Domande e risposte sulla Brexit

Perché Brexit inizia oggi?
Sebbene la volontà dei britannici di uscire dall’Unione europea sia stata chiarita con un referendum il 23 giugno 2016, solo oggi Londra attiverà, con una comunicazione al presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, l’Articolo 50 del Trattato di Lisbona, che avvia e regola il meccanismo formale di uscita di uno Stato membro.
Quando partiranno i negoziati veri e propri con la Ue?
Tusk ha promesso una risposta, con le linee guida per le trattative, nel giro di 48 ore, ma bisognerà aspettare che queste siano avallate da un Consiglio europeo straordinario, convocato per il 29 aprile. E – visto che i termini del negoziato sono un tema caldo, che richiederà discussioni – non ci si attende un faccia a faccia tra le due parti prima di fine maggio-inizio giugno.
Quali sono i nodi principali?
Il capo negoziatore della Commissione Ue, Michel Barnier, vuole che prima di tutto venga fissato il “conto” che Londra deve pagare per il divorzio (stimato attorno ai 60 miliardi di euro tra impegni di budget già presi dalla Gran Bretagna e altre pendenze) e si risolvano le questioni inerenti i diritti dei cittadini e i confini e soltanto dopo si discuta di commercio. Londra ritiene che non esista alcun obbligo legale di pagamento e insiste perché si discutano subito anche le future relazioni commerciali. L’Articolo 50, senza fare piena chiarezza, recita che il negoziato deve «stabilire le modalità per l’uscita, tenendo conto del quadro delle future relazioni con la Ue».
Quanto dureranno i negoziati?
L’Articolo 50 concede due anni dall’attivazione, con possibilità di proroga se le parti sono d’accordo. Considerando i passaggi parlamentari necessari per le ratifiche finali, il termine realistico da rispettare per un’intesa è la fine del 2018.
Che cosa succederà nel biennio di negoziati, per esempio ai cittadini Ue residenti nel Regno Unito?
Nulla. A scanso di equivoci, il Governo britannico ha chiarito che continuerà ad assicurare il pieno rispetto di diritti e obblighi europei fino al giorno in cui il Regno Unito uscirà dalla Ue.
Che cosa accadrà alla scadenza del biennio di negoziati?
L’incertezza maggiore riguarda il commercio. Senza un’intesa, i rapporti dovrebbero essere teoricamente regolati dalle tariffe della Wto, dopo anni di libero scambio. Con un’intesa in divenire, ma ancora non definita, Londra e Bruxelles potrebbero accordarsi per un periodo di transizione e dunque di prolungata validità delle regole attuali.
Brexit è irreversibile?
La questione è controversa. Se per John Kerr, ex diplomatico britannico che scrisse la bozza dell’Articolo 50, un dietrofront dopo l’attivazione è possibile, non la pensa così il ministro per la Giustizia britannico, Liz Truss. Tra i Paesi Ue i pareri sono contrastanti. Va ricordato che oggi è la prima volta che uno Stato membro ricorre alla procedura.
Che ricadute avrà Brexit sulla “tenuta” del Regno Unito?
I punti deboli sono Scozia e Irlanda del Nord, che a giugno si erano pronunciate contro Brexit. Ieri il Parlamento scozzese ha dato mandato alla premier Nicola Sturgeon di negoziare con Londra un nuovo referendum sull’indipendenza, da tenere a fine 2018 o inizio 2019. Ma il Governo britannico per ora si oppone. Quanto all’Irlanda del Nord, Brexit ha ridato vigore ai repubblicani del Sinn Fein, che hanno guadagnato seggi alle elezioni del 2 marzo e premono per un referendum sulla riunificazione con l’Irlanda.

A CURA DI MICHELE PIGNATELLI

Il sole 24 ore , 29 marzo 2017

La tentazione di Enrico VIII

errrricUN tempo in Europa si negoziava in pompa magna. L’accampamento vicino a Calais in cui avvenne l’incontro tra Enrico VIII e il re di Francia Francesco I prese il nome di Campo del drappo d’oro, per i fasti dei banchetti, delle danze e degli abiti sfoggiati. All’epoca i leader europei se la prendevano comoda.

