Riserve in valuta, due terzi sono in dollari

Il dollaro resta – di gran lunga – la valuta più gettonata per le riserve ufficiali in moneta estera. E i numeri addirittura crescono. Secondo gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale, al 30 giugno 2017 le riserve mondiali in dollari sono salite a 5.909 miliardi. Seguono l’euro con 1.844 miliardi di dollari (i dati del Fmi sono riportati nella valuta Usa), lo yen con 429 miliardi di dollari e la sterlina con 408 miliardi di dollari. Tutti in aumento, tra variazioni negli stock e oscillazioni nei tassi di cambio. Dietro, molto indietro, ci sono le altre monete, inclusi il renminbi cinese e il franco svizzero. In percentuale la quota dei dollari sul totale delle cosiddette «riserve allocate» è del 64%. In altre parole, quasi due terzi sono in dollari. Certo, è molto importante anche chi li ha in cassaforte, questi soldi. E molti fanno capo a Pechino. Ma resta il fatto che è ancora il dollaro la valuta che si conquista in gran parte la fiducia di istituzioni e mercati. Non è sempre stato così, naturalmente. La sterlina era più gettonata del dollaro, allo zenit dell’impero britannico. E non solo. Tutti i confronti, con gli alti e bassi storici, sono in un grafico del libro (in inglese) «Come funzionano le valute: passato, presente e futuro» ( How Global Currencies Work: Past, Present, and Future ) di Barry Eichengreen, Arnaud Mehl e Livia Chitu, appena pubblicato da Princeton University Press. È un viaggio nel mondo del denaro, dove diverse monete possono aggiudicarsi insieme lo status di valuta internazionale. Ma, almeno per ora, con pesi differenti.

GIOVANNI STRINGA

Corriere della Sera, 26 ottobre 2017

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=59f19c5089b90

 

Populismi, disoccupazione e deficit così la politica frena l’economia

goldilocks-the-three-bears1Goldilocks, fanciulla coi capelli biondi di una favola per bambini (“Riccioli d’oro e i tre orsi”), è stata rapita dagli economisti americani che ne hanno fatto un simbolo della congiuntura attuale. Un’economia Goldilocks, nel gergo degli esperti, è passabile, né depressa né surriscaldata, meglio comunque dei due estremi opposti. Molti oggi vedono l’economia mondiale con gli occhiali di un’aurea mediocritas. Il Giappone cresce dell’1%, quindi la ricetta del suo premier (“Abenomics”) funziona abbastanza. Le previsioni della Commissione Ue danno segnali di miglioramento – l’eurozona crescerà dell’1,6% rispetto alla precedente previsione dell’1,5%. Negli Usa la congiuntura si scalda e la Federal Reserve tornerà ad alzare i tassi. Nessuno dei problemi di fondo è stato risolto, in molti paesi la disoccupazione giovanile resta eccessiva, le diseguaglianze ai massimi storici, però questa “mediocre” congiuntura è meglio che niente. Soprattutto a confronto con quel che potrebbe farla deragliare: i problemi maggiori – dall’America alla Francia all’Italia – vengono tutti dalla politica.

Cominciamo dal più grosso, l’elefante nella cristalleria, The Donald. La capigliatura dorata di Goldilocks lui ce l’ha. E più che un’aurea mediocritas, ai mercati sta ispirando euforìa: ieri un altro record di Borsa è stato polverizzato, la capitalizzazione dell’indice S&P’s 500 ha superato i 20 mila miliardi di dollari per la prima volta. A eccitare gli investitori: l’annuncio che Trump ben presto svelerà il suo piano per la maxi-riduzione di imposte.
Tra i settori più elettrizzati, e premiati in Borsa, le banche hanno un motivo in più per gioire: Trump ha iniziato a smantellare le regole obamiane su Wall Street. E ci sono ben tre posti liberi ai vertici della Federal Reserve, tra un anno quattro con la fine del mandato della presidente Janet Yellen. Avremo una banca centrale trumpiana, cioè amica di Wall Street. «È stata probabilmente una cattiva idea vendere le azioni perché temete Trump», commenta amaro l’esperto finanziario Neil Irwin sul New York Times (c’è cascato pure George Soros, però). Dunque viviamo, come il Candide di Voltaire, nel migliore dei mondi? Eppure sul Wall Street Journal – che a differenza del New York Times non si può considerare un giornale “di opposizione” – si affollano gli allarmi, le messe in guardia, le previsioni negative. La politica c’entra. Mentre ai mercati e ai chief executive piace la parte “reaganiana” dell’agenda Trump – meno tasse, meno regole – c’è chi comincia a paventare un’esplosione di deficit pubblici se il presidente mantiene anche la promessa “di sinistra” (keynesiana) sui maxi-investimenti in infrastrutture. E soprattutto, quasi all’unanimità gli economisti giudicano pericolosi i venti di guerra commerciale, la spirale protezionista in cui Trump potrebbe risucchiare il mondo intero.
Il che ci porta all’Europa. Dove la crescita è modesta, insufficiente, ma apprezzabile rispetto ai disastri che potrebbero essere in agguato dietro l’angolo. Tutti legati al calendario politico. Il negoziato Brexit sta appena cominciando e non si sa dove andrà a finire, con quali costi per le due parti in corso di divorzio. La Francia potrebbe avere come presidente Marine Le Pen, favorevole all’uscita sia dall’euro sia dalla Nato. Dopo Brexit, Frexit, magari pure Nexit (Netherlands) se girano a destra gli olandesi. L’Italia è parte di questo sisma politico del Vecchio continente, ci aggiunge il debito pubblico più grosso d’Europa e un sistema bancario malato. Per l’investitore americano costretto alle semplificazioni del Financial Times e dell’Economist, è inquietante vedere il nome dell’Italia affiancato così spesso a quello della Grecia.
Il Giappone è un caso a parte e la sua versione della favola Goldilocks si presta a una lettura anti-conformista. La crescita dell’1% è modesta, ma da tempo esiste una contro-narrazione, nella chiave della decrescita felice. Il Giappone è stato il primo a sperimentare la denatalità, ha una popolazione in calo, il suo Pil nazionale è un indicatore ingannevole, invece il Pil pro capite ci restituisce l’immagine di un paese i cui abitanti stanno meglio di quanto crediamo. A dispetto del “politically correct” va ricordata anche un’altra anomalia giapponese: potrebbero crescere di più se accettassero di rimpinguare la forza lavoro con più immigrati coreani cinesi o filippini, ma se ne guardano bene. Anche a Tokyo i pericoli in agguato sono politici: soprattutto l’incognita protezionismo, e le tensioni con la Cina nell’èra Trump.
Nella versione originale della favola di Goldilocks (Robert Southey, 1837) non c’è affatto il lieto fine. Riccioli d’oro deve sfuggire agli orsi, si rompe l’osso del collo e finisce in ospedale. Vatti a fidare degli economisti.
Federico Rampini
La Repubblica 14 febbraio 2017

