Più elettriche e cinesi ora il mondo compra cento milioni di auto

Saranno presto 100 milioni quelle nuove. Sono un miliardo quelle circolanti già oggi nel mondo. L’auto continua a macinare record di vendite. Grazie al fatto che nei Paesi emergenti non c’è crisi. Gli analisti citati dalla ricerca diffusa ieri da Anfia prevedono che nel 2020 le auto nuove saranno 112 milioni. Ma già allora il parco circolante potrà essere molto diverso da quello di oggi. Le norme imporranno di aumentare le auto ad alimentazione “alternativa”. Termine generico che oggi indica tutto ciò che non usa come carburante la benzina o il gasolio: dalle auto totalmente elettriche alle ibride a quelle che hanno carburanti limitati a specifiche aree geografiche, come l’acool in Basile o il gas in Italia. Con 500 mila pezzi venduti nel 2016, anche in questo settore la Cina è il primo mercato, a pari merito con l’Europa, se si considerano le auto ibride o elettriche. L’Europa è invece al primo posto se si aggiungono le 173 mila auto a gas e metano vendute quasi tutte in Italia, dove esiste l’unica rete capillare per questo genere di veicoli.
Sono numeri ancora bassi: sui 28 milioni di auto vendute in Cina le 500 mila a propulsione alternativa sono meno del 2 per cento. Ma sono destinate a cresce come nel resto del mondo. Le norme sempre più rigide sulle emissioni, unite agli scandali recenti, sembrano segnare irrimediabilmente la sorte del diesel, nonostante l’ostinazione dei costruttori tedeschi a continuare su quella strada. La scelta di investire sull’elettrico da parte degli stessi campioni di Germania, dimostra comunque che quello sarà il futuro. In Usa i veicoli a propulsione alternativa venduti nel 2016 sono stati 490.000, lo 0,8 per cento del mercato, in linea con l’anno precedente. Ma a fronte di un calo del 14 per cento delle auto ecofriendly c’è un aumento del 271 per cento dei camion e del 31 per cento dei furgoni. Si tratterà ora di vedere quali affetti avranno nei prossimi anni le politiche filo-fossili del presidente Trump.
Ma le scelte decisive per orientare il mercato dell’auto e decidere come saranno fatti i 100 milioni di vetture nuove che arriveranno sul mercato nei prossimi anni, le compirà la Cina. Secondo la regola per cui il mercato più grande determina le scelte di quelli minori. E se anche, come pare di capire, nel 2017 l’Europa venderà più auto degli Usa, è a Pechino che bisogna far riferimento. Perché in Cina si producono 28 milioni di auto, quasi un terzo di tutte quelle fabbricate nel mondo: sono più del doppio di quelle che si costruiscono in Usa e quasi cinque volte quelle prodotte in Germania. Improponibile il paragone con l’Italia che con il suo milione di pezzi ne costruisce un terzo della Spagna e metà della Francia. Nel campo dei combustibili alternativi l’Italia è al primo posto in Europa con il 26 per cento dell’immatricolato ma solo perché gas e metano la fanno da padrone. Se si prendono in considerazione elettriche e ibride l’Italia è molto indietro.
Nel mese di luglio il mercato italiano è salito del 5,9%. Fca è salita del 3,5 grazie soprattutto ad Alfa, Jeep e Maserati. In Usa invece Fca perde a luglio il 10 per cento. Il gruppo del Lingotto precede i francesi di Psa, che grazie all’acquisizione di Opel scalzano Volkswagen dal tradizionale secondo posto in Italia.

Paolo Griseri

La Repubblica, 2 agosto 2017

 

 

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Germania, nuovo record del surplus

