Operai e borghesi escono di scena: ecco come cambiano le classi sociali

’Istat vuole produrre sociologia. Aveva iniziato nel Rapporto dello scorso anno con lo studio dell’avvicendarsi delle generazioni, nel 2017 però l’istituto si è posto un obiettivo più ambizioso: riscrivere e aggiornare la mappa dei principali gruppi nei quali si suddivide la società italiana. Il confronto è con l’elaborazione di Paolo Sylos Labini e con il saggio sulle classi sociali della metà degli anni 70 che classificava i gruppi a partire dai rapporti di produzione, negli anni 90 si sono imposti invece i lavori del sociologo Antonio Schizzerotto imperniati soprattutto sulla professione degli occupati. Ora l’Istat adotta per la classificazione una pluralità di caratteristiche che prendono in considerazione il reddito, l’istruzione, la partecipazione sociale, la posizione nel mercato del lavoro, l’ampiezza della famiglia, la cittadinanza e il luogo di residenza.

Il ruolo della famiglia

Per tutti questi motivi l’esperimento farà discutere animatamente sociologi ed economisti. I gruppi individuati sono nove e vale la pena elencarli per le tante novità che emergono: la classe dirigente, le pensioni d’argento, le famiglie di impiegati, le famiglie degli operai in pensione, le famiglie tradizionali della provincia, i giovani blue-collar, le donne anziane sole e i giovani disoccupati, le famiglie a basso reddito di soli italiani e le famiglie a basso reddito con stranieri.
Gli operai dunque si suddividono in due gruppi per di più «a reddito medio», la piccola borghesia sparisce così come i ceti medi di Sylos Labini, i pensionati da soli (!) danno vita ad altri due gruppi e il peso quantitativo degli impiegati è ragguardevole. Come è facile constatare poi il sostantivo ricorrente è «famiglia», non per una sorta di omaggio alla tradizione culturale italiana ma perché viene individuato come il soggetto che pur nella piena modernità continua a gestire e redistribuire gran parte delle risorse. Assorbendo peraltro al suo interno il conflitto intergenerazionale.
Cominciamo dalla classe operaia che perde la tradizionale identità collettiva che tanto ha contato nella politica del ‘900 e si divide in più gruppi situati però dentro il perimetro delle «famiglie a reddito medio». Le giovani tute blu sono un gruppo formato da poco più di 3 milioni di famiglie e 6,2 milioni di individui, hanno un contratto a tempo indeterminato e lavorano nell’industria, sono spesso coppie senza figli o persone sole, un grado elevato di instabilità coniugale, risiedono prevalentemente nelle regioni settentrionali. Il gruppo delle famiglie degli operai in pensione è molto più corposo (5,8 milioni di nuclei e 10,5 milioni di individui), è presente per lo più nei piccoli centri, ha quasi sempre la casa di proprietà, non ha più i figli conviventi e però dal punto di vista sanitario presenta criticità per eccesso di peso, sedentarietà e consumo di alcol.

A basso reddito

Quali sono invece i gruppi considerati a basso reddito? L’Istat ne individua ben quattro: a) famiglie con stranieri; b) famiglie povere di soli italiani; c) famiglie della provincia; d) anziane sole e giovani disoccupati. In totale fanno più di 8 milioni di nuclei e 22 milioni di individui. È interessante in questo caso sottolineare come la distanza rispetto agli altri gruppi emerga in maniera omogenea non solo se si prendono in considerazione i redditi ma anche la cittadinanza, la residenza territoriale e il (basso) profilo culturale.

Arriviamo alle famiglie che l’Istat definisce «benestanti» e sono formate da tre gruppi: gli impiegati, i pensionati d’argento e la classe dirigente. Il gruppo degli impiegati è consistente (4,6 milioni di famiglie e 12,2 di individui), è localizzato in prevalenza nel Centro-nord, possiede la casa dove abita e si caratterizza per una partecipazione attiva alla vita politica del Paese. Le pensioni d’argento (non privilegiate ma protette dalle favorevoli norme del passato) rimandano a 2,4 milioni di famiglie e per lo più a ex imprenditori ed ex dirigenti non laureati che hanno buoni consumi culturali e un forte impegno sociale.

Le vecchie élite

Infine la classe dirigente (l’Istat ha prudentemente evitato di usare il termine «élite»): ha un reddito del 70% superiore alla media e detiene il 12,2% del reddito totale. Parliamo di 1,8 milioni di famiglie capeggiate per lo più da imprenditori, dirigenti e quadri con titolo universitario che si caratterizzano per una maggiore partecipazione politica/sociale e per un «comportamento culturale pervasivo».
Con l’insieme di questa classificazione l’Istat ha operato una sorta di «seconda lavorazione» dell’enorme quantità di dati che possiede arricchendo sicuramente il dibattito sociologico corrente, anche perché fornisce materiale per una mappatura delle disuguaglianze non monopolizzata dalle sole differenze di reddito e dall’indice di Gini. Ed è sicuramente un passo avanti.

