La guerra dei cinque giganti Usa per dominare i nostri consumi

Cinque giganti americani stanno rivoluzionando le nostre abitudini di consumo. L’Europa vuole evitare che questo si traduca in un oligopolio incontrollato, soffocante, distruttivo per i diritti dei consumatori, per il libero mercato, la competizione, l’innovazione. Oggi tocca a Google, domani potranno essere Amazon e Facebook, Apple o Ebay. La posta in gioco è immensa: i consumatori abbandonano velocemente comportamenti consolidati, lo shopping online cresce con prepotenza, in America è già in atto il tramonto dei centri commerciali e tutta la grande distribuzione soffre una crisi profonda. Il rischio del nuovo scenario è che la libertà di scelta del consumatore sia più immaginaria che reale; i nuovi metodi di manipolazione delle nostre scelte sono più subdoli che mai. La decisione europea tenta di costringere uno dei giganti digitali a cambiare strada. Ci riuscirà? A vantaggio di chi?
Google Shopping è uno dei protagonisti più formidabili nel nuovo mondo del consumo. Figlio del motore di ricerca Google, è diventato lo spazio virtuale dove i nostri desideri e i nostri soldi cercano di tradursi in acquisti. Catalogo virtuale di tutto ciò che è in vendita, guida intelligente, promette un accesso rapido, semplificato, in pochi clic e frazioni di secondo percorriamo più “scaffali e vetrine” che in settimane di passeggiate tra grandi magazzini, boutique o ipermercati. È tutto più facile, e siamo grati a chi ha disegnato un mondo così fluido e confortevole. Ma l’inganno c’è. In realtà siamo meno sovrani che mai. Il consumatore è docile preda di un algoritmo che lo guida verso il risultato deciso da altri.
Google Shopping non fa mistero della sua regola principe: ordina i risultati delle nostre ricerche dando priorità agli annunci a pagamento. È una grande macchina di raccolta pubblicitaria e di manipolazione delle scelte di spesa. Applica alla Rete l’antica pratica dei supermercati che si fanno pagare dalle grandi marche per piazzare i loro prodotti negli scaffali più visibili e più accessibili. Ma su Google Shopping quel trucco antico raggiunge una potenza immensamente superiore, è molto più raffinato. L’algoritmo fa scomparire dall’universo online altri servizi specializzati nella spesa comparativa, che offrono cataloghi intelligenti, recensioni, paragoni su qualità- prezzo.
I rivali potenziali, tutto ciò che introduce concorrenza a vantaggio del consumatore, viene relegato “molte pagine” più in là, ben lontano dai nostri sguardi frettolosi. Peggio ancora se usiamo lo smartphone, dove lo spazio è più ridotto e quindi finiamo per accontentarci delle opzioni iniziali.
La magia dell’algoritmo spiega la storia fantastica di Google, che alla sua prima quotazione in Borsa nel 2004 collocò l’azione a un prezzo di 85 dollari e oggi ne vale quasi mille. Con un tesoro di guerra di 172 miliardi di asset, può ben permettersi di pagare la multa europea senza che questo sconquassi il suo bilancio. Più problematico invece sarà mettere le mani nell’algoritmo per aprirlo alla concorrenza. Anche perché nel frattempo i maggiori rivali sviluppano strategie alternative per occupare lo spazio online. Amazon – che da sempre si distingue perché assomiglia più a un grande magazzino virtuale, mentre Google è più “catalogo di annunci” – ha fatto notizia di recente rafforzandosi nella distribuzione di prodotti alimentari freschi con la scalata alla catena salutista Whole Foods. Apple dal canto suo sta investendo sul ruolo di banca o carta di credito con lo smartphone come sistema di pagamento.
I primi a trarre beneficio della sanzione europea su Google dovrebbero essere i siti alternativi specializzati nel “giudizio comparativo”, nel raffronto qualità-prezzo tra prodotti concorrenti. Sono piccoli ma agguerriti, tra questi alcune società inglesi come Foundem e Kelkoo che furono le prime a promuovere azioni legali contro Google Shopping. «Per più di un decennio – ha detto il chief executive di Foundem – il motore di ricerca di Google ha deciso cosa leggiamo, usiamo e compriamo online. Se nessuno interviene a controllarlo, questo guardiano dell’accesso alla Rete non conosce limiti al suo potere». Gli esperti di Bruxelles hanno dimostrato che quando Google Shopping iniziò a manipolare il suo algoritmo per “retrocedere” i concorrenti sempre più lontano dagli occhi dei consumatori, i siti rivali videro sparire dall’80% al 90% dei propri utenti.
L’Europa è ormai la vera protagonista mondiale delle politiche antitrust, dopo che l’America si è arresa allo strapotere oligopolistico dei suoi big. Ora si apre una sfida nuova, in cui le autorità di Bruxelles dovranno vigilare sulle modifiche che Google introdurrà nel suo servizio. Senza trascurare gli altri Padroni della Rete, che con strategie diverse perseguono la stessa occupazione sistematica della nostra attenzione e del nostro potere d’acquisto.

