Gli 80 anni di Paperino, perdente di successo

 

3_paperino_«Chi io? Oh no, io ho un gran mal di pancia». Le prime parole pronunciate da Paperino, ottant’anni fa, sono già una scusa per non lavorare. Era il 9 giugno 1934, e in un cinema della California si proiettava «La gallinella saggia», versione americana dell’annosa questione tra cicala e formica. Paperino, anzi Donald Duck, era naturalmente la cicala e il suo «mal di pancia» un modo per non aiutare l’operosa gallinella nelle sue faccende.

In ottant’anni è cambiato il suo aspetto fisico (allora gli animatori Dick Huemer e Art Babbit lo avevano disegnato bassissimo, con il becco molto più lungo e i piedi palmati più grossi) ma la sua voglia di lavorare non è affatto aumentata: indolente, collerico, squattrinato e schiavizzato dal ricco Zio Paperone nel tentativo di estinguere l’inesauribile lista di debiti, Paperino è il più umano dei personaggi Disney, un perdente che non si rassegna mai alla sconfitta, in netta contrapposizione con il vincente Topolino.

Al pessimo carattere si accompagna la sfortuna: se la sua data di nascita ufficiale è il 9 giugno, quella disneyana è la tempestosa notte di un venerdì 13. E i segni del destino avverso si ripetono: abita al numero 13, ha un’auto targata 313. Una sorte talmente simbolica da sconfinare dalle strisce disegnate per abitare l’inconscio individuale e collettivo.

«Paperino è un personaggio ad altissima capacità di identificazione – spiega infatti la psicologa Stefania Andreoli – perché ha molte sfaccettature. È sfortunato, ma anche simpatico. Lavativo, ma generoso. Ha un carattere ricco di chiaroscuri, proprio come tutti, nella vita reale. Per qualcuno rappresenta il bambino che si nasconde dietro ognuno di noi, io lo vedo piuttosto come un eterno adolescente, sfrontato e insicuro, alle prese con grandi potenzialità e contraddizioni altrettanto grandi. Ha profondità, nonostante sia un personaggio dei fumetto: lo vedrei bene sul lettino dell’analista».

A ulteriore testimonianza delle felici contraddizioni che l’hanno generato, il vero successo di Paperino arriva con la guerra: Walt Disney concede al Dipartimento della Difesa l’uso gratuito del personaggio per la campagna di arruolamento. Immagini «guerriere» del Papero finiscono dipinte sulle ali dei caccia americani e cucite sulle mostrine dei militari. Si moltiplicano i film di propaganda: uno di questi, «Der Fuhrer’s Face», nel 1943 vincerà l’Oscar. Nel cartone – dove compaiono le caricature di Hitler, Hirohito e Mussolini – Paperino sogna di essere un tedesco, costretto a fare il passo dell’oca. L’incubo diventa insopportabile quando ha una visione di se stesso nei panni di Hitler, con tanto di baffetti e occhio spiritato. Al risveglio, bacia la riproduzione della statua della Libertà che tiene sul comodino. Se non è materia da psicanalisi questa…

Sempre durante la guerra, nel 1942, Paperino incontra il suo vero padre, Carl Barks, un cartoonist Disney che ha appena lasciato gli studios. «Non mi piaceva che ci fossero tanti capetti che ti sorvegliavano da dietro le spalle – avrebbe raccontato poi – per controllare come lavoravi, criticando di continuo quello che facevi». Proprio in quel momento la casa editrice Western ha ottenuto l’autorizzazione a pubblicare avventure con i personaggi Disney: ingaggia Barks, che trasforma Paperino nella stella di un universo di paperi, Duckburg (in italiano Paperopoli), città dominata dallo zio miliardario Paperon de’ Paperoni, minacciata dalla banda Bassotti, ingentilita dalla capricciosa Paperina.

Al trionfo di Paperino collaborano anche molti autori italiani: Luciano Bottaro, Giovanni Battista Carpi (che nel 1969 inventa Paperinik), Romano Scarpa. Non a caso oggi la Disney Italia lo celebra con un libro «Paperino – Una vita a fumetti», che comprende le più famose storie «italiane». In fondo chi meglio di noi italiani si può identificare con lo squattrinato Paperino e quel suo misto di audacia e insicurezza?

