Vestirsi chic costa sempre meno. E’ colpa del liberismo

abbyAltro che Big Mac. Per misurare il Big Bang della rivoluzione dei consumi ci vorrebbe un Big Mart, in omaggio a Walmart, gigante della grande distribuzione. O un Big H&M, in omaggio al genio scandinavo della moda cheap, capace di sfornare raffiche di abiti under 30 (euro) in bella mostra nelle vetrine di Milano o Parigi che fronteggiano le simil gioiellerie dell’alta moda. Sono loro, secondo Freeman – blog culto della liberista Foundation for Economic Education – i protagonisti della rivoluzione che ha liberato l’uomo dalla schiavitù del costo dell’abbigliamento. Grazie a loro, sottolinea Jeffrey Tucker in un articolo dal titolo “Il dono del mercato: l’abbigliamento a basso costo”, oggi l’umanità per vestirsi può spendere, se vuole, assai meno di un quarto di secolo fa.

Certo, spiega Tucker, nessuno vuole negare a un nuovo ricco, magari russo, il piacere di spendere una fortuna per un abito griffato. Ma la regina della rivoluzione del XXI secolo è la principessa Kate, scoperta (non a caso) per le strade di Londra in gonna scozzese look Zara da 25 sterline. Una rivoluzione che salta all’occhio davanti a un qualsiasi grafico sull’andamento dell’inflazione: fino al 1990 l’indice generale dei prezzi più o meno correva in parallelo a quello del tessile-abbigliamento. Poi, la forbice s’allarga a tutto vantaggio di giacche, pullover e così sia. Non è un caso, scrive Tucker. Nel tessile-abbigliamento non si è quasi sentita, a ogni latitudine, la mano pesante dello stato imprenditore o regolatore, tanto meno la minaccia della politica industriale che tanti danni ha inferto ai cittadini/consumatori. Non è un caso che la rivoluzione della mano invisibile abbia preso corpo, quasi all’istante, con le prime crepe del Muro di Berlino per poi esplodere con il boom dell’economia cinese.

Una rivoluzione cruenta, come era inevitabile: solo il 2,5 per cento degli abiti venduti negli Stati Uniti è oggi interamente made in Usa. Tre aziende americane su quattro hanno chiuso i battenti, i sopravvissuti viaggiano di commesse in Far East da collocare in giro per il mondo nel modo più efficiente tramite Internet. E’ la globalizzazione, bellezza, con il suo frutto più gustoso: la deflazione “buona”, cioè i prezzi che scendono sotto l’incalzare del vento della concorrenza, capace di mandare all’aria gli ostacoli escogitati dagli stati padrone per tassare con vari inghippi i consumatori. Ma a danno dei produttori che, in questo quarto di secolo, hanno più volte gridato al disastro: stiamo distruggendo le nostre imprese, cancelliamo lavoro in patria protetto dalle nostre leggi per favorire lo sfruttamento dei minori in fabbriche infami in oriente. Tutto questo abbiamo sentito ripetere fino alla nausea, in questi anni. “Ma qual è il risultato – ruggisce Tucker – Andate a fare un giro per la città e scoprirete un mercato assai competitivo in cui le boutique se la vedono con i negozietti o i centri commerciali. Tutti in competizione con i siti Internet che vendono griffe o merce di seconda mano”.

Sia benedetto questo caos supremo, il “glorious result” di una “glorious revolution” che tanto ha pesato anche sulle sorti dell’Italia, paese tra i più colpiti dal vento dell’est sollevato dalla Cina, la nuova fabbrica del mondo che è costata centinaia di migliaia di posti al made in Italy meno preparato a competere sul terreno della qualità o dei brevetti. Oggi quel ciclo sembra esaurito. Molte aziende stanno riportando nella penisola lavorazioni dalla Cina. Le griffe, da Valentino a Versace fino al recente caso di Roberto Cavalli, sono disputate a peso d’oro, ma fa grandi affari anche Yoox, la boutique online che a dicembre ha registrato un ordine ogni due secondi e mezzo. Nel valore di un prodotto conta sempre meno il costo del manufacturing rispetto ai valori intangibili, compresa l’immagine che può emanare dalla maglietta “giusta”. Ma il frutto della rivoluzione non è appassito: i prezzi liberi, figli della competizione, restano più bassi di quelli dei settori protetti. Alla faccia della “politica economica”.