FEDERICO RAMPINI

La Repubblica, 28 giugno 2017

 

 

Consumatori raggirati”

ryanair-3[1]Per RyanaireDreams e Google ingannano i consumatori perché fanno credere loro di acquistare voli direttamente dalla compagnia aerea. Per questo la low cost di Michael O’Leary ha trascinato davanti all’Alta Corte d’Irlanda i due colossi web per presunta violazione delle leggi a tutela dei consumatori e violazione di marchio commerciale. O’Leary, che ha fatto sapere di scrivere al numero uno di Google Eric Schmidt ogni settimana per girargli le lamentele dei consumatori, ha riferito che la società ne riceve circa mille segnalazioni al mese da parte di passeggeri che hanno prenotato tramite eDreams. Secondo la compagnia aerea, chi cerca Ryanair su Google ottiene a volte come primo risultato una pubblicità a pagamento di eDreams con un link a un “sito

fotocopia con branding identico a quello di Ryanair per raggirare i consumatori”. Ryanair ritiene che si tratti anche di una violazione del codice di condotta di Google.

Tra i punti elencati dal Ceo ( in lingua inglese CEO – Chief Executive Officer , cioè Amministratore Delegato) Ryanair, ci sono le segnalazioni da chi denuncia tariffe pubblicizzate che non esistono con addebiti di costi aggiuntivi senza autorizzazione a chi lamenta che non vengono comunicati ai viaggiatori cambiamenti degli orari dei voli, o ancora a chi riferisce che non vengono completati i pagamenti per i bagagli da imbarcare, il che significa che ai passeggeri viene poi chiesto di pagare di nuovo in aeroporto. “Dobbiamo difendere questi consumatori che sono stati palesemente raggirati”, ha detto O’Leary.

E ancora: il sito di eDreams presenta una fotografia di un aereo di Ryanair e sembra mostrare il brand della compagnia irlandese. Ma in fondo alla pagine una dichiarazione informa che “non c’è alcun legame con il sito ufficiale della compagnia aerea qui sopra menzionata”. Da un sondaggio commissionato da Ryanair e condotto su 2mila adulti, però, emerge che l’82% degli intervistati ritiene che il sito di eDreams sia gestito da Ryanair.

Inoltre, il capo di marketing della low cost, Kenny Jacobs, ha sottolineato che i clienti che prenotano tramite eDreams in media pagano fra il 30% e il 100% in più rispetto al costo sul sito ufficiale della compagnia aerea. Ha aggiunto inoltre che Ryanair è stata in “costante contatto” con Google ma che alle ultime lettere il colosso di Mountain View non ha risposto e non sono state intraprese azioni sufficienti. O’Leary fa sapere che scrive al numero uno di Google Eric Schmidt ogni settimana per girargli le lamentele dei consumatori. “Una volta che passeremo al tribunale immagino che Google cambierà in modo considerevole il modo in cui offre il servizio di pubblicità a pagamento“, ha aggiunto. La compagnia ha fatto sapere che recentemente ha vinto una causa in un tribunale in Germania, che ha impedito a eDreams la “pubblicità ingannevole”, aggiungendo che ha in programma di intraprendere ulteriori azioni legali in Regno Unito, Spagna e Italia.