germasurLa Germania ha segnato il terzo record consecutivo di surplus commerciale, il più elevato dalla fine della seconda guerra mondiale, quando iniziò la rilevazione. Nel 2016 l’avanzo è salito a 252,9 miliardi di euro, rispetto ai 244 del 2015 e le esportazioni sono aumentate in un anno dell’1,2% mentre l’import è cresciuto solo dello 0,6 per cento. Con questi saldi, il commercio estero rappresenta ormai l’8,1 per cento del Pil del paese. In forte surplus anche le partite correnti, a 266 miliardi di euro, una misura della riluttanza delle aziende tedesche a investire in patria e quindi dei redditi in entrata dall’estero.
I dati, diffusi ieri dall’ufficio di statistica, sono destinati a rendere incandescente la polemica con l’amministrazione americana. Quando a luglio Donald Trump incontrerà i leader europei al G-20 la cancelliera tedesca, che ospiterà il vertice ad Amburgo, metterà subito sul tavolo il dossier commercio. L’Europa, ha detto qualche giorno fa Angela Merkel, deve capire meglio quali sono le vere «priorità» dell’amministrazione americana.
Le dichiarazioni protezionistiche del nuovo governo Usa preoccupano non poco la prima economia dell’Eurozona nonché terzo esportatore al mondo.
Se Washington vuole davvero chiudere i suoi confini erigendo barriere protezionistiche, i tedeschi rischiano di perdere il primo mercato di destinazione delle loro merci. Ma sarebbero pronti, così almeno ha affermato Merkel, a trovare nuovi sbocchi alla propria capacità produttiva, guardando all’Asia ma anche ad altre aree del mondo, come il Sudamerica.
Il confronto, a distanza, è già iniziato. Il presidente Trump ha tuonato contro la Germania che inonda gli Stati Uniti di automobili mentre i produttori americani non hanno sufficiente accesso al mercato tedesco. Ha rincarato la dose il capo del nuovo consiglio per il commercio estero, Peter Navarro, accusando la Germania di sfruttare una valuta comune, l’euro, ampiamente sottovalutata. Il botta e risposta è stato intenso negli ultimi giorni: «Accuse assurde» ha replicato il presidente della Bundesbank Jens Weidmann. Più interessante l’ammissione di Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze di Merkel: «È vero l’euro è sottovalutato, ma la colpa è della politica monetaria della Bce». Su quest’ultimo punto, tuttavia, nelle ultime ore i tedeschi hanno ammorbidito i toni e sono diventati più cauti nelle critiche all’istituto di Francoforte. Anche di questo hanno parlato ieri Angela Merkel e il presidente della Bce Mario Draghi.
La cancelliera ha intenzione di portare al G-20, oltre alla difesa del libero scambio, la lotta a eventuali guerre valutarie, che Trump ha già cercato di innescare dichiarando di volere un dollaro debole. C’è poi il delicato capitolo del cambiamento climatico. La Cina preme perché tutti e tre i punti vengano affrontati e diventino parte del comunicato finale ma sarà molto difficile trovare un modo per non entrare in rotta di collisione con gli Stati Uniti.
La Germania ha in questo momento bisogno come non mai di fare quadrato con i partner europei in una fase turbolenta che vede il passaggio più difficile nelle elezioni francesi (il primo turno sarà il 23 aprile, il ballottaggio il 7 maggio). I tedeschi sono particolarmente spaventati da una vittoria del partito anti-euro di Marine Le Pen. Per fare quadrato però Berlino deve andare incontro alle richieste dei partner Ue, anche ma non solo sullo squilibrio determinato dal suo enorme surplus.
Merkel non può aprire un confronto sul commercio con l’amministrazione americana e trascinarvi l’Unione europea senza l’impegno a “resituire” parte del surplus accumulato aumentando la quota di investimenti, pubblici e privati. Lo chiede Bruxelles da tempo, lo sottolineano anche gli economisti tedeschi. «I partner Ue trarrebbero grandi benefici da un aumento degli investimenti tedeschi – ha commentato Marcel Fratzscher dell’istituto Diw – ma soprattutto se ne avvantaggerebbe la Germania perché il gap negli investimenti e i surplus eccessivi non fanno bene all’economia». Le esportazioni, ha aggiunto l’economista, «non sono troppo alte ma sono basse le importazioni perché in Germania sono troppo bassi gli investimenti».

Roberta Miraglia

Il Sole 24 Ore, venerdì 10 febbraio 2017

Legge elettorale, il nodo da sciogliere

elessOltre 19 milioni di italiani (quasi il 60 per cento dei votanti, ma solo il 37 per cento degli aventi diritto al voto) hanno accolto l’appello proposto da 103 senatori e 166 deputati rimasti soccombenti (ma — singolarità delle scelte renziane — anche da 151 senatori e 237 deputati della maggioranza) contro la proposta di riforma costituzionale votata dal 57 per cento dei parlamentari. Queste poche cifre fanno emergere il disallineamento tra Paese e Parlamento, tra maggioranza parlamentare e maggioranza referendaria, sul quale si è immediatamente inserito Grillo, il maggiore azionista della composita compagine vincente, chiedendo di andare al voto subito.