DARIO DI VICO

Corriere della Sera 17 maggio 2017

http://www.corriere.it/cronache/17_maggio_18/operai-borghesi-escono-scena-istat-millennials-bamboccioni-cd9771b6-3b3a-11e7-935a-b58ef33c02e7.shtml


Rapporto ISTAT

http://www.istat.it/it/archivio/199318


 

Istat: scompaiono la classe operaia e la piccola borghesia, aumentano le disuguaglianze

Non esiste più la classe operaia, si fa fatica a rintracciare il ceto medio, e sempre di più nelle famiglie italiane la “persona di riferimento” è un anziano, magari pensionato. Nel Rapporto Annuale 2017 l’Istat prova a ricostruire la società italiana e a tracciare i connotati delle nuove classi sociali: molto è cambiato ma molto si è cristallizzato. La disuguaglianza aumenta e non è legata a ragioni antiche, al censo, ai beni ereditati, ma in gran parte ai redditi, e in buona parte anche alle pensioni. Da opportunità nascono opportunità: i figli della classe dirigente diventano classe dirigente, i figli dei laureati diventano laureati, gli altri lasciano la scuola giovani. La classe impiegatizia si arricchisce con le attività culturali, le famiglie a basso reddito guardano la tv. Il lavoro si polarizza: scompaiono le professioni intermedie, aumenta l’occupazione nelle professioni non qualificate, si riducono operai e artigiani. E nella classe media impiegatizia le donne giocano un ruolo importante: nonostante nel complesso il tasso di occupazione femminile sia più basso di 18 punti rispetto a quello maschile, in 4 casi su 10 le donne sono i principali percettori di reddito, e dunque con una quota maggiore rispetto agli altri gruppi della popolazione.

Le nuove classi sociali. “La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia”, osserva l’Istat. L’istituto però non si limita a prendere atto della disgregazione dei gruppi tradizionali della società italiana, ma ne propone una ricostruzione originale, che suddivide la popolazione (stranieri compresi) in nove nuovi gruppi: i giovani blue-collar e le famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri, gruppi nei quali è confluita quella che un tempo era la classe operaia; le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia, nei quali confluisce invece la piccola borghesia; un gruppo a basso reddito di anziane sole (le donne vivono di più rispetto agli uomini) e di giovani disoccupati; e infine le pensioni d’argento e la classe dirigente. In questa classificazione incidono vari fattori, il più importante è il reddito. Il gruppo sociale più povero, quello delle famiglie con stranieri, si ferma a una spesa media di 1.697 euro; si arriva poi agli oltre 3.000 delle famiglie di impiegati e delle pensioni d’argento fino alla classe dirigente che supera di poco i 3.800 euro mensili.

Disuguaglianze sempre più cristallizzate. Una divisione nuova della società italiana farebbe pensare a cambiamenti rivoluzionari. In realtà di rivoluzionario in Italia al momento non c’è niente: è una società che cristallizza le differenze, e che da tempo ha bloccato qualunque tipo di ascensore sociale. In effetti funziona quello verso il basso, ma i piani alti sono sempre meno accessibili. Tra le famiglie con minori disponibilità economiche pesano di più le spese destinate al soddisfacimento dei bisogni primari (alimentari e abitazione), mentre in quelle più abbienti, che sono poi anche quelle con un maggiore livello d’istruzione, sale l’incidenza di spese importanti per l’inclusione e la partecipazione sociale, destinate a servizi ricreativi, spettacoli e cultura e a servizi ricettivi e di ristorazione. L’Istat ordina le famiglie per “quinti” di spesa, e il risultato è che gli ultimi due quinti spendono il 62,2% del totale contro poco più del 20% dei primi due.

E’ soprattutto il reddito a determinare la condizione sociale. Le disuguaglianze in Italia si spiegano soprattutto con il reddito, ed evidentemente con la mancanza di meccanismi di redistribuzione adeguati, a differenza di altri Paesi europei. I redditi da lavoro, spiega l’Istat, spiegano il 64% delle disuguaglianze, però una parte è determinata dai redditi da capitale, non sono solo redditi da lavoro. Le pensioni contribuiscono al 20% della disuguaglianza, e si tratta di un dato in forte crescita dal 2008, anche per via dell’invecchiamento della popolazione (nel 2008 la percentuale si fermava al 12%).

Cresce la deprivazione materiale. Risale l’indicatore di grave deprivazione materiale, che passa all’11,9% dall’11,5% del 2015. In difficoltà soprattutto le famiglie di stranieri, con disoccupati, oppure occupazione part-time, specialmente con figli minori. La povertà assoluta riguarda invece 1,6 milioni di persone, il 6,1% delle famiglie che vivono in Italia. Però se si considerano le famiglie, e non gli individui, poiché quelle povere in genere sono famiglie numerose, l’incidenza della povertà assoluta individuale è più alta, arriva al 7,6% della popolazione.

Il 28,7% a rischio di povertà o esclusione. Sono molte di più le famiglie a rischio di povertà ed esclusione sociale: il 28,7% della popolazione. La quota quasi raddoppia nelle famiglie con almeno un  cittadino straniero.

Occupazione di bassa qualità. L’Istat conferma l’aumento dell’occupazione, anche se sui 22,8 milioni di occupati del 2016 mancano ancora all’appello 333.000 unità nel confronto con il 2008. Inoltre, e questo spiega l’impoverimento di una parte consistente della popolazione, si tratta soprattutto di occupazione nelle professioni non qualificate (l’aumento su base annua è del 2,1%). Diminuiscono operai e artigiani (meno 0,5%). Cresce moltissimo il lavoro part-time, e quello in somministrazione aumenta del 6,4% su base annua. Il lavoro determina l’appartenenza alle “nuove” classi sociali: nella classe dirigente nove occupati su dieci svolgono una professione qualificata.

Crescita concentrata nei servizi. Nel 2016 oltre il 95% della crescita è concentrata nei servizi, settore in cui i livelli occupazionali superano di oltre mezzo milioni quelli del 2008. Prevalgono trasporti e magazzinaggio, alberghi e ristorazione e i servizi alle imprese: l’industria è ancora in arretrato di 387.000 unità rispetto al 2008.