 

Ryanair porta eDreams e Google in tribunale in Irlanda: “Consumatori raggirati”

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/02/ryanair-porta-edreams-e-google-in-tribunale-pubblicita-ingannevole-consumatori-raggirati/2270518/

SFIDA AI COLOSSI WEB

imaANTTRSTSono passati 104 anni da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò Standard Oil colpevole: era un monopolista che abusava della sua posizione dominante. All’epoca il gruppo di John D. Rockefeller gestiva l’80%delle forniture mondiali di petrolio, un po’ come oggi Google gestisce il 90% delle ricerche in rete in Europa, Booking ed Expedia hanno il 75% delle prenotazioni d’albergo su Internet in Italia o Amazon occupa una quota di mercato negli acquisti sul web che, da sola, supera quella dei suoi dodici concorrenti messi insieme.

Certe realtà non cambiano mai troppo. Le nuove tecnologie creano quasi sempre monopoli o oligopoli nelle mani di chi inventa un mercato, lo occupa e lo presidia All’epoca era la rivoluzione dei trasporti e dei motori, e Standard Oil usò la sua forza per tarpare le ali a qualunque altro concorrente. Oggi è Internet e la tentazione di chi ne controlla una nicchia, avendone scoperto un nuovo uso, è sempre quella di favorire se stesso e emarginare chiunque altro. Gli imprenditori che provarono a sfidare Standard Oil, o i giornalisti che cercarono di raccontarla, subirono minacce e pestaggi. Poi però nel 1911 la Corte Suprema costrinse il gruppo di Rockefeller a smembrarsi in sette aziende, le «Sette sorelle». Più  di un secolo dopo, i guardiani dell’Antitrust aRoma, aParigi, a Bonn, a Stoccolma o a Bruxelles non rischiano lo stesso trattamento a cui andava incontro chi dispiaceva a Rockefeller…… Ma la sfida ai campioni delle tecnologie è sempre delicata e tutto lascia pensare che questi siano solo gli inizi. Salvo sorprese, il 21 aprile se ne vedrà una nuova tappa quando Booking e Expedia, i due colossi delle prenotazioni alberghiere in rete, dovranno offrire concessioni alle Antitrust di Italia, Francia e Svezia In modo coordinato, le tre autorità ( quella di Roma, guidata da Giovanni Pitruzzella) stanno ottenendo dai due gruppi degli «impegni» in modo da ridurre la pressione che entrambi esercitano sull’economia reale. Si tratta di due colossi le cui holding sono basate negli Stati Uniti. Priceline, che gestisce marchi come Booking.com o Rentalcars.com, fattura oltre 40 miliardi di euro (circa come la pri ma banca italiana), e permette di accedere a mezzo milione di hotel in duecento Paesi. Expedia offre prenotazioni in circa 250 mila alberghi e fattura oltre 30 miliardi. Entrambi sono stati accusati di impedire agli alberghi di praticare prezzi più bassi di quelli offerti sul loro sito (pena l’esclusione dalle liste) e di imporre commissioni di prenotazione mai inferiori al 15%.

Per Paesi che dipendono in buona parte dal turismo, è un onere equivalente a quello del petrolio venduto sovrapprezzo da Rockefeller. Martedì prossimo Italia, Francia e Svezia dovrebbero accettare i «rimedi» offerti daBooking e Expedia, e così chiudere il caso. L’Antitrust tedesca potrebbe invece rifiutare il compromesso e procedere a multare i due gruppi americani.

Comunque finisca, è chiaro fin da ora che si tratta solo di un primo passo. I guardiani dell’Antitrust in tutta Europa raccolgono ormai aziende Google, Booking o Amazon in un acategoria a sé: le chiamano «Over the Top», i gruppi al di sopra di chiunque altro per lapervasività della loro presa sui mercati attraverso Internet. La loro penetrazione a partire dal web sull’economia reale è così efficace che sono in grado di emarginare e soffocare qualunque impresa non digitale che non stia alle loro condizioni. Microsoft cercò di farlo negli anni ’90 e all’inizio di questo secolo, imponendo a tutti i computer montati con il suo sistema operativo ( il 90% di tutti quelli venditi ) anche il lettore audio e video della casa. La Commissione europea la multò per questo, maoggil’aziendafondata da Bill Gates è un’ombra del monopolista che fu. L’innovazione di software come Chrome o Android di Google, iOS di Apple e vari altri l’ha spiazzata e indebolita. Nell’inseguimento fra monopolisti innovatori e regolatori che contrastano i loro abusi, spesso è la trasformazione tecnologica stessa a correre più veloce di chiunque altro.

