Tempesta perfetta sulle commodities

commodity 15La generalizzata debolezza dei prezzi delle materie prime è destinata a estendersi al 2015″, scrive la Banca Mondiale [World Bank] nel suo ultimo bollettino trimestrale “Commodity Markets Outlook”. Proseguirà, dunque, il calo dei prezzi che ha caratterizzato il 2014. A colpire maggiormente è stato il crollo del prezzo del petrolio, precipitato dai 115 dollari al barile del giugno 2014 ai 47 dollari di gennaio 2015, la terza più ampia flessione del dopoguerra. A determinare il crollo, quella che gli estensori del rapporto definiscono una “tempesta perfetta” di condizioni: crescita della produzione non convenzionale di petrolio, calo della domanda, apprezzamento del dollaro, il venir meno di alcuni rischi geo-politici e il cambiamento di approccio dell’Opec, ora propenso a mantenere le quote di mercato piuttosto che a porsi obiettivi di prezzo.

Ma a calare non è stato solo il prezzo dell’oro nero. Tutti e tre gli indici dei prezzi delle materie prime industriali (energia, metalli e materie prime agricole) elaborati dalla Banca Mondiale hanno registrato la stessa flessione: -37%, -36% e -35%, rispettivamente, dal picco del primo trimestre del 2011 alla fine del 2014.  E continueranno a calare nel 2015. “Le condizioni della domanda e dell’offerta a livello mondiale hanno contribuito a creare aspettative di un ribasso dei prezzi per tutti e nove gli indici delle materie prime elaborati dalla Banca Mondiale, un evento estremamente raro”, ha detto Ayhan Kose, direttore del Development Prospects Group della World Bank. Per quanto riguarda il petrolio, nello scenario base che non prevede peggioramenti della situazione economica internazionale o interventi da parte dell’OPEC, il suo prezzo medio è stimato sui 53 dollari al barile nel 2015, il 45% in meno rispetto al 2014, con un modesto recupero, circa 4 dollari, nel prossimo anno. La debolezza del petrolio influirà sugli altri mercati dell’energia, il gas naturale in Europa è previsto in calo del 15%. I prezzi delle materie prime alimentari sono previsti in calo di un ulteriore 4%, viste le favorevoli prospettive di raccolto nella stagione 2014/15 per cereali, oli alimentari e farine per alimenti; flessione più pronunciata, -5,6%, per le bevande, caffè in testa, grazie al recupero degli approvvigionamenti persi a causa dei mancati raccolti in Brasile a inizio 2014. In tema di produzioni agricole, va anche notato che, con il crollo del petrolio, vengono meno alcuni dei fattori che hanno spinto la produzione di bio-carburante negli ultimi anni, ovvero i timori relativi alla scarsità di fonti energetiche e alla sicurezza.

E’ prevista, infine, una diminuzione di oltre il 5% per i prezzi dei metalli, più contenuta per i fertilizzanti, traggono vantaggio del minor costo del gas naturale, e per i metalli preziosi, il cui previsto arretramento del 3% è essenzialmente legato a un minore interesse da parte degli investitori istituzionali.

http://www.repubblica.it/economia/rapporti/osserva-italia/mercati/2015/02/20/news/materie_prime_calo_continuo_sar_un_anno_al_ribasso-107760559/

Banca Mondiale

http://www.worldbank.org/

I giorni neri del petrolio

 

