Il visionario dell’odio. Il mistero di Hitler

ahAdolf Hitler visse a Linz, la capitale della regione austriaca dove era nato, dall’autunno 1905 alla fine del 1907. Non studiava. Passava il tempo a disegnare, dipingere, leggere, scrivere poesie, dedicando la sera al teatro di prosa e all’opera. Stava alzato fino a notte inoltrata: la mattina dormiva fino a tardi, e il giorno fantasticava ad occhi aperti sul suo futuro destino di grande artista; fantasticava, come avrebbe fatto sempre, anche quando aveva tutto il potere tra le mani.
Aveva un solo amico, August Kubizek: il quale racconta che il primo bisogno di Hitler era quello di parlare, parlare, parlare, davanti a un piccolo o un grande uditorio. Faceva arringhe su tutto: i difetti degli impiegati statali, gli errori degli insegnanti, le cattive esecuzioni operistiche, i brutti edifici di Linz. Acquistò, insieme all’amico, un biglietto della lotteria. Era sicuro di vincere: con il danaro della vincita, avrebbe fatto vita d’artista, andando a Bayreuth per ascoltare le opere di Wagner, che poi definì il suo «immenso predecessore». Ma il biglietto non vinse; e venne colto da uno di quei furibondi scoppi di collera, che atterrirono sempre i suoi fedeli.
Nel settembre 1907 andò a Vienna per sostenere un esame all’Accademia di Belle Arti. Fu respinto due volte, e riversò la sua collera sull’umanità intera, colpevole di non apprezzarlo. A Vienna rimase dal febbraio 1908 al maggio 1913. Non volle mai imparare un mestiere: per tutta la vita fu un dilettante. Progettò grandiosi piani di città future e grandiosi spettacoli: alcuni drammi, che abbandonò senza finirli: una bevanda, che avrebbe preso il posto dell’alcol: un prodotto miracoloso per far crescere i capelli; e lo Stato ideale. Andò dieci volte ad ascoltare il Lohengrin : avrebbe voluto diventare un eroe wagneriano; a teatro indossava un soprabito scuro, un cappello nero, e portava in mano un bastone da passeggio col manico d’avorio. Come disse l’amico, «aveva un’aria quasi elegante». Nell’autunno 1909, rimase senza danaro. Dormiva in un dormitorio: aveva un posto fisso nella Casa degli uomini: mangiava nei refettori dei conventi: indossava un logoro completo blu a quadretti: spalava la neve per strada; e si improvvisò facchino alla stazione. Ma teneva tutti gli altri a distanza, non tollerando che qualcuno occupasse un posto nella sua misera vita.
Quando ricevette l’eredità del padre, nell’aprile 1913, partì per Monaco. Abitava vicino al quartiere di Schwabing. Leggeva fino a tarda notte, alla luce di una lampada a petrolio. Ogni due o tre giorni dipingeva un quadro: un modesto acquarello, copiato da una cartolina; e cercava di venderlo, procurandosi di che vivere decentemente. Prendeva in prestito libri alla biblioteca: li leggeva nei caffè, dove aveva giornali a disposizione, o nel frastuono delle birrerie. Camminava fino allo sfinimento per le strade e i parchi di Monaco. Era chiuso in sé stesso: nascondeva la propria vita a sé stesso e agli altri; e rifiutava qualsiasi amicizia. Non aveva alcun interesse ideologico e politico. Sino alla fine della Prima guerra mondiale, non fu né antisemita né anticomunista; forse era vicino al Partito socialdemocratico, al quale, più tardi, dedicò un odio senza tregua e senza remissione.
All’improvviso Hitler venne alla luce: a partire dal 1919, abbiamo molti ritratti di lui, che sembrava sfuggire anche al più acuto osservatore. «Chi era, Hitler?» tutti si domandavano. Era pallido, smunto, con i capelli spioventi sulla fronte: gli occhi erano grandissimi, color azzurro slavato, avvolti da una strana luce. Il volto aveva qualcosa di doloroso. Aveva movimenti goffi e bruschi: si accorgeva di essere goffo; e se ne adontava perché gli altri se ne accorgevano. Era incapace di rivolgere la parola a qualsiasi persona importante. Ogni estraneo risvegliava in lui «un’ansia perenne»: lo teneva lontano; e doveva lavarsi continuamente le mani per abolire la sconosciuta e terribile realtà quotidiana. Ora era visionario: ora indeciso: ora svelava un istinto realistico acutissimo, e aveva il dono di riconoscere le debolezze delle persone e di sfruttarle mirabilmente. A volte sembrava uno spettro: o uno straniero, un eterno straniero; o un infimo impiegato, o un sottoufficiale. Il fondo della sua persona era l’odio: un odio feroce e crudele, che egli esaltò in una pagina di Mein Kampf.
La rivoluzione del 1918-19 rivelò Hitler a sé stesso. L’esercito bavarese lo incaricò di tenere corsi di impronta nazionalistica e anticomunista alle truppe. Successe qualcosa che non aveva mai immaginato. Scoperse di «saper parlare» alla gente, e in primo luogo ai soldati. «Hitler è nato per parlare alla gente», disse un ufficiale: «Col suo accaloramento e il suo stile popolare tiene avvinti gli ascoltatori».
«Per parlare», Hitler disse, «ho bisogno di folle»: ne ebbe bisogno per molti anni; e quando non sentì più questo rapporto con le folle, il suo talento politico scomparve. «Le masse», diceva volgarmente, «sono delle femmine, che hanno bisogno di venire possedute». Scandiva in modo netto le parole, con una voce rauca e gutturale: mandava lampi dagli occhi: ogni tanto si ravviava i capelli con la mano destra; parlava per due o tre ore, facendo appello a rabbia, odio, rancore, ed elettrizzando le folle. Dapprima parlava lentamente: poi, poco alla volta, le parole si accavallavano: il pathos isterico raggiungeva il culmine; la voce era strozzata, al punto che era difficile comprenderlo. Gesticolava: balzava eccitato qua e là. Alla fine era esausto, coperto di sudore, prossimo alle vertigini. Ma sapeva trasformarsi. Quando, come gli accadde più tardi, parlava agli industriali della Ruhr, si presentava con un completo scuro a doppio petto, e il discorso era attento, posato, misurato.
Da principio, Hitler affermava di essere soltanto «un tamburino che chiama a raccolta», accennando vagamente alla figura lontana di un Führer. Presto scoprì di essere il capo di tutti i violenti ed esagitati tamburini tedeschi. Era, lui stesso, il Führer. Poi credette di essere il Cristo, il Salvatore dell’universo, il Redentore: avrebbe portato a termine l’opera che il Cristo aveva solo abbozzato. Infine disse: «Vado con la stessa certezza di un sonnambulo lungo il cammino tracciato per me dalla Provvidenza». La Provvidenza lo portava nel mondo dell’assoluto futuro, che lui solo illuminava con la sua terribile luce.
L’8 novembre 1923, in una birreria di Monaco, alzò in alto un bicchiere pieno di birra: lo bevve teatralmente: estrasse la pistola, balzò su un tavolo, sparò contro il soffitto, urlando: «La rivoluzione nazionale è scoppiata». La rivoluzione fallì miseramente. In uno scontro con la polizia, quattordici nazisti morirono. Hitler fu arrestato e condotto nella fortezza di Landsberg: nel febbraio-marzo 1924 venne processato da un giudice compiacente, e condannato a cinque anni di reclusione per alto tradimento. Con grande e scandaloso anticipo, il 20 dicembre 1924 fu liberato.