 

Sfida europea ai colossi web e ora entrano nel mirino i padroni dei viaggi on line

FEDERICO FUBINI Repubblica 16 aprile 2015

 

ALTRI ARTICOLI

http://www.repubblica.it/tecnologia/2015/04/14/news/google_nel_mirino_dell_europa_big_g_rischia_multe_per_6_miliardi_di_dollari-111976874/

http://www.repubblica.it/economia/2014/12/03/news/leuropa_sfida_il_gigante_google-101996347/

Chiamatela Appletax o Googletax se volete …

appletax-400x158Chiamatela Appletax o Googletax se volete. E’ la tassa sui profitti esteri, o più spesso “esterovestiti”, delle multinazionali. Un’aliquota secca del 14%, tutt’altro che elevata, eppure sostanziosa se confrontata con quel che pagano adesso in certi paradisi fiscali (tra il 2% e lo 0,2% in Irlanda). E’ la proposta che lancia oggi Barack Obama nella sua legge di bilancio. La nuova tassa affronta un problema che non è solo americano: l’elusione legalizzata delle multinazionali. Così fan tutte, compresa la Fiat Chrysler (Fca) che ha spostato la sua sede legale a Londra. Gli esperti lo definiscono “shopping fiscale”: le aziende transnazionali vanno in giro per il mondo a cercarsi quegli Stati che offrono trattamenti fiscali di favore, a volte con negoziati “ad hoc” come nel Lussemburgo; in quei paradisi fiscali vengono costituite delle filiali locali dove confluiscono i profitti fatti in altre parti del mondo. Il danno è enorme per gli Stati d’origine delle aziende – e quindi per i contribuenti normali – che si vedono sottrarre una base imponibile consistente. Apple, la regina mondiale delle Borse, ha 170 miliardi di dollari di cash parcheggiati all’estero per non pagare le tasse americane. Per tutti i colossi americani messi insieme, il “tesoro estero” raggiunge i 2.000 miliardi di dollari.

L’originalità della proposta Obama sta nello scambio che offre ai repubblicani, maggioritari al Congresso: più tasse sulle multinazionali, in cambio di un maxipiano d’investimenti in infrastrutture. Ben 478 miliardi di opere pubbliche, fra autostrade, ponti, ferrovie, metropolitane. La metà di questi investimenti sarebbero finanziati col gettito della nuova tassa, sui profit dei big del capitalismo Usa. La proposta è contenuta nella legge di bilancio (un budget totale da 4.000 miliardi) che oggi il presidente invia al Campidoglio di Washington, dove hanno sede Camera e Senato, tutt’e due a maggioranza di destra dalle elezioni legislative del novembre scorso. Di solito le proposte di Obama in materia fiscale hanno vita dura, una volta che arrivano al Congresso. In questo caso però la Casa Bianca manifesta ottimismo: è convinta di poter raccogliere un consenso bipartisan, facendo leva sul fatto che molti repubblicani riconoscono l’urgenza di modernizzare le infrastrutture. La tassa sui profitti accumulati all’estero del 14%, è comunque un’aliquota agevolata rispetto all’attuale imposta sugli utili societari che arriva al 35%. Finora però le tasse sugli utili sono dovute solo nel momento in cui i profitti esteri vengono rimpatriati. Di qui la scelta di molte multinazionali, di parcheggiare quei profitti all’estero a tempo indefinito. Il caso di Apple è il più citato non solo per l’enormità dei profitti esteri ma anche perché a suo tempo la società fondata da Steve Jobs preferì indebitarsi lanciando un maxi-bond sui mercati, piuttosto che far rientrare una parte di quei profitti per autofinanziare i propri investimenti…..
 
