Irrazionali per colpa dell’amigdala

sorte…… È ovvio che contabili, ragionieri, commercialisti e amministratori sempre calcolano il risultato finale di guadagni e perdite mediante somme e sottrazioni. Un introito di 10 e una perdita, o spesa, di 2, rappresentano un guadagno netto di 8. Le cose, però, non vanno così nella nostra testa. Innumerevoli esperimenti di laboratorio e una robusta teoria, chiamata «teoria del prospetto», che è valsa allo psicologo cognitivo Daniel Kahneman il premio Nobel per l’economia nel 2002, confermano che la perdita di una somma, quale che sia, pesa nella nostra mente, soggettivamente, assai più della vincita di quella stessa somma.

Poniamo che al mattino ci si sia accorti di aver perso, non si sa come, 100 euro. Il nostro stato psicologico di sconforto non verrà veramente cancellato anche se poi, nel pomeriggio, ci cadono dal cielo 100 euro inaspettati. Per la maggioranza di noi, la bilancia soggettiva torna all’equilibrio, cioè ritroviamo la serenità economica, per questa particolare vicenda, solo se la somma piovuta dal cielo è tra 225 e 250 euro. In circa 35 anni di ricerche nelle scienze cognitive applicate all’economia, questo dato, cioè un’asimmetria di un fattore tra 2,25 e 2,50 tra guadagni e perdite, è tra i più consolidati. Il fenomeno psicologico va sotto il nome di «avversione alle perdite» ( loss aversion ). Si noti, nessuno psicologo, nemmeno un premio Nobel, sarebbe autorizzato a criticarci per il fatto che perdere denaro «fa male» e che vincere denaro, invece, «fa bene». L’intoppo, cioè l’irrazionalità economica, si manifesta nella nostra tendenza a rifiutare una scommessa nella quale c’è il 50% di probabilità di perdere 10 e il 50% di guadagnare 15 o 18 o perfino 20. Eppure così siamo fatti.

Le dinamiche dei mercati internazionali di investimenti, ritorni e aspettative mostrano molti comportamenti poco razionali. Non è un caso, quindi, che la ricerca del San Raffaele sulle basi cerebrali dell’avversione alle perdite ha avuto il supporto finanziario della Schroders, il più grande gruppo al mondo di fondi di investimento e risparmio gestito, con sede nella City di Londra. Da alcuni anni si è cominciato, infatti, a sondare i processi cerebrali fondamentali che sorreggono e producono le scelte (o le non-scelte) economiche. Spiega uno dei principali autori del lavoro, Matteo Motterlini, fondatore e direttore del Centro di ricerche Cresa di psico-economia al San Raffaele: «Il nostro cervello non traffica con guadagni-perdite allo stesso modo. Li tratta come fenomeni distinti. Non è «progettato» per fare quello che vuole la teoria economica neoclassica, cioè soppesare razionalmente la combinazione di probabilità, in particolare di rischio, e rendimenti attesi. Il cervello non fa naturalmente tale tipo di operazione, ma tratta il rendimento come anticipazione di guadagno – il centro cerebrale responsabile è il nucleo accumbens -; e elabora il rischio con altre aree, tipicamente aree della corteccia frontale e l’incertezza con l’insula».

In ogni processo psicologico legato al timore, o addirittura alla paura, spicca come protagonista un’area cerebrale molto antica chiamata amigdala. La ritroviamo molto attiva, ora, anche nell’avversione alle perdite.

…….. si sono misurate le differenze individuali nell’avversione alle perdite e nella stima (direi piuttosto il timore) del rischio. Motterlini è lapidario: «I presupposti dell’economia della razionalità sono neurobiologicamente falsi o irrealistici. Possiamo imparare a essere razionali nelle scelte economiche, ma non lo siamo naturalmente, quando si attivano i processi automatici e in larga parte inconsci. Ciò non può non avere conseguenze su come progettiamo interventi di politica economica e sulle nostre istituzioni finanziarie».

…… Per concludere, un piccolo consiglio: se vi offrono una scommessa in cui si perde 10 ma si vince anche solo 11 o 12 con la stessa probabilità, mettete a tacere la vostra amigdala e accettate.

Massimo PIattellini Palmarini

Frutta per ricchi o low cost

frtMILANO — Se Milton Friedman un mattino d’agosto avesse mai fatto la spesa a Milano, forse tutto adesso sarebbe più chiaro. Premio Nobel per l’economia, fondatore della scuola di Chicago, Friedman pensava che l’uomo è un animale razionale, le cui scelte economiche sono dettate da un innato talento nel perseguire il proprio interesse.

Per questo — sosteneva — un mercato lasciato a se stesso può rasentare la perfezione: un prezzo è sempre “giusto”, una sintesi di domanda, offerta e di tutte le informazioni che le influenzano. Poi però magari Friedman avrebbe dovuto comprare un chilo di carote al mercato di via San Marco a Milano, un lunedì mattina. È in zona Brera, l’area più ricca della capitale finanziaria e commerciale d’Italia. E lì le carote vengono 2,90 euro al chilo.