Deflazione, la malattia delle monete che non trova una cura.

deflaLa temperatura di un corpo umano sano è tra 36 gradi e mezzo e 37. Quando si abbassa sotto quei livelli il corpo diventa debole e progressivamente vengono meno le funzioni vitali. Secondo la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea, il tasso di inflazione di una economia sana è tra l’1,5 e il 2 per cento (la definizione ufficiale è “vicino ma inferiore al 2 per cento). Quando l’inflazione è più bassa il corpo dell’economia diventa debole e poco reattivo. È questa la ragione per la quale il mandato delle banche centrali è utilizzare le politiche monetarie per garantire quella soglia

L a cura per contenere l’inflazione è nota ed è stata più volte testata: aumentare i tassi di interesse e ridurre la liquidità del sistema. Sappiamo che funziona, anche se gli effetti collaterali, soprattutto in termini di disoccupazione, sono pesanti. La cura contro la deflazione invece ha una casistica senza successi.

Dal secondo dopoguerra sino a un paio di anni fa la sola vittima è stata il Giappone, che dall’inizio del millennio ci combatte senza soddisfacenti risultati. La Banca centrale di Tokyo le ha tentate tutte, ha portato i tassi a zero, stampato moneta senza risparmiarsi, comprato titoli di Stato, obbligazioni delle imprese, azioni, ha inondato il mercato di liquidità. Non ha avuto esplosione della spesa pubblica che ha portato il debito del Giappone al 260 per cento del pil. Niente da fare.

Con lo stesso problema ora si stanno misurando la Bce e molte altre banche centrali e la strumentazione è la stessa, tassi a zero o negativi, grande liquidità immessa nel sistema. Non siamo caduti in deflazione ma oscilliamo poco sopra lo zero. In termini di metafora si potrebbe dire che la corda (monetaria) si tira ma non si spinge.

Deflazione vuol dire che il denaro aumenta il suo potere d’acquisto e quello che un anno fa potevi comprare con cento oggi lo puoi comprare con 98. Può sembrare una buona notizia per chi ha soldi in tasca ma non lo è: perché quel fortunato signore, che sia unlo potrà avere a 96, il suo denaro non lo spende e non lo investe. L’economia rallenta, per liberare il magazzino i venditori abbassano ancora i prezzi e la deflazione si avvita, i debiti si fanno più pesanti e più difficili da rimborsare, le aziende falliscono, l’economia si fa sempre più debole. Perciò va combattuta come una malattia, quindi ci vogliono una diagnosi e una cura. Un’esperienza del passato che ha qualche somiglianza con quella di oggi non è finita molto bene. Era la fine del XIX secolo e le merci a basso costo che arrivavano dall’America precipitarono l’Europa nella deflazione. Durò parecchio, finchè la corsa agli armamenti di Germania e Regno Unito non dettero una scossa all’occupazione e alla domanda. Si uscì dalla deflazione e si arrivò alla Prima Guerra Mondiale.

