L’euroscetticismo è senza futuro

EE2014 - Eurovision debate between candidates for the Presidency of the European Commission

Fatto l’euro, a 14 anni dalla sua nascita manca ancora un collante che unisca l’Europa. Mazzini si illudeva che trasformando l’Italia in una nazione si sarebbe risolto anche il drammatico problema sociale del Sud. I costruttori dell’Unione Europea hanno fatto lo stesso errore: pensando di unire popoli, storia ed economie col conio di una moneta unica, prevedevano che ne sarebbe poi discesa l’integrazione politica. È ora di ammettere che non è andata così e chi critica questa architettura ha certamente qualche ragione. D’altronde di elementi a supporto dell’eurofobia ce ne sono molti. Un’elaborazione di dati Eurostat del Centro Studi Promotor, pubblicata in un’inchiesta di Libero, mostra come il Pil pro capite tra i Paesi dell’Unione tra il 2001 (anno della nascita dell’euro) e il 2015 sia aumentato molto di più nei Paesi dell’Est che nell’eurozona, dove, salvo l’Irlanda (+24%), sono tutti sotto il +15% della Germania, con l’Italia fanalino di coda a meno 8%. La Bce dal canto suo ha dovuto ammettere che l’integrazione economica non è andata come previsto a tavolino e anche il Fmi ha stilato un mea culpa tardivo sulla stima degli effetti dell’austerità. Se l’Ultra Weith Report ha certificato come negli anni dal 2011 al 2013 Grecia e Italia (i Paesi che hanno sofferto di più la crisi del debito sovrano) siano stati però quelli che hanno registrato l’incremento maggiore di nuovi milionari, molte ricerche hanno testimoniato la perdita di potere d’acquisto di molti lavoratori dipendenti italiani. Può bastare per archiviare tutto?

A fronte delle crescenti voci critiche, di dati di fatto oggettivi, di risultati elettorali preoccupanti come e più della Brexit, per chi crede nell’Europa è arrivato il momento di trovare altrettante argomentazioni convincenti. A mio parere, almeno cinque sono evidenti. La prima è quella più immediata che si tende a dare per scontata: accordi, trattati e alleanze comunitari, saranno pure stati macchinosi e non in odore di santità costituzionale, ma hanno riportato la pace in Europa da settanta anni, dopo due guerre mondiali devastanti, milioni di morti e l’orrore dell’Olocausto. Chi sostiene che proprio l’Unione causerà un nuovo conflitto non ha prove o non sa quello che dice, mentre è probabile che proprio questa appartenenza abbia evitato scontri più gravi nei Paesi dell’Est Europa nel pieno dell’emergenza migranti.

In secondo luogo, chi professa il ritorno a confini e monete nazionali non tiene conto del fatto che milioni di giovani nati nel nuovo millennio danno invece per naturale la loro identità europea e, dove possibile e grazie anche ai tanti programmi Ue, trovano sbocchi formativi e di lavoro. La loro patria è l’Europa, la loro moneta l’euro, il loro passaporto la libertà di movimento.

La terza considerazione va fatta per la moneta unica. Essa ha rotto un monopolio millenario del dollaro, instaurando nuovi rapporti di forza commerciali con i grandi Paesi e le grandi economie. L’euro è imperfetto ma forte, tutte le banche centrali lo annoverano fra le proprie riserve, è ricercato come l’oro nei momenti bui.

Un quarto elemento per dire ancora sì all’Unione è la discesa dei tassi d’interesse dopo il 2002. In Italia lo spread dei primi anni Duemila con i Bund tedeschi è stato zero. Che lo Stato italiano non abbia colto al volo questa opportunità per ridurre l’onere del debito pubblico non cancella il fatto che grazie al calo del costo dell’eurodenaro molti italiani hanno potuto acquistare una casa con mutui molto più vantaggiosi. Chi suggerisce peraltro il ritorno alla lira per far ricomprare tutto il debito pubblico dalla Banca d’Italia dimentica che ciò non è possibile per il divorzio dal Tesoro, sancito ben prima di Maastricht. Infine, un’ultima considerazione. In molti, compreso chi scrive, hanno criticato l’eccessiva leadership tedesca in Europa. Berlino pensa che ciò che è buono per la sua economia lo è anche per quella degli altri Paesi. Chi critica la sua egemonia dimentica però che senza i vincoli che la legano all’Unione Europea la Germania agirebbe nello stesso identico modo, libera come un panzer nella pianura. Sarebbe un vantaggio?

Fuor di graduatorie c’è però la domanda cui nessuno dei tanti euroscettici sa rispondere: abbandonato l’euro si tornerebbe alla lira o se ne conierebbe una tutta nuova? Una cosa è certa: il nuovo tasso di cambio non preserverà il potere d’acquisto di quelle fasce più deboli che si vogliono salvare dall’ euro spauracchio.