Ugo Bertone  Il Foglio 27 Dicembre 2014

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/124147/rubriche/vestirsi-chic-costa-sempre-meno-e-colpa-del-liberismo.htm

 

The Market’s Gift: Low Clothing Prices

Clothing is a wonderfully vibrant market

Over the holiday season, I have been out and about, looking at shoes, coats, suits, ties, and so on. The range of prices, from super low to super high, is remarkable. And not just for men’s clothes. Women’s clothing prices seem particularly chaotic. It’s to the point that when you look at an item, you can’t really anticipate whether it will cost $50 or $500 or even $5,000 (yes, I recently saw a $5,000 dress on a rack in Chicago).

Then you go to secondhand shops and get the real shock. Stuff that costs $100 retail can be $1. Sites like eBay are driving down prices to rock bottom. I can pick up a gorgeous suit or $20. Then there are the online discount shops. Comparing prices across them can play tricks on your mind. I go to Walmart and I can’t believe my eyes: some clothes seem cheaper to buy than to wash.

Clothing has emerged as a great outlier in the general price trend. We pay less for clothing today than we did 25 years ago. It’s worth understanding why……

http://fee.org/freeman/detail/the-markets-gift-low-clothing-prices

 

Dalle “formiche” ai “pavoni”, a quale tribù dello shopping natalizio appartieni?

shoppnatOGNI regalo di Natale è “infelice” a modo suo. Sono sei le tribù dello shopping indaffarate a trovare qualcosa da mettere sotto l’albero per rallegrare amici e parenti. Tutte stressatissime. Ci sono i cultori del commercio elettronico, gli immancabili ritardatari, i tradizionalisti del dono, i nevrotici, i parsimoniosi e gli spendaccioni. Sei modi “diversamente ansiosi” per affrontare il pacco sotto l’albero. A fotografarli ci pensa l’agenzia “Found!” dopo un monitoraggio on line sui principali social network (che ha coinvolto 1500 utenti tra i 18 e i 60 anni).

Le Cicale: (23%) sono quelli con cui è più facile identificarsi e che raccolgono maggior simpatia. Gli oberati dagli impegni e dallo stress che, si scordano del Natale, e precipitano nell’incubo doni il giorno prima. Questi svagati navigatori del last minute si catapultano nei negozi semi-deserti, tra gli scaffali vuoti alla ricerca del “fondo di magazzino” che possa tamponare la loro recidiva mancanza di programmazione. Risultato? Nei casi più disperati non rinunciano al riciclo dell’ultimo minuto ma, più di frequente, rischiano di spendere una fortuna perché ciò che è rimasto è (non a caso) la merce più cara.

Le formiche: (16%) per loro le settimane pre natalizie sono un sistematico countdown che precede i festeggiamenti. Questi maniacali maestri della programmazione cominciano ad ipotizzare cosa donare a fine settembre e in novembre hanno già impacchettato ogni regalo. Per simili organizzatori dell’esistenza la parola “caso” non esiste. Peccato che, in molti casi, riescano ad arrivare alle feste in preda ad attacchi di stanchezza cronica promettendosi per l’anno seguente di prendersela comoda (e puntualmente non lo faranno).

Le chiocce: (10%) diciamolo, non sono simpaticissimi. Sono i fanatici del Natale in famiglia e per loro le festività sono un trionfo di tradizioni: pranzi e cene solo con parenti, lunghi viaggi sino al paese natio. Tutto il resto è trasgressione. Di conseguenza anche alla scelta dei regali ci arrivano dopo lunghissime sezioni di shopping, di solito in compagnia della mamma. Ogni pacchetto è accompagnato da un bigliettino natalizio rigorosamente scritto a mano e consegnato durante l’estenuante pranzo del 25 dicembre.

I camaleonti: (24%) la tribù dei cultori del “Natale 2.0” è in costante ascesa. Per loro (sono soprattutto under 40) le tradizioni hanno subito una rivoluzione digitale e il Natale è già nel futuro. I regali si scelgono esclusivamente sui portali di e-commerce che hanno il merito di aver definitivamente archiviato lo stress della corsa tra i negozi. I camaleonti hanno fatto suonare il de profundis anche per i cartoncini di auguri sostituiti da posta elettronica, WhatsApp e social network. E anche la scelta del dono è rigorosamente hi-tech: smartphone, tablet, videogames. Aprezzatissimi dalla fascia junior della famiglia lasciano senza parole i senjor che spesso, dopo aver ringraziato, nascondono il dono in un cassetto pur di non ammettere la propria ignoranza.