Se non è il caso di replicare l’esito, quell’esperienza un po’ ci può aiutare nella diagnosi e forse nella terapia. La causa domestica più evidente della deflazione in Europa sta nel basso utilizzo degli impianti e della manodopera che deriva dal fatto che consumi e investimenti sono fermi dopo alcuni anni di declino. Con tanti disoccupati i salari non salgono mentre i prezzi dei beni in cerca di compratori scendono.

Tra le cause esterne quella che viene sempre citata e che ha certamente un ruolo è il crollo delle materie prime e segnatamente del petrolio. Mario Draghi ha spiegato con la sua geometrica chiarezza come una crisi dei prezzi del barile causata da carenza di domanda influisce sulla inflazione core perchè finisce per determinare una riduzione delle esportazioni nette globali, il che a sua volta porta ad una contrazione degli investimenti. La caduta dei prezzi petroliferi può avere effetti deflattivi anche se è determinata da eccesso di offerta se questi eccessi sono ripetuti e si protraggono nel tempo, perchè abbassano le aspettative di crescita dei prezzi di famiglie e imprese che quindi rinviano acquisti e investimenti.

Ad oggi, sostiene Draghi, ambedue gli effetti sono in atto. Dare però solo al crollo delle materie prime tutta la responsabilità dell’andamento dell’inflazione rischia di portarci fuori strada. Basta guardarsi un pochino indietro per vedere che una correlazione diretta non è scontata: tra il 1999 e il 2007 il prezzo del barile è cresciuto da 18 a 71 dollari, ma in quegli stessi anni l’inflazione globale è scesa dal 6 al 4 per cento mentre la crescita del pil del pianeta è salita dal 3 al 6 per cento. Drogata dal debito, certo, ma il fatto che l’inflazione si sia ridotta di un terzo in anni un cui il ritmo di crescita dell’economia è raddoppiato e il prezzo del petrolio quadruplicato dovrebbe suggerici che già allora, ben prima della grande crisi, erano in azione altre forze. Un primo suggerimento su quali esse siano ce lo dà l’esperienza della fine dell’800, con la prima globalizzazione. Allora furono le merci, soprattutto i cereali, a basso costo in arrivo dall’America a portare la deflazione in Europa. Similmente possiamo dedurre che la seconda globalizzazione, quella della fine del secolo scorso e l’inizio di questo, con l’invasione delle merci a basso costo provenienti dalla Cina e dagli altri paesi emergenti è stato un fattore determinante nel comprimere l’inflazione anche quando in Occidente consumi e occupazione crescevano. Quell’impatto è ancora in atto, ma la globalizzazione questa volta non è la sola forza in azione e neanche la più potente. Accanto infatti c’è la tecnologia. L’automazione della manifattura ha spinto in basso i costi di produzione. Ora siamo nella fase della digitalizzazione, che riduce i costi non solo dei prodotti ma anche dei servizi. Uno degli effetti della digitalizzazione infatti è la disintermediazione: compriamo i libri e molto altro da Amazon e non nei negozi, condividiamo le nostre macchine con Blablacar o quelle a noleggio con il car sharing, usiamo Uber invece dei taxi e per il turismo AirBnb. La ragione del loro successo è che i prezzi di quei prodotti e di quei servizi sono più bassi. L’economia nuova (che contiene anche pezzi di quella vecchia, dai voli di Ryanair ai mobili dell’Ikea) è low cost: dobbiamo rassegnarci, la digital economy e i nuovi modelli di consumo sono deflattivi. Direttamente perchè disintermediando riducono i prezzi, e indirettamente perchè i nuovi modelli produttivi e distributivi almeno per il momento distruggono lavoro, quindi impediscono la crescita dei salari e del monte salari. Poichè la compressione dei prezzi da globalizzazione non si esaurirà nel giro di pochi anni e quella da digitalizzazione durerà ancora più a lungo, allora dovremmo prendere in considerazione la possibilità cambiare prospettiva. Petrolio o non petrolio, la bassa inflazione e forse la deflazione potrebbero non essere congiunturali ma strutturali. Dovuti a un cambiamento profondo del modello economico del quale siamo solo all’inizio e il cui impatto tocca non solo la moneta ma anche la stabilità sociale, politica e geopolitica. Possiamo fare quindi la lista delle “cospiring forces” che ci spingono verso la deflazione: basso utilizzo degli impianti ed elevata disoccupazione (che rallentano investimenti e consumi), crollo delle materie prime che deprimono le aspettative sui prezzi e l’export mondiale, tecnologia e globalizzazione che riducono i costi e i prezzi. A questo punto forse è il caso di porsi un paio di domande. La prima è se dobbiamo ancora concentrare le forze contro la tendenza deflazionistica o piuttosto utilizzare gli strumenti della politica monetaria per conviverci il meglio possibile. La seconda è se possiamo ancora pensare che siano i bazooka della politica monetaria la sola medicina. Rilanciare gli investimenti e redistribuire più equamente il reddito per spingere i consumi sono obiettivi che richiedono politica. Quella senza aggettivi.