Ma questo è impossibile per due motivi. Il primo è che le leggi elettorali esistenti per le due camere sono tra di loro molto diverse (proporzionale a doppio turno, con premio di maggioranza, soglia di sbarramento e 100 collegi plurinominali, e proporzionale con premio di maggioranza, soglia più alta e liste bloccate, corretto dalla Corte costituzionale che ha abolito il premio di maggioranza e introdotto le preferenze): se si votasse con esse il blocco del nostro sistema politico sarebbe sicuro, perché una camera sarebbe all’opposizione dell’altra. Il secondo è che su ambedue le leggi gravano gravi ipoteche. Sulla prima, quella di Calderoli, il giudizio della Corte costituzionale. Sulla seconda il giudizio di molte forze politiche spaventate dai risultati che il ballottaggio può produrre.

 E allora riemerge l’antica anima della democrazia italiana, attaccata sia al bicameralismo sia alla formula elettorale proporzionale, cioè alle scelte originarie della nostra Costituzione. È l’orientamento di chi preferisce decidere insieme, piuttosto che contrapporsi, indebolire il governo, piuttosto che contare sull’alternanza, rendere mite il potere anche a costo di renderlo inefficace. È il punto di vista della democrazia kelseniana, secondo cui «è di estrema importanza che tutti i gruppi politici siano rappresentati in Parlamento in proporzione della loro forza» e «maggioranza e minoranza devono potersi intendere vicendevolmente», al quale si contrappone la democrazia schumpeteriana per cui «il metodo democratico è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso la competizione che ha per oggetto il voto popolare».

Se un popolo è anche la sua storia, nel passato di quello italiano è iscritta una lunga serie di compromessi, di rinvii, di adattamenti (per intenderci, quelli che sono all’origine del persistente alto debito pubblico del nostro Paese), alla quale si aggiunge oggi il desiderio di quasi tutte le forze politiche di contarsi e di controllarsi reciprocamente in modo che nessuno vinca, ma anche senza che qualcuno perda.

Se andassimo lungo questa strada, ci ritroveremmo al punto di partenza, al 1946, Parlamento bicamerale e sistema elettorale proporzionale e metteremmo la parola fine al lungo ciclo che si aprì alla metà degli anni 70, quando si cominciò a pensare che occorresse stabilizzare i governi e introdurre contropoteri in luogo del consociativismo, abbandonando il complesso del tiranno. Più che una Repubblica da riformare vi sarebbe una Repubblica da ritrovare nella sua forma originaria.

Se andassimo su questa strada, occorrerebbe almeno seguire il modello tedesco, che corregge la formula proporzionale con una soglia di sbarramento e con la sfiducia costruttiva, in modo da incentivare aggregazioni delle forze politiche e da evitare la precarietà dei governi. Ma molte altre formule sono state proposte e discusse, alcune anche sperimentate, in Italia, in quel grande cantiere che sono i governi locali, regionali e comunali, che costituivano una volta il campo nel quale collaudare formule e istituti da introdurre poi al centro.

Non sarà facile giungere a una soluzione. Se avesse vinto il Sì, ci sarebbe stato un vincitore. Il No ha troppi padri, tanto diversi, per cui una legge elettorale che vada bene a uno non andrà bene all’altro. Questo è uno dei paradossi della votazione appena svolta: c’è una vittoria, ma non c’è un vincitore. L’altro è che la Costituzione, che ha settant’anni, non si deve cambiare, mentre si deve cambiare la legge elettorale che ha solo un anno, e non è stata neppure ancora applicata.

Sabino Cassese

Corriere della Sera , 5 dicembre 2016

Il surplus commerciale tedesco e l’equilibrio generale dell’euro

carsssLa tecnica migliore per complicare un problema economico è sempre farne un totem politico. Dopo il debito greco, l’ultimo caso del genere sta diventando il surplus delle partite correnti della Germania che ormai supera i 300 miliardi di euro l’anno e vale quasi il 9% del reddito nazionale. Per alcuni è la misura di una virtù, per altri una prova di colpevolezza.