Sono scomparsi i giovani. Nell’ultimo decennio l’Italia ha perso 1,1 milioni di 18-34 anni. Mentre al 1° gennaio 2017 la quota di individui con oltre 65 anni raggiunge il 22%, facendo dell’Italia il Paese più vecchio d’Europa. Nel 2016 si è registrato un nuovo minimo delle nascite, nonostante gli stranieri ,che sono arrivati a poco più di cinque milioni, prevalentemente insediati nel Centro-Nord.

E il 70% vive ancora con i genitori. I giovani sono diminuiti, e nonostante ciò hanno forti difficoltà d’inserimento nel mercato del lavoro. Ecco perchè il 68,1% degli under 35 vive a casa con i genitori, si tratta di 8,6 milioni di individui.

Il 6,5% rinuncia a visite mediche. Il reddito insufficiente influisce anche sulla salute: negli ultimi 12 mesi ha rinunciato a una visita specialistica il 6,5% della popolazione, nel 2008 la quota si fermava al 4%.

Rosaria Amato

La Repubblica, 17 maggio 2017
http://www.repubblica.it/economia/2017/05/17/news/rapporto_istat-165634199/

Sulla terra ci sono meno poveri, benché la popolazione globale sia aumentata. Lo dice la Banca Mondiale

 
poorUn mondo che si dimostra ancora capace di lasciarsi alle spalle miseria e disuguaglianze. Per chi temeva che la Grande Crisi del 2008 avrebbe fatto precipitare all’indietro i più deboli e inasprito le distanze sociali, il rapporto “Povertà e prosperità condivisa” presentato dalla Banca Mondiale è pieno di buone notizie, che hanno sorpreso anche chi l’ha scritto: ci sono meno poveri, benché la popolazione globale sia aumentata. E, contemporaneamente, gli squilibri sociali si sono ridotti sia fra i paesi, sia all’interno dei singoli paesi. Almeno a guardare le cose un po’ da lontano, a volo d’uccello: l’avvio della globalizzazione, negli anni ’90, aveva segnato un brusco aumento dell’ineguaglianza nel mondo e oggi questo trend si è invertito. Un numero sempre maggiore di persone si avvicina alle classi medie. Ma la tendenza è diffusa, non generalizzata e in parecchi paesi, compresi alcuni dei più ricchi, la distanza fra un sottile strato privilegiato e il resto della società è, anzi, aumentata.
Intanto, però, le cose di fondo: il minimo indispensabile per vivere. Secondo gli standard internazionali, è l’equivalente di 1,90 dollari al giorno.
Mentre Borse e mercati dell’Occidente traballavano per la crisi, nei villaggi dell’India profonda, nelle campagne dell’interno della Cina, nei fragili campi africani sempre più persone riuscivano a cogliere l’onda lunga dello sviluppo e a superare questo muro. Nel 1990, una persona su tre, nel mondo, non raggiungeva 1,90 dollari. Un quarto di secolo dopo, siamo scesi a uno su dieci. Da 2 miliardi di poverissimi, siamo passati a 767 milioni, anche se il numero di bocche da sfamare è aumentato di quasi 2 miliardi, concentrate proprio nei paesi a più alto tasso di povertà.
La stessa onda lunga dello sviluppo ha sollevato un po’ tutte le barche nei paesi più poveri, consentendo di colmare parte del divario complessivo con i paesi ricchi. Fra il 1988 e il 2013, l’ineguaglianza dei redditi medi fra i paesi dell’Occidente e resto del mondo si è drasticamente ridotta: è la prima volta dai tempi della rivoluzione industriale. La riduzione diventa particolarmente marcata dopo il 2008: un risultato largamente annunciato e prevedibile, dato che, da tempo, i dati mostrano che il ritmo di sviluppo dei paesi emergenti ha subito assai meno dei paesi ricchi il contraccolpo della crisi finanziaria. Questo restringersi delle distanze fra i paesi è il motore principale della riduzione degli indicatori – tipo l’indice Gini – che misurano l’ineguaglianza globale, come il rapporto della Banca Mondiale sottolinea con forza. L’altra componente della ineguaglianza – lo squilibrio non “fra”, ma “dentro” i paesi – non cresce più, invece, come dieci anni fa, ma non è neanche diminuito, rispetto a prima della crisi.
È un punto politicamente delicato, perché il contrasto fra ricchi e poveri all’interno di un singolo paese ha conseguenze politiche dirette e immediate. La Banca Mondiale sottolinea i progressi registrati su questo terreno. In quasi due terzi degli 80 paesi studiati, i redditi sono cresciuti più rapidamente per il 40 per cento più povero che per gli altri. Ma nell’altro terzo è avvenuto il contrario. Quali sono i paesi in cui i poveri – in un mondo in cui le ineguaglianze, complessivamente, si riducono – hanno perso terreno? Il rapporto fornisce una tabella in cui si confronta, paese per paese, l’aumento medio annuale di reddito, dopo il 2008, per il 40 per cento più povero con l’aumento medio per l’intera popolazione. In Brasile e in Germania, il reddito è cresciuto di più per i poveri, negli Usa e in Gran Bretagna è diminuito per tutti, ma di meno per i poveri, in Cina e in India il ritmo è, più o meno, lo stesso. Dove la crisi ha morso di più – in Francia, in Grecia, in Spagna, in Italia – i poveri hanno invece perso terreno: in Italia il reddito nazionale è sceso in media dell’1,82 per cento l’anno, ma del 2,86 per cento per i più poveri.
Complessivamente, tuttavia, i dati non sembrerebbero giustificare il rancore sociale che alimenta l’avanzata populista dall’America di Trump, alla Brexit inglese, al nazionalismo della Le Pen, agli euroscettici tedeschi, fino ai 5 Stelle italiani. Il problema è che con le statistiche, come con la buona carne, dipende da come vengono tagliate. Confrontando il 40 per cento più povero con il restante 60 per cento, la Banca Mondiale documenta l’innalzamento dei più poveri verso le classi medie, favorito in parecchi casi, anche dalla crisi delle stesse classi medie.
Ma la spaccatura che alimenta lo scontro sociale scorre molto più in alto: l’1 per cento contro il 99 per cento. I calcoli della Banca Mondiale mostrano che, in paesi come Francia e Giappone, le distanze sono, più o meno, le stesse da 50 anni. Ma nel paese- simbolo dell’Occidente, gli Stati Uniti, l’ineguaglianza è una valanga. Negli ultimi 40 anni, la quota del reddito nazionale finita nelle tasche dell’1 per cento più ricco è schizzata dal 7 al 20 per cento. Altro che ricchi e poveri: il problema sono gli straricchi.

Maurizio Ricci
la Repubblica, martedì 4 ottobre 2016

Il paradosso del reddito ( in calo) delle famiglie

redfamiQuello che è successo alla famiglie italiane dal punto di vista economico negli ultimi 40 anni è sintetizzabile in tre formule: dipendono sempre di più dalla ricchezza dei pensionati; il ceto medio si è assottigliato; le diseguaglianze sono aumentate. Lo si ricava da un capitolo aggiunto quest’anno alla Relazione della Banca d’Italia che accompagna le Considerazioni finali del governatore, lette martedì scorso da Ignazio Visco. Il quindicesimo capitolo si intitola: «I bilanci delle famiglie italiane, uno sguardo di lungo periodo». Che è possibile, sottolinea la banca centrale, perché la specifica indagine annuale che Bankitalia dedica a questo tema, «sin dalla metà degli anni Sessanta, è tra le più longeve al mondo».

Come negli anni Settanta

Un primo paradosso che si osserva è che nonostante in quarant’anni ci sia stato un «aumento delle risorse umane disponibili», dovuto soprattutto all’incremento delle donne che lavorano (ma anche al flusso di immigrati) e nonostante i livelli di istruzione siano fortemente cresciuti, «la capacità del Paese di impiegarle in modo efficiente (queste risorse, ndr) ha progressivamente smesso di espandersi». E così «la produttività totale dei fattori, che approssima l’efficienza complessiva del sistema produttivo, ha rallentato da una crescita media annua dell’1,4% nel periodo 1974-1993 allo 0,3% nei vent’anni successivi». Di conseguenza, il reddito annuo medio netto pro capite da lavoro dipendente, dopo essere salito fino alla fine degli anni Ottanta, ha invertito la rotta ed è tornato al livello di fine anni Settanta. A prezzi 2014, calcola Bankitalia, il picco fu toccato nel 1989 con circa 20 mila euro l’anno. Nel 2015 è sceso invece sotto i 17 mila. Un andamento sul quale ha pesato, dice la relazione, anche «la diffusione di forme di occupazione meno stabile», il precariato insomma. Nello stesso arco di tempo, i redditi netti dei pensionati sono invece raddoppiati, da 7 mila a oltre 13 mila euro l’anno. I lavoratori autonomi, come è logico, hanno avuto un andamento altalenante: con la recessione post 2007 sono tornati ai redditi di quarant’anni prima e solo ora si stanno riprendendo, con redditi medi netti di poco oltre i 19 mila euro l’anno. In generale, gli italiani hanno compensato gli effetti della crisi col vecchio e caro mattone.

Il ruolo del mattone

«Nonostante l’andamento complessivamente contenuto del reddito, la ricchezza delle famiglie è cresciuta nell’intero periodo dell’indagine, in modo sostenuto». Le famiglie proprietarie di immobili sono salite «da poco più della metà nel 1977 al 72% nel 2010». Facendo le somme, il reddito disponibile netto pro capite, che tiene conto anche dei canoni d’affitto percepiti e del valore d’uso della prima casa, «è cresciuto, tra il 1977 e il 2006, di circa il 75% in termini reali». Ma la successiva recessione «e i ritmi ancora modesti della successiva ripresa hanno eroso circa un quarto di questo aumento». Così l’aumento complessivo del reddito netto disponibile pro capite fra il 1977 e il 2014 è stato del 54%. Insieme alle case, in soccorso delle famiglie sono arrivati i pensionati. Infatti, dicono i dati di Bankitalia, la quota di popolazione che vive in famiglie con reddito derivante per almeno due terzi da pensione è raddoppiata, passando dall’11% nella fine degli anni Ottanta a quasi il 20%, mentre la quota di chi vive in famiglie con reddito per almeno due terzi da lavoro è scesa dal 74% a circa il 50%. Numeri che dicono molto di come sia cambiata la società. È vero, nel 2014 «sulla base delle statistiche ufficiali, la ricchezza netta delle famiglie ammontava a circa sei volte il prodotto interno lordo», cioè la bellezza di 8.730 miliardi di euro — pari a 145.500 mila euro per ognuno dei 60 milioni di italiani — di cui 5.848 miliardi di euro in immobili e 3.793 miliardi di euro in depositi, conti correnti, titoli e altre attività finanziarie. Ma le distanze tra ricchi e poveri sono aumentate. Sia sui redditi sia sulla ricchezza. Le persone a basso reddito (comprensivo dei proventi da attività finanziarie), rappresentavano il 16% del totale nel 1989, sono salite al 21%, sottolinea Bankitalia, e detenevano meno del 4% della ricchezza netta complessiva, tre punti meno che nel 1995. La classe media, quella con un reddito tra il 60% e il triplo di quello mediano, è invece scesa dall’82% al 76%. La classe ricca (reddito almeno triplo di quello mediano) è passata da poco meno del 2% a poco più del 2%, ma la loro quota di reddito sul totale è salita dal 6% del totale al 9% circa. L’indice di Gini, una misura di disuguaglianza che varia tra zero e 100, dove zero significa uguaglianza totale, è sceso fino alla prima metà degli anni Ottanta, arrivando a 28

Il passo del gambero

Poi ha ripreso a salire e ora è vicino a quota 33, come quarant’anni fa. Anche qui, il passo del gambero. E fa impressione notare che nelle famiglie «con capofamiglia di età non superiore ai 30 anni, oltre una persona su tre è in condizione di basso reddito». Era «solo una su dieci alla fine degli anni Ottanta». I giovani però «possono attendersi una maggiore ricchezza ereditata» rispetto alle precedenti generazioni. Ma anche l’eredità non fa che accentuare le diseguaglianze, conclude la relazione, visto che in Italia c’è scarsa mobilità sociale e il benessere finisce per essere determinato più dalla ricchezza ricevuta dai genitori che dal lavoro esercitato..

Enrico Marro

Corriere della Sera 5 giugno 2016

http://www.corriere.it/economia/16_giugno_04/reddito-in-calo-famiglie-84fb82ba-2a8a-11e6-9c68-4645b6fa27fd.shtml

Diseguaglianze frenano la crescita

Lo studio Ocse spacca la ricca Germania

disugualE’ guerra totale tra gli economisti tedeschi su un tema riemerso con la Grande crisi, riproposto a ritmi martellanti dai premi Nobel Krugman e Stiglitz ma anche dalla star degli economisti emergenti, Piketty: l’aumento delle diseguaglianze in Occidente. Al di là dell’aspetto morale, il punto è che l’abisso tra ricchi e poveri fa male alla crescita, sostengono ormai molti studiosi – e non solo di orientamento keynesiano. Ma la polemica è esplosa nel Paese di Angela Merkel da quando qualcuno ha osato avanzare l’ipotesi che questo principio possa valere anche per la prima economia europea. La tesi di un economista molto noto ma molto discusso in Germania, Marcel Fratzscher, sta spaccando il mondo accademico.

Fratzscher è uno dei rarissimi economisti non ordoliberali del Paese di Angela Merkel e insiste da anni che la Germania fa troppi pochi investimenti e ha un problema drammatico di domanda interna che sacrifica sull’altare del rigore. Ma nell’ultimo libro, La battaglia dell’equità, lo studioso cita dati dell’Ocse per dimostrare che l’economia tedesca ha perso ben sei punti di crescita a causa delle crescenti differenze tra ricchi e poveri. Apriti cielo.

Michael Huether, a capo dell’autorevole istituto di ricerca di Colonia IW, ha usato un’ardita metafora per offenderlo. A volte bisogna mettersi gli stivali di gomma e calpestare il fango dei dati per capire, ha detto. E qualcuno, ha aggiunto, preferisce invece lasciare gli stivali nell’armadio per buttarsi su “tesi superficiali” sulla diseguaglianza. E se Fratzscher cita a suo sostegno numeri dell’Ocse che dimostrano come tra il 1990 e il 2010 il Pil tedesco sarebbe potuto crescere del sei per cento in più, Huether ne mette in dubbio la metodologia. E sostiene l’esatto opposto: in Germania le diseguaglianze mettono il turbo alla crescita. Con l’Iw si sono schierati non soltanto colleghi come Andreas Peichl, dello ZEW; persino i “saggi economici” di Angela Merkel hanno invitato a prendere lo studio dell’Ocse “con le pinze”.

L’IW ha dunque messo a punto un contro-studio che contesta le tesi di Fratzscher (e dell’Ocse). Primo, è sbagliato pensare che Paesi poco iniqui come la Norvegia o molto iniqui come gli Stati Uniti possano subire gli stessi effetti quando le diseguaglianze crescono. E l’Ocse non tiene conto neanche, sottolinea Huether, delle differenze nella mobilità sociale, nel sistema di istruzione o nella politica dei vari Paesi.

Anche l’Iw arriva alla conclusione che le diseguaglianze danneggino l’economia, ma solo se la differenza tra ricchi e poveri è già grande, cioè se il coefficiente Gini che le misura è al di sopra di 0,35. La Germania è sotto.

Inoltre bisogna distinguere tra Paesi industrializzati e in via di sviluppo. Solo in Paesi con redditi sotto i 9000 dollari all’anno, l’iniquità fa male alla crescita. Secondo l’Iw le diseguaglianze hanno dunque regalato ben 2,3 punti al Pil tedesco, tra il 1990 e il 2010. Il contrario delle tesi di Fratzscher e dell’Ocse.

Intanto, però, le diseguaglianze crescono, e sono più grandi che in altri Paesi europei. Lo sostiene la Bundesbank in uno studio che dimostra come il dieci per cento più ricco possieda ormai il 59,8 per cento della ricchezza; quindici anni fa era ancora il 45,1 per cento. Il segreto dei “paperoni”, secondo l’esperto della banca centrale tedesca Tobias Schmidt, è aver investito nel mattone, in questi anni di tassi di interesse ai minimi.

“C’è un forte legame – ha spiegato l’economista – tra il possesso di immobili e la ricchezza”, anche se “l’aumento del prezzo delle case va a vantaggio soprattutto dei più abbienti”. Metà di coloro che hanno proprietà immobiliari hanno visto il loro valore crescere di circa 33mila euro, in media. Chi vive in affitto si è arricchito appena di mille euro, negli anni presi in esame (2010-14). E il 50 per cento più povero, calcolano gli uomini di Jens Weidmann, possiede appena il 2,5 per cento della ricchezza nazionale.

Anche tra Est e Ovest ricomincia ad aprirsi uno iato, dopo due decenni e mezzo di convergenza tra le due Germanie. Ma i dati, in questo caso, quelli della fondazione Ebert usciti in questi giorni sono un po’ vecchi, restituiscono una tendenza registrata all’inizio della Grande crisi, tra il 2009 e il 2012, quando la differenza del Pil pro capite tra regioni occidentali e orientali è salita al 26,6 per cento. Altro che i “paesaggi in fiore” di Helmut Kohl.

Tonia Mastrobuoni

La Repubblica 29 marzo 2016

 

http://www.repubblica.it/economia/2016/03/28/news/disuguaglianze_pil_crescita_germania_ocse-136141080/

IW Colonia

http://www.iwkoeln.de/en/

 

Le trappole dell’uguaglianza

dtaddAmici liberali, c’è un racconto che, di questi tempi, illumina e allo stesso tempo fa disperare. Potente ma inutile. Ci ricorda che la vostra capacità di produrre idee spesso è inversamente proporzionale alla capacità di raccogliere voti. Riguarda la disuguaglianza, tema che ha preso il centro del discorso politico in tutto l’Occidente dopo la Grande Crisi e che i sostenitori del libero mercato, e in fondo del capitalismo, non sanno affrontare.

Il racconto è una simulazione sentita fare a decine di liberali. Immaginiamo una società divisa in due classi, uguali per popolazione. Chi fa parte della metà povera guadagna 15 mila euro l’anno, chi fa parte del 50% ricco ne guadagna 150 mila. L’economia va bene e quindi dopo qualche anno i redditi migliorano per tutti. Quello della metà povera triplica, a 45 mila euro. Quello dei ricchi, quadruplica, a 600 mila euro. Si tratta di decidere se lo sviluppo è positivo, perché i poveri sono meno poveri; oppure se è negativo, perché la disuguaglianza è cresciuta da un rapporto di dieci a uno a un rapporto di oltre 13 a uno. I liberali scelgono il primo caso. L’esempio continua a rovescio. Immaginate che la stessa società entri invece in una fase di depressione economica e di caduta dei mercati finanziari. I poveri vedono crollare il loro reddito del 50%, a 7.500 euro, i ricchi del 90%, a 15 mila euro. La disuguaglianza è stata ridotta da un rapporto di 10 a uno a un rapporto di due a uno. È positivo o è negativo? I liberali — e le persone di buon senso — rispondono che è negativo.

La simulazione è illuminante. Spiega che seguire la sirena della contrapposizione uguaglianza/disuguaglianza porta su strade che vanno verso il nulla; con alte probabilità di fallimento, come suggeriscono le esperienze delle società che hanno detto di volerlo fare. Allo stesso tempo, però, fa disperare perché è inutile. Per quanto sia razionale, non convince e non scalda i cuori dei poveri, che dovrebbero essere quelli che più l’apprezzano. Ciò non dipende solo dallo scarto che c’è tra la razionalità e la percezione politica. Dipende dal fatto che questo approccio didattico elude alcune questioni che i liberali non affrontano con abbastanza coraggio. In particolare, il cattivo funzionamento del capitalismo oggi.

Vero che il capitalismo e la democrazia hanno sempre dato prova di sapersi riformare. Ma ciò non può bastare. Sulla scena del mondo ci sono modelli che si richiamano al capitalismo, ma sono intrisi di ingiustizia, di privilegi, di corruzione. Per esempio quelli cinese e russo. Ma non molto meglio è il capitalismo di relazione che nega il mercato, fondato sull’intreccio tra il capitale dello Stato e quello dei privati  privilegiati dai rapporti politici, vivo e vegeto, anche se non sempre dominante, in America e in Europa.

Questi sono tempi duri, amici liberali. Lo statalismo e l’autoritarismo, in forme vecchie e nuove, hanno ripreso la marcia. Ammirati e copiati anche in Occidente da élite che approfittano della ricchezza e delle relazioni di potere per tenere a distanza i concorrenti più capaci e innovativi e, in generale, per negare quello che una volta si chiamava, almeno in America, il capitalismo popolare, capace di nutrire il grande sogno. I passi avanti politici, economici e sociali degli scorsi decenni sono messi in discussione.

La Grande Crisi ha portato nelle opinioni pubbliche dell’Occidente una critica profonda del capitalismo. E al centro di essa c’è il tema della disuguaglianza. Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty è diventato il manifesto della negazione del ciclo aperto negli anni Ottanta da Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Il coefficiente di Gini, un modo per misurare le disuguaglianze, si è trasformato in una formula magica per capire il mondo. Ma la risposta dei liberali è inadeguata.

