Troppo risparmio pochi investimenti ecco come scatta la trappola-liquidità

staggggSe ne parlerà a Lima, in ottobre, alle riunioni del Fondo Monetario Internazionale, del grave problema di crescita che continua ad affliggere il pianeta.

Non un malanno ciclico. Non il riflesso dell’ennesima crisi finanziaria. Qualcosa di più profondo, che lima al ribasso le progressioni di incremento dei volumi come dei prezzi.

Qualche numero: tra il 2000 e il 2007 il mondo cresceva del nove per cento, crescita reale più inflazione, negli anni di ripresa compresi tra il 2010 e il 2014 il nove è diventato otto. Nel 2015 potrebbe scendere intorno al sei per cento, con tre punti di crescita reale e altrettanti di inflazione. Nei vent’anni finali dello scorso secolo la somma tra crescita reale e inflazione del mondo viaggiava stabilmente su incrementi annui a due cifre. Più di altri, la sindrome decelerativa affligge l’Europa dell’euro. Tra il 2000 e il 2007 crescevamo di oltre quattro punti l’anno. Nel quinquennio 2010-14 siamo scesi sotto il tre per cento. Quest’anno andremo sotto i due punti, affossati da un’inflazione che non riesce ancora a risollevarsi dallo zero. Tra il 1997 e il 2007 il valore corrente del Pil dell’eurozona crebbe da sei a nove trilioni di euro. Dal 2010 ad oggi procediamo lentamente nell’intorno dei dieci trilioni. Più che altre parti del mondo, l’Europa della moneta unica può essere vista come il laboratorio di elezione di quello che gli economisti definiscono come un caso di “secular stagnation”, di stagnazione a lungo termine. Il riferimento è al modello interpretativo elaborato nel 1939 da Alvin Hansen che individua nel formarsi di un cronico eccesso dell’offerta di risparmio sulla domanda di investimenti la causa della stagnazione. Quando viene meno la spinta ad investire tutto il risparmio disponibile, il futuro dell’economia, sostiene Hansen, rischia di divenire una successione di “incerte riprese che muoiono nella loro infanzia e di depressioni che si avvitano su se stesse”. Per sciogliere il nodo della stagnazione servirebbe risparmiare un po’ meno, e, soprattutto, investire molto di più. Non è cosa semplice. Specie quando gli arsenali, convenzionali e non, delle politiche monetarie sono stati già largamente e da tempo utilizzati, i tassi nominali di interesse sono al limite zero della loro escursione e le spinte deflattive impediscono un calo dei rendimenti reali. Ricucire il nesso tra risparmio e investimenti non è facile in un mondo dove il costo del denaro è dappertutto basso, ma il costo del capitale rimane talvolta elevato, specie per le piccole imprese. In un mondo dove continua ad affermarsi una sproporzione dimensionale tra i mille trilioni di dollari della finanza globale e i meno di cento trilioni del Pil del pianeta. La sproporzione di una finanza così abbondante e così mobile rispetto alle assai meno numerose occasioni di investimento produttivo genera volatilità e incertezze che alimentano nuovo risparmio precauzionale e, quindi, nuovi rischi di stagnazione. Per rompere il circolo vizioso occorre scavare a fondo. Per uscire dalla trappola della stagnazione serve agire sulle determinanti di fondo dello sviluppo che si chiamano demografia, innovazione, ambiente. Oltre alle pagine di Hansen si potrebbe rileggere quanto Stanley Jevons teorizzava esattamente 150 anni fa a proposito del carattere paradossale di un modello che ha funzionato per un secolo e mezzo. Nel paradosso di Jevons, a quadrare il cerchio tra risparmi e investimenti e a garantire la crescita è l’apporto virtuoso delle nuove tecnologie. Tecnologie che creano più di quanto distruggono, in termini di consumi come di lavoro, e che riescono a superare i limiti nel prelevamento di risorse dalla demografia e dall’ambiente. Oggi il paradosso jevonsiano della crescita sembra aver perso smalto. La rivoluzione del digitale prefigura dei contraccolpi importanti sui mercati del lavoro. L’invecchiamento delle popolazioni e il cambiamento del clima stringono limiti, di offerta e di domanda, prima molto più laschi. Per rimetterci in moto serve una miscela virtuosa tra riforme strutturali e politiche di rilancio degli investimenti. Da sole né le une né le altre sono sufficienti. Insieme, riforme strutturali e politiche di rilancio sono necessarie per evitare l’insopportabile spreco di un eccesso di risparmio che nell’area euro ogni anno ammonta a più di 200 miliardi di euro, il 2% del Pil. Il dato è contenuto nel recente rapporto del governo francese coordinato da Francois Villeroy de Galhau. Canalizzare queste risorse preziose verso investimenti amici del lavoro come dell’ambiente è un passo da non mancare nella stagione appena aperta dei budget 2016 delle finanze pubbliche europee.