Ha più senso vedere di che si tratta in concreto. Ogni anno, la Germania registra un attivo crescente nei suoi scambi di beni o servizi e interessi o dividendi con il resto del mondo. Ormai è così vasto, in proporzione all’economia, da superare quelli di produttori di petrolio come la Norvegia; la differenza è che la Germania non estrae niente dal sottosuolo, ma produce beni per i quali il resto del mondo è disposto a pagare circa mille miliardi di euro l’anno. Si tratta di una somma così grande che le imprese, lo Stato e i cittadini tedeschi non riescono a trasformarla in consumi e investimenti produttivi. Preferiscono la liquidità, dunque il risparmio inerte continua ad accumularsi.

Al resto del mondo questa parsimonia sembra incomprensibile, perché anche in Germania le ragioni per spendere non mancherebbero. Dal 2008 gli investimenti sono calati di quasi cento miliardi l’anno, fino a quote ormai degne dell’Italia. Dal 2010 l’incidenza della spesa delle famiglie in proporzione al reddito nazionale è precipitata di cinque punti. E il governo dovrebbe rinnovare migliaia di strade o ponti e finanziare lo smantellamento di 17 centrali nucleari, eppure non lo fa pur di conservare un (lieve) avanzo di bilancio.

La Germania dipende così tanto dall’export che i suoi interessi finiranno per allinearsi di fatto a quelli dei suoi grandi Paesi-clienti come la Cina o la Russia, anziché al resto d’Europa. È qui che la discussione diventa politica. Il premier Matteo Renzi vede in quel surplus l’origine della stagnazione della zona euro, perché la prima economia dell’area approfitta della disponibilità a spendere del resto del mondo, ma la intrappola e non la rimette in circolo. La cancelliera Angela Merkel, gli risponde che di questo surplus i tedeschi sono «anche un po’ orgogliosi», perché vi vedono un simbolo della loro efficienza. Forse, più semplicemente, la Germania è incapace di gestirlo perché quello che oggi sembra a tutti un cliché nazionale è invece un vero e proprio inedito. Avanzi (e disavanzi) tedeschi con il resto del mondo erano stati relativamente più limitati per decenni, prima che la bilancia delle partite correnti iniziasse a esplodere dal 2003 fino ai livelli parossistici di oggi.

Questi sono squilibri recenti e la loro spiegazione è tanto semplice quanto parlarne nella buona società europea è tabù: il tasso di cambio è completamente sbagliato. È come se il prezzo di tutta la competenza e la laboriosità dei tedeschi fosse tenuto artificialmente troppo basso e dunque essi non riuscissero a star dietro alla domanda per i loro stessi prodotti. L’Fmi stima che la Germania dovrebbe operare con una moneta di almeno il 15% più forte (Italia e la Francia invece del 10% più debole), ma anche persino sembra una visione caritatevole. Probabilmente lo squilibrio è anche più profondo. L’economia tedesca sviluppava enormi surplus anche negli anni scorsi quando l’euro era del 20% più forte, dunque è probabile il suo tasso di cambio di equilibrio sia davvero parecchio sopra a dov’è oggi.

Stime simili (in senso inverso) valgono per l’Italia o per la Francia, ma la soluzione non può essere la rottura dell’euro come alcuni propongono. I suoi costi sarebbero colossali per i singoli Paesi e per il progetto europeo, che resta un successo vitale degli ultimi 60 anni. Questa vicenda dimostra semmai quanto fosse irrealistico uno dei presupposti intellettuali della moneta unica. Molti dei suoi architetti pensavano che sarebbe bastato fissare un vincolo macroeconomico — il tasso di cambio — perché i Paesi da esso accomunati attenuassero loro differenze. È stata una tragica sottovalutazione di come le strutture sociali, gli interessi di categoria e secoli di cultura non si lasciano rimodellare in pochi anni da una sola variabile macroeconomica. Nel tessuto delle comunità nazionali, milioni di soggetti preferiscono rischiare lo strangolamento del sistema europeo e del proprio Paese piuttosto di concedere anche solo un po’ terreno. In Germania, come in Italia.

Perciò è così pericoloso che i leader dei grandi Paesi dell’area continuino a governare le proprie economie come se fossero avulse dall’equilibrio generale dell’euro. Anche qui in Germania, come in Italia. Il loro comportamento ricorda la guerra di dazi degli anni 30: allora ogni governo cercava di reagire alle difficoltà proteggendo i propri produttori, senza capire che così collettivamente tutti insieme distruggevano l’economia globale e i propri stessi Paesi. …….