QUEL vertice del 1520 durò quasi due settimane e mezzo. Non si concluse nessun accordo importante, ma tutti tornarono a casa contenti.
Mettiamo a confronto quello sfarzo con le pene patite da David Cameron e dagli altri leader europei la scorsa settimana per stabilire i termini del nuovo status ‘speciale’ della Gran Bretagna in seno all’Ue.
Ho avuto difficoltà a spiegare ai miei colleghi americani che il futuro del mio paese era appeso al numero di anni di attività lavorativa nel Regno Unito che un idraulico polacco deve vantare per poter aspirare alle prestazioni di sicurezza sociale. La cosa li lascia perplessi, soprattutto quando specifico che la questione riguarda gli immigrati regolari.
Ma il vero problema non è questo, bensì capire se la Storia ci ha insegnato qualcosa da cinque secoli a questa parte. Mezzo millennio fa Enrico VIII poteva ancora avanzare pretese sulla corona di Francia. Ma il cardinal Wolsey era più lungimirante e capì che i monarchi della cristianità dovevano unire le forze contro gli Ottomani. Fu questo uno dei motivi per cui Wolsey fece incontrare Enrico e Francesco. Il ragionamento del cardinale era giusto. Mentre l’Europa si spaccava sulla Riforma, gli eserciti del sultano assediarono Vienna due volte nell’arco di due secoli, nel 1529 e nel 1683. In seguito ad Est si profilò una seconda più grave minaccia, nella forma della Russia zarista.
Dopo la pace di Westfalia del 1648, l’Europa entrò nell’era che associamo all’equilibrio di potere, ossia il dominio di cinque grandi potenze: Austria, Gran Bretagna, Francia, Prussia e Russia. La realtà geopolitica era caratterizzata dalla sempre più intensa competizione oltreoceano tra olandesi, britannici e francesi per le spoglie dell’impero e dall’infinita “questione orientale” che a lungo contrappose la Russia alla Turchia . Per un periodo il successo della Gran Bretagna come potenza imperiale fece sorgere l’illusione di un possibile distacco dal continente. Ma lo «splendido isolamento» era una formula ironica. Prima Napoleone, poi il Kaiser e infine Hitler ci insegnarono, o avrebbero dovuto insegnarci, l’esatto contrario. Il vincolo con il continente non venne mai meno.
Oggi possiamo solo scegliere che forma dare a questo vincolo. Possiamo dichiarare chiuso per nebbia il canale della Manica votando a favore della Brexit, ma è un’illusione pensare di poterci separare così dall’Europa. Perché senza di noi l’Europa avrà un futuro di crescente instabilità.
La Germania è in crisi, indebolita dalle conseguenze della decisione della Merkel di aprire i confini tedeschi l’estate scorsa.
Cameron, che inizialmente pensava di trattare con Berlino, si è trovato a dover mercanteggiare in 27 capitali diverse, da Parigi a Praga. Perché ha avuto successo? Perché gli altri paesi europei si sono resi conto che la nostra uscita dall’Ue avrebbe avuto conseguenze disastrose.
Non serve farsi illusioni su Bruxelles per credere che la Gran Bretagna deve restare nell’Ue. Ma bisogna illudersi per credere che si possa uscire dall’Europa resuscitando l’ideale ottocentesco di sovranità parlamentare.
Ho degli amici carissimi che sono stati vittima di questa chimera e mi rendo conto che nel dibattito odierno le posizioni si sono rovesciate. Negli anni Novanta a nutrire utopie erano i filo-europei, sinceramente convinti che l’Europa senza confini, a moneta unica, si sarebbe trasformata per magia negli Stati Uniti d’Europa, superando il malvagio nazionalismo del passato. Gli scettici all’epoca eravamo noi che dicevamo che l’unione monetaria senza un’unione fiscale portava al disastro. E avevamo ragione.
Oggi invece sono i fautori della Brexit a illudersi. Non sono affatto euroscettici bensì anglomaniaci. I veri scettici oggi dicono che uscire dall’Ue equivale non solo a rinunciare completamente ad avere voce in capitolo sui termini di quello che sarà il rapporto futuro con i nostri maggiori partner commerciali, mettendo a rischio il ruolo di Londra come centro finanziario, ma anche, cosa molto più importante, a minare la sicurezza dell’Europa.
A noi angloscettici la Storia ha insegnato che l’isolazionismo britannico è la miccia per disintegrare il continente.
Se si vota per uscire dall’Ue quest’anno, è sicuro che prima o poi si voterà per rientrare, per rimediare ai danni, ma a un costo spaventoso, come fu nel 1808, 1914 e 1939.
La Brexit di Enrico VIII furono la rinuncia al cattolicesimo di Santa romana Chiesa e il divorzio da Caterina d’Aragona. Un vero scettico all’epoca lo avrebbe consigliato di optare per coalizzarsi contro il pericolo turco.
(Copyright The Sunday Times Traduzione Emilia Benghi)
La tentazione di Enrico VIII perché per noi britannici restare un’isola è impossibile
di Niall Ferguson Repubblica 22.2.16
 Originario della Scozia, Niall Ferguson è uno dei più importanti storici britannici: insegna all’Università di Harvard
Lo storico spiega come ogni tentativo di tagliare i vincoli con il Continente abbia dato origine a fallimenti disastrosi Londra può scegliere che forma dare al suo vincolo con il resto dell’Unione: ma di certo non può separarsi e basta. Si aprirebbe un futuro di instabilità