Giovanni Ajassa

Affari & Finanza

(28 settembre 2015)

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/09/28/news/troppo_risparmio_pochi_investimenti_ecco_come_scatta_la_trappola-liquidit-123898787/

 

What’s Wrong With The Economy

imagfgjfgfkfdjfgkSiamo nel cuore di un’economia che cresce da 6 anni. Ha creato 15 milioni di posti di lavoro. Ha ridotto la disoccupazione al 5,5%. E ben presto dovrà alzare i suoi tassi d’interesse a conferma della cessata emergenza. Eppure proprio qui a New York si è tenuto un summit con premi Nobel e guru dal mondo intero, sulla “stagnazione secolare” che incombe. Uno scenario da incubo, «certamente ancora più plausibile per l’Europa» secondo l’economista Paul Krugman, ma che anche in America è all’ordine del giorno. E si collega con quello che la Federal Reserve decide in queste ore (l’annuncio sarà dato domani): a quando fissare l’inizio di una risalita del costo del denaro.

Vista da qualunque altra parte del mondo – dall’eurozona o dalla Russia, dal Brasile e ora perfino dalla Cina – l’economia americana sembra scoppiare di salute: l’unica locomotiva in grado di trainare la ripresa mondiale. Vista da vicino, è meno esaltante. “What’s Wrong With The Economy”, che cosa non funziona nell’economia, è la conferenza che ha riunito esperti da tutto il mondo sotto l’egida della New York Review of Books e della New York University. Al centro: la stagnazione secolare, un termine coniato per la prima volta nel 1938 da Alvin Hansen, quando l’economia mondiale era intrappolata nella Grande Depressione. A rilanciare questo termine è stato di recente l’economista di Harvard, Larry Summers, già consigliere di Bill Clinton e di Barack Obama. E ora tutti lo riprendono: il Fondo monetario internazionale; la Banca d’Inghilterra; l’ufficio studi della Citibank, una delle maggiori banche di Wall Street. Nella versione aggiornata, si tratta di questo: l’economia capitalistica ha bisogno di due motori propulsivi per crescere, la demografia e la tecnologia. La storia del capitalismo moderno è una combinazione di questi fattori: una popolazione crescente allarga le dimensioni del mercato per prodotti e servizi; un flusso di invenzioni e innovazioni aumenta la produttività del lavoro umano. Che fanno ora questi due motori? La demografia si rovescia, da fattore propulsivo a elemento frenante. Nei paesi sviluppati aumenta la quota di anziani che escono dall’età lavorativa. Nei paesi emergenti la natalità si riduce velocemente – con rare eccezioni – e il più grosso di tutti cioè la Cina ha già imboccato la strada dell’invecchiamento demografico.
Un segnale di stagnazione secolare viene proprio dai tassi d’interesse. Crescita debole più deflazione (prezzi immobili o addirittura in calo come per il petrolio) hanno costretto le banche centrali a sfoderare terapie eccezionali. La prima fu la Federal Reserve che già sei anni fa cominciò a stampar moneta per acquistare bond (4.500 miliardi di dollari), inondare l’economia reale di liquidità, ridurre il costo del credito, rianimare gli investimenti. A qualcosa è servito, visto che il Pil Usa cresce dall’estate del 2009. Ma perfino qui in America, Ground Zero di questo esperimento monetario eccezionale, c’è qualcosa che non va. Al di là della disoccupazione ufficiale, c’è tanta disoccupazione nascosta (11% della forza lavoro se si cumulano i dati). I salari sono quasi fermi. Il potere d’acquisto delle famiglie ristagna. Siamo ben lungi da uno sviluppo paragonabile agli anni ’60 e ’70. Nel summit newyorchese si sono alternati esperti come Lord Skidelsky, Gerald Epstein, Benjamin Friedman, David Colander, i Nobel Edmund Phelps e Krugman. Il Fondo monetario, sposando le tesi di Thomas Piketty, afferma un nesso tra stagnazione e diseguaglianze: la ricchezza mal distribuita, concentrata in una minoranza della popolazione, non alimenta più i consumi. Alcuni settori – in America la sanità – prelevano rendite parassitarie che comprimono il reddito disponibile della middle class. Il tasso zero crea bolle speculative che mascherano questi problemi strutturali?
Jacob Hacker di Yale, il teorico della società “winner-take-all” (dove le élite fanno incetta dei frutti della crescita) elenca una serie di antidoti alle diseguaglianze: «Rilanciare i diritti sindacali nel settore privato. Recuperare una fiscalità progressiva sui patrimoni ». E soprattutto la nuova parola d’ordine “Pre-distribution”. Pre-distribuzione anziché redistribuzione. Non basta più intervenire ex-post con le tasse per attenuare le diseguaglianze (la vecchia politica redistributiva), occorre garantire a priori un accesso eguale per tutti all’istruzione di alta qualità (pre-distribuzione).
Il Nobel Edmund Phelps aggiunge un’altra preoccupazione: «L’innovazione tecnologica non si trasmette più come una volta negli aumenti di produttività del lavoro. Crediamo di vivere in un’epoca prodigiosamente innovativa, ma i gadget sfornati dalla Silicon Valley non stanno aumentando la produttività umana ai ritmi che erano tipici degli anni Sessanta. E se non riparte la produttività, c’è un altro freno alla ripresa delle buste paga.
Privata dei due motori fondamentali della crescita, l’economia può contare solo sulla pompa monetaria delle banche centrali? Domani Janet Yellen dovrà dirci se davvero l’America può considerarsi “guarita”, almeno secondo la Fed, e rientrare nel territorio familiare dove il denaro rende qualcosa.
Ma i Nobel riaccendono l’allarme ora il rischio è la stagnazione secolare
FEDERICO RAMPINI  la Repubblica  – 17 mar 2015
http://www.dirittiglobali.it/2015/03/ma-i-nobel-riaccendono-lallarme-ora-il-rischio-e-la-stagnazione-secolare/