E così Röpke intuì che il vero liberale ama l’imperfezione

 
oekonom-wilhelm-roepke-1899-19661Per spiegare il successo dell’economia tedesca nel secondo dopoguerra, viene spesso citata la cosiddetta «Economia Sociale di Mercato». Tale prospettiva, in sintesi, si struttura nei seguenti tre punti: 1) impedire al potere politico di essere una sorgente arbitraria di disordine; 2) sopprimere ogni struttura monopolitistica; 3) fare prevalere in ogni caso libertà e concorrenza. Dunque, si tratta di un «tipo» di «economia di mercato» che presuppone e promuove una realtà dinamica e policentrica che rifiuta la pretesa monopolistica sul sociale avanzata dalla politica, così come da altre forme sociali.
I sostenitori della Soziale Marktwirtschaft tedesca impararono presto l’amara lezione impartita dalla veloce salita al potere di Hitler, e fecero proprio un principio fondamentale dell’allora dottrina sociale della Chiesa (Pio XI, Quadragesimo anno, 1931), e più precisamente le nozioni di giustizia sociale e di sussidiarietà: prevenire il formarsi di monopoli e garantire l’esigenza di un ampio numero di aziende di medie dimensioni. Ben prima che la Seconda guerra mondiale finisse, un gruppo di economisti, giuristi, sociologi e filosofi tedeschi cominciarono a pensare concretamente ad un possibile novus ordo; un ordine che avrebbe dovuto rimpiazzare il nazismo. Gli interpreti della cosiddetta Scuola di Friburgo, nota anche come «Ordoliberalismo», compresero con lucidità teorica che per ricostruire una società umana avrebbero dovuto pensare alla ragioni di un nuovo ordine politico, economico e morale-culturale.In tale contesto si inserisce l’opera di uno dei maggiori interpreti dell’Economia Sociale di Mercato, l’economista svizzero-tedesco Wilhelm Röpke (1899-1966), di cui quest’anno ricorrono i cinquant’anni dalla morte. Nel 1924 inizia l’attività accademica, insegnando sociologia all’Università di Jena e nel 1926 pubblica il suo primo importante saggio dal titolo Kredit und Konjunktur. Nel 1933, con l’ascesa di Hitler, il nostro lascia la Germania per trasferirsi in Turchia, dove insegna Economia all’università di Istanbul. Nel 1936 viene pubblicato in inglese il suo volume Crises and Cycles e nel 1937 pubblica Die Lehre von der Wirtschaft. Nel 1937 si trasferisce a Ginevra per dirigere l’Institut des Haute Etudes Internationales. È qui che incontra intellettuali del calibro di Ludwig von Mises, Hans Kelsen, Guglielmo Ferrero e Luigi Einaudi. Nel periodo tra il 1942 e il 1945 pubblica La crisi sociale del nostro tempo (1942)e Civitas humana. I problemi fondamentali di una riforma sociale ed economica (1944) e L’ordine internazionale (1945).
Nel 1947, insieme a Mises e a Friedrich August von Hayek, dà vita alla Mont Pélerin Society. È questo l’anno in cui inizia a collaborare con la rivista Ordo, insieme a sociologi, economisti e giuristi come Alexander Rüstow, Franz Böhm e Alfred Müller-Armack. Nel 1950 è nominato dal Governo tedesco consulente economico e diventa uno dei maggiori ispiratori dell’Economia Sociale di Mercato. Nel 1958 pubblica il libro che a parere di molti rappresenta il suo testamento spirituale: Al di là dell’offerta e della domanda. Muore a Ginevra il 12 febbraio del 1966. Di lui ha scritto il premio Nobel Hayek: «Röpke mostrò un grande coraggio da giovane, quando la sua reputazione e la sua posizione dovevano ancora venire al mondo, e lo mostrò di nuovo allorché senza esitazione mise a nudo le illusioni degli anni Sessanta del secolo ventesimo con la stessa onestà con cui aveva lottato contro le illusioni degli anni Venti». Ed infine, la testimonianza di Ludwig Erhard: «Wilhelm Röpke è un grande testimone della verità, i miei sforzi verso il conseguimento di una società libera sono appena sufficienti per esprimergli la mia gratitudine, per avere egli radicalmente influenzato la mia concezione e la mia condotta».
«Che cos’è il liberalismo?», si domanda il nostro autore. «Esso è umanistico. Ciò significa: esso parte dalla premessa che la natura dell’uomo è capace di bene e che si compie soltanto nella comunità, che la sua destinazione tende al di sopra della sua esistenza materiale e che siamo debitori di rispetto a ogni singolo, in quanto uomo nella sua unicità, che ci vieta di abbassarlo a semplice mezzo. Esso è perciò individualistico oppure, se si preferisce, personalistico». Il liberalismo di Röpke fa proprio il principio caro alla tradizione dell’antiperfettismo cristiano, di Agostino, di Pascal, di Rosmini, di Sturzo, fino ad arrivare a Giovanni Paolo II (Centesimus annus, 1991), per il quale l’uomo, benché tenda verso il bene è pur sempre capace di male. Esso è personalistico, poiché «ogni anima umana è immediatamente dinanzi a Dio e rientra in lui come un tutto». Esso è antiautoritario, rendendo a Cesare quello che è di Cesare, ma riservando a Dio ciò che qualifica il suo rapporto con l’Assoluto: per il cristianesimo è la coscienza individuale che giudica il potere e non viceversa; esso, dunque, rifugge da ogni forma di nazionalismo, razzismo e imperialismo; in breve, è universale. Allora, il liberale per Röpke è «l’avvocato della divisione dei poteri, del federalismo, della libertà comunale, delle sfere indipendenti dello Stato, dei corps intermédiaires (Montesquieu), della libertà spirituale, della proprietà come forma normale dell’esistenza economica dell’uomo, della decentralizzazione economica e sociale, del piccolo e del medio, della gara economica e spirituale, dei piccoli Stati, della famiglia, dell’universalità della Chiesa e dell’articolazione».In questa prospettiva andrebbe considerato anche il suo profondo convincimento in ordine alla contiguità ideale tra liberalismo e cristianesimo: «Il liberalismo non è nella sua essenza abbandono del Cristianesimo, bensì il suo legittimo figlio spirituale, e soltanto una straordinaria riduzione delle prospettive storiche può indurre a scambiare il liberalismo con il libertinismo. Esso incarna piuttosto nel campo della filosofia sociale quanto di meglio ci hanno potuto tramandare tre millenni del pensiero occidentale, l’idea di umanità, il diritto di natura, la cultura della persona e il senso dell’universalità». Per Röpke, l’eredità spirituale che il cristianesimo ha tramandato al liberalismo è rappresentata dalla difesa della dignità di ogni singola persona umana contro tutte le forme di statalismo. Il fatto che esistano correnti di pensiero che mettono in discussione tale eredità spirituale, sostenendo, sul versante religioso, l’incompatibilità del cristianesimo con il liberalismo e, sul versante laico, l’incompatibilità delle istituzioni liberali con la fede cristiana, sarebbe il frutto, rispettivamente, di un moralismo ignorante e di un economismo ottuso: «Un moralismo dilettantistico nell’economia nazionale è altrettanto scoraggiante quanto un economicismo moralmente indifferente, e purtroppo il primo è diffuso quanto il secondo».