The most famous parliament in the world is falling apart

uk-parliamentThe most famous parliament in the world is falling apart. That neo-gothic pile on the banks of the Thames needs a multi-year, multibillion-pound restoration. But it’s not just the building that’s in disrepair: the institution itself cries out for a thorough overhaul.

Yesterday, when MPs left Westminster to plunge into the election campaign, John Bercow, the Speaker of the House of Commons, survived a slimy government manoeuvre intended to make his own re-election unlikely. Bercow’s personality may not be everyone’s cup of tea, but he has been a genuinely reforming Speaker. Over the fixed term of the next parliament, he should lead a renovation not merely of its stones but of its democratic functioning.

If you were to ask me spontaneously to identify the symbol of German national identity, I would probably say the Brandenburg Gate; for Poland, perhaps the Royal Castle in Krakow; for China, the Tiananmen entrance to the forbidden city, still decorated with an outsized portrait of the tyrant Mao. For Britain, it is the Houses of Parliament. Even when you have stripped away all the layers of mythology and self-congratulation, the pioneering and continuous history of parliamentary government – which eventually became representative democracy – is something particular to England and, subsequently, Britain.

The historian John Maddicott traces first mentions of an English “parlement” back to the 12th century. He argues that by the 14th century the extent of deliberative participation in monarchic government was unique in Europe. In the 17th century this parliament asserted its power over the monarchy, in two very English revolutions.

To be sure, there never was a golden age; there never is. We are told that when the old parliament building burned down, in 1834, the crowd applauded as the roof fell in. When John Bright talked in 1865 of “the mother of parliaments” he was actually referring to England, not to parliament itself, and lamenting the fact that so many people were still denied the vote………

 

It is not just parliament’s buildings that require extensive renovation

Timothy Garton Ash

The Guardain

http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/mar/27/parliament-lawmakers-pmqs-special-advisers

 

La Scozia non se ne va

Lrefereea Scozia ha detto no all’indipendenza, e lo ha fatto in maniera decisa, al termine di uno storico referendum che ha spaccato la nazione e tenuto la Gran Bretagna e l’Europa con il fiato sospeso: 55.3% agli unionisti contro il 44.7% degli indipendentisti. 

………….

RECORD DI AFFLUENZA ALLE URNE

A scrutinio concluso il no ha preso oltre due milioni di voti contro un milione e seicentomila preferenze per il sì. Il voto ha anche fatto registrare record di affluenza per la Scozia: circa l’85% dei 4.2 milioni che si erano registrati per votare si sono recati alle urne. Mentre gli indipendentisti piangono per aver fallito un’occasione storica, gli unionisti riuniti nella sede di Glasgow esultano. Il leader del no Alistair Darling ha parlato di “notte straordinaria” e ha invitato gli scozzesi all’unità dopo una campagna elettorale che ha infuocato gli animi.

Il drammatico spoglio, durato tutta la notte, è stato seguito con un misto di apprensione e speranza da tutto il Paese, con centinaia di scozzesi riuniti nei pub rimasti aperti per l’occasione.