FEDERICO RAMPINI la Repubblica • 2 feb braio15
 
http://www.dirittiglobali.it/2015/02/obama-tassa-big-apple-e-gli-altri-pagheranno-il-14-sui-profitti-allestero/
 

Il potere di Google

tytytyUn secolo fa i reporter della muckraking press negli Stati Uniti si guadagnarono il loro nome, copyright Theodore Roosevelt, perché rastrellavano nel fango. Svelavano gli scandali delle grandi aziende. Alcuni svelarono gli abusi da monopolista di John Rockefeller, provocarono la reazione furibonda dell’uomo la cui fortuna valeva qualcosa come 300 miliardi in dollari di oggi, ma alla fine portarono alla scissione della sua Standard Oil in molti pezzi per mano della Corte suprema. Correva l’anno 1911. Oggi niente del genere sarebbe immaginabile. Non c’entra solo il fatto che, ammesso che lo voglia, l’antitrust di Bruxelles non ha i poteri per separare il motore di Google dal resto delle sue attività (come ha chiesto giovedì scorso l’Europarlamento).

Conta anche un altro dettaglio: Google potrebbe accorgersi che un muckraker sta per pubblicare un articolo suoi sui presunti abusi prima ancora che questi lo scriva. Niente permette di sospettare che Google spii chicchessia, ma potrebbe riuscirci se solo lo volesse: è sufficiente incrociare i dati delle ricerche sul web di una persona, se è un utente dei servizi di ricerca del gruppo di Mountain View come accade nel 90% dei casi negli Stati Uniti e nel 68% dei casi in Europa.

Le nuove tecnologie danno ai grandi gruppi della rete il potere di ammassare una quantità fino a ieri inconcepibile di dati su chiunque si rivolga a loro. Questi dati possono essere usati per un gran numero di funzioni commercialiuno raccolgono le preferenze di milioni di clienti, fanno emergere le loro scelte, scavano fino a individuare le abitudini e i comportamenti dei singoli. Non è un privilegio della sola Google. Qualunque azienda multinazionale investe in programmi di software capaci di lavorare sui cosiddetti “Big Data”, i grandi numeri sui consumatori con i quali entra in contatto.

La differenza di Google è che fonde più mestieri in una sola azienda integrata: motore di ricerca che seleziona (anche) i rimandi ai suoi potenziali concorrenti; assistente personale di centinaia di milioni di persone in servizi che vanno dalla ricerca di un luogo, alle informazioni meteo, alla traduzioni di testi, allo scambio di posta; fornitore di contenuti prodotti da altri, ma estratti da Google gratis dalla rete e presentati accanto a inserzioni pubblicitarie che arricchiscono solo il gruppo di Mountain View. In un’era di trasformazioni, Google non è il solo operatore in grado di accumulare una posizione tanto dominante. Amazon lo ha fatto nei libri, e ha cercato di schiacciare la francese Hachette quando ne è stato contestato. Oggi non viviamo una nuova era di robber baron, i “baroni ladri” alla Rockefeller, ma di innovatori illuminati che hanno cambiato le nostre vite in meglio. Questo non conferisce loro il diritto di abusare della propria forza di mercato. Il nuovo commissario europeo alla Concorrenza, Margrethe Vestager, non ha il diritto di imporre loro la stessa fine di Standard Oil. Ma (si spera) non dimenticherà le altre armi di cui dispone.

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/12/01/news/le_armi_delleuropa_e_il_potere_di_google-101843886/

Noi nudi davanti a Google

imagesXKUThjghGoogle ha un nuovo avversario. Il Parlamento europeo si è espresso a larghissima maggioranza con un parere, non vincolante, affinché le attività del motore di ricerca creato da Larry Page e Sergey Brin vengano separate da quelle di vendita della pubblicità. L’accusa: attraverso le ricerche, Google è in grado di conoscere i nostri bisogni. O meglio, mettendo in fila ciò che cerchiamo ogni giorno sul motore che monopolizza il 90% del mercato, si può arrivare a costruire una sorta di seconda nostra identità.