Roberto Sommella

Corriere della Sera,  3 ottobre 2016

L’acquisto di Monsanto da parte di Bayer rende evidente chi muove le pedine in Europa

baymonChi muove i pezzi sulla scacchiera? Berlino. Dov’è il futuro? In Germania. Se osserviamo le cose che contano, alla fine bisogna sempre guardare al nord per vedere cosa accade nel domani. Bayer e Monsanto daranno vita al più grande gruppo industriale dell’agroalimentare del mondo, l’aspirina e i fertilizzanti, i fitofarmaci e la Vitamina C. I tedeschi pagheranno Monsanto 66 miliardi e avranno il controllo di un gruppo attivo in tutto il mondo. E’ il più grande take-over mai realizzato nella storia dell’industria della Germania che così muove la sua diplomazia economica, dispiega la forza della sua cultura industriale, va sempre più oltre i suoi confini, si espande e continua la sua storica ricerca di spazi. Sono strumenti di influenza diplomatica, di politica estera. L’acquisto deve superare la barriera dei regolatori anti-trust, le giurisdizioni di trenta paesi, tra cui Stati Uniti, Brasile, Canada e Unione Europea.

Non interessa gli italiani? Altro che. Bayer in Italia ha quattro siti produttivi (a Garbagnate milanese, Segrate, Filago e Nera Montoro), fattura oltre un miliardo di euro e ha 2.200 collaboratori. Monsanto è presente nel nostro paese da quarant’anni, è il leader mondiale della biotecnologia applicata all’agricoltura, il suo marchio Dekalb commercializza in Italia mais e colza per vari usi. In prima pagina la notizia è solo sul Sole 24Ore (“Bayer conquista Monsanto”) e MF (“Il terzo tentativo va a segno. Bayer conquista Monsanto con un’offerta da 66 miliardi $. Nasce gigante della chimica”), viene registrata come un fatto finanziario (e lo è) ma è soprattutto un agente della produzione nel nostro settore agricolo (dai prodotti di Bayer e Monsanto dipendono qualità e quantità dei raccolti) e un elemento di straordinaria importanza strategica per il paese chiave dell’Europa e della sua Unione, la Germania. (…..)

…. la regola è quella di una costante espansione del business tedesco in Italia. La Deutsche Borse oggi attraverso l’acquisto della Borsa di Londra controlla anche la Borsa di Milano; E.ON opera nell’energia con sei parchi eolici in Italia; Merck nel 1999 comprò un marchio storico dell’industria farmaceutica italiana, la Serono; Allianz è ai primi posti nel mercato assicurativo italiano, ha 5.500 dipendenti, 2.900 agenti, 22.000 collaboratori e oltre 1.900 promotori finanziari; Heidelberg Cement con un’offerta pubblica d’acquisto da 2 miliardi di euro (realizzata in queste ore) ha acquisito l’Italcementi della famiglia Pesenti, diventando così il primo gruppo mondiale per gli aggregati, il secondo per il cemento, con un fatturato complessivo di 18 miliardi di euro; Linde Group è il numero uno nel mondo nel settore dei gas industriali, in Italia è presente dal 1991 e nel corso degli anni ha comprato una serie di aziende strategiche, cominciò con le forniture all’Acciaieria Pittini di Trieste, è partner di Eni, è entrata nel settore dell’ossigenazione medica, nel fotovoltaico, rifornisce la stazione di idrogeno dell’Azienda dei trasporti milanese; ZF è uno dei principali fornitori mondiali di sistemi per il settore automobilistico, ferroviario e per i motori marini: freni, frizioni, sterzo, trasmissioni, sospensioni, airbag, telaio, cambio della vostra auto sono prodotti da ZF, è presente in Italia dal 1951. Quando si parla di Germania, quando si stigmatizza il cosiddetto “dominio tedesco” sull’Europa, bisognerebbe ricordare che è frutto di una politica industriale robusta, un’espansione continua sostenuta da un governo che promuove le sue imprese nel mondo, le affianca con una diplomazia silente e efficace. L’Italia? Come ha scritto Romano Prodi, qualche settimana fa sul Messaggero “l’Italia ha raggiunto l’incredibile risultato di non avere quasi più alcuna grande impresa nazionale pur essendo, per dimensione, il secondo paese industriale europeo”. La realtà, Auf Wiedersehen.

Mario Sechi

Il Foglio 15 settembre 2016

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/09/15/monsantobayer-rende-evidente-chi-muove-le-pedine-in-europa___1-v-147505-rubriche_c383.htm