GLI UNIONISTI SI IMPONGONO A EDIMBURGO

I primi dati sono arrivati dalle più piccole e remote contee della Scozia, e il trend è apparso subito favorevole agli indipendentisti. La prima vittoria per il sì è arrivata dopo sette aree scrutinate nel collegio di Dundee, roccaforte indipendentista nota come ’Yes City’, dove il sì ha registrato il 57,35% contro il 42,65% del no. Anche Glasgow vota per l’indipendenza, 53.5% contro 46.5%. Ma non basta. In mattinata arriva anche il dato di Edimburgo, che vota convintamente per gli unionisti, 61% al no contro il 39% del no.

Gli indipendentisti, che promettevano un Paese sovrano, prospero e ancorato alla sterlina e alla casa reale, avevano compiuto una clamorosa rimonta e sembravano ad un passo dal successo. La loro è stata una campagna più aggressiva e intraprendente, ma alla fine ha prevalso la “maggioranza silenziosa” preoccupata per i rischi economici e l’incertezza politica che l’indipendenza avrebbe potuto comportare.

GLI INDIPENDENTISTI D’EUROPA GUARDANO ALLA SCOZIA

In Europa tutti i Paesi in cui esistono rivendicazioni separatiste avevano gli occhi puntati sulla Scozia. Più di tutti la Spagna, dove la Catalogna ha già convocato, nonostante l’ostilità di Madrid e l’irrilevanza giuridica, un suo referendum indipendentista per il 9 novembre. Faceva il tifo per il sì anche la Lega in Italia, con il segretario Matteo Salvini arrivato in Scozia.

AI SEGGI

Il quesito sulla scheda chiedeva semplicemente: “Dovrebbe la Scozia essere un Paese indipendente?” Ma il voto ha costretto gli elettori a confrontarsi con la fondamentale questione della loro identità e senso di appartenenza: Sono più le cose che ci dividono dalla Gran Bretagna o quelle che ci uniscono? Una studentessa di 18 anni al suo primo voto, Shonagh Munro, racconta: “Mia madre è inglese, mio padre scozzese, sono nata a Glasgow, studio a Edimburgo. Mi definisco scozzese ma sono orgogliosa di far parte del Regno Unito e non ci rinuncerei per nulla al mondo”.

Giovedì le urne sono state aperte della 7 alle 22 ora locale, quindici ore per decidere se separarsi per sempre dalla Gran Bretagna o mantenere intatto un legame che dura dal 1707. A Edimburgo e in molte altre città le file erano cominciate ancor prima dell’apertura dei seggi, mentre volontari distribuivano bandierine e spillette agli angoli delle strade cercando di convincere gli indecisi.

Per alcuni votare per l’indipendenza è stato il sogno di una vita, adesso spezzato. “Sono nazionalista da quando ho 13 anni,” aveva detto Tommy Moore, 59 anni, spilletta “YES” appuntata sulla maglietta. “Gli unionisti dicono di amare la Scozia ma sono dei traditori”.

http://www.lastampa.it/2014/09/19/esteri/referendum-la-scozia-dice-no-allindipendenza-ktPCuUTVIGtu5CIVaEcCfP/pagina.html

 

 

I Brics perdono velocità

nyE’ la rivincita del Vecchio mondo. Proprio quando il suo declino sembrava irreversibile, ecco arrivare uno scatto inatteso. Quest’anno la crescita globale sarà trainata dai Paesi di più antica industrializzazione, America e Giappone sopra tutti. Invece sono gli emergenti a incappare in una brutale frenata, che non risparmia quasi nessuno tra loro.

Il club dei Brics (Brasile Russia India Cina Sudafrica) diventa sinonimo di turbolenze e difficoltà. Gran parte del merito per la rivincita dell’Occidente, spetta agli Stati Uniti. La loro crescita – ormai al quarto anno consecutivo post-recessione – non è prodigiosa e tuttavia si consolida, con dati positivi che continuano anche sul mercato del lavoro (le richieste di indennità di disoccupazione hanno toccato un nuovo minimo).