Nella fortezza di Landsberg Hitler venne trattato come l’ospite di riguardo di un grande albergo, piuttosto che come un carcerato. Leggeva molti libri, il fondamento della sua cultura: Nietzsche, Ranke, Marx, Treitschke, e i ricordi di guerra di generali e statisti tedeschi. Cominciò Mein Kampf, a cui mani compiacenti tolsero gli errori di tedesco. Uscito dal carcere divenne vegetariano: non toccò mai più una goccia di alcol – ciò che giudicava essenziale per la formazione di un grande Führer.
Tutto accadde velocissimamente: con una rapidità che Hitler giudicava sua propria; mentre gli avversari si muovevano con disgustosa lentezza. Nel gennaio 1933 conquistò il potere: distrusse ed abolì gli avversari: nel 1938 conquistò l’Austria, poi la Cecoslovacchia, la Polonia, la Norvegia, la Francia, i Balcani; nel 1941 assalì la Russia e voleva spingersi lontano, sempre più lontano, verso il Caucaso e l’India. Nessuno, mai, era stato così veloce: nemmeno Napoleone, al quale Hitler si sentiva immensamente superiore. Ma questa velocità era la sua hybris : scatenava sé stesso, il partito, l’esercito, le SS, la Germania, fino a una meta lontanissima, che aveva un solo nome: distruzione.
Negli ultimi anni mutò profondamente. Aveva sempre riconosciuto l’origine del proprio potere nel rapporto con la folla. Ora, non parlava più alla folla: né dal Palazzo dello Sport né alla radio. Si allontanò e diventò invisibile. Non riconobbe più sé stesso e il proprio segno in niente di quello che i suoi gerarchi, sempre ispirandosi a lui, facevano: si tenne visibilmente lontano sia dall’assassinio degli ebrei sia dall’assassinio dei malati. Non volle creare uno Stato coerente ed unitario: detestava gli Stati e qualsiasi forma di organizzazione politica ed economica; importava soltanto che tutte le luci convergessero su di lui, sempre più intense via via che tutto precipitava nella distruzione.
Scelse due luoghi privilegiati. Il primo stava alle spalle di Rastenburg, nella Prussia orientale: la Tana del lupo. Come disse Galeazzo Ciano, era una via di mezzo tra il monastero e il campo di concentramento. Non c’era una sola macchia di colore, né una nota vivace. Tutto era grigio sporco e paludoso: puzzava di uniformi e di stivali pesanti. Come scrisse una segretaria a un’amica, c’era «rischio di perdere ogni contatto con la realtà». L’evento principale di ogni giornata era il punto sulla situazione militare, a mezzogiorno. Durante il pranzo, Hitler si atteneva, come sempre, a una dieta rigorosamente vegetariana. Spesso consumava il pasto da solo. Alle 17 invitava le segretarie a prendere un caffè, dedicando un complimento a quelle che mangiavano un biscotto. Dopo cena, faceva proiettare un film. Bastava una parola, e si lanciava in una arringa interminabile contro il bolscevismo. Guardava una carta d’Europa: teneva il dito puntato su Mosca e diceva: «Tempo tre o quattro settimane, e saremo a Mosca. Mosca verrà rasa al suolo». Ascoltava dischi: sempre gli stessi; Beethoven, Wagner, Hugo Wolf.
Non aveva amicizia per nessuno: l’uomo, diceva, era «un risibile batterio». I nemici erano insetti nocivi da schiacciare tra le dita. Aveva tenerezza solo per la sua cagna. Il popolo tedesco era spregevole. Un giorno, accanto al suo treno, si fermò un treno pieno di soldati tedeschi feriti: si rifiutò di vederli e di parlare con loro; fece abbassare immediatamente la tendina del suo scompartimento. Da lì, dalla Tana del lupo, Hitler dirigeva la guerra. Aveva un profondo disprezzo per i suoi generali, che considerava incompetenti e traditori: pensava di essere il più grande condottiero di tutti i tempi. Obbediva a un principio: le truppe non dovevano mai ritirarsi, anche a costo di venire accerchiate e distrutte; e costrinse la Wehrmacht ad alcune terribili sconfitte.
Era malato. Quando Goebbels, nella primavera del 1943, andò a trovarlo alla Tana del lupo, Hitler gli fece «un’impressione sconvolgente»: era invecchiato: soffriva di capogiri; la sola vista della neve gli dava un acuto malessere. Aveva l’aria stanca, il volto sfinito: gli occhi erano vacui e giallastri: le spalle curve; la mano sinistra tremava di continuo. Soffriva di una terribile insonnia: temeva l’angoscia della notte; a volte singhiozzava. Era nelle mani del suo medico, che lo riempiva di medicine, ventotto diverse pasticche al giorno. Pallido e stanco per la lunga veglia, giocherellava nervosamente con gli occhiali e le matite di vari colori, che teneva infilate tra le mani. Aveva emicranie, mal di denti, crampi allo stomaco, attacchi di cuore. Stava disteso apaticamente sul suo lettuccio da campo: balbettava; sembrava che la volontà di vivere l’avesse abbandonato completamente. Mangiava solo dolci. Era – disse un ufficiale – «un rottame umano rimpinzato di dolci».
Il 16 gennaio 1945 Hitler fece ritorno alla Cancelleria del Reich a Berlino, in un bunker a due piani scavato a otto metri di profondità. Il suo studio era una piccola stanza di tre metri per quattro: con una scrivania, un tavolo, tre poltrone, e un enorme ritratto di Federico il Grande. Emergeva solo ogni tanto, molto di rado, per una boccata d’aria insieme alla cagna. Andava a letto alle 5 di mattina, o anche più tardi. Cercava di non vedere la luce. Teneva sotto gli occhi un plastico di Linz, dove – diceva – si sarebbe ritirato in vecchiaia, dopo la vittoria. Quando il plastico fu ultimato, lo contemplava con entusiasmo: lo osservava da tutti i punti di vista, e sotto diverse illuminazioni. Nel bunker l’atmosfera era funerea. Quando un ufficiale si felicitò con lui per l’anniversario della sua presa del potere, Hitler accolse le felicitazioni con aria apatica: aveva l’aspetto distratto, il volto cadaverico. Ordinò una controffensiva a una divisione panzer: la controffensiva non avvenne mai, perché la divisione panzer non esisteva più. Fece fucilare il cognato di Eva Braun. Poco dopo la mezzanotte del 29 aprile 1945, tra il rumore sempre più vicino delle cannonate russe, sposò Eva Braun; e dettò alla segretaria il proprio testamento politico.
Nel bunker, tutti discutevano sul modo migliore di suicidarsi. Un sergente aprì a forza le fauci della cagna di Hitler e la avvelenò. Subito dopo egli entrò nella stanza: vide al suolo l’animale senza vita; lo guardò fisso per qualche istante, e senza dire una sola parola si allontanò col volto impassibile. Quando un cameriere aprì la porta della sua stanza, vide il Führer ed Eva Braun distesi, l’uno accanto all’altro, sopra un divano: dal corpo di lei veniva un penetrante odore di mandorle amare, l’odore dell’acido prussico. Hitler aveva la testa piegata: il sangue colava da un foro sulla tempia destra. La pistola giaceva ai suoi piedi.
I due corpi vennero bruciati nel giardino della Cancelleria, mentre i superstiti gridavano per l’ultima volta «Heil Hitler». Non erano ancora le diciotto e mezza del 30 aprile 1945. Il giorno dopo, la radio tedesca annunciò che il Führer «era caduto in combattimento, lottando contro il bolscevismo». Era l’ultima menzogna di una lunga serie di menzogne, che per molti anni avevano insanguinato la terra.