Invece quattro fermate di metropolitana più in là in viale Papiniano — un quartiere del ceto medio — il prezzo delle carote al mercato rionale crolla a 99 centesimi al chilo. In cinque minuti trascorsi sui mezzi pubblici, un viaggio sulla linea verde del metrò dai ceti abbienti alle classi medie di Milano, la quotazione collassa di due terzi.

Si può tentare poi anche un terzo viaggio: sempre partendo dal centro, fermata Turati non lontano da San Marco, si percorre un tragitto di nove fermate e undici minuti di metrò lungo la linea gialla fino al mercato di Corvetto, un quartiere decisamente meno benestante. Lì le carote si trovano a 65 centesimi al chilo.

In sintesi, dall’apice fino alla metà della scala sociale dell’ortofrutta c’è un brusco precipizio, seguito da un graduale declino dalla metà in giù. La carota del ceto abbiente costa circa il triplo di quella del ceto medio; invece la carota del ceto medio costa mezza volta più di quella delle classi che un tempo si definivano, pudicamente, popolari.

Qualunque cosa ciò riveli delle distanze fra i redditi nella Milano e nell’Italia nel 2013, a sei anni dal primo trauma globale dei subprime, non si tratta comunque di un esempio isolato. Non, almeno, se si confrontano le varie tipologie di ortofrutta nei tre mercati rionali in centro, a cinque minuti di metrò dal centro e a undici minuti di metrò dal centro. Melone: 3,90 euro a San Marco, 99 centresimi a Papiniano e 90 in Corvetto; albicocche: 3,70 in San Marco, 1,99 a Papiniano, 1,49 in Corvetto. E così via per le pesche, di cui una stessa tipologia a polpa bianca dimezza il prezzo da San Marco a Papiniano, per l’uva bianca, le zucchine, i fichi. Nei mercati rionali, quelli degli ambulanti, sembra scomparsa la pesca media; man mano il ceto ad essa corrispondente veniva schiacciato dalla recessione, anche lei è diventata più difficile da trovare.

«La frutta discreta non si vende più: i prezzi sono alti oppure popolari», osserva Salvatore Esposito, un ambulante di 34 anni che il lunedì tiene il banco in San Marco e il martedì in Corvetto. Di solito il martedì rivende a circa la metà la stessa merce che non ha piazzato il lunedì. «In centro in questi anni i prezzi hanno tenuto — constata — . È nei mercati di periferia che sono scesi».

Dunque Friedman ha ragione, e la deflazione a macchia di leopardo nei rioni di Milano è davvero “razionale”? In parte sì, se non altro perché la merce più cara è anche la migliore. Ma la qualità non spiega tutto, a giudicare all’Ortomercato di via Lombroso, il più vasto centro per grossisti in Italia dove ogni giorno transitano quintali di frutta. Dall’alba quando un ambulante compra le migliori carote dal grossista a quando le rivende in San Marco alle otto di quella mattina stessa, il loro prezzo è già quadruplicato (da 0,75 a 2,90). La stessa operazione sulle carote meno care, a 0,60 al chilo all’ingrosso, termina con un rincaro del 9% a Corvetto. Fra il meglio e il peggio c’è una dunque differenza del 25% all’alba, che diventa del 350% due ore più tardi sui banchi alle clientela al dettaglio. Anche il fisco ha colto l’allargarsi di questa forbice, fra le quotazioni della frutta e chi la mangia, e l’ha accentuato. Il Comune di Milano tassa gli stessi ambulanti nei diversi mercati in modo sempre più diverso. L’anno scorso il prelievo quotidiano per tenere un banco in San Marco è salito di 4,50 euro al giorno (a 16,75), per Papiniano di 3,5 euro al giorno, mentre per Corvetto è scesa di mezzo euro. A loro volta, gli aggravi fiscali hanno contribuito a moltiplicare in modo esponenziale le disparità di costo della stessa merce nella stessa città. Il primo lunedì di agosto, in Brera i pomodori datterini andavano a 6,90 al chilo; negli altri mercati di Milano, tre o quattro volte di meno.