A fine anno il Pil americano dovrebbe crescere del 2,5%. Il Giappone viaggia ad una velocità analoga, dopo aver copiato la ricetta monetaria americana (vasti acquisti di bond da parte della Banca centrale con l’esplicito obiettivo di creare inflazione), e il suo Pil è cresciuto del 2,6% nel secondo trimestre. Perfino l’eurozona dà segnali di risvegliarsi dal coma profondo, sia pure limitatamente al nucleo duro germanico- francese, e nel secondo trimestre ha avuto un aumento del Pil dell’0,3%. La Gran Bretagna si è agganciata a sua volta al treno della “ripresa lenta”. Per quanto fragile sia (in Europa), o insufficiente a riassorbire tutta la disoccupazione (negli Usa), la situazione del Vecchio mondo è in contrasto con quel che accade agli emergenti.

Secondo le stime della società d’investimento Bridgewater, gli Usa con il Giappone e le altre economie sviluppate forniranno circa il 60% della crescita globale quest’anno. Per una singolare coincidenza, il 2013 era stato segnalato proprio come l’anno del sorpasso degli “altri”, quello in cui il Pil di tutti gli emergenti avrebbe superato la soglia del 50% del totale mondiale. Lo stesso Fondo monetario internazionale vede una leggerissima accelerazione della crescita mondiale – dal 3,2% nel 2012 al 3,3% quest’anno – proprio grazie alle performance di Usa e Giappone. Il rallentamento dei Brics, avvertono gli analisti di Bridgewater, potrebbe avere conseguenze profonde sui flussi dei capitali, e sulle strategie delle imprese multinazionali che negli ultimi anni erano diventate “Brics-dipendenti”. La chiave di quel che accade nelle economie emergenti sta in parte in America, in parte in Cina. All’origine di tutto ci sono ancora una volta le politiche monetarie delle banche centrali. Quella americana è ormai avviata verso una rapida normalizzazione. Presto (forse già a settembre) cominceranno a diminuire gli imponenti acquisti di bond da parte della Fed (finora al ritmo di 85 miliardi al mese). Questo, oltre a provocare nervosismo a Wall Street per il venir meno della “droga” monetaria, sta anche prosciugando i flussi di capitali verso le economie emergenti. L’India è un caso tipico: la rupia sta crollando e il governo di New Delhi ha dovuto reintrodurre controlli sui movimenti dei capitali, proprio perché l’aumento dei rendimenti americani fa tornare verso gli Stati Uniti dei capitali che avevano contribuito a finanziare la crescita indiana. Dalla Turchia al Brasile, anche le recenti proteste e tensioni sociali non sono avulse da un contesto economico che si sta deteriorando. In Cina la frenata della crescita (pur sempre al 7,5%) è stata inizialmente voluta e manovrata dal governo e dalla banca centrale, per contrastare i rischi di surriscaldamento dell’economia e bucare le bolle speculative. Nessuno capisce però se questo gioco stia sfuggendo di mano alle autorità di Pechino. La Goldman Sachs sottolinea con inquietudine l’alto livello di indebitamento del sistema delle imprese in Cina: i loro debiti cumulati valgono il 142% del Pil. «Fino a ieri avevamo paura dei cinesi, ora abbiamo paura per i cinesi», ha scritto il premio Nobel Paul Krugman. La stretta creditizia cinese, per quanto motivata dalla necessità di porre fine a un periodo di sovra- investimenti pubblici e privati, sta provocando effetti a catena: i prezzi immobiliari scendono, le famiglie si scoprono oberate di mutui fatti per comprare appartamenti a prezzi eccessivi, e si sfalda anche quel vasto sistema bancario “ombra” che ha finanziato la piccola e media impresa. Alcuni sintomi di difficoltà della Cina somigliano a quelli che precedettero il crac del Giappone negli anni Novanta e quello dell’America nel 2008. Il rallentamento della Cina ha conseguenze su tutte quelle economie emergenti che esportano materie prime e risorse naturali, e di cui la Repubblica Popolare era diventata il principale mercato di sbocco. Questo spiega le difficoltà che colpiscono nazioni tanto diverse come il Brasile e l’Indonesia. Anche in questi casi i comportamenti degli investitori finanziari fanno da moltiplicatore. Finché i bond americani rendevano poco o niente, vaste quantità di capitali erano andate a caccia di profitti nelle piazze più esotiche. La prospettiva di un rialzo degli interessi Usa, e la ripresa economica delle aree di vecchia industrializzazione, stanno invertendo i flussi dei capitali