petrolllIL 2014 si chiude all’insegna del contro-shock petrolifero”. È una crisi vera, di cui si cominciano solo ora ad intravedere tutte le ramificazioni. È una tempesta paradossale, contro-intuitiva. Il formidabile cambiamento che l’ha scatenata è a priori positivo per tutti quei paesi come l’Italia che sono consumatori e importatori di energia. Tant’è: la settimana scorsa si è chiusa con le Borse europee in caduta libera, e Wall Street (la piazza finanziaria del nuovo petro-Stato che è l’America) ha subito le perdite più pesanti degli ultimi tre anni.
Gli investitori mondiali, grandi e piccoli, si sono gettati ad acquistare titoli del Tesoro americani e tedeschi: il tipico bene-rifugio che viene accaparrato nei momenti di panico. Questa “fuga verso la sicurezza” ha sospinto di nuovo i tassi d’interesse a livelli bassissimi, che sono anch’essi un segnale di pericolo. Un Bund tedesco della durata di 10 anni oggi rende 0,64%. Il rendimento dovrebbe almeno compensare l’inflazione. Un interesse così vicino allo zero per un periodo così prolungato significa che i mercati non vedono l’ombra di una ripresa dei prezzi e quindi della crescita, neppure su un orizzonte lontano.
A scatenare quest’ondata di paura è appunto il contro-shock energetico. Che si tratti di un evento di tipo traumatico, violento, lo dimostra la caduta dei prezzi. Il petrolio si è dimezzato dai suoi massimi del 2010. Ha perso quasi il 50% solo da giugno, in sei mesi. E il 10% di caduta del prezzo si è concentrato nell’ultima settimana.
Questo non è un ribasso, è una rotta disordinata, un tracollo senza rete. La brutalità dell’evento è già di per sé un dato che turba i mercati perché tutti gli scenari ne sono sconvolti. Ancora più grave è il ribaltamento nell’interpretazione di questo sisma. Ancora poche settimane fa prevaleva una lettura di questi eventi dal lato dell’offerta: l’energia costa sempre meno perché se ne produce sempre di più. Questo è positivo, per chi la consuma. Ma più di recente è prevalsa la lettura dal lato della domanda: l’energia costa sempre meno perché se ne consuma sempre meno. Questo non è affatto positivo, è un segnale di peggioramento dell’economia globale.
All’inguaribile stagnazione dell’eurozona, nell’ultima parte del 2014 si sono aggiunti altri due freni: la Cina rallenta, il Giappone è ricaduto nella recessione. Di qui un effetto domino. Sono risucchiate nella crisi tutte le nazioni emergenti che da vent’anni erano state proiettate verso il boom dalla domanda cinese di materie prime. Ecco perché il contro-shock fa tanta paura: l’energia a buon mercato è un ottima notizia per una parte del mondo, ma le cause che ci stanno dietro non lo sono affatto.
Dal lato dell’offerta, cioè della produzione, stanno avvenendo alla velocità della luce dei cambiamenti secolari. Li restituisce in modo efficace un esempio fatto dal Wall Street Journal . Dal 2008 a oggi, sono letteralmente scomparse dai mari 100 super-petroliere al mese: sono quelle che trasportavano 90 milioni di barili mensili in provenienza dai paesi dell’Opec per il mercato Usa. Una sola nazione come la Nigeria ancora nel 2010 consegnava agli Stati Uniti un milione di barili al giorno: oggi zero, non c’è più una sola goccia di petrolio nigeriano in arrivo qui. Questo perché nel frattempo è avvenuta una rivoluzione energetica che ha il suo epicentro proprio sul territorio americano. È una rivoluzione fatta di nuove tecnologie che hanno travolto antichi equilibri, trasformando tutti i parametri economici dell’energia. Certo vi hanno contribuito anche le fonti rinnovabili, che continuano a progredire e a costare sempre meno. Ma assai più potente è stato l’impatto delle tecnologie di esplorazione e di estrazione, con l’avvento del fracking (getti d’acqua e solventi che separano petrolio e gas da rocce e sabbie) nonché delle trivellazioni orizzontali.
Il settore petrolifero si è trasformato da un’industria pesante a un’industria “leggera” nel senso che gli impianti di trivellazione inseguono le nanotecnologie nella corsa alla miniaturizzazione, all’automazione. Il petrolio e il gas del Texas e del North Dakota hanno sostituito in pochi anni quello che l’America comprava da Brasile, Nigeria, Algeria e Angola. Gli Usa hanno superato la Russia nella produzione di gas, si avvicina il sorpasso sull’Arabia Saudita nell’estrazione di petrolio. Nel giugno di quest’anno, rompendo con una tradizione autarchica durata 40 anni (che ebbe le sue origini nello shock petrolifero del 1973), l’Amministrazione Obama ha concesso le prime licenze di esportazione di petrolio americano. È un mondo alla rovescia, e quasi nessuno era preparato al suo avvento così rapido: il più grande consumatore mondiale di energia, gli Stati Uniti, diventa il più temibile concorrente per l’Opec e per la Russia. Questo a sua volta provoca una disordinata corsa verso altri mercati di sbocco. Dalla Nigeria alla Colombia, chi ha perduto il cliente-America deve affrettarsi a vendere il proprio petrolio al cliente-Cina: ma a questo punto è il cliente a decidere i prezzi, ed ecco il capitombolo nelle quotazioni.
Fin qui, questa è la storia dal lato dell’offerta. E sarebbe una storia solo positiva. Lo è infatti, per come viene percepita dal consumatore americano. Qui negli Stati Uniti, un po’ per il dollaro tornato forte e un po’ per la concorrenza tra i distributori, il calo del petrolio si è trasmesso immediatamente all’utente finale. La famiglia media americana ogni volta che va a fare il pieno si sente un po’ più ricca. Ai prezzi attuali il guadagno è fra i 380 e i 750 dollari all’anno. Quegli aumenti di stipendio che i datori di lavoro Usa concedono col contagocce e con avarizia, stanno arrivando con generosità dalla bolletta energetica sempre più leggera. L’effetto è visibile: la fiducia dei consumatori americani è risalita ai massimi dal 2007. La crescita Usa accelera, più 321 mila assunzioni nette solo a novembre. Ma anche questo vigore americano è reso più fragile da quel che accade altrove: può l’economia mondiale girare come un motore con un cilindro solo? La paura di Wall Street si spiega così: la solitudine della locomotiva Usa non è rassicurante.
Per tutto il resto del mondo, infatti, la storia è ben diversa. L’altra metà del bicchiere, quella vuota, è la domanda. Cala nell’eurozona che sprofonda nelle sabbie mobili della depressione, stremata dal quinto anno di una rovinosa austerity e di una politica monetaria troppo timida. Cala la domanda in Giappone, che ora si affida alla rielezione del premier Abe sperando che s’inventi un elettroshock per rianimare il malato in coma. Cala infine la domanda in Cina, la cui produzione industriale è rallentata come non accadeva dall’inizio degli anni Novanta. Con la frenata della Cina si sta chiudendo un ciclo ventennale di boom di tutte le materie prime: non solo energia ma anche minerali, metalli, legname, derrate agricole. Tutto l’emisfero Sud ne risente, dall’Australia al Brasile passando per l’Africa intera. Spunta il pericolo di una nuova crisi finanziaria dei paesi emergenti sul modello di quelle degli anni Novanta: una possibile catena di default scatenata dai debiti privati che furono contratti in dollari, e che ora diventano sempre più cari da rimborsare.
FEDERICO RAMPINI, la Repubblica  14 dicembre 2014