Marco Panara

La Repubblica , 22 febbraio 2016

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2016/02/22/news/deflazione_la_malattia_delle_monete_che_non_trova_una_cura-134029593/

 

Accordo sul Tpp

tppppp I lavori per il Ttip, l’accordo di libero scambi tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, procedono al rilento. Gli Usa, però, possono consolarsi con l’intesa raggiunta questa mattina con 11 Paesi del Pacifico sul Trans-Pacific Partnership (Tpp) dopo 9 giorni di intense trattative. L’intesa abbatterà le barriere al commercio e – secondo i negoziatori – aumenterà il lavoro e gli standard ambientali tra le nazioni che rappresentano circa il 40% della produzione economica mondiale. L’accordo dovrà essere approvato ora dal Congresso Usa e dai rispettivi governi degli altri 11 Paesi.

Tra i paesi asiatici è coinvolto il Giappone, ma non la Cina. L’ultima disputa risolta ha riguardato la protezione di brevetti farmaceutici, sulla quale insistevano gli americani. Trattative difficili sono inoltre avvenute sul settore auto, sui latticini e in generale sulla proprietà intellettuale. L’accordo alla fine apre mercati agricoli di Canada e Giappone e rende più severe la norme sui brevetti a vantaggio di società farmaceutiche e tecnologiche. Soprattutto crea un blocco per contenere la crescente influenza economica della Cina nella regione. Il patto rappresenta una sofferta vittoria per il presidente americano Barack Obama, che ne aveva fatto una priorità sfidando l’opposizione di esponenti del suo stesso partito democratico.

Non tutti, però, sono entusiasti dell’accordo. E in molti già denunciano che il libero scambio distruggerà posti di lavoro anziché crearne di nuovi. Nel dettaglio, l’accordo sul Tpp prevede l’eliminazione delle barriere tariffarie e non-tariffarie e l’adeguamento degli standard commerciali in una vasta area dell’Asia-Pacifico, associando l’economia statunitense a quella di altri undici Paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. I partner si impegnano a cooperare anche sul fronte delle valute.

Obama però esulta: “Ho passato ogni giorno della mia presidenza a combattere per far crescere la nostra economia e rafforzare la classe media. In un momento in cui il 95% dei nostri clienti vivono fuori dai confini degli Stati Uniti, non possiamo far scrivere a paesi come la Cina le regole dell’economia globale. Dobbiamo scrivere queste regole, aprendo nuovi mercati ai prodotti americani e allo stesso tempo fissare alti standard per proteggere i lavoratori e conservare il nostro mercato”. Poi il presidente ha aggiunto: “questo è quello che l’accordo raggiunto oggi ad atlanta farà”.

“La chiusura del negoziato è un passo fondamentale verso la costruzione di un’ampia area di libero scambio di importanza globale che, una volta concluso anche il Ttip metterà insieme il 63 per cento del Pil mondiale” dice in una nota il vice ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda: “E’ una svolta fondamentale nella globalizzazione – sottolinea il vice ministro – che mira a un riequilibrio dei rapporti economici e commerciali rispetto alla prima fase della stessa. Per i Brics sarà molto più difficile continuare a indulgere in pratiche protezionistiche e di dumping. Ora dobbiamo lavorare rapidamente per completare il negoziato per il Ttip prima delle elezioni presidenziali americane”.
L’inchiesta sul Ttip.

http://www.repubblica.it/economia/2015/10/05/news/ttp_asia_usa_pacifico-124384385/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/05/tpp-raggiunto-laccordo-sul-trattato-di-libero-scambio-tra-11-paesi-del-pacifico/2098406/

 

 

Lasciate perdere gli smartphone oppure lasciate perdere l’università

 

dumbwSpesso succede che tecnologia e tradizioni non seguano un percorso parallelo. Anzi. Ed è una fatica tentare di comprendere come uno dei paesi più tradizionalisti del mondo sia potuto diventare pure uno dei paesi più tecnologizzati del mondo. Ovviamente non parliamo della concreta difficoltà che si trova di fronte un qualunque turista quando si appresta a sedersi su un ipertecnologico gabinetto nipponico (su internet si trovano delle guide ad hoc). Parliamo del rapporto contraddittorio che i giapponesi hanno con la loro stessa natura. Per esempio Kiyohito Yamasawa, che è il presidente di un’università statale giapponese, la Shinshu, famosa tra le altre cose per essere l’unica università a ospitare una facoltà di Ingegneria tessile. Tradizione e tecnologia, appunto. Il presidente Yamasawa, nel suo discorso agli studenti della settimana scorsa, ha detto una frase che è suonata come una notizia, vagamente contraddittoria. Dall’alto del suo scranno nel mezzo della “foresta del sapere” – così si chiama per via della foresta nella quale è immersa l’università Shinshu a Matsumoto, nella prefettura di Nagano – Yamasawa ha detto: Lasciate perdere gli smartphone oppure lasciate perdere l’università”. Il suo discorso era certo più ampio, inserito in un contesto in cui ha spiegato che c’è bisogno di una cultura che favorisca il pensiero creativo: la natura, il tempo, la socialità. E gli smartphone sono il male, in questo tentativo di creare un terreno fecondo per l’apprendimento. Una specie di crociata moralista contro l’ossessione per i giochini elettronici, che sono un veleno per l’originalità, una dittatura del pensiero unico: spegnete il cellulare, leggete un libro, ha detto il presidente ai suoi studenti, e imparate a pensare con la vostra testa. Il quotidiano Asahi shimbun ieri spiegava che Yamasawa è stato un esperto di ingegneria elettronica e che quindi ha avuto a che fare in passato con le tecnologie dei cellulari, non si tratta quindi della lezioncina di un ignorante in materia. E infatti sui media le parole del presidente della Shinshu sono state difese da più parti. Nonostante la soluzione di Yamasawa sia un tantino radicale, ha detto al Telegraph Makoto Watanabe, docente di Comunicazione alla Hokkaido Bunkyo University, “vedo troppi studenti pigri nelle aule, tutto quello che fanno è sedersi in fondo, giocare, scambiarsi messaggi o navigare in rete”.

