Italiani all’estero, i loro redditi valgono quasi mezzo punto di Pil

Ogni coincidenza dev’essere senz’altro casuale – ma fa riflettere – se l’Italia per certi aspetti sembra tornata al 1878. Agostino Depretis fu primo ministro in quell’anno di un Paese quantitativamente pari a metà di quello di oggi: lo abitavano poco meno di trenta milioni di persone, contro gli oltre sessanta milioni del 2016; lo lasciavano poco più di 50 mila italiani per cercare fortuna all’estero, contro i 115 mila che ufficialmente hanno compiuto lo stesso passo nel 2016.
In un dettaglio però l’Italia di quasi 140 anni fa e quella attuale si somigliano in modo sorprendente: l’importanza del denaro guadagnato dai suoi cittadini all’estero e portato in patria per garantire il tenore di vita delle famiglie. Quelle somme valevano mezzo punto percentuale del Prodotto interno lordo nel 1878, secondo le stime più accettate, e sono tornate a pesare lo stesso rispetto al reddito nazionale l’anno scorso. Noi italiani non assomigliamo più ai nostri nonni, bisnonni o prozii con le valigie di cartone o i visti laboriosamente ottenuti dopo infinite umiliazioni burocratiche. Non assomigliamo più neppure alla generazione dei nostri padri e alla loro sarcastica e dolorante epopea da pane e cioccolato. Ma siamo tornati a mandare soldi a casa. Neanche pochi.

Il confronto

La sorpresa salta fuori nelle pieghe della bilancia dei pagamenti così come viene declinata negli annessi alla Relazione annuale sul 2016 appena pubblicata dalla Banca d’Italia. L’anno scorso gli italiani hanno guadagnato all’estero e portato a casa 7,2 miliardi di euro. Appena meno di mezzo punto del Prodotto interno lordo, esattamente come nel 1878. Lo hanno fatto, come allora, in grandissima parte come lavoratori dipendenti.
Le differenze è che oggi questa tendenza rivela non solo il disagio economico delle famiglie d’origine, ma anche quanto sia entrata nel sangue degli italiani l’integrazione economica internazionale che va sotto il nome di globalizzazione. Un’occhiata ai dati della bilancia dei pagamenti mostra infatti due flussi paralleli di guadagni all’estero, che gli italiani portano o mandano ai loro congiunti in patria. Il flusso più tradizionale riguarda le rimesse, ovvero i soldi guadagnati all’estero e poi spediti in Italia. Dopo quattro decenni di declino, esse risultano in notevole aumento benché pur sempre in dimensioni contenute.
Le rimesse dei migranti dall’estero verso l’Italia valevano 228 milioni di euro nel 2004 e 478 milioni nel 2011, nel pieno della Grande recessione. Poi nel 2015 e l’anno scorso questa voce della bilancia dei pagamenti è cresciuta a quota 646 milioni di euro, quasi triplicata in poco più di dieci anni.
Era prevedibile, dato che l’emigrazione ufficiale degli italiani verso l’estero è più che raddoppiata dalle 50 mila persone l’anno durante il ventennio chiuso nel 2009, fino ai 115 mila del 2016. Il flusso risulterebbe del resto molto più robusto, se si potessero contare con precisione coloro che lasciano l’Italia per Amburgo, Londra o Zurigo ma non compaiono nelle statistiche perché non cancellano la residenza nei Comuni di provenienza. Nel 2014 per esempio l’ufficio statistico della Germania ha contato in arrivo dall’Italia oltre il quadruplo degli italiani che secondo l’Istat, l’autorità statistica di Roma, erano partiti per la Repubblica federale quell’anno. All’Italia ne risultavano 17 mila, alla Germania 84 mila.