Il visionario dell’odio. Il mistero di Hitler

ahAdolf Hitler visse a Linz, la capitale della regione austriaca dove era nato, dall’autunno 1905 alla fine del 1907. Non studiava. Passava il tempo a disegnare, dipingere, leggere, scrivere poesie, dedicando la sera al teatro di prosa e all’opera. Stava alzato fino a notte inoltrata: la mattina dormiva fino a tardi, e il giorno fantasticava ad occhi aperti sul suo futuro destino di grande artista; fantasticava, come avrebbe fatto sempre, anche quando aveva tutto il potere tra le mani.
Aveva un solo amico, August Kubizek: il quale racconta che il primo bisogno di Hitler era quello di parlare, parlare, parlare, davanti a un piccolo o un grande uditorio. Faceva arringhe su tutto: i difetti degli impiegati statali, gli errori degli insegnanti, le cattive esecuzioni operistiche, i brutti edifici di Linz. Acquistò, insieme all’amico, un biglietto della lotteria. Era sicuro di vincere: con il danaro della vincita, avrebbe fatto vita d’artista, andando a Bayreuth per ascoltare le opere di Wagner, che poi definì il suo «immenso predecessore». Ma il biglietto non vinse; e venne colto da uno di quei furibondi scoppi di collera, che atterrirono sempre i suoi fedeli.
Nel settembre 1907 andò a Vienna per sostenere un esame all’Accademia di Belle Arti. Fu respinto due volte, e riversò la sua collera sull’umanità intera, colpevole di non apprezzarlo. A Vienna rimase dal febbraio 1908 al maggio 1913. Non volle mai imparare un mestiere: per tutta la vita fu un dilettante. Progettò grandiosi piani di città future e grandiosi spettacoli: alcuni drammi, che abbandonò senza finirli: una bevanda, che avrebbe preso il posto dell’alcol: un prodotto miracoloso per far crescere i capelli; e lo Stato ideale. Andò dieci volte ad ascoltare il Lohengrin : avrebbe voluto diventare un eroe wagneriano; a teatro indossava un soprabito scuro, un cappello nero, e portava in mano un bastone da passeggio col manico d’avorio. Come disse l’amico, «aveva un’aria quasi elegante». Nell’autunno 1909, rimase senza danaro. Dormiva in un dormitorio: aveva un posto fisso nella Casa degli uomini: mangiava nei refettori dei conventi: indossava un logoro completo blu a quadretti: spalava la neve per strada; e si improvvisò facchino alla stazione. Ma teneva tutti gli altri a distanza, non tollerando che qualcuno occupasse un posto nella sua misera vita.
Quando ricevette l’eredità del padre, nell’aprile 1913, partì per Monaco. Abitava vicino al quartiere di Schwabing. Leggeva fino a tarda notte, alla luce di una lampada a petrolio. Ogni due o tre giorni dipingeva un quadro: un modesto acquarello, copiato da una cartolina; e cercava di venderlo, procurandosi di che vivere decentemente. Prendeva in prestito libri alla biblioteca: li leggeva nei caffè, dove aveva giornali a disposizione, o nel frastuono delle birrerie. Camminava fino allo sfinimento per le strade e i parchi di Monaco. Era chiuso in sé stesso: nascondeva la propria vita a sé stesso e agli altri; e rifiutava qualsiasi amicizia. Non aveva alcun interesse ideologico e politico. Sino alla fine della Prima guerra mondiale, non fu né antisemita né anticomunista; forse era vicino al Partito socialdemocratico, al quale, più tardi, dedicò un odio senza tregua e senza remissione.
All’improvviso Hitler venne alla luce: a partire dal 1919, abbiamo molti ritratti di lui, che sembrava sfuggire anche al più acuto osservatore. «Chi era, Hitler?» tutti si domandavano. Era pallido, smunto, con i capelli spioventi sulla fronte: gli occhi erano grandissimi, color azzurro slavato, avvolti da una strana luce. Il volto aveva qualcosa di doloroso. Aveva movimenti goffi e bruschi: si accorgeva di essere goffo; e se ne adontava perché gli altri se ne accorgevano. Era incapace di rivolgere la parola a qualsiasi persona importante. Ogni estraneo risvegliava in lui «un’ansia perenne»: lo teneva lontano; e doveva lavarsi continuamente le mani per abolire la sconosciuta e terribile realtà quotidiana. Ora era visionario: ora indeciso: ora svelava un istinto realistico acutissimo, e aveva il dono di riconoscere le debolezze delle persone e di sfruttarle mirabilmente. A volte sembrava uno spettro: o uno straniero, un eterno straniero; o un infimo impiegato, o un sottoufficiale. Il fondo della sua persona era l’odio: un odio feroce e crudele, che egli esaltò in una pagina di Mein Kampf.
La rivoluzione del 1918-19 rivelò Hitler a sé stesso. L’esercito bavarese lo incaricò di tenere corsi di impronta nazionalistica e anticomunista alle truppe. Successe qualcosa che non aveva mai immaginato. Scoperse di «saper parlare» alla gente, e in primo luogo ai soldati. «Hitler è nato per parlare alla gente», disse un ufficiale: «Col suo accaloramento e il suo stile popolare tiene avvinti gli ascoltatori».
«Per parlare», Hitler disse, «ho bisogno di folle»: ne ebbe bisogno per molti anni; e quando non sentì più questo rapporto con le folle, il suo talento politico scomparve. «Le masse», diceva volgarmente, «sono delle femmine, che hanno bisogno di venire possedute». Scandiva in modo netto le parole, con una voce rauca e gutturale: mandava lampi dagli occhi: ogni tanto si ravviava i capelli con la mano destra; parlava per due o tre ore, facendo appello a rabbia, odio, rancore, ed elettrizzando le folle. Dapprima parlava lentamente: poi, poco alla volta, le parole si accavallavano: il pathos isterico raggiungeva il culmine; la voce era strozzata, al punto che era difficile comprenderlo. Gesticolava: balzava eccitato qua e là. Alla fine era esausto, coperto di sudore, prossimo alle vertigini. Ma sapeva trasformarsi. Quando, come gli accadde più tardi, parlava agli industriali della Ruhr, si presentava con un completo scuro a doppio petto, e il discorso era attento, posato, misurato.
Da principio, Hitler affermava di essere soltanto «un tamburino che chiama a raccolta», accennando vagamente alla figura lontana di un Führer. Presto scoprì di essere il capo di tutti i violenti ed esagitati tamburini tedeschi. Era, lui stesso, il Führer. Poi credette di essere il Cristo, il Salvatore dell’universo, il Redentore: avrebbe portato a termine l’opera che il Cristo aveva solo abbozzato. Infine disse: «Vado con la stessa certezza di un sonnambulo lungo il cammino tracciato per me dalla Provvidenza». La Provvidenza lo portava nel mondo dell’assoluto futuro, che lui solo illuminava con la sua terribile luce.
L’8 novembre 1923, in una birreria di Monaco, alzò in alto un bicchiere pieno di birra: lo bevve teatralmente: estrasse la pistola, balzò su un tavolo, sparò contro il soffitto, urlando: «La rivoluzione nazionale è scoppiata». La rivoluzione fallì miseramente. In uno scontro con la polizia, quattordici nazisti morirono. Hitler fu arrestato e condotto nella fortezza di Landsberg: nel febbraio-marzo 1924 venne processato da un giudice compiacente, e condannato a cinque anni di reclusione per alto tradimento. Con grande e scandaloso anticipo, il 20 dicembre 1924 fu liberato.