I pavoni: (8%) come loro nessuno mai. Spendono cifre astronomiche e fanno la gioia dei parenti “vorrei ma non posso”. Il regalo è sinonimo di costoso ed esclusivo. Sono spendaccioni nell’anima e si gratificano nel soddisfare gli amici per poi vantarsene. Comprare equivale ad una gara: se il dono non è il più bello ed esclusivo si scatenano in un tormento interiore. Qualche esempio? Almeno tre: borse griffate, gioielli e viaggi a cinque stelle. Ottimo averli tra i propri congiunti, meno piacevole ascoltarne le vanterie sino al Natale successivo.

Gli scoiattoli: (19%) qualcuno li definisce “braccini corti” altri più brutalmente tirchi. L’omaggio parte dal prezzo: cercano ossessivamente il cartellino con meno zeri per avere poi più soldi da spendere per se stessi. Si muovono seguendo strategie ben precise che variano dalle offerte last minute al riciclo di dono indesiderati. Discendenti inconsapevoli di Ebenezer Scrrooge (l’avaro protagonista di Canto di Natale) si barcamenano tra una scusa e l’altra per giustificare un dono che non riesce a piacere neanche a loro.

http://www.repubblica.it/cronaca/2014/12/21/news/natale_le_tribu_dello_shopping-103433609/?ref=HREC1-34

Battaglia legale tra galletti

consorzio-chianti-classicoBattaglia legale fra galletti. L’Uami, l’Ufficio marchi comunitario, ha dato ragione al Consorzio del Chianti Classico nella controversia con la Federazione francese di rugby in merito all’uso del gallo, simbolo sia dell’universalmente noto rosso toscano sia della Francia e come tale esposto orgogliosamente sulle maglie della Nazionale.

Il punto del contendere, spiega Winenews, «era la registrazione del marchio sulle bevande alcoliche griffate che il rugby francese ha tentato di fare, e alla quale si è opposta il Consorzio chiantigiano». Ora è stata pronunciata la parola definitiva: sulle maglie del XV francese rimanga pure il galletto, ma se si parla di “beverage” l’unico gallo nero legittimo è quello del Chianti Classico. Nessuna confusione, almeno prima del brindisi.

http://mondovale.corriere.it/2013/10/24/il-galletto-del-chianti-batte-il-galletto-dei-francesi/

Winenews

http://www.winenews.it/news/32811/il-chianti-classico-va-in-meta-contro-la-nazionale-francese-di-rugby-luami-lufficio-marchi-comunitario-decreta-ufficialmente-la-notoriet-internazionale-del-gallo-nero-come-logo-enologico-e-collegato-solo-al-vino-chianti-classico

Il Consorzio

http://www.chianticlassico.com/

UAMI  – Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno

http://oami.europa.eu/ows/rw/pages/index.it.do

Circondati dai falsi

Scontraffazioni[1]iamo letteralmente circondati da prodotti falsi: borse, scarpe, abiti, giocattoli, alimenti, gioielli, cosmetici e farmaci. Si compra la falsa borsa Vuitton o il Rolex tarocco perché non si è in grado di acquistare il prodotto autentico ma si vuole apparire lo stesso. E questo vale ancora di più se il prodotto contraffatto è di grande qualità e difficilmente distinguibile da quello vero. Ma non solo: chi acquista prodotti contraffatti ritiene la cosa un peccato veniale, quasi un divertissement, persino una giusta punizione per l’ingordigia delle griffe.

I prodotti contraffatti, però, indeboliscono l’economia, sottraendo posti di lavoro legali, alimentano lo sfruttamento e la criminalità organizzata e hanno un effetto immediato anche sulla salute: coloranti scadenti e spesso tossici su tessuti e giocattoli, tomaie rigide per le scarpe, troppo nickel nelle parti metalliche di gioielli e orologi, componenti scadenti nei cosmetici e nei prodotti di uso più comune, come dentifrici, saponi e shampoo. Non è un caso che stiano aumentando in modo esponenziale anche le allergie, da contatto e non. Con i farmaci falsi, inoltre, si rischia anche la vita.  ……

In campo alimentare, alla contraffazione di marchio vero e propria si aggiunge anche il cosiddetto “italian sounding“, prodotti, cioè, che utilizzano nomi italiani per ingannare il consumatore sulla provenienza e la qualità stessa di un alimento. ..

.Per esempio, è ovvio che un Grana Piemonte cerca di evocare il Grana padano, il consumatore legge Grana e non fa a caso al bollino Dop né se fa parte del consorzio. Del resto il fenomeno dell’imitazione è figlio del successo straordinario del made in Italy alimentare nel mondo”….

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/02/11/news/mondo_tarocco_apertura-52137944/?inchiesta=%2Fit%2Frepubblica%2Frep%2Dit%2F2013%2F02%2F11%2Fnews%2Fmondo_tarocco%2D52144205%2F