Flavio Felice
Il Giornale, mercoledì 2 novembre 2016

La Vallonia non firma il Ceta e disintegra l’Europa: la colpa è tedesca

cetakAlla fine, gli storici diranno forse che la colpa è di Schaeuble. Per ora si può dire che la costruzione europea si sta sfarinando davanti ai nostri occhi, mese dopo mese. Non per le leggi dell’economia, come da sempre pensano tanti americani, ma per esaurimento interno. L’ultimo campanello d’allarme è il rifiuto di una regione del Belgio, la Wallonia, a firmare il Ceta, l’accordo di commercio euro-canadese. E’ passato, infatti, il principio che il trattato debba essere approvato da tutti gli attori politici europei, ciò che, in base alla costituzione belga, significa il voto di sette diverse entità e regioni. Non bastano, insomma, i 28 sì dei 28 governi, ma ce ne vogliono una quarantina. E la Wallonia ha puntato i piedi.

Ai molti avversari di accordi che vanno a toccare assai più regolamenti e norme che tariffe, e, dunque, mettono sul tavolo le tutele igieniche e sanitarie a cui l’Europa ci ha abituato, la resistenza di Mons, Namur, Liegi è benvenuta. E’ una ulteriore prova che l’assai più pervasivo Ttip, l’accordo commerciale con un partner più scomodo e potente dei canadesi, gli Usa, probabilmente non arriverà mai alla fine di un tunnel del genere. Ma, comunque, vada a finire, nei prossimi giorni, la vicenda del trattato euro-canadese, deve essere chiaro che c’è un prezzo da pagare e che, in parte, è stato già pagato: la capacità della Ue di fare politica.