Nella fortezza di Landsberg Hitler venne trattato come l’ospite di riguardo di un grande albergo, piuttosto che come un carcerato. Leggeva molti libri, il fondamento della sua cultura: Nietzsche, Ranke, Marx, Treitschke, e i ricordi di guerra di generali e statisti tedeschi. Cominciò Mein Kampf, a cui mani compiacenti tolsero gli errori di tedesco. Uscito dal carcere divenne vegetariano: non toccò mai più una goccia di alcol – ciò che giudicava essenziale per la formazione di un grande Führer.
Tutto accadde velocissimamente: con una rapidità che Hitler giudicava sua propria; mentre gli avversari si muovevano con disgustosa lentezza. Nel gennaio 1933 conquistò il potere: distrusse ed abolì gli avversari: nel 1938 conquistò l’Austria, poi la Cecoslovacchia, la Polonia, la Norvegia, la Francia, i Balcani; nel 1941 assalì la Russia e voleva spingersi lontano, sempre più lontano, verso il Caucaso e l’India. Nessuno, mai, era stato così veloce: nemmeno Napoleone, al quale Hitler si sentiva immensamente superiore. Ma questa velocità era la sua hybris : scatenava sé stesso, il partito, l’esercito, le SS, la Germania, fino a una meta lontanissima, che aveva un solo nome: distruzione.
Negli ultimi anni mutò profondamente. Aveva sempre riconosciuto l’origine del proprio potere nel rapporto con la folla. Ora, non parlava più alla folla: né dal Palazzo dello Sport né alla radio. Si allontanò e diventò invisibile. Non riconobbe più sé stesso e il proprio segno in niente di quello che i suoi gerarchi, sempre ispirandosi a lui, facevano: si tenne visibilmente lontano sia dall’assassinio degli ebrei sia dall’assassinio dei malati. Non volle creare uno Stato coerente ed unitario: detestava gli Stati e qualsiasi forma di organizzazione politica ed economica; importava soltanto che tutte le luci convergessero su di lui, sempre più intense via via che tutto precipitava nella distruzione.
Scelse due luoghi privilegiati. Il primo stava alle spalle di Rastenburg, nella Prussia orientale: la Tana del lupo. Come disse Galeazzo Ciano, era una via di mezzo tra il monastero e il campo di concentramento. Non c’era una sola macchia di colore, né una nota vivace. Tutto era grigio sporco e paludoso: puzzava di uniformi e di stivali pesanti. Come scrisse una segretaria a un’amica, c’era «rischio di perdere ogni contatto con la realtà». L’evento principale di ogni giornata era il punto sulla situazione militare, a mezzogiorno. Durante il pranzo, Hitler si atteneva, come sempre, a una dieta rigorosamente vegetariana. Spesso consumava il pasto da solo. Alle 17 invitava le segretarie a prendere un caffè, dedicando un complimento a quelle che mangiavano un biscotto. Dopo cena, faceva proiettare un film. Bastava una parola, e si lanciava in una arringa interminabile contro il bolscevismo. Guardava una carta d’Europa: teneva il dito puntato su Mosca e diceva: «Tempo tre o quattro settimane, e saremo a Mosca. Mosca verrà rasa al suolo». Ascoltava dischi: sempre gli stessi; Beethoven, Wagner, Hugo Wolf.
Non aveva amicizia per nessuno: l’uomo, diceva, era «un risibile batterio». I nemici erano insetti nocivi da schiacciare tra le dita. Aveva tenerezza solo per la sua cagna. Il popolo tedesco era spregevole. Un giorno, accanto al suo treno, si fermò un treno pieno di soldati tedeschi feriti: si rifiutò di vederli e di parlare con loro; fece abbassare immediatamente la tendina del suo scompartimento. Da lì, dalla Tana del lupo, Hitler dirigeva la guerra. Aveva un profondo disprezzo per i suoi generali, che considerava incompetenti e traditori: pensava di essere il più grande condottiero di tutti i tempi. Obbediva a un principio: le truppe non dovevano mai ritirarsi, anche a costo di venire accerchiate e distrutte; e costrinse la Wehrmacht ad alcune terribili sconfitte.
Era malato. Quando Goebbels, nella primavera del 1943, andò a trovarlo alla Tana del lupo, Hitler gli fece «un’impressione sconvolgente»: era invecchiato: soffriva di capogiri; la sola vista della neve gli dava un acuto malessere. Aveva l’aria stanca, il volto sfinito: gli occhi erano vacui e giallastri: le spalle curve; la mano sinistra tremava di continuo. Soffriva di una terribile insonnia: temeva l’angoscia della notte; a volte singhiozzava. Era nelle mani del suo medico, che lo riempiva di medicine, ventotto diverse pasticche al giorno. Pallido e stanco per la lunga veglia, giocherellava nervosamente con gli occhiali e le matite di vari colori, che teneva infilate tra le mani. Aveva emicranie, mal di denti, crampi allo stomaco, attacchi di cuore. Stava disteso apaticamente sul suo lettuccio da campo: balbettava; sembrava che la volontà di vivere l’avesse abbandonato completamente. Mangiava solo dolci. Era – disse un ufficiale – «un rottame umano rimpinzato di dolci».
Il 16 gennaio 1945 Hitler fece ritorno alla Cancelleria del Reich a Berlino, in un bunker a due piani scavato a otto metri di profondità. Il suo studio era una piccola stanza di tre metri per quattro: con una scrivania, un tavolo, tre poltrone, e un enorme ritratto di Federico il Grande. Emergeva solo ogni tanto, molto di rado, per una boccata d’aria insieme alla cagna. Andava a letto alle 5 di mattina, o anche più tardi. Cercava di non vedere la luce. Teneva sotto gli occhi un plastico di Linz, dove – diceva – si sarebbe ritirato in vecchiaia, dopo la vittoria. Quando il plastico fu ultimato, lo contemplava con entusiasmo: lo osservava da tutti i punti di vista, e sotto diverse illuminazioni. Nel bunker l’atmosfera era funerea. Quando un ufficiale si felicitò con lui per l’anniversario della sua presa del potere, Hitler accolse le felicitazioni con aria apatica: aveva l’aspetto distratto, il volto cadaverico. Ordinò una controffensiva a una divisione panzer: la controffensiva non avvenne mai, perché la divisione panzer non esisteva più. Fece fucilare il cognato di Eva Braun. Poco dopo la mezzanotte del 29 aprile 1945, tra il rumore sempre più vicino delle cannonate russe, sposò Eva Braun; e dettò alla segretaria il proprio testamento politico.
Nel bunker, tutti discutevano sul modo migliore di suicidarsi. Un sergente aprì a forza le fauci della cagna di Hitler e la avvelenò. Subito dopo egli entrò nella stanza: vide al suolo l’animale senza vita; lo guardò fisso per qualche istante, e senza dire una sola parola si allontanò col volto impassibile. Quando un cameriere aprì la porta della sua stanza, vide il Führer ed Eva Braun distesi, l’uno accanto all’altro, sopra un divano: dal corpo di lei veniva un penetrante odore di mandorle amare, l’odore dell’acido prussico. Hitler aveva la testa piegata: il sangue colava da un foro sulla tempia destra. La pistola giaceva ai suoi piedi.
I due corpi vennero bruciati nel giardino della Cancelleria, mentre i superstiti gridavano per l’ultima volta «Heil Hitler». Non erano ancora le diciotto e mezza del 30 aprile 1945. Il giorno dopo, la radio tedesca annunciò che il Führer «era caduto in combattimento, lottando contro il bolscevismo». Era l’ultima menzogna di una lunga serie di menzogne, che per molti anni avevano insanguinato la terra.