http://www.dirittiglobali.it/2014/12/prezzo-mercati-alleanze-i-giorni-neri-petrolio-cambiano-mondo/

Usa-Cina : accordo per ridurre il gas serra

serraLa corsa per fermare il riscaldamento globale accelera. Stati Uniti e Cina hanno raggiunto un accordo per ridurre su base volontaria le emissioni di gas serra, finalizzato a diminuire i danni dell’inquinamento e favorire la firma di un nuovo trattato globale per rinnovare il Protocollo di Kyoto, al vertice in programma l’anno prossimo a Parigi. Così il presidente Obama, incassa un successo internazionale che gli consente di far passare in secondo piano la sconfitta subita dal suo partito alle elezioni midterm del 4 novembre scorso.

In base all’intesa bilaterale annunciata oggi da Obama e Xi Jinping, Washington si impegna a ridurre entro il 2025 le sue emissioni di gas serra di una quantità compresa fra il 26 e il 28% rispetto al livello del 2005. Pechino, invece, promette di raggiungere il massimo delle sue emissioni intorno al 2030, con l’intenzione di arrivare a questa soglia anche prima. Dal 2030 in poi il suo inquinamento comincerà a scendere, puntando sull’obiettivo di produrre il 20% della propria energia con fonti alternative non fossili entro quella data. L’impegno preso dagli Stati Uniti raddoppierà il ritmo della riduzione globale dell’inquinamento dall’1,2% annuo tra il 2005 e il 2020, al 2,3 – 2,8% nel periodo successivo dal 2020 al 2025. Per la Cina, invece, passare dallo zero al 20% di consumo energetico basato su fonti che non producono emissioni vorrà dire sviluppare tra 800 e 1.000 gigawatts con gli impianti nucleari, eolici, solari, o di altra tipologia alternativa.