Il fatto è che in Giappone il cellulare è una dipendenza (in lingua angofona sarebbe addicted, dal latino addictus, ovvero schiavo per un debito contratto con un padrone). Lo smartphone è il padrone: indispensabile, una protesi sulle mani di quasi tutti i giapponesi, soprattutto i giovani. Ci sono le applicazioni utili, vitali, come quelle che aiutano a mettersi in salvo in caso di terremoto, oppure quelle come Disaana, che monitora i social durante le catastrofi. Ci sono quelle meno utili, come l’app lanciata da McDonald Japan per velocizzare le lamentele dei consumatori – in un periodo in cui il McDonald nipponico ha avuto non pochi problemi di immagine, denti trovati nei polli fritti etc. Poi, però, c’è l’aspetto più socialmente rilevante. Lo scorso anno la compagnia telefonica NTT Docomo ha fatto una simulazione ambientata nel mezzo dell’incrocio più trafficato del mondo, quello di Shibuya. Si chiamano dumbwalking quelli che camminano guardando lo schermo del cellulare, senza vedere dove vanno. Rallentano la circolazione, possono creare incidenti. E quasi sempre stanno giocando: lo dimostrano le previsioni per il prossimo anno che parlano di un volume d’affari di gaming per smartphone da 8,1 miliardi di dollari, e l’ingresso della Nintendo nella più grande compagnia giapponese che produce giochi per smartphone, la DeNA. 

In “Lezioni spirituali per giovani samurai”, Yukio Mishima raccontava che, quando un gruppo di studenti fece irruzione nell’università di Tokyo armato di spade, fu subito disarmato. Motivo: non avevano intenzioni assassine. E “quando un’arma viene usata per uno scopo diverso da quello per cui è stata forgiata, perde istintivamente la sua forza”. Ma in Giappone Mishima non si legge più. Allora forse vale la pena di ascoltare Yamasawa: più libri, meno giochini.

Il problema del tradizionalissimo Giappone alle prese con gli smartphone<!– –>

Giulia Pompili Il Foglio 12 aprile 2015

http://www.ilfoglio.it/esteri/2015/04/12/il-problema-del-tradizionale-giappone-smartphone___1-v-127591-rubriche_c324.htm

 