Pietro Citati
Corriere della Sera 11 luglio 2016

I RISCHI CHE CORRE L’EUROPA

brexityyyIpotizzare il peggio può aiutare ad aguzzare l’ingegno, a ricercare le soluzioni se il peggio si realizzasse. In questo momento, l’Europa è con il fiato sospeso in attesa del referendum britannico del 23 giugno. Ma le tegole che potrebbero cadere in testa all’Europa nel giro di pochi mesi sono due. Nello scenario più cupo, la Gran Bretagna abbandona l’Unione Europea e pochi mesi dopo Donald Trump viene eletto presidente degli Stati Uniti. Se questi due eventi si realizzassero entrambi, l’Europa si troverebbe a fare i conti con un mondo completamente diverso rispetto a quello fin qui conosciuto e dovrebbe molto presto scegliere fra rassegnarsi alla propria definitiva implosione o impegnarsi in una radicale riorganizzazione di se stessa.

Le conseguenze di una vittoria dei fautori dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione — tutti gli osservatori concordano — sono imprevedibili. I danni economici per la Gran Bretagna sarebbero, presumibilmente, ingenti ma lo sarebbero anche per gli altri Paesi europei data la stretta interdipendenza esistente. I danni politici sono ancora meno calcolabili. È vero che l’Unione sarebbe forse tentata di trattare con la massima durezza la Gran Bretagna allo scopo di farle pagare un prezzo economico salatissimo cercando così di scoraggiare il contagio, di rendere il più possibile difficile la vita agli imitatori, a tutti coloro che in giro per l’Unione vorrebbero seguire le orme del Regno Unito.

Èanche vero che la Gran Bretagna non è la Grecia e che colpirla troppo duramente potrebbe rivelarsi un boomerang, provocare danni altrettanto gravi ai Paesi membri, come hanno giustamente osservato Alesina e Giavazzi sul Corriere di due giorni fa.

In ogni caso, le conseguenze di Brexit sarebbero di vasta portata. Il prestigio e la reputazione dell’Unione, già piuttosto bassi di questi tempi, diminuirebbero ancora nel momento in cui uno Stato membro così importante se ne andasse sbattendo la porta. Lungo tutta la loro storia, le istituzioni europee avevano potuto contare sul fatto che i vari Paesi facessero la fila per entrare, non per uscire. Inoltre, la Brexit modificherebbe i rapporti di forza dentro l’Unione facendo venire meno un contrappeso, che comunque esisteva, rispetto alla potenza tedesca. Da ultimo (ma questo pare interessare solo ai pochi europei che ancora hanno a cuore l’economia liberale), verrebbe meno un elemento di resistenza a quegli eccessi di dirigismo economico sempre troppo apprezzati e praticati sul Continente. In ogni caso, la natura dell’Unione cambierebbe.

