Un piano per le privatizzazioni

Le privatizzazioni italiane cominciarono nel 1993 con lo slogan «oltre i Bot i Credit» e la messa sul mercato del Credito italiano, una di quelle che allora si chiamavano «banche di interesse nazionale». Vent’anni dopo si ricomincia. Con un piano che punta a 10-12 miliardi di euro di incassi nel 2014, vendendo quote di 8 società pubbliche. Il ricavato verrà utilizzato metà per ridurre il debito pubblico e per l’altra metà per tagliare il deficit e rispondere così alle critiche della commissione europea che ha ritenuto insufficiente su questo piano la legge di Stabilità. Obiettivo immediato: riguadagnare i margini di flessibilità sulla spesa per investimenti nel 2014 (circa 3 miliardi in più), margini che spetterebbero all’Italia perché è uscita dalla procedura di deficit eccessivo, ma che la commissione è restia ad autorizzare in mancanza di misure convincenti per la riduzione del debito e del deficit, appunto. E così ieri il Consiglio dei ministri, alla vigilia della riunione dell’Eurogruppo alla quale parteciperà il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, ha «ascoltato – come dice il comunicato di Palazzo Chigi – una relazione» dello stesso Saccomanni «sulle privatizzazioni, nella quale è stata affrontata l’opportunità di mettere in vendita quote di società pubbliche senza andare a toccare la quota di controllo delle stesse….

Le otto società interessate dal piano sono: 1) Eni, il gigante del petrolio e del gas partecipato al 30,1% dal Tesoro e da Cdp, la Cassa depositi e prestiti (gestisce il risparmio postale); 2) Stm, holding italo-francese partecipata al 50% dal Tesoro, che controlla StmMicroelectronics, leader nella produzione di componenti elettronici a semiconduttori 3) Fincantieri, tra i leader mondiali della cantieristica, posseduta al 99,3% da Fintecna (Cdp); 4) Cdp Reti, il veicolo di investimento posseduto al 100% dalla Cassa depositi e presiti che ha acquisito l’anno scorso dall’Eni il 30% di Snam (gas); 5) Tag, la società partecipata all’89% da Cdp che gestisce in esclusiva il tratto austriaco del gasdotto che trasporta il gas dalla Russia in Italia; 6) Grandi stazioni, controllata al 60% dalle Ferrovie dello Stato per la gestione delle principali stazioni italiane; 7) Enav, la società per il controllo del traffico aereo al 100% del Tesoro; 8) Sace, gruppo per l’ assicurazione dell’export posseduto interamente da Cdp.

Saccomanni ha precisato che andrà sul mercato il 60% di Sace e di Grandi stazioni (che quindi verrà interamente privatizzata), il 40% di Enav, il 40% di Fincantieri e il 50% di Cdp Reti. Dell’Eni sarà invece ceduta una quota di circa il 3%, ma il Tesoro, precisa una nota del ministero dell’Economia, manterrà comunque «una partecipazione pubblica complessiva al capitale di Eni superiore alla soglia Opa (offerta pubblica di acquisto) del 30%». Questo perché, nel luglio 2012, l’Eni ha deliberato un piano di riacquisto (buy-back) di azioni proprie fino a un massimo del 10% del circolante che, una volta portato a termine, porterà la quota pubblica dall’attuale 30,1% a poco più del 33%. Il Tesoro, insomma, non ha alcuna intenzione di perdere il controllo di una società strategica per gli interessi del Paese come l’Eni…..

http://www.corriere.it/economia/13_novembre_22/tesoro-vendita-quote-eni-holding-reti-f06ef7d6-5349-11e3-91e0-82492dd09bca.shtml

Telecom parlerà spagnolo

telecomtelcoLa «scatola cinese» che controlla Telecom che diventa una scatola spagnola;…… Questa mattina un annuncio ufficiale spiegherà che una complessa struttura societaria che vede un manipolo di soci controllare Telecom Italia con appena il 22,4% del capitale riunito nella finanziaria Telco – quella che in gergo finanziario si chiama una scatola cinese, per l’appunto – cambierà in parte padrone.

Ne trarranno però beneficio solo alcuni soci. Gli spagnoli di Telefonica, finora al 46% della Telco, saliranno al 60%, conquistando quindi la maggioranza assoluta della scatola societaria e guadagnando di fatto il controllo – che nel tempo aumenterà – della stessa Telco e di conseguenza della Telecom. I soci che vendono parte delle loro quote – Mediobanca, Intesa-Sanpaolo, le Generali – ne avranno qualche consolazione perchè loro – e solo loro – si vedranno riconosciuto un prezzo di favore per quello che è, o almeno assomiglia molto, al cambio di controllo della Telecom.

La società telefonica si è orribilmente svalutata da quando i suoi soci finanziari, ligi al ruolo di banche e assicurazioni «di sistema» e troppo ossequiosi di fronte alle richieste della politica che non voleva vedere i telefoni italiani cadere in mani straniere – entrarono nel capitale. Allora pagarono le azioni 2,8 euro l’una; qualche mese fa le hanno svalutate per l’ennesima volta a 1,2 euro, ma sempre considerando un ricco premio di controllo, visto che ancora ieri sul mercato per un qualsiasi acquirente o venditore le stesse azioni valevano solo 59 centesimi. Adesso Telefonica riconoscerà a quelle azioni «più uguali» delle altre, che stanno in Telco, un valore di oltre un euro. il tutto, ovviamente, senza passare per la strada maestra dell’Opa, l’offerta che tocca tutti gli azionisti, perché la legge italiana prevede che questo strumento entri in azione solo se passa di mano almeno il 30% di una società. Adesso la – debole – speranza di un piccolo azionista può essere solo quella che qualche altro operatore decida di sfidare Telefonica percorrendo proprio al strada dell’Opa.

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http://www.lastampa.it/2013/09/24/economia/dalle-scatole-cinesi-a-quelle-spagnole-cos-perde-il-mercato-KMXde8ig85DZzrodNiIvfN/pagina.html