Un futuro per vecchi

anzrob
La caduta delle nascite e la longevità incidono fortemente sulla popolazione Nel 2050 la Germania avrà perso 13 milioni di lavoratori, l’Italia dieci e tra un secolo il Giappone avrà 40 milioni di abitanti. Ecco chi da ora affronta il calo demografico.
DOPO le due guerre e il trauma della disfatta militare del 1940, la Francia della quinta Repubblica prese una decisione per sempre: finanziare con generosità le famiglie per ogni nuovo nato, in modo da non avere mai più una popolazione e dunque un esercito meno numerosi della Germania. La scommessa è riuscita, osserva Thomas Piketty nel suo libro «Il capitale nel XXI secolo». Secondo lo scenario di base delle Nazioni Unite, alle tendenze attuali la popolazione francese dovrebbe superare quella tedesca prima del 2050. La prima a 77 milioni di abitanti, in crescita di circa dieci, la seconda a 71 milioni e in decrescita di altri dieci.
Jens Weidmann, il quarantaseienne presidente della Bundesbank, a quel punto sarà un venerabile pensionato: uno dei 67 che la Repubblica federale dovrà mantenere per ogni cento persone in età da lavoro (l’Italia avrà uno squilibrio simile).
Per adesso però Weidmann è ancora uno dei più giovani banchieri centrali d’Europa e nella sua recente intervista a Repubblica ha parlato anche di questo, benché pochi in Italia sembrino essersene accorti: la Germania, ha osservato, deve ridurre il suo debito perché sta invecchiando e presto avrà bisogno di risorse per mantenere e curare i suoi anziani.
Si può non essere d’accordo con il leader della Bundesbank, non però negare che i tedeschi stiano pensando in termini strategici. Lo fanno al pari della Francia gollista del secondo dopoguerra. Con i suoi effetti di onda lunga, che viene da lontano e approda lontano, la demografia è quanto di più vicino esista a un destino ineluttabile. Per questo in alcuni dei Paesi intellettualmente più avanzati ci si inizia a preparare ad alcune prospettive che somigliano da vicino a delle certezze. Eccone alcune: secondo le proiezioni dell’Onu, per effetto della caduta delle nascite e dell’invecchiamento, nel 2050 la Germania avrà perso 13 milioni di lavoratori autoctoni; l’Italia ne avrà persi dieci; e se il tasso di fertilità e la chiusura ai migranti continua così come oggi, secondo stime dello stesso governo di Tokyo, la popolazione giapponese crollerà dai 120 milioni attuali a 40 milioni fra un secolo. Nel 2014 e il Giappone ha perso 268 mila abitanti grazie al saldo negativo fra nuove nascite e decessi peggiore di sempre.
Queste sono realtà che incidono nel lungo periodo ma impongono ai Paesi ricchi di correre ai ripari subito. C’è chi lo sta facendo. Proprio la Germania, uno dei Paesi più colpiti dall’invecchiamento, è prima al mondo nel puntare sempre di più sull’istruzione dai primi anni di età: poiché le persone in età da lavoro saranno sempre di meno, l’obiettivo adesso è rendere da subito gli adulti del 2050 più capaci di produrre e portare crescita economica. Per questo Basf, leader mondiale della chimica, si è messa al centro di un club di 123 imprese tedesche, dalle medio-piccole a colossi come Daimler, Continental o Boehringer Ingelheim Pharma, in un progetto che hanno chiamato Wissensfabrik : la fabbrica della conoscenza. Non sono solo annunci di buone intenzioni, una fabbrica da convegni. Il gruppo di aziende si è anche collegato a decine di università e centri di formazione, ma soprattutto ha stretto rapporti con qualcosa come 162 scuole materne in Germania, quasi mille scuole elementari, centinaia di medie e di istituti superiori di ogni tipo. Insieme, stabiliscono programmi per bambini fin dalla prima infanzia – uso delle lingue, numeri, strumenti digitali – destinati a rendere gli allievi adulti più capaci in futuro. Una Germania con sempre meno lavoratori pensa già a mettere quelli dei prossimi decenni in condizione di diventare più produttivi.
