliero e dei week-end (previsti in calo del 5 e del 2,5%), i lavoratori transfrontalieri e il trasporto merci. Se i controlli al confine durassero nel tempo, invece, le conseguenze rischiano di essere pesantissime: gli scambi commerciali all’interno dell’Unione calerebbero del 10-20%, un danno pari all’imposizione di una tassa del 3% su tutti i beni trasportati. Mandando in fumo – al netto dei mancati investimenti esteri – lo 0,8% del Pil continentale. Percentuale pari a 28 miliardi per la Germania, 13 per l’Italia, 10 per la Spagna e 6 per l’Olanda.

I problemi, in qualche caso, sono già ben visibili sul campo. I pendolari sul ponte tra Danimarca e Svezia hanno allungato di circa 45 minuti il loro viaggio da quando Copenaghen ha ripristinato – costo circa 150mila euro al giorno – la verifica dei documenti. L’attesa di auto e Tir alla dogana tra Francia e Belgio, dove fino a poco fa si transitava senza staccare il piede dall’acceleratore, si sono allungate fino a mezz’ora. L’aeroporto di Helsinki dovrà aggiungere 15 addetti ai varchi dell’immigrazione per smaltire le code bibliche che si sono formate dopo la decisione di controllare l’identità anche ai passeggeri in arrivo dalla Ue.

Quanto costano questi tappi di bottiglia? Una coda di 10 minuti al confine per gli 1,7 milioni di transfrontalieri vale un buco da 1,2 miliardi in dodici mesi per l’economia europea. Un’ora di attesa per i camion alla frontiera – dicono gli autotrasportatori olandesi – comporterebbe un pedaggio da 600 milioni per Amsterdam. In Europa circolano 60 milioni di mezzi pesanti l’anno, in Germania ne entrano 54mila al giorno. E bloccarli ad ogni valico significherebbe ingolfare il motore della crescita continentale. Senza contare che il semplice riposizionamento di due agenti (il minimo sindacale) ad ognuno dei 3.100 posti di confine cancellati da Schengen, comporterebbe un onere di almeno 300 milioni.

Tanti soldi. Briciole però rispetto ai danni potenziali causati da uno stop prolungato al Trattato di libera circolazione. A pagare il conto più salato, in questo caso, sarebbero i paesi più piccoli e più dipendenti dagli scambi interni all’Unione. Il 70% dell’economia della Slovacchia, per dire, dipende dai rapporti commerciali con gli altri paesi continentali. Merci che oggi viaggiano da uno Stato all’altro senza difficoltà e che nell’Europa prossima ventura – separata di nuovo dalle frontiere – aumenterebbero di molto tempi e costi di trasporto.

Il ritorno dei confini costerebbe moltissimo anche all’Italia. Nei primi undici mesi del 2015 il nostro paese ha esportato verso l’Unione beni per 208 miliardi, importandone per 197. Nel 2014 sono arrivati da noi 17 milioni di turisti Ue. Numeri destinati inevitabilmente a ridimensionarsi.

Ettore Livini

La Repubblica 4 febbraio 2016

È sulla bocca di tutti, ma molti ignorano le origini, la storia e le regole del trattato di Schengen, diventato il simbolo dell’Europa unita senza frontiere attraverso la concessione della libera circolazione.

1. La nascita in Lussemburgo

Schengen è il nome di una cittadina lussemburghese sulle rive della Mosella, all’incrocio simbolico dei confini tra Francia, Germania e Benelux.
Qui, nel 1985, venne firmato l’accordo omonimo da parte del primo nucleo di Paesi pionieri per l’abolizione dei controlli alla frontiera, che rallentavano mobilità e commercio tra Stati confinanti e interdipendenti: Lussemburgo, Belgio, Olanda, Francia e l’allora Germania Ovest.

2. L’estensione e l’ingresso nel quadro Ue

L’accordo nacque come intergovernativo, fuori dal quadro Ue, in quanto nel 1985 non fu possibile trovare un consenso tra i 10 Stati membri dell’allora Comunità europea. Nel 1990, però, firmò la Convezione di Schengen anche l’Italia e negli anni immediatamente successivi fecero lo stesso Spagna e Portogallo (1991), Grecia (1992), Austria (1995), Danimarca, Finlandia e Svezia (1996). I Paesi europei decidono allora di farlo rientrare nel quadro legale comunitario, integrandolo a pieno diritto nell’ ‘acquis’ con il Trattato di Amsterdam (1997).

3. L’adesione di 26 Stati, 22 membri dell’Unione

Lo spazio Schengen è composto da 26 Paesi europei, di cui 22 membri dell’Ue. Dei 28, ne fanno parte 22, ad eccezione di Gran Bretagna e Irlanda (opt-out), Cipro (l’isola è divisa in due dall’invasione della Turchia), Croazia (ingresso previsto 2015-2016), Bulgaria e Romania (via libera della Commissione, ma veto di Germania, Olanda e Finlandia). Vi rientrano poi Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera.

4. Abolizione sistematica dei controlli alle frontiere interne

Dal 1995 (per l’Italia dal 1997) sono stati aboliti i controlli sistematici alle frontiere interne dei Paesi aderenti all’area Schengen (restano possibili controlli a campione), mentre sono obbligatori quelli alle frontiere esterne. Non sono messi in discussione i controlli all’interno di un Paese. C’è poi il sistema d’informazione comune di scambio di informazioni (il Sis, potenziato nel 2013, ora Sis 2), che è responsabilità degli Stati membri utilizzare e implementare.

5. I controlli reintrodotti in sei Paesi

Danimarca, Francia, Germania, Austria, Norvegia e Svezia hanno reintrodotto i controlli alle frontiere.
La decisione del governo francese è stata presa in seguito all’attacco terroristico del 13 novembre, gli altri per far fronte al flusso eccezionali di migranti.

6. Reintroduzione massima di sei mesi

È possibile reintrodurre i controlli alle frontiere interne, ma solo previa informazione a Bruxelles in caso di seria minaccia alla sicurezza interna o per problemi di ordine pubblico o per situazioni eccezionali previste (manifestazioni, eventi sportivi o politici, ecc.). Gli articoli da 23 a 25 del Codice di Schengen prevedono la reintroduzione dei controlli per un massimo di sei mesi. Il prolungamento ulteriore richiede l’adozione da parte del Consiglio – su proposta della Commissione – di una raccomandazione basata sull’articolo 26, che può essere adottata in circostanze eccezionali per far fronte a una situazione in cui esistano deficit seri e ricorrenti nei controlli lungo le frontiere esterne e le misure previste da Schengen non risultino efficaci

Lettera43

http://www.lettera43.it/capire-notizie/trattato-di-schengen-le-cose-da-sapere_43675231594.htm

Schengen Area

http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies/borders-and-visas/schengen/index_en.htm

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