Ma l’attenzione spasmodica per la possibile tegola numero 1, la Brexit, non dovrebbe farci dimenticare la possibilità che ci arrivi in testa, nel giro di pochi mesi, anche la tegola numero 2. Forse (qualunque europeo dovrebbe augurarselo) Hillary Clinton vincerà le elezioni presidenziali americane. E forse no. Data la scarsa simpatia che l’ex segretario di Stato riscuote persino fra gli elettori democratici, date le affinità di fondo (il comune sentire economicamente protezionista e politicamente isolazionista) che esistono fra l’elettorato che ha votato Sanders e quello che vota Trump, una vittoria finale di quest’ultimo non può essere esclusa.

Fuori dagli Stati Uniti, chi più potrebbe rallegrarsi per il trionfo di Trump sarebbe Vladimir Putin. Trump significherebbe il definitivo affossamento del trattato di libero scambio fra Europa e Stati Uniti. Ma significherebbe, soprattutto, l’apertura di una crisi, la più grave da quando l’organizzazione esiste, della Nato. Gli Stati Uniti di Trump pretenderebbero, come egli ha già anticipato, un impegno finanziario assai più ampio dell’attuale da parte dei Paesi membri dell’organizzazione.

Ma l’America ha sempre accettato fino ad oggi di sopportare gli oneri finanziari maggiori in cambio del riconoscimento della sua leadership da parte degli europei. Un diverso atteggiamento significherebbe rinunciare alla leadership. E poiché i Paesi europei membri della Nato difficilmente potrebbero accedere alle richieste americane, la conseguenza sarebbe una crisi del sistema di sicurezza occidentale.

Si sfregherebbero le mani soddisfatti tutti coloro che, da sempre, vogliono sbarazzarsi dell’«impero» americano. Ma si aprirebbe anche una voragine: chi potrebbe, e come, sostituire la Nato come garante della sicurezza europea? Nascerebbe finalmente il famoso «esercito europeo» sognato da sempre dai federalisti spinelliani? Chi conosce lo stato dell’Europa sa che questa è solo un’illusione. In materia di sicurezza, gli europei, senza gli americani, sono in grado di combinare poco o nulla. È anche la ragione per cui Putin brinderebbe a champagne in caso di elezione di Trump. La sua influenza politica sull’Europa (come sul Medio Oriente) si accrescerebbe. I gravissimi problemi economici della Russia non impedirebbero alla più grande potenza militare che incombe sui nostri confini orientali di sfruttare ogni occasione per condizionarci sul piano politico. Per la gioia dei tanti amici europeo-occidentali dell’uomo forte di Mosca.

Già duramente provati a causa dell’incapacità di trovare soluzioni condivise nel governo dei flussi migratori, gli europei si troverebbero a dover fronteggiare la peggiore combinazione possibile: i danni economici e politici provocati da Brexit e l’avvento di un presidente americano isolazionista e protezionista.

Se ci arrivassero addosso tutte e due le tegole, l’Europa continentale dovrebbe decidere in fretta — prossime elezioni francesi e tedesche permettendo — come riorganizzarsi. Si noti per giunta che una riorganizzazione, che a quel punto dovrebbe anche farsi carico della sicurezza (un tema con cui l’Europa, nonostante Maastricht, non ha alcuna dimestichezza) in una Unione resa ancora più «tedesca» di oggi dall’uscita della Gran Bretagna, richiede rebbe di essere condotta con grande tatto e abilità: per non alimentare sentimenti ancora più forti di quelli che già oggi circolano di ostilità per la Germania.

Magari poi il fosco scenario sopra immaginato non si realizzerà. La Gran Bretagna resterà nell’Unione (i fautori del

Remain vinceranno con un buon margine) e Trump verrà sonoramente sconfitto da Hillary Clinton. L’Europa, allora, continuerà a galleggiare restando così come è oggi ancora per un po’.

Angelo Panebianco

Corriere della Sera 16 giugno 2016

Diseguaglianze frenano la crescita

Lo studio Ocse spacca la ricca Germania

disugualE’ guerra totale tra gli economisti tedeschi su un tema riemerso con la Grande crisi, riproposto a ritmi martellanti dai premi Nobel Krugman e Stiglitz ma anche dalla star degli economisti emergenti, Piketty: l’aumento delle diseguaglianze in Occidente. Al di là dell’aspetto morale, il punto è che l’abisso tra ricchi e poveri fa male alla crescita, sostengono ormai molti studiosi – e non solo di orientamento keynesiano. Ma la polemica è esplosa nel Paese di Angela Merkel da quando qualcuno ha osato avanzare l’ipotesi che questo principio possa valere anche per la prima economia europea. La tesi di un economista molto noto ma molto discusso in Germania, Marcel Fratzscher, sta spaccando il mondo accademico.