Economic hokum: cavolata economica

 

 

ristCi sono bolle e bolle. Bolle che durano poco, bolle che durano tanto. Bolle che quando scoppiano fanno male e bolle che svaniscono senza lasciare tracce. Bolle nel campo degli affari e bolle nel campo delle idee. A questo ultimo campo appartiene l’idea della “stagnazione secolare”. Si tratta di una vecchia idea keynesiana (1937), formulata con questa terminologia da Alvin Hansen (1939), il “Keynes americano”. A riportarla alla luce poco più di un anno fa è stato uno degli economisti più brillanti e attivi della scena americana, Lawrence “Larry” Summers (Harvard University). Già segretario al Tesoro (Clinton) e rettore di Harvard, nonché illustre nipote (di Paul Samuelson e Kenneth Arrow, due Nobel), Summers ha rispolverato l’idea in una serie di interventi discorsivi e in qualche articolo di giornale.

L’ipotesi di Hansen era che a causa del declino demografico e di un eccesso di risparmio e la conseguente “soppressione” di domanda aggregata, la Grande depressione avrebbe potuto essere l’inizio di una nuova èra caratterizzata da disoccupazione crescente, stagnazione economica e nessuna forza riequilibratrice. Ergo, solo il deficit-spending del governo avrebbe potuto risollevare l’occupazione.

 

Secondo Summers, la crisi del 2007-8 potrebbe aver innescato una stagnazione secolare negli Stati Uniti. Nelle sue parole “i cambiamenti nella struttura dell’economia hanno determinato uno spostamento significativo nel normale equilibrio tra risparmi e investimenti, causando un declino nel tasso reale d’interesse d’equilibrio (‘naturale’), che è associato con la piena occupazione” (Business Economics, Febbaio 2014). Oltre al declino demografico indicato dallo stesso Hansen e oggi più rilevante nel determinare l’eccesso di risparmio, questi cambiamenti sono secondo Summers “la crescente ineguaglianza, i più bassi costi del capitale, l’accumulazione di riserve estere e i maggiori costi d’intermediazione finanziaria”. Questi fattori spingono il tasso “naturale” d’interesse in territorio negativo. In altre parole, la continua caduta nel tasso di rendimento del capitale, causata dall’eccesso di risparmio e dalla mancanza di opportunità d’investimento e  iniziata prima della stessa crisi finanziaria, è tale che le imprese avrebbero bisogno di un tasso d’interesse eccezionalmente basso, anche negativo, per essere indotte ad investire. Ma con tassi d’interesse nominali vicini allo zero e l’inflazione bassa, è impossibile portare i tassi reali sufficientemente in giù per fornire tali incentivi senza rischiare l’instabilità finanziaria. Ecco il motivo per il quale l’economia americana è condannata al ristagno. Summers non ha mancato di sottolineare le conseguenze del suo ragionamento per le politiche macroeconomiche, ed in particolare le difficoltà per la politica monetaria di porre rimedio a una situazione del genere, e quindi la necessità di rilanciare la domanda attraverso la politica fiscale.

Le ipotesi di Summers hanno suscitato un certo interesse. Naturalmente sono molto piaciute ai nuovi keynesiani come Paul Krugman, che vi ha visto un naturale completamento dei suoi ragionamenti sulle implicazioni di policy in una situazione di “trappola di liquidità”. L’interesse non è privo di motivazioni, ovviamente, alla luce del caso giapponese e della situazione europea, dove sono all’opera fattori simili – declino demografico, tassi nominali d’interesse a zero o nelle vicinanze, crescita ben al di sotto del livello normale.