Anche qui gli economisti non fanno mancare una teoria per spiegare le discrepanze in apparenza inconciliabili; di recente l’ha esposta dal neo-governatore della National Bank of India, Raghuram Rajan: un prezzo alto funziona non solo perché risponde alla domanda, ma perché racconta qualcosa di te. Se spendi molto quando potresti spendere meno, stai dicendo al mondo che sei ricco e quello che compri è il prodotto migliore. Un grande banchiere comprerà un prezioso orologio meccanico fatto a mano, anche se magari non segna l’ora più esattamente di un modello al quarzo da venti euro. E un investitore che si muove con il gregge punta su un titolo azionario sopravvalutato dopo mesi di rialzi, non su uno ai minimi. Se quel che è vero in Borsa resta vero fra i banchi ortofrutticoli, le differenze di prezzo lavorano sottilmente la mente delle signore abbronzate e ingioiellate che passeggiano fra i banchi di San Marco. Diffiderebbero delle stesse carote, se costassero la metà. Questo forse spiega perché dopo due anni di recessione italiana la gran parte dei clienti di Brera continuino a evitare quei cinque minuti di metrò fino a Papiniano che permetterebbero loro di spendere meno della metà. Se il mercato ha sempre ragione e i suoi attori agiscono razionalmente, alla Friedman, allora non prendono il metrò perché inconsciamente hanno fatto i conti fra costi e opportunità: stimano che nel tempo necessario per il tragitto perdono l’occasione di guadagnare più di quanto risparmierebbero comprando la frutta a Papiniano. Ma forse il mercato è fallibile, può prendere abbagli come gli uomini che lo animano. È la teoria di Roman Frydman, un economista della New York University. Le persone usano il loro denaro con “conoscenza imperfetta”, senza avere tutte le informazioni rilevanti per prendere le migliori decisioni. Non siamo robot. Così è fallita Lehman Brothers e così le famiglie ricche del centro di Milano pagano le carote il triplo anche se non sono tre volte migliori. Semplicemente, non hanno capito che a cinque minuti di metrò più in là pagherebbero meno. Detto altrimenti, i diversi ceti di Milano non si accorgono gli uni degli altri mentre vivono negli stessi spazi. A San Marco spesso un’anziana signora si aggira per i banchi con una professionale capacità di mimetizzarsi all’ambiente. Chiede ai passanti un euro o cinquanta centesimi, o si fa regalare la frutta avariata che gli ambulanti mettono da parte; ma sorride con flemma da persona elegante, ha i capelli tinti di fresco, buoni abiti e uno scialle leggero sulle spalle. La pensione minima non le basta, dice. A Milano, secondo l’Inps, 132 mila persone vivono con una pensione media di 471 euro: sono un decimo della popolazione adulta. Ma se la si interroga troppo a lungo, la signora si sottrae e scivola verso il garage sopra il quale si svolge il mercato. Altri anziani nel frattempo si aggirano nei pressi delle cassette di roba ammaccata e scartata, destinata alla spazzatura. Sotto, nel garage, due Bentley, sette Porsche e tre Ferrari ferme al parcheggio, piccola delegazione delle 1108 Ferrari in circolazione a Milano: ma sono già 25 in meno, assicura la motorizzazione, rispetto a cinque anni fa. Dopotutto, non mica è solo a Corvetto che si stringe la cinghia

Federico Fubini su Repubblica del 18 agosto 2013 -Solo frutta per ricchi o low cost così anche i banchi del mercato raccontano la fine del ceto medio-

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/41-scuole-a-culture-saperi-a-tecnologie/47557-2013-08-18-06-42-05.html

La felicità aiuta a guadagnare

Il nesso tra reddito e benessere psicologico è stato a lungo studiato da sociologi, psicologi e studiosi del comportamento. La maggior parte delle ricerche hanno concluso che le persone più ricche tendono ad essere più felici. Si è indagato meno, invece, sulla relazione inversa cercando di capire se la felicità possa aiutare a guadagnare più soldi. Ora per la prima volta uno studio condotto su 10mila persone e pubblicato oggi su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), dimostra che gli adolescenti e poi i ragazzi che dichiarano di essere soddisfatti della propria vita affettiva e, quindi, sereni, guadagneranno significativamente di più nella loro carriera professionale

I ricercatori hanno dimostrato che i ragazzi di 16 e 18 anni che esprimevano emozioni positive e sensazioni di felicità, ma anche gli adulti di 22 anni con una vita considerata soddisfacente, arrivavano all’età di 29 anni con un reddito da lavoro già molto buono. Dai dati esaminati è emerso addirittura che un’adolescenza vissuta come profondamente infelice nella vita adulta si traduce poi in un reddito inferiore di circa il 30% rispetto alla media mentre chi racconta di aver vissuto quegli anni in serenità guadagna il 10% in più della media. Inoltre, in una scala da 1 a 5 i ventiduenni che indicavano un livello di soddisfazione affettiva maggiore anche di un solo punto all’età di 29 anni guadagnavano circa duemila dollari in più.

La felicità è stata associata a diversi fattori che possono direttamente o indirettamente influenzare il reddito futuro inclusa la maggior probabilità di laurearsi, di trovare un lavoro e ottenere promozioni, di essere più ottimisti ed estroversi e meno nevrotici. Dunque, lo studio dimostra per la prima volta che davvero la felicità e il benessere individuale possono influenzare il guadagno economico.  “La felicità dipende da molteplici fattori come la salute, le relazioni sociali e l’autostima che a loro volta influenzano positivamente l’esito della carriera professionale…

http://www.repubblica.it/scienze/2012/11/19/news/felici_e_soddisfatti_maggiori_guadagni-47000255/?ref=twhr&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter