Ed ecco il “carry trade”

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eurodollIl capo dello Stato francese, Hollande, pensa che l’euro – a 1,3133 sul dollaro ieri sera – resti di gran lunga troppo forte. Dalla tarda primavera, è vero la moneta unica ha iniziato a dirigersi verso sud nei grafici. Ma alla Francia e agli esportatori italiani non può bastare il calo del 5,3% dai picchi di 1,39 di inizio maggio.

Come Hollande, Draghi sa benissimo che un altro, robusto tratto sulla strada del deprezzamento risolverebbe vari problemi senza troppi costi politici. Gli esportatori in Francia, Italia, ma anche in Germania, avrebbero un’arma di più per contrastare la frenata degli ordini dall’estero legata anche alla guerra in Ucraina. E beni e servizi all’import costerebbero un po’ di più, aiutando la Bce a alzare il tasso d’inflazione.

Di sicuro questo tema peserà sul tavolo del consiglio direttivo della Bce che, giovedì a Francoforte, discuterà se e cosa decidere. Ma anche nella gestione del tasso di cambio Draghi e gli altri 22 membri del consiglio hanno sempre lo stesso problema: le falle politiche di Eurolandia, che la Bce cerca di riempire supplendo il vuoto politico dei governi. Il livello dell’euro rispetto alle altri grandi valute sarebbe una competenza condivisa fra la Bce e i leader dei Paesi dell’area, ma questi ultimi sembrano incapaci di esprimere un orientamento: hanno posizioni troppo diverse fra loro. Allo stesso tempo, la Bce ha difficoltà a condurre la campagna che sarebbe senz’altro più logica ed efficace: vendite dirette di euro in cambio di dollari. La storia dell’euro, in realtà, ha già conosciuto interventi delle banche centrali per influenzare il cambio. Nel novembre del duemila l’Eurotower, la Fed ed altre banche centrali irruppero insieme sui mercati per comprare euro, caduto a 0,82 sul dollaro, e far capire che non ne avrebbero più tollerato un’ulteriore scivolata. Ora però se la Bce si muovesse da sola, senza l’assenso della Fed, verrebbe accusata di violare il patto (informale) fra banche centrali del G7 di non interferire mai con le monete degli altri.

Draghi però sa che questi interventi sarebbero esattamente ciò di cui Eurolandia ha bisogno. Non è dunque escluso che la Bce cerchi di far compiere al mercato il lavoro che lei stessa non può fare: vendere euro e comprare dollari, o altre valute. È per questo che in questi giorni il mercato ha preso posizione sullo scenario di un imminente taglio dei tassi della Bce. Quello principale scenderebbe da 0,15% a 0,05% e per il tasso di cambio farebbe una differenza importante. Poiché i prestiti sono così a buon mercato, molte grandi private sarebbero spinte a finanziarsi in Bce e poi a vendere euro per investire a rendimenti più alti in dollari, in sterline, in real brasiliani o in rand sudafricani. È quello che i tecnici chiamano “carry trade”: indebitarsi in una valuta che richiede bassi tassi d’interesse e investire in titoli a reddito fisso in un’altra valute che offre più interessi più alti. Puntualmente, l’effetto netto del “carry trade” è che la valuta di finanziamento perde valore perché viene venduta in modo sistematico. In passato è toccato allo yen e al dollaro: questa volta potrebbe toccare all’euro.

Resta da vedere se basterà a bloccare la scivolata verso la deflazione. Draghi non persegue un obiettivo nel tasso di cambio, perché non è nello statuto della Bce. Senz’altro però anche nell’Eurotower saranno stati fatti i conti: basta un ulteriore 7% o 8% di svalutazione dell’euro sul dollaro, verso quota 1,20, per dare un po’ di fiato all’export e contenere le spinte alla caduta dei prezzi al consumo. E né Draghi, né Hollande, né una Germania in piena perdita di velocità sull’export si opporrebbero a questo scenario.   

Da un articolo di F.Fubini su Repubblica del 2 settembre 2014

http://www.repubblica.it/economia/2014/09/02/news/euro_debole_ultima_carta_di_super-mario_aiuta_l_export_e_blocca_la_deflazione-94846249/?ref=HREC1-6

 

(02 settembre 2014)

 

UE: accordo sul bilancio per i prossimi 7 anni

bilancio ue“Un bilancio equilibrato e orientato alla crescita”, anche se “non perfetto”, ha detto il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, commentando l’intesa sul bilancio, che “ha dimostrato il senso di responsabilità collettivo” dei leader Ue. “E’ fatta! I 27 membri dell’Ue hanno trovato l’accordo sul quadro di bilancio 2014-2020. L’Europa ha dimostrato di essere in grado di agire”, è invece quanto ha scritto il portavoce del cancelliere tedesco, Angela Merkel, su Twitter. Salutando Mario Monti al termine del Summit, i principali leader europei gli hanno detto “mai l’Italia aveva ottenuto risultati così buoni”: lo ha riferito lo stesso ex premier a Bruxelles al termine del Vertice europeo. “Un buon compromesso”, ha detto il presidente francese François Hollande…..