Le famiglie

Viste le dimensioni, queste rimesse di tipo tradizionale probabilmente integrano il reddito di circa 50 o 60 mila famiglie per poche migliaia di euro l’anno. Impossibile dire dove vivano i beneficiari, ma la verità potrebbe sorprendere: forse più a Nord che nel Mezzogiorno, più nelle città che nelle aree rurali. In uno studio per il «National Bureau of Economic Research» americano Massimo Anelli e Giovanni Peri hanno infatti mostrato, sulla base di dati della Farnesina, che l’attuale ondata migratoria verso l’estero viene molto più dal Settentrione d’Italia che dal Sud. E la alimentano più le città e le aree ad alta densità di laureati che le campagne e le aree arretrate. Abbiamo ripreso a mandare soldi a casa, ma non siamo più gente da pane e cioccolata. Produciamo raffinati cervelli in fuga, ma un po’ si sacrificano per la famiglia come i loro progenitori.
Resta il fatto che il grosso dei redditi maturati all’estero entra in Italia in modo meno tradizionale e più contemporaneo. È la linea della bilancia dei pagamenti che mostra in gran parte i redditi dei lavoratori frontalieri (e in parte minore quelli dei dipendenti italiani di aziende del Paese operanti fuori dei confini). Quei valori sono esplosi negli ultimi anni: i redditi dei lavoratori frontalieri riportati in patria valevano 4,5 miliardi nel 2011 e sono saliti fino a 6,6 miliardi l’anno scorso.

Le risorse

Sono i soldi delle decine o centinaia di migliaia italiani che al mattino presto prendono un treno locale e vanno a lavorare in Svizzera, in Francia o in Austria per ritornare la sera. È una forma di emigrazione parziale, sicuramente molto più intonata a un’economia del ventunesimo secolo. Ma conta finanziariamente sempre di più per permettere a centinaia di migliaia di italiani delle provincie del Nord di quadrare la contabilità familiare ogni mese.
La somme delle due fonti di redditi maturati all’estero e trasferiti in Italia – rimesse tradizionali e redditi dei frontalieri – arriva quasi a mezzo punto di Pil. Come nel 1878, se non fosse che allora il pendolarismo attraverso le frontiere era impensabile. La somma totale è comunque salita di 2,3 miliardi di euro fini a 7,2 miliardi dal 2011 e ormai supera quella di tutte le rimesse che gli immigrati stranieri mandano dall’Italia verso il resto del mondo. Quest’ultima, per la crisi e per la repressione di certe frodi dei cinesi a Prato e a Roma, è infatti crollata da 7,3 a 5 miliardi in pochi anni.

FEDERICO FUBINI

Corriere della Sera, 19 giugno 2017

http://www.corriere.it/economia/17_giugno_18/rimesse-italiani-all-estero-valgono-quasi-mezzo-punto-pil-d58d17a4-5462-11e7-b88a-9127ea412c57.shtml

Cassazione: “I migranti devono conformarsi ai nostri valori, anche se diversi dai loro”

In una società multietnica, l’immigrato ha l’obbligo di «conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano». È quanto stabilisce la Corte di Cassazione nella sentenza con cui respinge il ricorso di un indiano sikh contro la condanna a 2 mila euro di ammenda per aver portato fuori di casa, senza un motivo giustificato, un coltello lungo 18,5 cm, comportamento conforme – secondo l’uomo – ai precetti della sua religione. In realtà, sottolineano i giudici, «la decisione di stabilirsi in una società in cui è noto, e si ha consapevolezza, che i valori di riferimento sono diversi da quella di provenienza ne impone il rispetto e non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante».

Limite costituito da civiltà giuridica del nuovo Paese

«In una società multietnica, – prosegue il verdetto della Suprema Corte – la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante». Con questa sentenza, i supremi giudici hanno respinto il ricorso di un indiano sikh condannato a duemila euro di ammenda dal Tribunale di Mantova, nel 2015, perchè il sei marzo del 2013 era stato sorpreso a Goito (Mn), dove c’è una grande comunità sikh, mentre usciva di casa armato di un coltello lungo quasi venti centimetri. L’indiano aveva sostenuto che il coltello (kirpan), come il turbante «era un simbolo della religione e il porto costituiva adempimento del dovere religioso». Per questo aveva chiesto alla Cassazione di non essere multato, e la sua richiesta era stata condivisa dalla Procura della Suprema Corte che, evidentemente ritenendo tale comportamento giustificato dalla diversità culturale, aveva chiesto l’annullamento senza rinvio della sentenza di condanna.

“Con trasferimento consapevolezza di valori sono diversi”

Ad avviso della Prima sezione penale della Suprema Corte, invece, «è essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina». Il verdetto aggiunge che «la decisione di stabilirsi in una società in cui è noto, e si ha la consapevolezza, che i valori di riferimento sono diversi da quella di provenienza, ne impone il rispetto e non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante».

La Stampa 15 maggio 2017

http://www.lastampa.it/2017/05/15/italia/politica/cassazione-i-migranti-devono-conformarsi-ai-nostri-valori-Dq8iz2O3wyqUOkuhNxZ3FP/pagina.html

Populismi, disoccupazione e deficit così la politica frena l’economia

goldilocks-the-three-bears1Goldilocks, fanciulla coi capelli biondi di una favola per bambini (“Riccioli d’oro e i tre orsi”), è stata rapita dagli economisti americani che ne hanno fatto un simbolo della congiuntura attuale. Un’economia Goldilocks, nel gergo degli esperti, è passabile, né depressa né surriscaldata, meglio comunque dei due estremi opposti. Molti oggi vedono l’economia mondiale con gli occhiali di un’aurea mediocritas. Il Giappone cresce dell’1%, quindi la ricetta del suo premier (“Abenomics”) funziona abbastanza. Le previsioni della Commissione Ue danno segnali di miglioramento – l’eurozona crescerà dell’1,6% rispetto alla precedente previsione dell’1,5%. Negli Usa la congiuntura si scalda e la Federal Reserve tornerà ad alzare i tassi. Nessuno dei problemi di fondo è stato risolto, in molti paesi la disoccupazione giovanile resta eccessiva, le diseguaglianze ai massimi storici, però questa “mediocre” congiuntura è meglio che niente. Soprattutto a confronto con quel che potrebbe farla deragliare: i problemi maggiori – dall’America alla Francia all’Italia – vengono tutti dalla politica.

Cominciamo dal più grosso, l’elefante nella cristalleria, The Donald. La capigliatura dorata di Goldilocks lui ce l’ha. E più che un’aurea mediocritas, ai mercati sta ispirando euforìa: ieri un altro record di Borsa è stato polverizzato, la capitalizzazione dell’indice S&P’s 500 ha superato i 20 mila miliardi di dollari per la prima volta. A eccitare gli investitori: l’annuncio che Trump ben presto svelerà il suo piano per la maxi-riduzione di imposte.
Tra i settori più elettrizzati, e premiati in Borsa, le banche hanno un motivo in più per gioire: Trump ha iniziato a smantellare le regole obamiane su Wall Street. E ci sono ben tre posti liberi ai vertici della Federal Reserve, tra un anno quattro con la fine del mandato della presidente Janet Yellen. Avremo una banca centrale trumpiana, cioè amica di Wall Street. «È stata probabilmente una cattiva idea vendere le azioni perché temete Trump», commenta amaro l’esperto finanziario Neil Irwin sul New York Times (c’è cascato pure George Soros, però). Dunque viviamo, come il Candide di Voltaire, nel migliore dei mondi? Eppure sul Wall Street Journal – che a differenza del New York Times non si può considerare un giornale “di opposizione” – si affollano gli allarmi, le messe in guardia, le previsioni negative. La politica c’entra. Mentre ai mercati e ai chief executive piace la parte “reaganiana” dell’agenda Trump – meno tasse, meno regole – c’è chi comincia a paventare un’esplosione di deficit pubblici se il presidente mantiene anche la promessa “di sinistra” (keynesiana) sui maxi-investimenti in infrastrutture. E soprattutto, quasi all’unanimità gli economisti giudicano pericolosi i venti di guerra commerciale, la spirale protezionista in cui Trump potrebbe risucchiare il mondo intero.
Il che ci porta all’Europa. Dove la crescita è modesta, insufficiente, ma apprezzabile rispetto ai disastri che potrebbero essere in agguato dietro l’angolo. Tutti legati al calendario politico. Il negoziato Brexit sta appena cominciando e non si sa dove andrà a finire, con quali costi per le due parti in corso di divorzio. La Francia potrebbe avere come presidente Marine Le Pen, favorevole all’uscita sia dall’euro sia dalla Nato. Dopo Brexit, Frexit, magari pure Nexit (Netherlands) se girano a destra gli olandesi. L’Italia è parte di questo sisma politico del Vecchio continente, ci aggiunge il debito pubblico più grosso d’Europa e un sistema bancario malato. Per l’investitore americano costretto alle semplificazioni del Financial Times e dell’Economist, è inquietante vedere il nome dell’Italia affiancato così spesso a quello della Grecia.
Il Giappone è un caso a parte e la sua versione della favola Goldilocks si presta a una lettura anti-conformista. La crescita dell’1% è modesta, ma da tempo esiste una contro-narrazione, nella chiave della decrescita felice. Il Giappone è stato il primo a sperimentare la denatalità, ha una popolazione in calo, il suo Pil nazionale è un indicatore ingannevole, invece il Pil pro capite ci restituisce l’immagine di un paese i cui abitanti stanno meglio di quanto crediamo. A dispetto del “politically correct” va ricordata anche un’altra anomalia giapponese: potrebbero crescere di più se accettassero di rimpinguare la forza lavoro con più immigrati coreani cinesi o filippini, ma se ne guardano bene. Anche a Tokyo i pericoli in agguato sono politici: soprattutto l’incognita protezionismo, e le tensioni con la Cina nell’èra Trump.
Nella versione originale della favola di Goldilocks (Robert Southey, 1837) non c’è affatto il lieto fine. Riccioli d’oro deve sfuggire agli orsi, si rompe l’osso del collo e finisce in ospedale. Vatti a fidare degli economisti.
Federico Rampini
La Repubblica 14 febbraio 2017

QUANDO L’AMERICA CHIUDEVA LE PORTE

manzaGrazie alla forza della grande democrazia americana, lo scrittore James Ellroy ha potuto raccontare in «Perfidia» (tradotto in Italia da Einaudi Stile Libero) il rastrellamento e la reclusione di oltre centomila giapponesi, molti dei quali già cittadini americani da una generazione, nei campi di internamento, insomma nei Lager, messi frettolosamente su in California all’indomani dell’attacco nipponico a Pearl Harbor. Grazie alla forza della democrazia americana, si può raccontare quella violazione dei diritti di una minoranza nazionale, bambini, donne, anziani, colpevole solo di essere minoranza di un Paese in guerra. L’umanità calpestata dei civili di origine giapponese, una delle pagine più nere della storia degli Stati Uniti. E grazie alla forza della democrazia americana non si può nascondere l’altra macchia della sua storia, il rifiuto di far approdare sulle coste americane, nel 1939, alla vigilia della catastrofe, la nave Saint Louis carica di oltre 900 ebrei, molti bambini, in fuga dalla Germania nazista e che era stata rifiutata prima da Cuba e dal Canada. Un’altra storia di discriminazione, di rifiuto dell’accoglienza.

L’America però sa fare i conti con se stessa e i propri orrori. Oggi che i muri sono di nuovo alzati e si avverte il sentore pesante di nuove discriminazioni, di popoli, etnie, religioni messe al bando, il simbolico filo spinato srotolato per garantire la chiusura di una nazione-fortezza, non si può dire che gli Stati Uniti non abbiano alle spalle episodi terribili. «Datemi i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere, i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste a me, e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata». Non sempre l’America è stata all’altezza, e adesso rischia di non esserlo ancora, delle parole che stanno alla base della Statua della Libertà. Popoli «desiderosi di respirare liberi» rigettati indietro.

Manzanar è un nome terribile, nella storia di discriminazione anti nipponica cominciata nel ’42. È il lager più grande di quell’arcipelago di campi definiti «War Relocation Authority» in cui raccogliere la popolazione giapponese d’America per dare attuazione a un decreto del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt (l’Executive Order 2066). L’ordine era quello di mettere sotto chiave la possibile «quinta colonna», il nemico interno di civili, anziani e bambini che vivevano pacificamente a Oggi che i muri sono di nuovo alzati, si avverte il sentore pesante di nuove discriminazioni Los Angeles e lungo la California che dava sull’Oceano Pacifico. Dopo l’aggressione di Pearl Harbor, l’amministrazione americana ruppe finalmente gli indugi e decise di intervenire a fianco delle forze che si battevano contro Hitler e l’alleanza tra la Germania, l’Italia e il Giappone. Fu una scelta molto controversa ed è il caso di ricordare, proprio oggi che si teme un’involuzione dell’America trumpiana in senso isolazionista, che furono soprattutto i settori progressisti di sinistra e pacifisti a battersi contro l’intervento Usa nella guerra: basta ricordare il personaggio di Barbra Streisand in «Come eravamo», appassionata idealista che in nome della pace si batte contro la scelta militare americana contro il tiranno tedesco. Ma dopo quella scelta una corrente di isteria anti nipponica fece accettare alla democratica America l’istituzione di campi di internamento che non avevano niente a che vedere con la sicurezza militare. Ogni giorno a Manzanar e negli altri campi venivano scaricate migliaia di persone in condizioni che è facile immaginare. Le parole scolpite alla base della Statua della Libertà, che avevano reso grande e accogliente la grande nazione americana, rimasero allora tristemente inascoltate.

La storia della nave Saint Louis dimostra invece che le masse di profughi, chi fuggiva dalla morte, dalla distruzione, dalla persecuzione non sempre sono state illuminate dalla «fiaccola» retta dalla Statua della Libertà. All’indomani della Notte dei Cristalli, quando la sorte degli ebrei tedeschi sembrava oramai segnata, quegli oltre novecento ebrei imbarcati non avrebbero immaginato di essere respinti dalla terra della libertà e del sogno, delle opportunità e dell’accoglienza, dall’America costruita dagli immigrati che scappavano dalla miseria e dalla tirannia. E invece negli Stati Uniti, la rigida politica delle quote di immigrazione (ecco come la storia cerca di assomigliare sempre a se stessa, pur nel mutare delle circostanze politiche) non piegò le autorità americane. Quegli ebrei in fuga dovevano essere ricacciati nelle acque dell’oceano. E infatti la nave tornò indietro, ad Anversa. E si calcola che poco più di un terzo di quelle donne, di quei bambini, di quei vecchi che scappavano dal nazismo e dalla morte verrà inghiottito dalla macchina dello sterminio. L’America democratica si dimostrerà insensibile e sorda, anche se con l’intervento militare quell’indifferenza verrà almeno in parte riscattata. Quelle macchie sulla storia rischiano però di essere dimenticate e una nuova indifferenza alle sorti dei perseguitati e delle «masse infreddolite» può imbrattare ancora indelebilmente una grande democrazia e una grande nazione.

Pier Luigi Battista

Corriere della Sera 2 febbraio 2017

http://www.corriere.it/esteri/17_febbraio_02/quando-l-america-chiudeva-portei-giapponesi-internati-ebrei-respinti-757c0158-e8bb-11e6-b85e-cfb9b1bcef6b.shtml

Guida al neoprotezionismo l’America che esalta Wall Street

trump-protezionismoNel giorno del Muro col Messico, Wall Street segna un record storico con l’indice Dow Jones a quota 20.000. I mercati celebrano la svolta di Donald Trump. America First — slogan che racchiude protezionismo commerciale, nazionalismo economico, restrizioni sugli immigrati — lungi dal provocare incertezze tra gli investitori, ne alimenta l’ottimismo. Siamo agli effetti- annuncio, ma c’è una coerenza implacabile nella raffica di “ordini esecutivi” firmati nei primi tre giorni lavorativi alla Casa Bianca. Molti pensarono che certe proposte erano slogan da comizio elettorale. Lui li smentisce: fa quel che aveva promesso. C’è un disegno organico, un progetto di economia e di società molto diverso dall’America che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.
MURO, TPP, AUTO
Lunedì ha abbandonato il trattato di libero scambio con l’Asia- Pacifico (Tpp), ha annunciato che rinegozierà il mercato unico nordamericano (Nafta), venerdì riceve Theresa May con un gesto di omaggio a Brexit. È protezionismo commerciale classico. Trump non crede che la riduzione delle barriere agli scambi abbia giovato all’economia americana. Ai chief executive dell’automobile ha proposto un modello alternativo: smettetela di costruire fabbriche nei paesi emergenti, rimpatriate la produzione, io vi ricompenso con meno tasse sui profitti e meno regole anti-inquinamento. Per chi non obbedisce c’è la minaccia di super-dazi sulle importazioni. Il Muro col Messico? Per ora è un annuncio simbolico, peraltro un pezzo di fortificazione esiste già e la fece costruire Bill Clinton. Ma siamo ancora nell’ambito del protezionismo, questa volta “demografico”. Il segnale di Trump è una priorità ai bisogni degli americani, sposando la tesi che gli immigrati creano insicurezza.
È POSSIBILE RITIRARSI DENTRO GLI STATI-NAZIONE?
Quale America e quale mondo prefigura Trump? Nulla che non sia già accaduto. I più pessimisti evocano un ritorno agli anni Trenta, quando la Grande Depressione fu propagata e aggravata da misure protezionistiche e rappresaglie (in Italia ci fu l’autarchia mussoliniana). C’è un precedente meno apocalittico: gli anni Cinquanta, segnati da un commercio estero più controllato, con restrizioni valutarie e limiti ai movimenti di capitali. Un moderato protezionismo commerciale fu praticato da Ronald Reagan, convinse la Toyota a costruire auto in America. Per l’immigrazione, l’attuale apertura degli Stati Uniti è frutto di una svolta recente, alla metà degli anni Sessanta; prima ci furono periodi di chiusura, con restrizioni drastiche verso alcune etnie. Nel mondo contemporaneo ci sono modelli nazionali che scoraggiano l’immigrazione (Cina, Giappone, di recente l’Australia).
TRUMP NON È L’UNICO ANTI-GLOBAL
La critica agli effetti nefasti della globalizzazione esplose nel 1999 con la protesta di Seattle contro un vertice del Wto. C’è sempre stata un’opposizione di sinistra al liberoscambismo. Bernie Sanders l’ha ereditata da Occupy Wall Street e in campagna elettorale ha detto cose simili a Trump. Tra gli economisti i premi Nobel Angus Deaton e Joseph Stiglitz denunciano da anni la “redistribuzione alla rovescia” che ha accompagnato la globalizzazione: pur riducendosi le diseguaglianze Nord-Sud o Occidente- Oriente, sono peggiorate all’interno di ciascuna nazione. L’impoverimento della classe operaia poi del ceto medio; l’inversione delle aspettative coi figli destinati a stare peggio dei genitori, coincidono con una concentrazione dei benefici a vantaggio di ristrette élites (grandi azionisti e top manager, dalla finanza alla Silicon Valley). Trump ha cavalcato un disagio diffuso, incarna un nazionalismo economico di destra, ma ci sono convergenze con la sinistra.
A CHI FA MALE IL PROTEZIONISMO?
La crescita non è un gioco a somma zero in cui se tu ti arricchisci io divento più povero; l’aumento degli scambi diffonde benefici a tutte le nazioni; se invece io alzo le barriere e pretendo di consumare solo ciò che produco in casa mia, alla fine gli altri faranno lo stesso, le industrie esportatrici saranno rovinate e ci ritroveremo tutti più poveri. Questo è l’argomento classico contro il protezionismo in nome delle regole dell’economia di mercato: se io sono aperto a comprare i prodotti altrui, gli altri compreranno i miei, è un circolo virtuoso. La pratica è diversa dai manuali accademici. Anche nella globalizzazione ci sono protezionismi nascosti (vedi la Cina) che non hanno reso perfettamente reciproche le aperture dei mercati. Inoltre è mancato un elemento del circolo virtuoso: la globalizzazione non ha esportato diritti, le potenze emergenti come la Cina non hanno adottato le nostre libertà sindacali. Peggio ancora, paesi straricchi come Inghilterra e Lussemburgo hanno fatto “dumping fiscale” attirando le multinazionali nei paradisi dell’elusione.
GUERRA ASIMMETRICA (E POVERA ITALIA)
Così come alcune nazioni (Cina) hanno guadagnato più di altre dalla globalizzazione, per lo stesso motivo qualcuno può trarre almeno a breve termine dei vantaggi da una retromarcia. Gli Stati Uniti hanno un vasto mercato interno, e sono in deficit commerciale da sempre verso Cina, Germania. Perciò sono un caso da manuale in cui un ritorno ai dazi può dare benefici, almeno nell’immediato. L’Italia sta dal lato delle economie estroverse ed esportatrici come la Germania. L’euforia di Wall Street si spiega anche così: i mercati scommettono che il mix trumpiano di nazionalismo economico, sgravi fiscali, investimenti pubblici (armamenti e infrastrutture), deregulation, possa dare stimolo a crescita e profitti. Nel lungo termine il rischio è che gli altri rispondano con rappresaglie, danneggiando perfino un’economia grossa e relativamente autosufficiente come gli Usa. C’è la variante bluff: poiché l’America ha meno da perdere, la minaccia del protezionismo può costringere la Cina a una maggiore reciprocità?
CONSUMATORI O LAVORATORI
È il dilemma antico della globalizzazione. Il made in China (o in Vietnam, Bangladesh, Messico, Romania) mi costa meno e quindi è un beneficio per me in quanto consumatore, rafforza il potere d’acquisto. Ma se io lavoro in un settore che viene smantellato e spostato in un paese emergente, il mio potere d’acquisto crolla. Questo dilemma ha una versione “macro”. La globalizzazione ha creato un mondo di deflazione, prezzi fermi o calanti, che contribuiscono al ristagno. Trump può fabbricare inflazione, cosa che non sono riusciti a fare le banche centrali stampando moneta e comprando bond. Tutti gli scenari sono sconvolti.
MERCI O MIGRANTI
Una contraddizione c’è fra Muro e protezionismo commerciale. È più facile ridurre i flussi migratori se i paesi emergenti possono esportare merci anziché esseri umani. L’emigrazione di messicani si è ridotta quando l’economia del loro paese è andata meglio. Chiudere le frontiere alle merci e anche agli immigrati è dirompente. I problemi sono acuti per alcuni settori: Apple ha una complessa catena di fornitori di componenti elettronici sparpagliati nel mondo intero, rilocalizzare tutto negli Stati Uniti è difficile. Inoltre la Silicon Valley, così come altri settori dell’economia Usa, nell’immigrazione qualificata ha trovato un motore di dinamismo, creatività.
Federico Rampini
La Repubblica 26 gennaio 2017

Brexit: hanno perso giovani, laureati e i liberal metropolitani

I giovani sarebbero rimasti, hanno votato in massa «Remain». Per loro hanno deciso quelli che sono nella fase declinante della parabola della vita, arroccati in difesa di posizioni e privilegi, spaventati da frontiere troppo lasche. Lo spiega bene l’analisi dell’istituto Yougov (che a chiusura seggi dava in vantaggio il Remain, con il 75% dei votanti tra i 18 e i 24 anni che hanno votato per rimanere nell’Unione.

Anche la maggior parte degli adulti tra i 25 e i 49 anni, quelli all’inizio o nel pieno della vita lavorativa, ha scelto la permanenza nella Ue. La curva dei voti flette nella fascia d’età che va dai 50 ai 65 anni (dove il Remain cala al 42%) per precipitare al 36% tra gli over 65, i più entusiasti per l’uscita. Grandi sconfitti i giovani, insomma.

Ma la spaccatura, oltre che generazionale, è anche di istruzione: fra chi ha una laurea, il 71% ha votato contro la Brexit e quindi per restare in Europa, il 29% a favore. Chi ha titoli di studio inferiori ha votato al 55% a favore della Brexit e al 45% per restare in Europa. Ed è pure di classe: per la vittoria del Leave è stato determinante il trionfo nelle contee conservatrici e nelle aree dove il Labour è più forte: Inghilterra del Nord e Galles. Per l’Independent, i lavoratori preoccupati per l’immigrazione hanno scelto di allontanarsi dall’Europa, mentre la classe metropolitana, liberale, ha votato per la globalizzazione.

E per rimanere nel campo delle frammentazioni: il corrispondente politico del Daily Telegraph Ben Riley-Smith fa la conta (Galles: Leave; Inghilterra: Leave; Scozia: Remain; Irlanda del nord: Remain) e si chiede: cosa ne sarà adesso del Regno «Unito»? Mentre il Washington Post ospita una proposta «provocatoria» di David Harsanyi, condirettore della rivista online The Federalist, che propone un esame di educazione civica per gli elettori, perché una democrazia non informata è «il preludio a una farsa o a una tragedia».

Antonella De Gregorio

Corriere della Sera 24 giugno 2016

http://www.corriere.it/esteri/brexit/notizie/brexit-hanno-perso-giovani-7591896a-39e8-11e6-b0cd-400401d1dfdf.shtml

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/brexit-mappa-voto-scozia-nord-irlanda-e-londra-pro-remain-1275618.html

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Cinque cose da sapere per capire cos’è la Brexit

referbrexIl 23 giugno nel Regno Unito si terrà un referendum per decidere se Londra rimarrà nell’Unione europea oppure se ne uscirà. Il referendum è delicato e in molti temono che possa provocare un effetto domino su altri paesi dell’Unione europea, in cui l’euroscetticismo è in aumento, alimentato da diffusi sentimenti antimmigrazione e dalla sensazione che l’economia europea sia in crisi. Ecco cinque cose da sapere ..