Pietro Citati
Corriere della Sera 11 luglio 2016

Costituzione & guerra

fenet E’ guerra?

Il dubbio che ci buca i timpani dopo i fatti di Parigi gira attorno a una parola, alle sue sonorità funeste, ai suoi significati. E se anche fosse, contro chi la combattiamo? Le guerre s’ingaggiano fra Stati, non fra gli individui, non fra guardie e ladri. Ma è uno Stato Isis, o Daesh, o come diavolo si chiama? Sono soldati stranieri i terroristi del 13 novembre? Qualche straccio di risposta bisognerà trovarla. Perché c’è un diritto per il tempo di pace, c’è un diritto per il tempo di guerra. Dall’una o dall’altra condizione discendono regole diverse, che poi s’incidono sulla nostra pelle come un marchio a fuoco


Scontro tra eserciti
Sì, è una guerra, ha subito dichiarato Hollande. E con lui molti intellettuali, dall’americano Michael Walzer all’inglese John Lloyd. Nessuna guerra, obietta Renzi, insieme ad altri capi di governo dell’Europa. Chi ha ragione? Se per guerra s’intende uno scontro fra eserciti in divisa, che si sparano addosso lungo la linea del fronte, allora Renzi ha tutte le ragioni. Se invece si misurano gli effetti delle guerre nei confronti della popolazione civile, il dubbio sbuca fuori come un tarlo. Puoi contare cento morti in uno stadio a causa della bomba sganciata da un aereo, oppure perché un kamikaze si fa saltare in aria con la sua cintura esplosiva: c’è davvero differenza? E c’è differenza fra le notti blindate delle città europee al tempo dei nazisti, rispetto alle paure che ci mordono alla gola in questi giorni, agli allarmi sulla metropolitana, alle camionette dell’esercito che presidiano le piazze?