Alla base di Wissensfabrik c’è la scoperta che è valsa il Nobel per l’Economia a James Heckman, dell’Università di Chicago. Heckman ha seguito un gran numero di persone fin dalla prima infanzia e per decenni. All’inizio ha misurato che nella primissima età scolare i bambini con genitori disoccupati ascoltavano 3 milioni di parole l’anno, quelli con genitori occupati in mestieri umili 6 milioni di parole e i figli di professionisti laureati 11 milioni. Lo scarto fra loro era già enorme all’età di ingresso nella scuola materna: i figli di disoccupati disponevano di un vocabolario di non oltre 500 parole, quelli di genitori con mestieri poco qualificati di 700 parole, mentre i figli dei laureati arrivavano a 1.100. Soprattutto, seguendo il suo gruppo-campione, Heckman ha notato che questo scarto apertosi fra bambini del primo anno dell’asilo sembrava non chiudersi più. Al contrario, negli anni e nei decenni tendeva a crescere. Il livello cognitivo all’età di tre anni, collegato alla cultura della famiglia di origine, permetteva dunque di prevedere il successo nella vita per qualifiche, produttività, reddito, stabilità familiare, salute o la capacità di evitare il vizio del fumo o di obesità.
Per questo Heckman pensa che la «predistribuzione» sia più efficace della redistribuzione: programmi educativi rivolti alla prima infanzia, quando la capacità di assorbimento degli allievi e la loro permeabilità all’istruzione è massima, in modo offrire a tutti opportunità simili. Insegnare alle persone a usare il cervello quando il cervello è più ricettivo all’insegnamento. L’intervento del welfare classico è sì necessario, ritiene Heckman, ma costa di più ed è meno efficace.
L’alleanza fra imprese e scuole in Germania è la prima applicazione della teoria di Heckman a un grande Paese sul quale grava la nube dell’invecchiamento. L’intenzione è preparare una generazione di tedeschi a far funzionare quella che viene chiamata Industrie 4.0 : gli impianti che fra dieci o vent’anni saranno robottizzati e funzioneranno grazie all’integrazione di sistemi meccanici e digitali. Anche a migliaia di chilometri distanza, le macchine di un gruppo globale si invieranno segnalazioni automatiche sullo stadio di produzione, le catene di fornitura, il livello degli stock o il rischio di guasti nel sistema.
Il piano scuola che il governo di Matteo Renzi sta elaborando per ora non tiene conto di tutto questo. Eppure l’Italia è uno dei Paesi che invecchia più in fretta: nel 2014 sono nati oltre 70 mila bebé meno che nel 2008. Certo esiste un’altra strada per compensare il crollo delle nascite, l’immigrazione. Ma poiché la crescita è tanto frutto del numero di lavoratori attivi che della loro produttività, è determinante per l’economia che gli stranieri in arrivo siano persone qualificate. Una banca dati presente da qualche giorno sul sito di Eurostat, l’agenzia statistica europea, fa capire che questa selezione avviene. Ma non per tutti i Paesi nella stessa misura. In Germania ha una laurea (o titolo equivalente) il 26% degli stranieri residenti, in Francia il 22%, in Italia solo il 14%. Questi numeri non sembrano casuali: corrispondono quasi esattamente alla quota dei laureati rispettivamente tedeschi, francesi e italiani sul totale della popolazione nazionale dei tre Paesi. In sostanza tanto più è alto il livello di istruzione di una società, quanto più quella società riesce ad attrarre persone qualificate anche da fuori. Dove l’istruzione è meno diffusa, anche i migranti che arrivano e si trattengono sono meno preparati, meno produttivi e dunque meno utili all’economia. La Gran Bretagna in questo ha una strategia che sembra vincente, perché attrae stranieri più istruiti della media degli stessi britannici. I «nativi » con una laurea sono il 24%, gli stranieri residenti con un titolo di studio superiore invece sono il 42% del totale degli immigrati.
Mentre i Paesi avanzati invecchiano, queste realtà conteranno ogni anno di più e produrranno anchenuove opportunità: in Giappone la carenza di uomini sta già aprendo alle donne professioni tradizionalmente riservate agli uomini come le costruzioni o la guida dei camion. L’invecchiamento porterà opportunità anche nell’innovazione industriale: quando gli ultra-settantenni saranno oltre un quarto della popolazione in Europa o in Giappone, nota l’economista dell’Università di Tokyo Hiroshi Yoshikawa, richiederanno ogni sorta di sistemi e robot disegnati per le loro esigenze: auto, appartamenti, apparecchi medici e di cura personale, modalità di viaggio adatte a loro. Il Boston Group, un consulente industriale, prevede che il giro d’affari della vecchiaia varrà da 8 mila miliardi di dollari di qui a metà secolo. Forse Weidmann dunque ha torto a pensare che l’invecchiamento imponga soprattutto di risparmiare: ma lui, almeno, ha iniziato a porsi il problema.
Federico Fubini
La Repubblica 06/01/2015.
https://triskel182.wordpress.com/2015/01/06/un-futuro-per-vecchi-federico-fubini-e-chiara-saraceno/