Fratzscher è uno dei rarissimi economisti non ordoliberali del Paese di Angela Merkel e insiste da anni che la Germania fa troppi pochi investimenti e ha un problema drammatico di domanda interna che sacrifica sull’altare del rigore. Ma nell’ultimo libro, La battaglia dell’equità, lo studioso cita dati dell’Ocse per dimostrare che l’economia tedesca ha perso ben sei punti di crescita a causa delle crescenti differenze tra ricchi e poveri. Apriti cielo.

Michael Huether, a capo dell’autorevole istituto di ricerca di Colonia IW, ha usato un’ardita metafora per offenderlo. A volte bisogna mettersi gli stivali di gomma e calpestare il fango dei dati per capire, ha detto. E qualcuno, ha aggiunto, preferisce invece lasciare gli stivali nell’armadio per buttarsi su “tesi superficiali” sulla diseguaglianza. E se Fratzscher cita a suo sostegno numeri dell’Ocse che dimostrano come tra il 1990 e il 2010 il Pil tedesco sarebbe potuto crescere del sei per cento in più, Huether ne mette in dubbio la metodologia. E sostiene l’esatto opposto: in Germania le diseguaglianze mettono il turbo alla crescita. Con l’Iw si sono schierati non soltanto colleghi come Andreas Peichl, dello ZEW; persino i “saggi economici” di Angela Merkel hanno invitato a prendere lo studio dell’Ocse “con le pinze”.

L’IW ha dunque messo a punto un contro-studio che contesta le tesi di Fratzscher (e dell’Ocse). Primo, è sbagliato pensare che Paesi poco iniqui come la Norvegia o molto iniqui come gli Stati Uniti possano subire gli stessi effetti quando le diseguaglianze crescono. E l’Ocse non tiene conto neanche, sottolinea Huether, delle differenze nella mobilità sociale, nel sistema di istruzione o nella politica dei vari Paesi.

Anche l’Iw arriva alla conclusione che le diseguaglianze danneggino l’economia, ma solo se la differenza tra ricchi e poveri è già grande, cioè se il coefficiente Gini che le misura è al di sopra di 0,35. La Germania è sotto.

Inoltre bisogna distinguere tra Paesi industrializzati e in via di sviluppo. Solo in Paesi con redditi sotto i 9000 dollari all’anno, l’iniquità fa male alla crescita. Secondo l’Iw le diseguaglianze hanno dunque regalato ben 2,3 punti al Pil tedesco, tra il 1990 e il 2010. Il contrario delle tesi di Fratzscher e dell’Ocse.

Intanto, però, le diseguaglianze crescono, e sono più grandi che in altri Paesi europei. Lo sostiene la Bundesbank in uno studio che dimostra come il dieci per cento più ricco possieda ormai il 59,8 per cento della ricchezza; quindici anni fa era ancora il 45,1 per cento. Il segreto dei “paperoni”, secondo l’esperto della banca centrale tedesca Tobias Schmidt, è aver investito nel mattone, in questi anni di tassi di interesse ai minimi.

“C’è un forte legame – ha spiegato l’economista – tra il possesso di immobili e la ricchezza”, anche se “l’aumento del prezzo delle case va a vantaggio soprattutto dei più abbienti”. Metà di coloro che hanno proprietà immobiliari hanno visto il loro valore crescere di circa 33mila euro, in media. Chi vive in affitto si è arricchito appena di mille euro, negli anni presi in esame (2010-14). E il 50 per cento più povero, calcolano gli uomini di Jens Weidmann, possiede appena il 2,5 per cento della ricchezza nazionale.

Anche tra Est e Ovest ricomincia ad aprirsi uno iato, dopo due decenni e mezzo di convergenza tra le due Germanie. Ma i dati, in questo caso, quelli della fondazione Ebert usciti in questi giorni sono un po’ vecchi, restituiscono una tendenza registrata all’inizio della Grande crisi, tra il 2009 e il 2012, quando la differenza del Pil pro capite tra regioni occidentali e orientali è salita al 26,6 per cento. Altro che i “paesaggi in fiore” di Helmut Kohl.

Tonia Mastrobuoni

La Repubblica 29 marzo 2016

 

http://www.repubblica.it/economia/2016/03/28/news/disuguaglianze_pil_crescita_germania_ocse-136141080/

IW Colonia

http://www.iwkoeln.de/en/

 

Germania, record del surplus commerciale in barba alla Ue

imexgerAncora una volta la Germania tira dritto per la sua strada e segna un record del surplus commerciale: secondo i dati diffusi da Destatis, la prima economia europea ha chiuso il 2015 con un avanzo commerciale record di 248 miliardi di euro, grazie a un aumento delle esportazioni di più del 6%. In particolare, le vendite all’estero si sono attestate a 1.196 miliardi di euro, in crescita del 6,4% rispetto al 2014. Le importazioni hanno toccato il livello massimo storico di 948 miliardi di dollari, in progresso del 4,2%. Perché è un dato importante? Perché nelle regole europee non si parla solo di deficit e debito, come sappiamo bene in Italia, ma anche di equilibrio delle partite correnti, cioè la somma degli scambi commerciali con l’estero. Si dice che non si può avere un rosso superiore al 3% del Pil per più di tre anni di fila, ma ugualmente un surplus superiore al 6%.

La regola serve a cercare di non allargare le fratture nell’Eurozona. Quando un’industria tedesca vende un bene a una spagnola, in un certo senso sottrae ricchezza all’economia iberica, che paga per qualcosa prodotto altrove: sul territorio e nei c/c della controparte tedesca ricadranno tutti i vantaggi della transazione. Se la Germania deve tirare l’Europa, è il ragionamento, sarà meglio che inizi a consumare i prodotti dei vicini, in modo da distribuire loro parte della sua ricchezza. Eppure, da otto anni Berlino ha un surplus eccessivo e come visto anche quest’anno ha stabilito un nuovo record.