La definizione di Stato
Quella volta però il nemico era uno Stato sovrano, con la croce uncinata sui propri gonfaloni.
Stavolta è un’organizzazione terroristica, secondo la definizione che ne ha offerto l’Onu (risoluzione 2170 del 2014). Anche il presidente Obama ha usato parole perentorie: «The Islamic State is neither Islamic nor a State», disse nel suo discorso alla nazione del 10 settembre 2014. Insomma, il sedicente Stato islamico non è islamico e non è neppure uno Stato. Sicuro? In uno studio di Mario Fiorillo, in corso di pubblicazione per la rivista giuridica Lo Stato , s’affaccia un’altra verità. Giacché i tre elementi che identificano la sovranità statale — un territorio, un popolo, un governo — parrebbero applicarsi pure al Califfato. Difatti quest’ultimo s’estende dalla Siria all’Iraq. Controlla sei milioni d’abitanti. Rilascia passaporti, eroga servizi sociali, esige il pagamento dei tributi, somministra la giustizia con i tribunali islamici, garantisce l’ordine pubblico attraverso la Hisba, una polizia religiosa. E ha infine una Costituzione: il Corano.
Ecco, la Costituzione. Hollande vuole cambiarla, vuole adattarla a questa nuova guerra. Eppure in Francia hanno norme dettagliate, che spaziano dallo stato d’eccezione (art. 16) allo stato d’assedio (art. 36). Il primo attribuisce i pieni poteri al presidente, e fu usato una sola volta da De Gaulle: nel 1961, dopo il putsch dei generali. Il secondo regola la «guerra interna» (per esempio una sommossa armata), trasferendo competenze ai militari. Ma entrambi restano soggetti a precisi limiti di tempo (60 o 12 giorni). Sicché adesso i francesi pensano d’iscrivere nella Costituzione un terzo tipo: lo stato d’emergenza, una sorta di semiguerra prolungata. D’altronde loro in queste faccende appaiono, come dire?, un po’ inconstantes; non per nulla sono già alla
Quinta Repubblica e alla settima Costituzione repubblicana, peraltro emendata in profondità nel 2008. Tutto l’opposto degli americani, che mantengono la stessa Carta da 230 anni. In quel testo si parla ancora degli indiani, ma nessuno s’azzarda mai a correggerne una virgola, preferendo stimolarne letture evolutive.


Noi e gli altri
E noi, come dobbiamo regolarci? Quanto suonano obsolete le nostre vecchie norme? Per esempio l’art. 87, secondo il quale è Mattarella che «dichiara lo stato di guerra». Ma le guerre ormai non si dichiarano, si fanno. Perfino i giapponesi, che prendono sul serio qualsiasi cerimonia, nel 1941 incaricarono il loro ambasciatore a Washington di consegnare la dichiarazione di guerra solo mezz’ora prima dell’attacco di Pearl Harbor, per non guastare la sorpresa. Insomma, qualche domanda faremmo bene a sollevarla pure noi italiani. Anche perché alle nostre latitudini le norme costituzionali sulla guerra non si cambiano come in Francia, non s’interpretano come negli Usa. Più semplicemente s’ignorano, magari travestendo i bombardamenti in Kossovo
(nel 1999) da «ingerenze umanitarie». Oscurando così l’art. 11, che ammette la sola guerra difensiva. E disapplicando l’art. 78, che reclama una delibera formale da parte delle Camere, nonché un atto di delega al governo per l’esercizio di poteri straordinari.


Regole e realtà
Niente da fare, in Italia questa parola rimane un tabù. Ed è un male, perché ciò impedisce ogni dibattito pubblico sull’opportunità stessa della guerra. E perché comunque siamo già immersi in un conflitto, ci siamo già dentro mani e piedi. Possiamo esorcizzarlo definendolo una pre-
guerra contro un proto-Stato. Ma nel frattempo le nostre libertà — dalla privacy alla libertà di movimento — s’assottigliano, vengono sequestrate una per una. Chissà, magari questa nuova condizione ci aiuterà a riscoprirne il valore; fin qui le davamo per scontate, come una vecchia moglie che ciabatta dentro casa, e non t’immagini che un giorno possa fare le valigie. O magari scopriremo d’essere un popolo, unito dal medesimo destino

Michele Ainis

Corriere della Sera 21 novembre 2015

 

TURISMO E CONSUMI SE LA NOTTE DI PARIGI PUÒ GELARE LA RIPRESA

 parrCosa volete che sia un’ombra, qualche milligrammo di zucchero in più nel sangue, destinato, per giunta, ad essere rapidamente riassorbito? Be’, dipende. Se è un paziente appena uscito dalla rianimazione, tuttora in terapia intensiva, quel milligrammo è sufficiente a far scattare l’allarme e a convocare, attorno al capezzale, cardiologi con la fronte aggrottata. Li vediamo in queste ore. Il capezzale è quello dell’economia europea, il trauma sono i massacri di Parigi, i cardiologi sono i banchieri centrali.

«È aumentato il livello di incertezza», commenta amaro il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Gli attacchi di Parigi «potrebbero aver elevato i rischi di un indebolimento dell’area euro», concorda Peter Praet, il capoeconomista della Banca centrale europea. Mettete in conto che, nelle riunioni informali della stessa Bce, già ci si interrogava sull’opportunità di ritoccare in modo robusto, agli inizi di dicembre, le dosi di medicinali, vista la debole risposta dell’economia europea alle terapie in corso e capirete il nervosismo che circola a Francoforte.

Per una volta, i banchieri centrali sono più irrequieti degli stessi mercati. Le Borse non hanno ancora deciso da che parte muoversi. Il petrolio ha continuato a scendere, l’oro galleggia. D’altra parte, è difficile prevedere l’impatto effettivo di eventi tragici come quelli di Parigi. Il terrorismo — dicono gli economisti — tende ad avere conseguenze limitate e transitorie sull’economia. Il caso di scuola sono le due Torri di New York. Le stime parlano di oltre 20 miliardi di dollari di danni fisici a edifici e infrastrutture, una paralisi del turismo con 12 miliardi di dollari di profitti in meno per le compagnie aeree del mondo.

Tutto sommato, l’economia Usa crebbe nel 2001 mezzo punto in meno di quanto sarebbe avvenuto senza gli attentati, e creò 600 mila disoccupati in più. Dati che vanno visti in prospettiva: nel giro di un anno, l’America aveva recuperato il terreno perduto.

Gli attentati del 2001 non sono peraltro comparabili, per scala (di morti e di danni), a quanto è avvenuto la scorsa settimana a Parigi. Più vicino l’attacco dei terroristi ai treni dei pendolari a Madrid nel 2004, con 191 morti.

Gli economisti spagnoli hanno concluso che i costi dell’attacco furono equivalenti allo 0,03 per cento dell’economia nazionale. Nella situazione europea attuale, tuttavia, il dato complessivo può non essere sufficientemente indicativo.

Nei prossimi mesi, gli economisti guarderanno in particolare al turismo, che, per la Francia, che aspetta gli Europei di calcio, come per l’Italia, che aspetta il Giubileo, vale oltre il 7 per cento del Pil. Non si tratta solo di viaggi ed alberghi. Anche di consumi. Chi pensa che i ricchi facciano i loro acquisti sotto casa, ad esempio, si sbaglia. Oltre metà degli acquisti di lusso avviene in viaggio.

Perché turismo e lusso sono così importanti per l’Europa di oggi? Perché sono indicatori sui quali è facile leggere in fretta il clima psicologico delle economie nei mesi a venire, un dato che viene ritenuto cruciale per le speranze di ripresa. Ai vertici delle banche centrali europee sono, infatti, acutamente consapevoli delle difficoltà che sta incontrando la rianimazione dell’area euro.

Sotto gli occhi di tutti c’è il fatto che nell’economia continentale, in questi mesi, stanno venendo immessi stimoli di una intensità inedita. Un prezzo dell’energia ai minimi, come non si vedeva da anni.

E iniezioni massicce di liquidità di entità inedita, destinate a ripetersi ancora, almeno per altri dieci mesi. Tanto che, finalmente, si sta allentando la stretta al credito, anche nei Paesi più difficili: in Italia stanno crescendo i crediti alle imprese e ne diminuiscono i costi.

Ma le economie si muovono lo stesso a passo di lumaca. L’espansione, in Italia, sarà meno dell’1 per cento quest’anno e dell’1,5 per cento il prossimo. La Francia crescerà dell’1,1 per cento nel 2015 e dell’1,4 per cento nel 2015. Anche la Germania resterà sotto il 2 per cento.

A questi ritmi, se anche il terrorismo tosasse solo qualche decimale, l’impatto sarebbe brusco e sensibile. In Italia, ad esempio, anche uno 0,1 per cento in meno equivarrebbe a tagliare la crescita di un decimo.

Come osserva Moody’s, meno crescita significherebbe deficit e debito più pesanti, rendendo d’attualità manovre di bilancio all’insegna dell’austerità. E stroncherebbe sul nascere i germogli di ottimismo e fiducia su cui le autorità monetarie contavano per un sostanziale rilancio dei consumi interni, che compensi le debolezze della domanda estera.

Quei germogli erano già assai deboli, come confermano le aspettative di inflazione, ancora a ritmi troppo lontani dall’obiettivo del 2 per cento. Ora, come dice Praet, potrebbero essere ancora più avvizziti.

E, se l’impatto diretto del terrorismo è transitorio, nel momento in cui intacca ottimismo e fiducia si prolunga nel tempo. Sempre che rimanga contenuto e isolato. Una vera e propria ondata terroristica, infatti, avrebbe costi assai diversi. Si calcola, ad esempio, che, nei Paesi Baschi, la campagna di attentati dell’Eta sia costata fino al 10 per cento del Pil. E altrettanto ha pesato, sull’economia israeliana, l’Intifada.

Maurizio Ricci per “la Repubblica”

20 novembre 2015

Perché terrorismo e guerra (potenziale) rilanciano le Borse

warstockParigi più 2,77 per cento, Francoforte più 2,41, Londra più 1,99, Milano più 2,36. C’eravamo dimenticati che la guerra fa bene all’economia. Ma gli operatori come gli elefanti hanno la memoria lunga. E le Borse europee oggi si sono messe a correre contrariamente a quello che si pensava, a caldo, dopo il venerdì di sangue parigino. I mercati scommettono su un aumento delle spese per la difesa e la sicurezza e su un generale allentamento delle politiche di rigore finanziario in Europa. Perché è chiaro a tutti che, di fronte ai proclami del terrore a ai morti di Parigi, le sottili disquisizioni sui decimali del Patto di Stabilità, forse non cadranno nel dimenticatoio, ma certo fanno qualche passo indietro nella scala delle priorità di un’Europa che anche in questa vicenda non sta dando prova né di unità né di determinazione. E’ la dura, certo spietata legge del mercato.

Ma sono i fatti a parlare. Nel suo discorso a deputati e  senatori riuniti a Versailles lunedì Hollande ha detto che la spesa militare crescerà e a proposito dei parametri europei ha aggiunto: “Ritengo che in questa situazione la sicurezza abbia la precedenza sul Patto di stabilità“. Dall’altra parte della Manica, il primo ministro Cameron ha annunciato un aumento del 15 per cento delle spese per la sicurezza interna, dopo che in estate aveva detto di voler portare al 2 per cento del pil la spesa militare nei prossimi anni. Può darsi che la corsa degli indici si riveli alla fine una fiammata. Molto dipenderà dalla evoluzione della situazione nel teatro mediorientale.

Oggi gli acquisti si sono concentrati sulle industrie della difesa e dell’energia. Con titoli, come quello dell’italiana Finmeccanica (elicotteri e sistemi d’arma) che sono balzati del 5 per cento. L’attesa di un inasprirsi delle tensioni geopolitiche, come sempre, ha portato alla ribalta il settore petrolifero. La speculazione che sino alla settimana scorsa era orientata al ribasso, ha cambiato direzione e chi aveva posizioni “corte”, come si dice in gergo, si è affrettato a  ricoprirsi. Oltreoceano Warren Buffet avverte: “Non sono sul mercato come venditore”. Si dice che la storia non si ripete mai. Ma in questo caso la regola non sembra valere. Le conseguenze economiche della guerra, dal secondo conflitto mondiale in poi, è difficile che siano negative (per chi vince).

Marco Cecchini

Il Foglio 17 novembre 2015

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/11/17/terrorismo-e-guerra-potenziale-rilanciano-le-borse___1-v-135092-rubriche_c241.htm

70 anni di ONU

flagonu Nella notte tra il 23 e il 24 ottobre centinaia di monumenti in 75 paesi del mondo sono sati illuminati di blu per celebrare il 70esimo anniversario della nascita delle Nazioni Unite, l’organizzazione creata alla fine della Seconda guerra mondiale per evitare l’inizio di un nuovo grande conflitto. Oggi le Nazioni Unite sono un’organizzazione enorme, con un budget annuale di 40 miliardi di dollari, 193 stati membri e decine di agenzie impegnate a risolvere i grandi problemi del mondo, come la fame, le epidemie e le discriminazioni.

La nascita delle Nazioni Unite non era un fatto scontato alla fine della Seconda guerra mondiale. La Società delle Nazioni, un’organizzazione simile creata 25 anni prima, aveva completamente fallito il suo principale obiettivo: impedire l’inizio di una nuova guerra mondiale. Le ambizioni e le rivalità dei singoli stati si erano dimostrati ostacoli troppo difficili da superare, e il fatto che gli Stati Uniti – i principali promotori della Società delle Nazioni – avessero deciso di non entrare a farne parte tolse all’organizzazione gran parte delle possibilità che aveva di influenzare i paesi membri. Nel 1945 bisognava essere dotati di una forte dose di idealismo per credere che ripetere l’esperimento avrebbe sortito risultati diversi. La nascita dell’ONU fu proprio il prodotto del contributo di intellettuali, attivisti e politici animati da buone intenzioni, oltre che di uomini di stato che in mente avevano sopratutto la cosiddetta “realpolitik”, il pragmatismo in politica.

Il primo documento che secondo alcuni storici può essere considerato la “nascita delle Nazioni Unite” è la Dichiarazione Atlantica formulata da Stati Uniti e Regno Unito nell’agosto del 1941, circa due anni dopo l’inizio della Seconda guerra mondiale. Pochi mesi dopo i contenuti di quella prima Dichiarazione furono ripetuti nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, un documento firmato dalle principali potenze in guerra contro l’Asse, cioè Stati Uniti, Regno Unito, Russia e Cina, più altri 26 paesi. Fu la prima volta in cui si citò il termine “Nazioni Unite”, che per tutta la guerra sarebbe stato spesso usato per indicare quelli che oggi identifichiamo come “gli alleati”.

La due dichiarazioni contenevano una serie di principi che sarebbero considerati ambiziosi ed idealisti anche al giorno d’oggi. La guerra, era scritto, non avrebbe dovuto portare ad allargamenti territoriali per nessuno dei belligeranti, alla fine delle ostilità i popoli avrebbero avuto diritto all’autodeterminazione e i loro diritti umani e politici avrebbero dovuto essere rispettati. Le dichiarazioni avevano anche contenuti più prosaici, come ad esempio l’impegno a combattere contro Germania, Giappone e Italia senza firmare accordi separati – era quello il punto fondamentale per i principali belligeranti: stabilire chiaramente che non ci sarebbe dovuta essere alcuna pace separata fino alla vittoria.

Nelle dichiarazioni c’era anche una considerevole dose di ipocrisia da parte di molti dei contraenti. Il Regno Unito, ad esempio, governava all’epoca quasi un terzo del mondo e aveva sotto di sé decine di popoli a cui non era mai stato chiesto cosa pensassero del governo britannico. L’Unione Sovietica aveva milioni di cittadini imprigionati nei gulag e stava procedendo proprio in quegli anni a spostare milioni di suoi cittadini di etnie ritenute “infedeli” da un angolo all’altro del paese.

Negli anni successivi alle dichiarazioni, mentre la guerra era ancora in corso, Stati Uniti, Regno Unito, Cina e Russia continuarono le trattative e stabilirono la necessità di sostituire la vecchia Società delle Nazioni con un nuovo organismo, più dinamico ed efficiente. Le caratteristiche dell’ONU furono decise durante una serie di conferenze tra il 1943 e il 1945 e alcuni degli errori commessi una generazione prima – o almeno, quelli che erano considerati degli errori – non furono più ripetuti. Venne stabilito ad esempio che le cinque potenze vincitrici della guerra avrebbero goduto di una posizione di preminenza speciale all’interno della nuova organizzazione: nacque così il Consiglio di Sicurezza, i cui cinque membri permanenti, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina e Russia, avrebbero goduto del diritto di veto su qualunque iniziativa dell’organizzazione.