Ci ritroviamo nudi di fronte ad algoritmi, a formule matematiche. È come se regalassimo, più o meno coscientemente, tutte le volte che interagiamo con la Rete, pezzettini del nostro io. Chi ha in mano i codici per ricomporre questa moltitudine di «Me» virtuali che gli esperti chiamano eufemisticamente «profili», dispone di una merce preziosa. Un valore che fa gola ad aziende e pubblicitari che sempre più vogliono parlare non a comunità indistinte ma a persone, con lo scopo di essere più efficaci nell’opera di persuasione.

Il pronunciamento dell’Europarlamento va così ad affiancarsi all’altra iniziativa del Garante della privacy dell’Unione che ha chiesto a Google, nei giorni scorsi, di estendere il diritto all’oblio per i cittadini a tutte le versioni nel mondo del motore di ricerca e non solo a quelle del Vecchio Continente. Un susseguirsi di prese di posizione e di atti formali che fanno trasparire l’insofferenza europea nei confronti del potere di Google e in generale delle aziende tecnologiche americane. Un’insofferenza resa ancora più palese dall’indagine dell’Antitrust sempre su Google.

Certo, il fatto che da Apple ad Amazon a Facebook, Microsoft, Yahoo, oltre a innumerevoli altre aziende, considerino Google un proprio concorrente, dà la dimensione di quanto la società possa contare su un dominio a tratti pervasivo.
Ma l’insofferenza non deve però mascherare la non volontà o incapacità dell’Unione di riuscire ad agevolare processi e aziende che possano essere competitivi con quelli negli Stati Uniti. Piuttosto c’è da chiedersi se sia normale che l’inchiesta dell’Antitrust europeo relativa a Google duri ormai da 4 anni. La variabile tempo è decisiva nei processi economici.

La società nata attorno a un motore di ricerca nel 1998, veniva quasi presa in giro quando nel 2010 lanciò il suo progetto di auto senza pilota. Oggi i big del settore sono alla sua rincorsa. Larry Page, il fondatore alla guida di un gigante da 55 mila dipendenti, vuole a tutti i costi essere in ogni angolo del futuro prossimo venturo. Anzi, vuole immaginarlo: dalle nanopillole che ingerite renderanno possibile identificare i malanni, ai palloni aerostatici che permetteranno la diffusione di Internet in ogni dove, alle turbine a vento nell’atmosfera, ai laboratori di ricerca che vogliono riscrivere le regole della medicina. Avere mezzi e capacità di visione di tale portata è ammirevole.

Ma proprio da questo nasce la necessità di regole condivise, di grandi scelte che attendono l’Europa sulla privacy, sul fronte dei mercati digitali, sulla neutralità della Rete che sinora sembra aver avvantaggiato solo chi offre servizi e non chi crea infrastrutture. Non ci si può limitare ad alzare la voce sulla privacy o su singoli segmenti di mercato come quello dei motori di ricerca e della pubblicità. A questo dovrebbe servire, e sarebbe molto più corretto, l’Antitrust. Soprattutto se la neocommissaria Margrethe Vestager non attenderà altri 4 anni per sanzionare o meno abusi di posizione dominante.