Federico Rampini su Repubblica del 17 agosto 2013 – È la rivincita del Vecchio Mondo volano Usa e Giappone, male i Brics  –

Strane leggi

gavelDi leggi insolite e strane è pieno il mondo. Possono far sorridere alcune norme contenute nei regolamenti di Polizia locale appena adottati da alcuni nostri paesi, ma se si guarda appena fuori dai confini nazionali, la galleria di leggi al limite del ridicolo è interminabile: dal divieto di portare l’alligatore al guinzaglio a quello di tirare lo sciacquone di notte in Svizzera.

Legge metropolitane? Non sempre. Ecco alcuni esempi spigolati sui siti internet.

In Australia i bambini non possono comprare sigarette, ma possono fumarle.
A Singapore non è possibile attraversare la frontiera con le sigarette e se spegni un mozzicone per terra paghi una multa salatissima.
In Cina è vietato fumare in piazza Tienanmen.
Negli Stati Uniti è praticamente vietato fumare ovunque, ma a Manhattan nel 1995 è sorto un locale per sole donne che masticano sigari.
Insuperabile l’Etiopia: mai fumare in presenza di un prete e non è una questione di galateo, ma di legge. Ma non c’è solo il fumo.

Tempo fa addietro due giovani della Georgia, Andy Powell e Jeff Koon, hanno pubblicato un libro dal titolo: «Proibito legare un alligatore all’idrante anti-incendio», ovvero «le 101 leggi più stupide». Anche il Time ha stilato la sua classifica. Ecco qualche altro esempio.

In Alaska non si può svegliare un orso per fargli una foto, ma gli si può sparare dritto negli occhi.
In Nevada non è possibile cavalcare un cammello in autostrada.
In Francia non è possibile chiamare un maiale con il nome di Napoleone. In Inghilterra la testa di una balena morta trovata sulle coste inglesi appartiene al Re, mentre la coda è della Regina. Sempre in Gran Bretagna è considerato un atto di tradimento mettere un francobollo raffigurante il monarca britannico a testa in giù. A Londra, è illegale fermare un taxi e salirci sopra se si ha la peste. Nella città di York si può uccidere uno scozzese all’interno delle antiche mura della città, ma solo se questi ha in mano arco e frecce. In Gran Bretagna, un uomo che si trova costretto a urinare in pubblico, lo può fare solo se mira alla ruota posteriore della sua auto e tiene la mano destra sul veicolo.
A Miami, in Florida, è illegale andare con lo skateboard in una stazione di Polizia.
In Alabama, è illegale per un autista guidare bendato.
In Svizzera è vietato tirare lo sciacquone dopo le dieci di sera.

Nello Swaizland è vietato alle streghe di volare con una scopa a più di 150 metri di altezza. La legge apparentemente è stata introdotta per evitare che le streghe nei loro voli interferiscano con il traffico aereo. Per quanto possa apparire assurda, la legge è motivata dal fatto che la stregoneria è presa molto sul serio nel paese, e moltissime persone sono convintissime della realtà della magia nera. La legge prevede una multa di circa 40.000 euro per le streghe scoperte a volare oltre la quota consentita.

Quanto alle effusioni in pubblico, attenzione se vi trovate a Mosca: è vietato baciarsi nei locali pubblici. In Francia astenetevi di baciarvi in treno e alla stazione ferroviaria. Se vi trovate a Boston prima di baciarvi accertatevi che nei paraggi non ci sia una Chiesa. Vi trovate a Pueblo, in Messico? Vietato baciare la vostra amata se è addormentata. Se invece vi trovate a Hartford, capitale dello stato del Connecticut, non vi passi per la mente di baciare la moglie di domenica. Resta un mistero perché in India le coppiette non possano baciarsi accanto ai monumenti.