Ma a farla da padrone sono soprattutto i tagli, che vanno maggiormente a colpire aree nevralgiche per la crescita economica: infrastrutture, innovazione e ricerca vengono ulteriormente tagliati di 13,84 miliardi

http://www.repubblica.it/economia/2013/02/08/news/ue_proposta_bilancio-52176825/?ref=HREA-1

 

BILANCIO EUROPEO

Ognuno di noi paga 75 cent al giorno per il bene comune a dodici stelle. Meno di un caffè al bar sotto casa. 

Gli amici dell’integrazione europea ripetono che i soldi messi nel bilancio europeo tornano. Il presidente dell’Europarlamento, Martin Schulz, ama ricordare che ogni euro investito in progetti transfrontalieri ne attira almeno altri tre o quattro. Si è vista fomentare una gran letteratura nelle capitali a proposito dell’Europa che ruba dai conti nazionali per spenderli a piacimento, ma è retorica populista. I soldi finiscono in programmi comuni e si moltiplicano, generano benessere e dunque domanda. Certo il principio della solidarietà fa sì che i più ricchi ci rimettano qualcosa. Ma i club si formano per condividere i denari, oltre che i sogni. E per dare una chance a chi a meno.

Il meccanismo di definizione è preciso, abbastanza democratico e certamente laborioso. Si lavora su una pianificazione settennale, disegnata inizialmente dalla Commissione Ue (il braccio esecutivo), poi discussa e in generale riformulata dal Consiglio (gli stati), che chiudono un pacchetto da sottoporre al Parlamento Ue (eletto a suffragio universale). …

I soldi da spendere vengono versati dagli stati membri in proporzione del pil (circa 76% del totale), corroborati da una percentuale dei dazi doganali (12%), e da parte dell’Iva (11%). Il metodo fa si che i paesi più ricchi mettano più soldi in cassa, dunque Germania prima, poi Francia e Italia. I soldi, in genere, si rivedono. Però la regola della solidarietà fa si che chi sta meglio spenda più di quanto raccolga. In gergo si chiamano “contributori netti” e noi siamo i re della categoria per due motivi. Uno l’ha spiegato più volte il premier Monti, l’intesa 2006-2013 non è stata ben negoziata (da Berlusconi). L’altro è la nostra storica limitata capacità di assorbimento dei fondi.

Sin dall’inizio della comunitaria la principale destinazione di spesa è la Pac, politica agricola comune. «Si tratta di assicurare la certezza alimentare», l’ha riassunta François Hollande. Francia e Italia sono i principali beneficiari degli aiuti (58,7 nel 2011 per le risorse naturali) che rappresentano una ricetta composita di protezione e sviluppo (nonché consenso). C’è chi dice che senza la Pac mangeremmo solo cinese, ma anche chi ritiene che le vacche si siano mantenute grasse coi soldi dei contribuenti. Gli scandali sulle quote latte violate e le arance buttate non hanno fatto bene a una strategia che ha certamente avuto il merito di accelerare l’ammodernamento del comparto.

Seconda voce è la coesione. Gli aiuti regionali, sono 309 miliardi nella proposta Van Rompuy. L’Italia ne ha incassati a bizzeffe, costruendo e frodando con quasi pari dedizione. La Spagna ne ha fatto l’arma segrete per uscire dalla depressione postfranchista. I falchi del rigore vorrebbero tagliarli, insieme con l’agricoltura, per puntare sull’innovazione, 152 miliardi (2014-20, bozza) per le reti di Trasporto, Energia e Tlc. Queste saranno smagrite, mentre si cerca di salvare l’umanitario (l’Ue è il primo fornitore di aiuti) e piccoli gioielli come Erasmus, il più amato dai giovani. Come la Formazione di cui è parte (1,2 miliardi nel 2011) e la Ricerca (8,6 miliardi)

L’amministrazione europea costa fra il 5 e il 6 del totale, (8,2 miliardi nel 2011). E’ meno di quanto spende una media città italiana per la sua funziona pubblica. ….

http://www.lastampa.it/2013/02/08/economia/bilancio-ue-di-cosa-stiamo-parlando-ognuno-di-noi-paga-cent-al-giorno-aN70zDBnIp1Wac3vytbWnI/pagina.html