Daniele Manca

Correre della Sera 28/11/2014

Quando separiamo il grano dall’iPhone

silosQuando separiamo il grano dall’iPhone
la Repubblica, venerdì 3 ottobre 2014
Nel giro di appena un weekend, Apple ha venduto 10 milioni di unità del nuovo iPhone. Un record. Google deve far fronte alle pressioni delle autorità europee, preoccupate di tutelare la concorrenza e la privacy dei suoi cittadini. Amazon ha in corso una controversia commerciale con la casa editrice Hachette e decide di discriminare gli autori che pubblicano con quest’ultima: molti dei romanzieri più prestigiosi hanno firmato una lettera aperta per denunciare la condotta di Amazon. Le imprese attive nel settore dell’informatica e di Internet esercitano, per numerosi motivi, una grande attrazione mediatica. L’agricoltura molto meno. Eppure anche sui mercati agricoli si stanno battendo record che non attirano così tanta attenzione ma avranno enormi conseguenze per miliardi di persone.
Lo sapevate che il raccolto di cereali a livello mondiale non ha mai raggiunto livelli tanto alti? E che anche se il consumo è aumentato, la produzione è arrivata a livelli tali che i granai stanno per scoppiare?
Il Consiglio internazionale dei cereali stima che le scorte di soia, grano, orzo, mais e altri cereali raggiungeranno il volume più elevato da trent’anni a questa parte. Negli Stati Uniti si prevede che la raccolta di mais supererà quella dell’anno passato, che già aveva stabilito un record assoluto; anche la produzione di soia non è mai stata tanto ingente. L’Europa continua a battere record dopo record per il raccolto di grano e mais, mentre il Canada accumula primati per il grano, l’orzo e l’avena. «Questa nuova abbondanza avrà effetti di ampio respiro: ridurrà il reddito degli agricoltori e aumenterà i margini di profitto delle imprese del settore alimentare e dei biocombustibili, e alla fine produrrà un calo dell’inflazione dei prodotti alimentari, sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri », scrive Gregory Meyer del Financial Times.
E qual è la ragione di questa esplosione dei cereali? I prezzi alti degli ultimi anni. Questi prezzi hanno creato incentivi enormi per spingere gli agricoltori a investire nell’aumento della produzione. Secondo la Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), tra il 2005 e il 2013 l’area coltivata a grano, soia e mais è cresciuta dell’11 per cento a livello mondiale. Non ci sono mai stati tanti terreni coltivati sul pianeta come oggi.
L’aumento dei prezzi che ha stimolato questa espansione agricola si deve principalmente a quattro ragioni: l’incremento della popolazione mondiale, l’aumento del consumo di cibo nei Paesi poveri (dovuto alla forte crescita delle classi medie), l’uso di cereali per la produzione di combustibili come l’etanolo e la maggiore frequenza di fenomeni climatici estremi che danneggiano i raccolti. Questi fattori sono forti come prima, ma i prezzi alti che hanno determinato costituiscono un incentivo più che sufficiente per portare la produzione a volumi senza precedenti, cosa che naturalmente spinge al ribasso i prezzi.
Il basso livello attuale nel giro di qualche anno potrebbe di nuovo scoraggiare gli investimenti e provocare cadute della produzione come quelle che si sono verificate negli ultimi anni. Questo ciclo, già visto molte volte, sta acquisendo caratteristiche nuove, che ne accorciano i tempi e rendono più estremi gli intervalli di variazione.
Questa maggiore volatilità originerà instabilità in un settore di grande importanza, sia sociale che geopolitica. Quasi il 20 per cento della popolazione mondiale è direttamente coinvolto in attività agricole. Pertanto, quello che succede in questo settore produce ripercussioni dirette per un essere umano su cinque (per fornire un termine di paragone, l’industria elettronica dà lavoro in tutto il mondo ad appena 2,3 milioni di persone).
Anche se l’agricoltura, a livello mondiale, pesa molto poco in quanto attività economica (solo il 2,8 per cento del totale), nei Paesi più poveri di solito gioca un ruolo molto importante. In India rappresenta il 18 per cento della sua economia e genera il 54 per cento dell’occupazione.
Sia la domanda che l’offerta di prodotti agricoli hanno subito drastici cambiamenti nell’ultimo mezzo secolo. Uno dei più considerevoli è la concentrazione della produzione in pochissimi Paesi. Secondo i dati di Julian Alston e Philip Pardey, cinque Paesi appena (l’India, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e il Brasile) concentrano il 42 per cento delle aree coltivate del pianeta, contro lo 0,78 per cento dei 100 Paesi con minore attività agricola. Alston e Pardey richiamano anche l’attenzione sulla rapida caduta degli investimenti nella ricerca agricola.
Questo succede in un momento in cui i cambiamenti climatici, economici e sociali stanno trasformando l’agricoltura imponendo nuove conoscenze e tecniche. Forse non sarebbe male se quelli di Apple, di Google e di altri colossi della modernità cominciassero ad applicare la loro creatività per migliorare l’attività economica più antica dell’umanità.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Moises Naim