Durante le ultime settimane di guerra in Europa, nell’aprile del 1945, i paesi che avevano aderito alla Dichiarazione delle Nazioni Unite si riunirono a San Francisco per decidere sull’istituzione di un’organizzazione che li rappresentasse. Si accordarono sulla Carta delle Nazioni Unite che, come la Costituzione di uno stato nazionale, costituisce il fondamento dell’ONU e stabilirono che il nuovo documento sarebbe entrato in vigore il 24 ottobre di quell’anno. Il 6 gennaio del 1946 a Londra si celebrò la prima Assemblea Generale della nuova Organizzazione delle Nazioni Unite.

Sono passati 70 anni e finora non si è mai arrivati a una terza guerra mondiale. Un altro conflitto mondiale avrebbe potuto essere anche più devastante dei primi due, vista l’esistenza delle armi nucleari. Quanto sia merito dell’ONU o se l’ONU non abbia a che fare con questo successo è ancora oggetto di dibattito tra storici, analisti e politici. Ma l’ONU non ha solo cercato di impedire una nuova guerra mondiale e con gli anni le sue competenze si sono allargate, dagli sforzi contro la diffusione di epidemie a quelli per limitare la malnutrizione e le discriminazioni. Le attività dell’ONU hanno anche fallito, a volte in maniera spettacolare: per esempio come quando nel 1994 le forze di pace delle Nazioni Unite non riuscirono a impedire il genocidio di quasi un milione di persone in Ruanda.

L’ONU ha ottenuto anche grandi successi, come l’eradicazione del vaiolo nel 1980. Negli ultimi anni l’Agenzia Mondiale della Sanità, una delle agenzie che fanno parte dell’ONU, è arrivata a un passo dall’eradicazione della poliomielite (il Guardian ha messo insieme un piccolo elenco di questi successi). Oggi si discute molto di quale sarà il futuro dell’ONU, di quale sia stato il suo contributo nel passato e di come può essere riformata l’organizzazione per renderla più efficiente. Quello che è certo è che senza le Nazioni Unite gli ultimi 70 anni sarebbero stati un periodo molto diverso.

http://www.ilpost.it/2015/10/24/nascita-onu-70-anni-fa/

 

L’INDICE DELLA SPERANZA

INDICE SPERANZANon lasciare nessuno indietro, «leaving no one behind». È l’imperativo che, almeno sulla carta, unisce la comunità internazionale nella battaglia del futuro, quella che l’Assemblea generale dell’Onu lancerà a fine mese approvando la nuova Agenda di sviluppo. Nell’attesa, si tirano le somme dei Millenium Goals, gli otto ambiziosi obiettivi che i leader misero a punto per combattere la povertà. E, a sorpresa, le statistiche ci raccontano che il nostro pianeta non è poi così male, e il domani è forse migliore di ciò che pensiamo: la fine della fame nel mondo, delle morti precoci, del disastro ambientale non è più un’utopia, o un sogno da bambini. Un dato su tutti: il numero di persone che vive in povertà estrema si è ridotto di oltre la metà, da 1,9 miliardi nel 1990 a 836 milioni nel 2015. Anche se restano molte diseguaglianze da risolvere.

LA SFIDA DELL’AFRICA

L’ultimo sorriso, in ordine di tempo, ce lo regala l’Unicef che ieri ha certificato una drastica diminuzione nella mortalità infantile: i decessi dei bambini sotto i cinque anni sono scesi da 12,7 milioni all’anno nel 1990 a 5,9 milioni nel 2015. Sono ancora molti, troppi — 16.000 bimbi «under 5» se ne vanno, ogni giorno; quasi la metà nei primi giorni di vita — in particolare nell’Africa sub-sahariana (1 bambino su 12), spesso priva delle infrastrutture sanitarie più elementari. L’obiettivo del Millennio — la riduzione di due terzi — non è ancora raggiunto e gli squilibri da un continente all’altro restano enormi — 254 bimbi ogni 1.000 nati muoiono in Angola, meno di 3 ogni 1.000 in Islanda o Norvegia — ma neppure i più ottimisti si aspettavano di conquistare questo -53%. «Dobbiamo riconoscere enormi progressi a livello globale», commenta Geeta Rao Gupta, vice-direttore di Unicef. Nonostante i bassi redditi, Paesi come Eritrea, Etiopia, Liberia, Malawi, Ruanda hanno raggiunto l’obiettivo dei due terzi. Il dossier Levels and trends in child mortalit y, lanciato insieme a Oms, Banca Mondiale e Undesa, elenca anche le cause scatenanti dei decessi in tenerissima età: polmonite, complicazioni del parto, nascite premature, diarrea, sepsi, malaria e, soprattutto, malnutrizione.

Anche in questo caso i trend statistici fanno ben sperare. Negli ultimi 25 anni — sostiene l’ultimo rapporto annuale della Fao — 216 milioni di persone non soffrono più la fame. Continuano ad avere lo stomaco vuoto o poco più in 795 milioni, la stragrande maggioranza (790) nei Paesi in via di sviluppo. E il fanalino di coda è sempre l’Africa sub-sahariana, da cui proviene buona parte dei migranti cosiddetti «economici» che arrivano sulle nostre coste in cerca di un futuro migliore: il 23% della popolazione in queste zone soffre di denutrizione, il tasso più alto al mondo. Ma «sono stati compiuti passi da gigante, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo» dichiarano gli autori del rapporto: 72 Paesi su 129 hanno raggiunto l’obiettivo di dimezzare il numero degli affamati. «Dobbiamo essere la generazione “Fame Zero”», ha concluso José Graziano De Silva, direttore generale della Fao.