Nel 2015 tutte le aree del mondo hanno acquistato di più dalla Germania: le esportazioni verso i paesi Ue sono cresciute del 7% su base annua, raggiungendo circa 700 miliardi (+5,9% quelle verso i membri dell’Eurozona), mentre quelle verso il resto del mondo hanno registrato un incremento del 5,6%. Automobili, macchine utensili e prodotti chimici sono i settori che hanno maggiormente contribuito al successo del “made in Germany”.

Sul futuro si addensa però qualche nube: a dicembre, secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica, le esportazioni e le esportazioni sono comunque entrambe  diminuite dell’1,6%. Forte esportatrice verso i mercati asiatici, la Germania comincia a risentire gli effetti del rallentamento cinese, anche se la maggior parte delle aziende resta relativamente ottimista sulle prospettive di medio termine del mercato. Deludenti, in questo senso, anche gli ultimi dati sulla produzione industriale: a dicembre segna un pesante calo, -1,2% mensile contro il -0,1% precedente e rispetto al +0,5% stimato dagli analisti. Male anche la lettura annualizzata: -2,2% contro il +0,1% precedente e rispetto al -0,6% atteso dal consensus di mercato.

Raffaele Ricciardi

la Repubblica 9 febbraio 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/02/09/news/germania_ancora_un_record_del_surplus_commerciale-133023257/

 

La debolezza della Germania

produtttLo scandalo Volkswagen dice del modello Germania più di quanto amino sentir dire a Berlino. Se a Wolfsburg hanno deciso di mettere in piedi la grande truffa è per un obiettivo preciso: alzare al massimo, letteralmente ad ogni costo, il volume delle esportazioni e delle vendite. In un mondo spietato, come il vertice dell’industria dell’auto, le economie di scala sono una leva indispensabile. Ma in generale per l’industria tedesca le esportazioni, in assenza di un rilancio deciso della domanda interna, sono una leva indispensabile. Anche quest’anno, Germania Spa metterà a segno un record: un saldo positivo delle partite correnti superiore al 7 per cento del Pil, secondo a nessuno nel mondo. Ma è un record fragile. Fino a qualche anno fa, le industrie tedesche esportavano nell’Eurozona per un controvalore di circa il 4,5 per cento del prodotto interno. La grande crisi e le politiche di austerità che Berlino ha imposto al resto d’Europa hanno praticamente dimezzato questo flusso di merci.

E il record, allora? La Germania ha potuto sostituire, in questi anni, i clienti dell’Eurozona con quelli dei paesi emergenti, in testa la Cina, in pieno boom. Ma il boom cinese sembra finito, il rallentamento in corso della crescita pare destinato a durare a lungo, proiettando la sua ombra su tutti i paesi emergenti. E la crescita che ci sarà sembra sempre più indirizzata verso livelli tecnologici concorrenziali con quello tedesco. Dove i due sistemi si sono affrontati faccia a faccia, come nei pannelli solari, i cinesi hanno vinto a mani basse.

Il problema, per l’export tedesco, è di essere concentrato in quattro settori, assai tradizionali: veicoli industriali, auto, chimica, apparecchi elettronici. Negli ultimi quindici anni, questi settori hanno tirato molto, ma la corsa non può essere senza fine. E, contemporaneamente, la Germania non sembra (come l’Italia, l’altra regina europea dell’industria manifatturiera) essere stata capace di affermarsi con altrettanta decisione nei settori più nuovi e più promettenti: le biotecnologie, l’hardware e il software elettronico. La realtà tedesca più importante nell’informatica, la Sap, è stata fondata nel 1972. Poi, è difficile parlare di startup. Nella classifica della Banca Mondiale sulla facilità di aprire una nuova azienda, l’Italia è quarantaseiesima su 190, la Germania alla casella 114. E le persone – i protagonisti dell’innovazione – cominciano a latitare. Meno di un terzo dei giovani tedeschi arriva alla laurea. In Gran Bretagna siamo al 45 per cento. In buona misura, è un effetto diretto della politica di risparmi selvaggi che l’era Merkel ha imposto al paese. Berlino spende per l’istruzione il 5 per cento del Pil, contro il 7 per cento e passa degli inglesi.

Non è solo il governo a cullarsi nell’idea che si possa vivere di rendita. L’industria tedesca non investe più nelle sue fabbriche da anni. Il tasso di investimento è passato dal 23 per cento degli anni ’90 al 17 per cento nel 2013. Siamo sotto la media europea. Il risultato è che anche la produttività non è brillante. Anzi, è praticamente ferma. Le statistiche dicono che la produttività per ora lavorata è inferiore a quella di Francia e Olanda. Drogata da un cambio ultrafavorevole, la locomotiva d’Europa macina un record di esportazioni dopo l’altro. Ma se va ancora a vapore, c’è da preoccuparsi. 

Lo scandalo Volkswagen e la debolezza della Germania che non innova più

Maurizio Ricci

Repubblica – 26 settembre 2015

http://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2015/09/26/news/lo_scandalo_volkswagen_e_la_debolezza_della_germania_che_non_innova_piu_-123649051/?ref=HRLV-5