Donald Tusk, il presidente del Consiglio europeo,osserva che, se fallisce il Ceta, la Ue non sarà più in grado di firmare un accordo commerciale. Primo fra tutti, quello che sancirà la Brexit: stenderlo sarà difficile, farlo approvare da tutti un incubo. Ma non c’è solo il commercio. E’ assai difficile pensare che una nuova politica dell’energia o le sanzioni alla Russia possano passare con 40 sì. La Ue rischia la paralisi. O, più esattamente, l’impotenza. Se non addirittura l’irrilevanza, come sta avvenendo per la politica dell’immigrazione, dove le proposte di Bruxelles per la condivisione e la solidarietà sono cadute nel vuoto, quando non ridicolizzate.

Aspettiamoci lo stesso per i richiami ad Austria e Germania a sbaraccare i controlli, formalmente temporanei, alle frontiere che svuotano Schengen. E, per quanto siano fondati e ragionevoli gli appelli di Renzi a superare l’austerità, che questo avvenga chiudendo un occhio su bilanci fuori linea o rinunciando alle multe, come già avvenuto con Spagna e Portogallo, invece che con un ripensamento  esplicito della strategia economica della Ue è un ulteriore indebolimento della leadership comunitaria.

Abbastanza paradossalmente, a lagnarsene oggi e, ancor più in futuro, sono e saranno quelli che hanno reso possibile lo svuotamento dei poteri della Commissione, invocando – ancor prima che ci pensassero gli inglesi – poteri e prerogative sempre maggiori a favore dei Parlamenti nazionali, ritenuti i veri depositari della democrazia europea, a scapito degli organismi comunitari. In prima fila, il Bundestag e la magistratura tedesca, gelosi custodi della supremazia della legislazione nazionale. Ma, sull’onda del populismo euroscettico, molti governi trovano oggi conveniente sparare su Bruxelles.

Ed è qui che viene in ballo Schaeuble. La frattura fra Ue e opinione pubblica è avvenuta anzitutto sul testardo tentativo di imporre all’intera Europa una dottrina economica, quella dell’austerità, a cui, peraltro, assai pochi economisti (e nessuno fuori dalla Germania) credono. E’ allora che l’Europa è apparsa a molti matrigna e nemica e anche assai difficilmente difendibile. Lo scontro sui migranti avrebbe potuto essere diverso in una situazione economica diversa. La frattura decisiva, in Europa, è avvenuta prima, di fronte all’accanimento quasi sadico con cui Berlino ha amministrato il dossier Grecia, decretando il collasso economico del paese e prolungandolo ancora, in nome degli equilibri politici interni alla Germania, in vista delle prossime elezioni.

Maurizio Ricci

 

La Repubblica 23 ottobre 2016

http://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2016/10/22/news/ceta_eurobarometro-150299617/?ref=HRLV-4

Cos’è il CETA

L’accordo economico e commerciale globale (CETA) è un trattato tra l’UE e il Canada negoziato di recente. Una volta applicato, offrirà alle imprese europee nuove e migliori opportunità commerciali in Canada e sosterrà la creazione di posti di lavoro in Europa.

Eliminerà i dazi doganali, porrà fine alle restrizioni nell’accesso agli appalti pubblici, aprirà il mercato dei servizi, offrirà condizioni prevedibili agli investitori e, cosa non meno importante, contribuirà a prevenire le copie illecite di innovazioni e prodotti tradizionali dell’UE.

http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ceta/index_it.htm

http://europa.eu/!FN83jX

Cos’è la Vallonia

Dal 1993 è uno Stato federale, nel quale trovano riconoscimento le regioni autonome di Fiandra, Vallonia e Bruxelles e le tre comunità linguistiche francese, nederlandese e tedesca. La comunità tedesca è unita amministrativamente alla Vallonia.

http://www.treccani.it/enciclopedia/belgio/

 

 

Italiani e tedeschi: il lungo addio

images9899Italiani e tedeschi sono lontani e si allontanano. La relazione tra i loro Paesi è un asse portante senza il quale la Ue vacillerebbe. Otto anni di crisi economica e fiumi di polemiche sul passato e sul futuro dell’Europa hanno però creato divergenze sia strutturali — l’economia della Germania cresce, quella dell’Italia no — sia di relazione e di percezione che se non portate sotto controllo rischiano di creare danni seri ai due Paesi e all’intero continente. Uno studio commissionato dalla Friedrich-Ebert-Stiftung — fondazione legata al partito socialdemocratico tedesco — ha fotografato in profondità i due mondi che, alla vigilia del 70° anniversario della Comunità europea, hanno preso strade divergenti. Non siamo alla separazione ma malessere e incomprensioni montano mentre la fiducia cala. Soprattutto da parte italiana.