About Professor Heckman

http://www.heckmanequation.org/about-professor-heckman

Wissensfabrik

https://www.wissensfabrik-deutschland.de/portal/fep/de/dt.jsp

I giorni neri del petrolio

 

petrolllIL 2014 si chiude all’insegna del contro-shock petrolifero”. È una crisi vera, di cui si cominciano solo ora ad intravedere tutte le ramificazioni. È una tempesta paradossale, contro-intuitiva. Il formidabile cambiamento che l’ha scatenata è a priori positivo per tutti quei paesi come l’Italia che sono consumatori e importatori di energia. Tant’è: la settimana scorsa si è chiusa con le Borse europee in caduta libera, e Wall Street (la piazza finanziaria del nuovo petro-Stato che è l’America) ha subito le perdite più pesanti degli ultimi tre anni.
Gli investitori mondiali, grandi e piccoli, si sono gettati ad acquistare titoli del Tesoro americani e tedeschi: il tipico bene-rifugio che viene accaparrato nei momenti di panico. Questa “fuga verso la sicurezza” ha sospinto di nuovo i tassi d’interesse a livelli bassissimi, che sono anch’essi un segnale di pericolo. Un Bund tedesco della durata di 10 anni oggi rende 0,64%. Il rendimento dovrebbe almeno compensare l’inflazione. Un interesse così vicino allo zero per un periodo così prolungato significa che i mercati non vedono l’ombra di una ripresa dei prezzi e quindi della crescita, neppure su un orizzonte lontano.
A scatenare quest’ondata di paura è appunto il contro-shock energetico. Che si tratti di un evento di tipo traumatico, violento, lo dimostra la caduta dei prezzi. Il petrolio si è dimezzato dai suoi massimi del 2010. Ha perso quasi il 50% solo da giugno, in sei mesi. E il 10% di caduta del prezzo si è concentrato nell’ultima settimana.
Questo non è un ribasso, è una rotta disordinata, un tracollo senza rete. La brutalità dell’evento è già di per sé un dato che turba i mercati perché tutti gli scenari ne sono sconvolti. Ancora più grave è il ribaltamento nell’interpretazione di questo sisma. Ancora poche settimane fa prevaleva una lettura di questi eventi dal lato dell’offerta: l’energia costa sempre meno perché se ne produce sempre di più. Questo è positivo, per chi la consuma. Ma più di recente è prevalsa la lettura dal lato della domanda: l’energia costa sempre meno perché se ne consuma sempre meno. Questo non è affatto positivo, è un segnale di peggioramento dell’economia globale.
All’inguaribile stagnazione dell’eurozona, nell’ultima parte del 2014 si sono aggiunti altri due freni: la Cina rallenta, il Giappone è ricaduto nella recessione. Di qui un effetto domino. Sono risucchiate nella crisi tutte le nazioni emergenti che da vent’anni erano state proiettate verso il boom dalla domanda cinese di materie prime. Ecco perché il contro-shock fa tanta paura: l’energia a buon mercato è un ottima notizia per una parte del mondo, ma le cause che ci stanno dietro non lo sono affatto.
Dal lato dell’offerta, cioè della produzione, stanno avvenendo alla velocità della luce dei cambiamenti secolari. Li restituisce in modo efficace un esempio fatto dal Wall Street Journal . Dal 2008 a oggi, sono letteralmente scomparse dai mari 100 super-petroliere al mese: sono quelle che trasportavano 90 milioni di barili mensili in provenienza dai paesi dell’Opec per il mercato Usa. Una sola nazione come la Nigeria ancora nel 2010 consegnava agli Stati Uniti un milione di barili al giorno: oggi zero, non c’è più una sola goccia di petrolio nigeriano in arrivo qui. Questo perché nel frattempo è avvenuta una rivoluzione energetica che ha il suo epicentro proprio sul territorio americano. È una rivoluzione fatta di nuove tecnologie che hanno travolto antichi equilibri, trasformando tutti i parametri economici dell’energia. Certo vi hanno contribuito anche le fonti rinnovabili, che continuano a progredire e a costare sempre meno. Ma assai più potente è stato l’impatto delle tecnologie di esplorazione e di estrazione, con l’avvento del fracking (getti d’acqua e solventi che separano petrolio e gas da rocce e sabbie) nonché delle trivellazioni orizzontali.
Il settore petrolifero si è trasformato da un’industria pesante a un’industria “leggera” nel senso che gli impianti di trivellazione inseguono le nanotecnologie nella corsa alla miniaturizzazione, all’automazione. Il petrolio e il gas del Texas e del North Dakota hanno sostituito in pochi anni quello che l’America comprava da Brasile, Nigeria, Algeria e Angola. Gli Usa hanno superato la Russia nella produzione di gas, si avvicina il sorpasso sull’Arabia Saudita nell’estrazione di petrolio. Nel giugno di quest’anno, rompendo con una tradizione autarchica durata 40 anni (che ebbe le sue origini nello shock petrolifero del 1973), l’Amministrazione Obama ha concesso le prime licenze di esportazione di petrolio americano. È un mondo alla rovescia, e quasi nessuno era preparato al suo avvento così rapido: il più grande consumatore mondiale di energia, gli Stati Uniti, diventa il più temibile concorrente per l’Opec e per la Russia. Questo a sua volta provoca una disordinata corsa verso altri mercati di sbocco. Dalla Nigeria alla Colombia, chi ha perduto il cliente-America deve affrettarsi a vendere il proprio petrolio al cliente-Cina: ma a questo punto è il cliente a decidere i prezzi, ed ecco il capitombolo nelle quotazioni.
Fin qui, questa è la storia dal lato dell’offerta. E sarebbe una storia solo positiva. Lo è infatti, per come viene percepita dal consumatore americano. Qui negli Stati Uniti, un po’ per il dollaro tornato forte e un po’ per la concorrenza tra i distributori, il calo del petrolio si è trasmesso immediatamente all’utente finale. La famiglia media americana ogni volta che va a fare il pieno si sente un po’ più ricca. Ai prezzi attuali il guadagno è fra i 380 e i 750 dollari all’anno. Quegli aumenti di stipendio che i datori di lavoro Usa concedono col contagocce e con avarizia, stanno arrivando con generosità dalla bolletta energetica sempre più leggera. L’effetto è visibile: la fiducia dei consumatori americani è risalita ai massimi dal 2007. La crescita Usa accelera, più 321 mila assunzioni nette solo a novembre. Ma anche questo vigore americano è reso più fragile da quel che accade altrove: può l’economia mondiale girare come un motore con un cilindro solo? La paura di Wall Street si spiega così: la solitudine della locomotiva Usa non è rassicurante.
Per tutto il resto del mondo, infatti, la storia è ben diversa. L’altra metà del bicchiere, quella vuota, è la domanda. Cala nell’eurozona che sprofonda nelle sabbie mobili della depressione, stremata dal quinto anno di una rovinosa austerity e di una politica monetaria troppo timida. Cala la domanda in Giappone, che ora si affida alla rielezione del premier Abe sperando che s’inventi un elettroshock per rianimare il malato in coma. Cala infine la domanda in Cina, la cui produzione industriale è rallentata come non accadeva dall’inizio degli anni Novanta. Con la frenata della Cina si sta chiudendo un ciclo ventennale di boom di tutte le materie prime: non solo energia ma anche minerali, metalli, legname, derrate agricole. Tutto l’emisfero Sud ne risente, dall’Australia al Brasile passando per l’Africa intera. Spunta il pericolo di una nuova crisi finanziaria dei paesi emergenti sul modello di quelle degli anni Novanta: una possibile catena di default scatenata dai debiti privati che furono contratti in dollari, e che ora diventano sempre più cari da rimborsare.
FEDERICO RAMPINI, la Repubblica  14 dicembre 2014

http://www.dirittiglobali.it/2014/12/prezzo-mercati-alleanze-i-giorni-neri-petrolio-cambiano-mondo/