Di base, è difficile sostenere che il capitalismo abbia accresciuto la disuguaglianza. L’anno scorso, uno degli economisti più apprezzati, Larry Summers — ex segretario (ministro) al Tesoro nell’amministrazione Clinton —, sostenne che «gli Stati Uniti possono facilmente essere sulla strada di diventare una Downton Abbey economy», dalla serie televisiva Downton Abbey che racconta della famiglia aristocratica Crowley e della sua schiera di servitori, all’inizio del Novecento. L’immagine è ideologicamente attraente. Ma nessuno può seriamente paragonare le disuguaglianze di oggi a quelle di un secolo fa. Le differenze di patrimonio sono ancora alte. Come quelle di reddito. Ma nel frattempo sono nati i servizi sanitari. L’istruzione si è allargata a dismisura. Gli avanzamenti tecnologici hanno distrutto diseguaglianze in misura impensabile: il telefono, la televisione, internet, le automobili mettono tutti sullo stesso piano. Banalmente, il prêt-à-porter è stato un livellatore sociale portentoso. Lo stesso l’acqua corrente e il bagno in casa. Non entrano nelle statistiche di Piketty, ma l’innovazione sociale — nelle democrazie — e l’innovazione tecnologica sono forze egualitarie che hanno rivoluzionato il mondo e distrutto Downton Abbey.

Certo, l’1% della popolazione più ricca che non arriva a fare parte dello 0,1% non può permettersi lo yacht, deve affittare l’aereo privato invece che tenerne uno pronto sulla pista. E gran parte del restante 99% deve scegliere un volo low-cost per andare in vacanza: ma, a differenza di qualche decennio fa, ci va. C’è una dose di ideologia dietro le teorie sull’ingiustizia della disuguaglianza. Ciò nonostante, la questione è diventata una narrazione politica potente. I liberali non possono fare finta di non accorgersene. Se vogliono continuare ad avere un ruolo incisivo, devono entrare nel dibattito in una posizione non difensiva, evitando di spingere il problema sotto il tappeto. Diversamente, lasceranno il campo a politiche che affrontano la questione con soluzioni deleterie, come la tassa globale a fini di ridistribuzione statale dei redditi proposta da Piketty; o i limiti di legge sui redditi delle persone.

È — amici liberali — che le dimensioni della disuguaglianza non sono solo quelle che si misurano in termini di ricchezza, non necessariamente negative. Ci sono anche gli effetti, almeno due importanti, di queste differenze. Uno riguarda il fatto che il patrimonio e l’alto reddito danno accesso a opportunità e potere politico, dai quali è escluso chi ne è privo. L’1% più ricco ha aperta la strada (per i figli) che porta alle università considerate migliori, quelle che a loro volta offrono maggiori opportunità nella vita. E l’istruzione è il veicolo più forte di mobilità sociale: se viene lottizzata o chiusa, diventa uno strumento di ingiustizia. Lo stesso 1% ha accesso diretto o quasi diretto al potere politico, con i privilegi che ciò comporta. Ancora: chi sta ai vertici della piramide della ricchezza quasi sempre è anche al vertice del sistema di governance delle imprese, con intrecci tra i suoi membri che garantiscono retribuzioni incrociate a presidenti e ad amministratori delegati che in numerosi casi vanno al di là della loro capacità di creare ricchezza. Sono le nuove aristocrazie, in questo senso non troppo diverse da Downton Abbey.

Il secondo effetto importante, e che richiede risposte liberali, è la possibilità che, come alcuni sostengono, la disuguaglianza eccessiva sia un vincolo per la crescita economica e limiti la prosperità potenziale generale. Il Fondo monetario internazionale nei giorni scorsi ha calcolato che l’aumento dell’1% della quota di reddito accaparrata dal 20% più ricco della popolazione riduce la crescita economica dello 0,08% nel giro di cinque anni. I canali attraverso cui ciò avverrebbe possono essere diversi: chi è in basso nella scala del reddito ha maggiori difficoltà ad accedere a una buona sanità o a una buona scuola; tende a indebitarsi di più; chiede politiche di sostegno che in genere vengono mal disegnate dai governi. Oppure, come sostengono Summers e altri, un euro in più a un povero verrà speso e farà crescere l’economia, un euro in più a un ricco finirà sotto il materasso. È un terreno nel quale sarebbe più corretto parlare di povertà invece che di disuguaglianza, dal momento che non sono affatto la stessa cosa. Di certo, però, le differenze sociali hanno conquistato il centro del discorso politico in Occidente: senza idee liberali in campo, rischiano anche di produrre politiche nefaste.
Twitter @danilotaino

http://lettura.corriere.it/debates/le-trappole-delluguaglianza/

 