Siamo tutti Paperini, alle prese con figli Qui Quo Qua più svegli di noi e che ci fanno dannare, capi e genitori Paperone sempre scontenti del nostro lavoro, biondi ed eleganti cugini Gastone che ci fanno impazzire di invidia per la loro buona sorte, Paperine con cui litigare e che tocca riconquistare di continuo. «Ma siamo anche pronti a metterci la mascherina e trasformarci in Paperinik – conclude la Andreoli – dentro di lui, come dentro tutti i perdenti del mondo, c’è il potenziale per diventare eroi».

http://www.lastampa.it/2014/06/08/cultura/fumetti-e-cartoons/auguri-paperino-perdente-di-successo-proprio-come-tutti-noi-CuqP0M0TrTa8Ns0nyAKbqL/pagina.html

 

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Un Nobel per l’Europa. Un sogno per l’Europa

Quando propose e creò la Comunità del carbone e dell’acciaio, Jean Monnet spiegò il ragionamento che lo aveva ispirato: “Quando si guarda al passato e si prende coscienza dell’enorme disastro che gli europei hanno provocato a se stessi negli ultimi due secoli, si rimane letteralmente annichiliti. Il motivo è molto semplice: ciascuno ha cercato di realizzare il suo destino, o quello che credeva essere il suo destino, applicando le proprie regole“. Fu grazie a questa consapevolezza che l’unità degli europei divenne un modello, e per gran parte del mondo ancora lo è: dalle stragi etniche o razziali, dagli scontri fra culture o religioni, si esce solo se gli Stati nazione smettono l’illusione di bastare a se stessi  –  la regola della sovranità assoluta  –  e creano comuni istituzioni politiche che realizzino il destino di più paesi associati, non di uno soltanto. In Asia, in Medio Oriente, il metodo comunitario resta la via aurea per superare i nazionalismi: molto più della solitaria potenza americana….
Si trattava dunque di cessare i conflitti bellici e al tempo stesso di ridar forza alle istituzioni, di renderle meno discontinue. L’unità nasce dicendo no ai nazionalismi ma anche a quel che li fa impazzire: la povertà, la democrazia corrosa, il rarefarsi dello Stato di diritto prima ancora che dei diritti umani…

Rimasta a metà cammino, l’Europa non è ancora l’istituzione sovranazionale che preserva la democrazia e lo Stato sociale. Viene identificata con uno dei suoi mezzi  –  l’euro  –  come se la moneta e le misure fin qui congegnate fossero la sua finalità, il suo orizzonte di civiltà. La fissazione sui piani di salvataggio finanziario e il rifiuto di ogni via alternativa hanno fatto perdere di vista la democrazia, e la solidarietà, e l’idea di un’Europa che, unita, diventa potenza nel mondo.

L’ideale sarebbe se l’Europa non andasse a prendere il premio, e comunicasse al Comitato Nobel che i propri cittadini (non gli Stati, ben poco meritevoli) verranno a ritirarlo quando l’opera sarà davvero voluta, e di conseguenza compiuta. Quando avremo finalmente una Costituzione che  –  come nella Federazione americana  –  cominci con le parole “Noi, cittadini….”. Quando ci si rimetterà all’opera, e ci si spoglierà della noia di ricominciare la storia. I sotterfugi tecnici non durano: durano solo le istituzioni. La svolta è politica, mentale, e proprio come nel 1945, è la massima di sant’Agostino che toccherà adottare: Factus eram ipse mihi magna quaestio  –  Io stesso ero divenuto per me un grosso problema, e un grosso enigma

http://www.repubblica.it/esteri/2012/10/13/news/ritornare_al_sogno-44434351/

Queste le motivazioni…

http://www.repubblica.it/esteri/2012/10/12/news/motivazioni_premio_nobel_per_la_pace_2012_a_ue-44378441/