Insieme Usa e Cina sono responsabili di circa un terzo delle emissioni globali di gas serra, e quindi il loro accordo ha un doppio valore: sul piano pratico, infatti, riduce l’inquinamento; e su quello diplomatico offre una forte spinta alle trattative in corso per rinnovare il protocollo di Kyoto, durante il vertice Onu sul clima previsto a Parigi nel 2015. Per il presidente Obama, poi, l’intesa con il collega Xi ha anche un importante valore politico, perché gli consente di ottenere un risultato tangibile subito dopo la sconfitta nelle elezioni midterm. Il primo passo verso una serie di iniziative che prenderà sfruttano i suoi poteri esecutivi, per restare rilevante e salvare la sua eredità storica.

http://www.lastampa.it/2014/11/12/esteri/stati-uniticina-raggiunto-laccordo-sull-emissione-di-gas-serra-Ch4Jqw3HLpeoNBCUV9777O/pagina.html

http://www.repubblica.it/ambiente/2014/11/12/news/gas_serra_usa_e_cina_s_impegnano_a_ridurre_le_emissioni_entro_il_2030-100336891/

 

 Il Protocollo di Kyoto e il post-Kyoto

Con il termine “Protocollo di Kyoto” si intende l’accordo internazionale sottoscritto il 7 dicembre 1997 da oltre 160 paesi partecipanti alla terza sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione sui cambiamenti climatici (UNFCCC ). Oggetto del Protocollo è uno degli aspetti del cambiamento climatico: la riduzione, attraverso un’azione concordata a livello internazionale, delle emissioni di gas serra.

Obiettivo del Protocollo è la riduzione delle emissioni globali di sei gas, ritenuti responsabili di una delle cause del riscaldamento del pianeta, primo tra tutti l’anidride carbonica (CO2). Gli altri gas interessati sono il metano (CH4), l’ossido di azoto (N2O), l’esafluoruro di zolfo (SF6), gli idrofluorocarburi (HFCs) e i perfluorocarburi (PFCs).

 Protocollo di Kyoto ha impegnato i Paesi industrializzati ed i Paesi con economia in transizione a ridurre del 5,2%, rispetto ai livelli del 1990, le emissioni di gas in grado di alterare l’effetto serra del Pianeta entro il 2012. ….

Nel corso della 18a conferenza delle Parti dell’UNFCCC (COP 18) e dell’8a conferenza delle Parti che funge da riunione delle Parti del protocollo di Kyoto (COP/MOP 8), tenutasi a Doha (Qatar) dal 26 novembre all’8 dicembre 2012, l’impegno per la prosecuzione oltre il 2012 delle misure previste dal Protocollo è stato assunto solamente da un gruppo di Paesi (tra i quali Unione Europea, Australia, Svizzera e Norvegia), che rappresentano appena il 15% circa delle emissioni globali di gas-serra. I 200 paesi partecipanti hanno invece lanciato, a partire dal 1° gennaio 2013, un percorso finalizzato al raggiungimento, entro il 2015, di un nuovo accordo che dovrà entrare in vigore nel 2020.

http://www.camera.it/camera/browse/561?appro=9&L’attuazione+del+Protocollo+di+Kyoto

Anche le mucche inquinano

muccaChi pensa che Barack Obama abbia attenuato il suo impegno ambientalista, si ricreda. Il piano della Casa Bianca per salvare il pianeta passa dalla “mucca del futuro”. Meno flatulenta e più controllata nelle emissioni di gas dall’esofago. E’ l’arma segreta per ridurre la quantità di gas che generano l’effetto serra nell’atmosfera, il trend di lungo periodo di riscaldamento del clima. È anche la posta in gioco di una nuova sfida tecnologica tra le più grandi potenze agricole mondiali.

Non è uno scherzo, la corsa alla “mucca pulita” finisce in prima pagina sul Financial Times, autorevolmente avallata dagli scienziati che collaborano al progetto della Casa Bianca. L’Amministrazione Obama lo preparava da tempo, il lancio ufficiale è avvenuto il mese scorso. Può sembrare un obiettivo marginale, rispetto alle battaglie contro la potentissima lobby del petrolio e dello “shale gas” (rafforzata di recente dai ricatti energetici di Vladimir Putin). ……

http://www.repubblica.it/ambiente/2014/04/10/news/ambiente_le_mucche_del_futuro_a_impatto_zero-83202269/?ref=HREC1-40