Quelli che seguono sono i risultati più significativi dello studio, condotto tra fine giugno e inizio luglio tra oltre duemila cittadini dei due Paesi. Di base, italiani e tedeschi sembrano vivere in due Europe diverse: il 43% dei primi pensa che l’appartenenza la Ue sia uno svantaggio (il 21% ne vede un vantaggio) e il 53% che fare parte dell’euro sia negativo (il 19% è positivo); il 43% dei tedeschi ritiene invece che la Ue faccia bene (contrari il 18%) e il 41% considera la moneta unica un vantaggio (contro il 25%). Le due opinioni pubbliche vanno in direzioni opposte ma non genericamente: il 74% degli italiani, infatti, è convinto che, in questi anni, dell’euro abbia beneficiato di più la Germania; il 31% dei tedeschi condivide questa idea ma il 27% pensa che ne abbia beneficiato maggiormente l’Italia e il 29% ritiene che la moneta unica abbia fatto bene a entrambi i Paesi.

L’idea che, nel rapporto con la Germania, l’Italia soccomba sembra radicata negli italiani: alla domanda su chi si avvantaggia nel rapporto economico tra i due Paesi, il 72% risponde la Germania. Anche qui, l’opinione dei tedeschi è più distribuita: il 23% risponde Italia, il 32% Germania e il 33% dice che è una relazione win-win.

Le due opinioni pubbliche sono invece concordi nel ritenere che la Banca centrale europea non faccia l’interesse del proprio Paese: lo pensa il 64% dei tedeschi, e non è una sorpresa, ma curiosamente anche il 67% degli italiani. Le percezioni tornano a divergere su quanto fanno i governi di Roma e Berlino per sostenere i propri interessi nella Ue. Secondo il 66% degli italiani la Germania fa troppo e per il 70% l’Italia fa poco. Per il 53% dei tedeschi, invece, Berlino fa poco e solo l’11% pensa sia troppo assertiva a Bruxelles. In questo, c’è anche una distorsione percettiva rispetto alla realtà. Entrambi i Paesi sono contribuenti netti al bilancio Ue, la Germania al primo posto con 14,3 miliardi e l’Italia al quinto con 2,6 miliardi (nel 2015). Ma ognuna delle due opinioni pubbliche ritiene che l’altro Paese riceva di più di quanto paga.

Interessanti le risposte sul ruolo che i Paesi dovrebbero giocare nell’Unione Europea. Il 75% dei tedeschi è ormai convinto che Berlino debba prendere la leadership; il 66% degli italiani è contrario.

In generale, i tedeschi hanno un’opinione della Penisola migliore di quella degli italiani: in una scala da uno a dieci, assegnano 5,5 al potere economico dell’Italia, gli italiani si fermano a quattro; danno 6,8 alla qualità della vita contro uno strano 4,6 degli italiani. Infine, negli ultimi dieci anni il 60% dei tedeschi ha visitato l’Italia almeno una volta; il 58% degli italiani non ha mai messo piede in Germania. Forse per questo, in campo musicale gli italiani conoscono ben poco dei tedeschi: l’8% cita Beethoven e il 6% Bach. Mentre i tedeschi sono più sull’attualità: il 29% conosce Eros Ramazzotti e il 7% Gianna Nannini. Tra gli attori, Sophia Loren batte tutti, mentre l’unica tedesca riconosciuta dagli italiani (4%) è Marlene Dietrich. C’è parecchio da fare, sull’asse Roma-Berlino.

Danilo Taino

Corriere della Sera 23 ottobre 2016

http://www.corriere.it/esteri/16_ottobre_22/italianitedeschi-lungo-addio-ecco-perche-non-ci-capiamo-piu-18717c6e-988d-11e6-bb29-05e9e8a16c68.shtml