Stanno un po’ meglio gli esseri umani e soffrono meno anche gli alberi, assicura la Fao. Il dossier Global Forest , pubblicato pochi giorni fa, svela che le foreste nel mondo continuano sì a ridursi — si sono persi circa 129 milioni di ettari, un’area grande quanto il Sudafrica — ma negli ultimi 25 anni il tasso di deforestazione globale netto si è ridotto di oltre il 50%, e aumentano le aree protette. Una tendenza «incoraggiante», non solo per il clima: il settore forestale contribuisce con circa 600 miliardi di dollari l’anno al Pil mondiale e dà lavoro a oltre 50 milioni di persone.

IL MILIARDO EMERGENTE

E ora, si va oltre. La nuova agenda per lo sviluppo e la sostenibilità indica 17 obiettivi ambiziosi — come «eliminare la fame e la povertà ovunque» — e universali. La sfida non riguarderà più soltanto i Paesi poveri del mondo, il cosiddetto «Sud globale», ma tutti gli Stati del pianeta saranno chiamati a «costruire società pacifiche, giuste e inclusive», entro il 2030. Due anni di lavori e negoziati hanno prodotto una dichiarazione di 29 pagine che il 23-25 settembre sarà adottata dall’Onu a New York. Steven Kotler, autore del saggio Abbondanza , ne è certo: «Guardando ai dati reali dobbiamo convincerci che l’umanità sta vivendo progressi straordinari. E gli esclusi stanno entrando da protagonisti sulla scena mondiale. Il “miliardo emergente” avvicinerà l’obiettivo non più inimmaginabile: l’abbondanza per tutti». Ma forse, prima, bisognerà fermare anche le guerre

http://sociale.corriere.it/lindice-della-speranza-mortalita-infantile-dimezzata-poverta-e-deforestazione-in-calo/

L’indice della speranza. Mortalità infantile dimezzata, povertà e deforestazione in calo

di 
Sara Gandolfi     <!––>

Corriere della Sera 10 settembre 2015

 

 

La nazione invisibile

unhcrLa nazione invisibile non esiste e non esistono i suoi cittadini. Ma esiste una marea umana che si muove alla ricerca di un posto che li accolga. Sono circa 60 milioni di persone, uomini, donne, minori, la maggior costretti a migrare per motivi economici. Di questi 11,7 milioni scappano dal proprio paese a causa di guerre e persecuzioni. Alcuni nella fuga perdono, oltre alla propria casa, anche il diritto di cittadinanza. Ci sono poi 10 milioni di persone nel mondo per cui l’apolidia resterà uno status insuperabile. Senza documenti la vita è difficile. Non si può lavorare, se non al nero. Non si può accedere alle cure, a parte i ricoveri urgenti. Non ci si può sposare né si possono seguire percorsi di formazione. Non si hanno diritti, almeno tutti quelli garantiti da una cittadinanza.

Il grado zero. Tutti iniziano da un grado zero: la maggior parte di coloro che fugge da guerre e persecuzioni non ha documenti. Quando poi arrivano nel paese ospite, con mezzi di fortuna o per vie al 99% illegali, si trovano a dover affrontare il mostro della burocrazia. Si parte con una domanda di asilo in cui si dichiara, tramite autocertificazione, la propria provenienza, i dati anagrafici e il motivo della fuga. Poi la pratica deve seguire il suo iter e in Italia la disamina tocca alle Commissioni territoriali, che attraverso un’intervista approfondita dovranno riconoscere lo status di rifugiato. Ma l’attesa per un appuntamento può durare mesi, a volte addirittura anni, durante i quali la loro vita sarà a ricasco di organizzazioni umanitarie e sistemi assistenziali. In Europa e Nord America sono circa 900 mila le domande di asilo in attesa di una risposta ufficiale.

Requisiti. Capita poi che il richiedente non sia in possesso dei requisiti giusti per ottenere lo status di rifugiato. Nel 2014, secondo i dati Cir, su 64.886 domande presentate solo il 50% è stato esaminato e di queste 36.330 solo 21.861 hanno avuto un responso positivo. Il restante 37% ha visto rifiutata la propria richiesta. Nel frattempo la vita continua. Per chi si ritrova in questa condizione di semi-legalità, in attesa di un responso o con il visto negato, non resta che arrangiarsi con permessi temporanei, in attesa dei ricorsi al Tribunale, che permettono di prendere tempo, aspettando che arrivi una sanatoria o il miracolo di un santo qualsiasi.

Diverso iter. Ancora più marginale rimane la posizione degli apolidi, i quali senza volerlo hanno scarsissime possibilità di vedere riconosciuto ufficialmente il loro status. L’apolide infatti, nonostante abbia il diritto di veder riconosciuta la propria condizione e successivamente di acquisire la cittadinanza italiana, segue un iter diverso per l’istruttoria. Proprio loro, a cui per definizione manca un riconoscimento giuridico documentato, devono produrre prove documentali della loro residenza sul territorio. Questo paradosso crea ovviamente enormi difficoltà per la domanda. Dai dati del Ministero dell’Interno risulta, infatti, che negli ultimi 10 anni solo l’1% delle domande di certificazione presentate in via amministrativa è stata accolta. Il riconoscimento dell’apolidia ottenuto tramite questo percorso è infatti precluso a tutti coloro che non possiedono, cumulativamente, un titolo di soggiorno in Italia, un certificato di nascita e un certificato di residenza. Altra strada percorribile sarebbe quella giudiziale, ma ha un costo spesso troppo elevato per chi si trova a doverla affrontare. In entrambe i casi alla base c’è una grossa carenza di informazioni……….

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2015/07/06/news/le_7_rotte_inseguite_dagli_immigrati-115332134/?ref=HREC1-35