In Sudafrica gli esperti meteo rischiano la prigione e pesantissime multe se sbagliano le previsioni del tempo. Le sanzioni saranno pesanti soprattutto nel caso che vengano annunciati eventi particolarmente estremi, quali siccità o alluvioni, che non si verificassero: la pena arriva fino a cinque anni di reclusione e 500.000 euro di multa, che potrebbero anche raddoppiare qualora l’errore nella previsione non fosse il primo. Lo scopo della severa legge è quello di prevenire episodi di panico che potrebbero portare a danni alle persone.

Dimenticavo, in Italia è illegale la professione di ciarlatano. Già, ma chi la applica?

Emanuele Roncalli

http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/384751_che_leggi_non_tirare_lo_sciacquone_ed__proibito_posteggiare_lalligatore/?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter

Come pesci nell’acquario

acquL’uomo moderno ha rinunziato alla possibilità d’essere felice in cambio di un po’ di sicurezza, diceva Sigmund Freud. Se la felicità degli uomini è come quella degli uccelli, se vibra attraverso un battito d’ali libere nell’aria, allora sì: siamo meno liberi, e siamo più infelici. È questa la lezione che ci impartisce lo scandalo del «Prism», il sistema di controllo usato dal Dipartimento di Stato americano per spiare email, telefonate, carte di credito, contatti informatici di milioni di cittadini. Nel loro interesse, come no: per proteggerli dagli attentati. Ma anche a loro insaputa, e questo apre un fronte che ci riguarda tutti, non solo chi abita sotto una bandiera a stelle e strisce. Perché ormai viviamo tutti in una sorta di libertà vigilata (in Gran Bretagna le telecamere a circuito chiuso sono già 4 milioni). Perché ciascuno di noi lascia una scia elettronica quando parla al cellulare o chatta con gli amici. E perché siamo inquilini d’una «società del rischio», come la definisce Beck: rischio atomico, ecologico, finanziario, migratorio, terroristico. Ma il rischio alleva la paura, e le paure si convertono in pulsioni autoritarie – a scapito, per l’appunto, delle nostre libertà.

Da qui un grumo di domande: fin dove può spingersi la protezione dello Stato? Ed è lecito che lo Stato ti protegga, non solo dagli altri, bensì pure da te stesso? Succede quando al divieto di fumo s’accompagna un interdetto per le bibite gassate, o castighi fiscali per gli obesi. Quando insomma il salutismo converte il diritto alla salute in un dovere: sicché lo Stato, per salvarti la pelle, t’impedisce di vivere. Anche in questo caso è la privacy che va a farsi benedire, non meno che durante un’intercettazione telefonica. Perché la privacy costituisce un argine contro l’invadenza dei poteri pubblici e privati, e segna quindi la linea di confine che protegge l’individuo dallo Stato protettore. The right to be let alone , dicono gli americani: il diritto d’essere lasciati soli. Anche nelle proprie scelte, nei propri stili di vita.

Ma sta di fatto che non ne abbiamo mai avuta così poca come da quando sulla privacy vigila un plotone di garanti, ciascuno col suo codice in mano (quello italiano comprende 186 articoli). Colpa della tecnologia, che ci denuda come pesci nell’acquario. Colpa altresì delle nostre insicurezze. Quelle invocate da Obama a sua discolpa, in nome della prevenzione. D’altronde ormai pure le guerre sono quasi sempre preventive: si fa la guerra per evitare la guerra.

Mentre ci aggiriamo in questo teatro dell’ossimoro, mentre ci interroghiamo a vuoto sul bilanciamento fra libertà e sicurezza, esistono però tre condizioni che andrebbero sempre rispettate. Primo: serve un preavviso. Quando lo Stato si arroga il diritto d’origliare, noi abbiamo il diritto di saperlo. Secondo: il preavviso si giustifica solo in situazioni d’emergenza. Terzo: ogni emergenza è per definizione temporanea, ed è regolata dal diritto. E infatti loro, gli americani, dal 2001 hanno il Patriot Act. Invece da noi è ancora vigente un decreto regio del 1938, che ospita la legge di guerra. Magari sarà il caso d’aggiornarlo.

Michele Ainis

Articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 9 giugno 2013

 

http://www.corriere.it/editoriali/13_giugno_09/come-pesci-acquario_1b0657a0-d0be-11e2-9e97-ce3c0eeec8bb.shtml