Danilo Taino

Merito della globalizzazione

 
mrxxIn questi 30 anni – quelli del “liberismo selvaggio” che affama i popoli, distrugge il pianeta, aumenta le disuguaglianze – l’umanità sta vincendo la più grande guerra contro la miseria. La Banca mondiale, lo scorso 9 ottobre, ha pubblicato un rapporto sulla povertà nel mondo. I dati dicono che la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà estrema – ovvero con meno di 1,25 dollari al giorno – è crollata dal 36,4 per cento del totale nel 1990 al 14,5 per cento nel 2011. È la più grande riduzione della povertà nella storia dell’umanità, circa 1 miliardo di poveri in meno, una cifra mostruosa, una rivoluzione silenziosa che forse meriterebbe maggiore attenzione del libro glamour di Thomas Piketty, premiato ieri da quei burloni del Financial Times. La caduta vertiginosa della percentuale di poveri, mentre la popolazione mondiale è cresciuta esponenzialmente, spazza via il malthusianesimo di ritorno, le boiate sulla decrescita felice e il pauperismo no global. Secondo le proiezioni della Banca mondiale, con un tasso di crescita globale pari a quello degli anni 2000, nei prossimi 20 anni la povertà si ridurrà ulteriormente fino a scendere al 5 per cento della popolazione mondiale, che vuol dire altri 600 milioni di poveri in meno. L’ampiezza di questo fenomeno è ancora più impressionante se si guarda allo studio di un economista catalano della Columbia University, Xavier Sala-i- Martín, che dimostra come in un arco di tempo più ampio, dal 1970 al 2006, il tasso di povertà assoluta è crollato dell’80 per cento. Ma non basta: oltre a diventare più ricco il mondo è diventato anche meno diseguale. Sala-i-Martín mostra che sia il coefficiente di Gini sia l’indice di Atkinson (indicatori che misurano la distribuzione dei redditi) segnalano una riduzione della disuguaglianza a livello globale. Ma a cosa è dovuto questo portentoso progresso? Nazioni Unite? Fondo monetario internazionale? Qualche programma governativo? Aiuti ai paesi in via di sviluppo? No. È merito della globalizzazione, del libero mercato, dei diritti di proprietà, del rule of law, della caduta di barriere interne ed esterne. In una parola, del capitalismo. E questo è evidente anche ai più scettici, dato che il contributo più grande alla riduzione della povertà l’hanno dato i popoli di due paesi fino a poco fa (e in parte ancora oggi) prigionieri dello stato e della pianificazione economica, cioè la Cina e l’India. Come hanno illustrato magistralmente il premio Nobel Ronald Coase e Ning Wang nel loro libro “Come la Cina è diventata un paese capitalista”, pubblicato in Italia dall’Istituto Bruno Leoni, sono stati l’apertura al mercato, la rottura dei monopoli statali, il superamento dei “piani quinquennali” e l’estensione dei diritti di proprietà a garantire una vita più decente a centinaia di milioni di esseri umani, tanto che adesso la povertà estrema sembra essere un problema africano e in particolare subsahariano, riguardante cioè quelle aree dove il capitalismo non ha ancora messo piede. Questi dati smentiscono gli “intellettuali” che dai pulpiti di paesi ricchi e stanchi da anni parlano di “ritorno a Marx”, crisi del capitalismo, caduta del saggio di profitto e proletarizzazione della borghesia. D’altronde lo stesso Karl Marx, a differenza dei marxisti, era un alfiere entusiasta della globalizzazione e aveva capito bene la potenza rivoluzionaria del capitalismo. E forse, oltre ai marxisti di ritorno, quella che può essere considerata come la più grande moltiplicazione dei pani e dei pesci della storia dell’umanità, seppure di origine non sovrannaturale, dovrebbe indurre a una riflessione anche Papa Francesco sul suo anti capitalismo pauperista esposto nella “Evangelii Gaudium”.

Luciano Capone
Il Foglio, giovedì 13 novembre 2014

La mappa del reddito in Italia

mappComune per comune, ecco la mappa del reddito dei cittadini italiani: a realizzarla, elaborando i dati del ministero dell’Economia, Franco Morelli, 40 anni, di Ravenna, ingegnere informatico di professione e «civic hacker» per passione. «Per me lavorare incomprensibili elenchi di cifre e riuscire a trasformarli in indicazioni semplici e chiare a tutti è un buon modo per aiutare le persone a informarsi – racconta Morelli, che ha pubblicato la mappa sul suo blog «Opendatabassaromagna» -. L’interesse per gli open data è nato per aiutare il mio territorio, la Bassa Romagna, che comprende alcuni comuni in provincia di Ravenna, ma a volte mi capita di dedicarmi anche a progetti che provano a raccontare meglio il Paese, come in questo caso».

Per realizzare la mappa Morelli è partito dal data set che raccoglie le denunce dei redditi Irpef del 2012, da poco disponibile in formato open data: si tratta del reddito dichiarato, sia da lavoro autonomo che dipendente, e i risultati non tengono conto dell’evasione fiscale. In rosso si possono vedere i comuni dove il reddito è più basso della media nazionale, che è di circa 20mila euro lordi l’anno, mentre in verde sono evidenziati quelli superiori alla media. Inevitabile notare la differenza tra Nord e Sud Italia, le oasi verdi dei grandi capoluoghi come Milano e Roma, oltre a quelle dei comuni più vicini alle località turistiche. I primi cinque comuni super-ricchi sono Basiglio, con più di 48 mila euro l’anno, seguita da Campione d’Italia, che si ferma a 40mila, poi Cusago, Torre d’Isola, tutti in Lombardia, e al quinto posto Pino Torinese, in Piemonte.

Ma non è finita qui: Morelli ha poi creato un secondo grafico, applicando ai dati il coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini, una misura che consente di vedere com’è distribuita la ricchezza. «Se l’indice è zero, allora la ricchezza è distribuita in egual misura tra tutte le persone, più invece il coefficiente è vicino a uno, più sarà più facile trovare una disuguaglianza – spiega Morelli -. Ho creato un grafico di dispersione, così sono riuscito a individuare quali sono i luoghi dove la disparità è più evidente».

Secondo lo studio dell’Ocse «Gini-Growing inequality impact», l’Italia è tra i Paesi che più registrano diseguaglianze di reddito, in Europa seconda sola a Regno Unito.

Il nostro indice è pari allo 0,34, vale a dire che tra due cittadini italiani c’è in media una distanza di reddito disponibile pari al 34 per cento del reddito medio nazionale. Tra i comuni detiene il record di disparità Dambel, comune in provincia di Trento con 500 abitanti, dove la ricchezza è concentrata nelle mani di pochissimi. Scegliendo sul grafico pubblicato da Morelli una regione, si possono vedere quali sono i comuni dove l’indice è più vicino all’uno che allo zero: in provincia di Torino, ad esempio, spiccano per disparità Sauze d’Oulx e Claviere……

http://www.lastampa.it/2014/04/30/economia/ecco-la-mappa-del-reddito-italiano-i-pi-ricchi-vivono-a-milano-e-roma-BqfB9RFwoZAQHAuNKrGjBO/pagina.html