 

Ma non tutti hanno gradito. John Taylor (Stanford University), anche lui al Tesoro come sottosegretario ma sotto Bush jr., ha definito “economic hokum” l’idea della stagnazione secolare, una cavolata economica (Wall Street Journal, 1° gennaio 2014). Per Taylor, il fatto innegabile che le imprese sono riluttanti a investire e occupare e che il rapporto tra investimenti e pil è al di sotto del livello normale è spiegato dall’incertezza delle politiche economiche e dall’eccesso di regolazione.

 

Certo, si può discutere il modo non straordinariamente argomentato con cui Taylor liquida l’ipotesi della stagnazione secolare. Il fatto è, però, che è lo stesso Larry Summers a essere diventato critico. In un articolo sul Financial Times (7 settembre 2014), ha affermato che sono le barriere dal lato dell’offerta a bloccare l’economia americana, che il problema non è una carenza di domanda ma un prodotto potenziale insufficiente. E di conseguenza, il supporto attivo della domanda non è più la cura. Invece, “sono essenziali le riforme strutturali, per migliorare la produttività sia dei lavoratori sia del capitale, e per aumentar il numero di persone capaci e disposte a lavorare produttivamente”. Ma a questo punto l’ipotesi della stagnazione secolare si è sgonfiata. E diventa più interessante capire come e quanto la crisi finanziaria abbia “danneggiato” il potenziale delle economie avanzate. Robert Hall, anche lui della Stanford University, ha fornito alcune stime per gli Stati Uniti (“Quantifying the Lasting Harm to the U.S. Economy from the Financial Crisis”, Nber, maggio 2014), dalle quali emerge che gli effetti negativi sulla produttività e sul tasso di partecipazione sono quelli più difficili da ribaltare.

Ernesto Felli e Giovanni Tria – Il Foglio 4 gennaio 2015

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/124263/rubriche/stagnazione-economic-hokum.htm

 

Nobel per l’Economia 2013 a Fama, Hansen e Shiller

nobel mL’economia si conferma l’unica disciplina in cui due persone possono dividere un premio Nobel dicendo cose opposte. È successo già nel 1974 con Friedrich Von Hayek, un ostinato antisocialista e liberista convinto. Il quale si ritrovò sul palco dell’Accademia di Svezia in compagnia di Gunnar Myrdal, che oltre ad essere un brillante economista era stato anche ministro del partito socialdemocratico svedese.

Stavolta ad essere premiati a Stoccolma da Re Gustavo per i loro studi sull’andamento del prezzo delle azioni saranno tre prestigiosi economisti americani: Roger Fama, Lars Peter Hansen e Robert Shiller.

Se nessuno ha da eccepire sulla qualità dei lavori dei tre premiati, qualche commento in più si può fare sulla curiosa accoppiata fra Fama e Schiller. Il primo è stato il pioniere di quella che è tradizionalmente conosciuta come la teoria dei mercati finanziari perfetti. Il secondo è invece noto soprattutto come uno dei suoi più famosi e brillanti critici………..

Quella che sembra una bizzarria dell’Accademia di Svezia ci consente di ricordare una cosa troppo spesso dimenticata: gli economisti non sono paragonabili ai dentisti. Su tantissime patologie del nostro sistema economico non solo non c’è condivisione sulle cure, ma nemmeno sulle diagnosi. E – a dispetto di quanto affermato dal comitato che assegna il Premio Nobel – non sono nemmeno dei buoni indovini se, 150 anni dopo il celebre «Calcul de Chances» di Jules Regnault, non sono ancora riusciti a trovare una spiegazione soddisfacente della dinamica dei prezzi delle azioni.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/economia-nobel-bifronte/?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter&utm_campaign=Feed%3A+MicroMega-online+%28MicroMega.net%29

http://www.linkiesta.it/premio-nobel-economia-2013

VIDEO : Gli spiriti animali

Il premio Nobel per l’Economia è andato a tre americani: Eugene Fama, Lars Peter Hansen e Robert Shiller. Quest’ultimo è autore del rivoluzionario “Spiriti animali, come la natura può salvare l’economia”. Il commento di Eugenio Occorsio

http://video.repubblica.it/rubriche/rnews/rnews-occorsio-l-economia-e-emotiva-parola-del-nobel-shiller/142937/141473

Quaranta anni di Nobel per l’economia (2012)

http://www.liceoeconomicosociale.it/wp-content/uploads/2013/04/LEZIONE-FINI-PREMI-NOBEL.pdf