Da chi è stato convocato il referendum?

La consultazione è stata convocata dal premier David Cameron per rispondere alle richieste sempre più pressanti dei parlamentari conservatori e dell’Ukip, il partito nazionalista ed euroscettico guidato da Nigel Farage. Cameron, che ha vinto le elezioni nel 2015, ha promesso durante la sua campagna elettorale che avrebbe convocato il referendum sulla Brexit, se fosse stato eletto. L’Ukip sostiene che i cittadini britannici non hanno avuto voce in capitolo sui rapporti tra Londra e Bruxelles a partire dal 1975, quando decisero di rimanere in Europa in un’altra consultazione. Il Regno Unito era entrato in Europa due anni prima. Gli euroscettici sostengono che l’Unione europea è cambiata molto da allora ed esercita sempre maggiore controllo sui cittadini. Convocando il referendum, David Cameron ha detto: “È tempo per il popolo britannico di dire la sua, risolvere la questione europea nella politica britannica”. A febbraio Cameron ha concluso un accordo con i leader dell’Unione europea che prevede una riforma del trattato di adesione e che concederà a Londra uno status speciale di autonomia su una serie di questioni: il potenziamento della competitività europea e la promozione degli accordi di libero scambio; l’esclusione del Regno Unito dall’impegno di andare verso “un’unione sempre più stretta”; la garanzia che i paesi dell’eurozona non operino in modo sfavorevole rispetto a quelli che non aderiscono alla moneta comune come il Regno Unito; e la limitazione dell’accesso ai servizi del welfare per i lavoratori immigrati comunitari che vivono in territorio britannico. I fautori della Brexit, tra cui molti parlamentari conservatori, tuttavia sostengono che le concessioni ottenute da Cameron non siano sufficienti e siano piuttosto degli aggiustamenti irrilevanti. Secondo gli ultimi sondaggi, i sostenitori del sì sono in vantaggio di sei punti, al 53 per cento, sui sostenitori del no al 47 per cento.

Chi sono e cosa vogliono i sostenitori della Brexit?

Tra i sostenitori dell’opzione leave (lasciare) ci sono molti conservatori come John Major e Boris Johnson, così come la maggior parte dei parlamentari Tory. L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea è appoggiata dal partito nazionalista Ukip, che alle ultime elezioni politiche ha preso il 13 per cento dei voti. I sostenitori della Brexit accusano l’Unione di avere imposto troppe regole e tasse alle imprese britanniche e inoltre di aver favorito l’immigrazione intereuropea. La libera circolazione delle persone è uno dei temi principali della campagna elettorale degli euroscettici. Il fronte euroscettico sostiene inoltre che, senza i vincoli della burocrazia europea, l’economia britannica sarebbe più florida. Alcuni sostenitori della Brexit hanno diffuso la notizia che Londra verserebbe 350 milioni di sterline ogni settimana per finanziare le istituzioni europee e i loro progetti. Questa somma, però, è stata molto contestata dagli analisti, secondo cui Londra versa una cifra inferiore a Bruxelles e, in cambio riceve numerosi finanziamenti dall’Unione europea per l’agricoltura e per progetti di cui beneficiano soprattutto i ceti meno abbienti e le aree più depresse del paese e per sostenerel’agricoltura.

Chi sono e cosa vogliono i sostenitori del no alla Brexit?

Il premier David Cameron è tra i sostenitori dell’opzione remain (restare) al referendum. Sedici ministri del governo sono schierati con il primo ministro, mentre molti parlamentari Tory sono a favore della Brexit. Il Partito laburista, lo Scottish national party (Snp) e i Lib Dem sostengono il fronte del no alla Brexit. I dirigenti del Partito laburisti, tuttavia, hanno mantenuto una posizione tiepida e sono stati accusati di non essersi schierati con chiarezza nel dibattito. Il leader del Labour Jeremy Corbyn il 14 giugno ha rivolto un appello ai suoi elettori affinché votino per la permanenza del Regno Unito nell’Unione, rimproverando i dirigenti del suo partito per il poco impegno nella campagna elettorale. Per i sostenitori dell’opzione remain, l’uscita del Regno Unito dall’Unione sarebbe un errore politico ed economico. Chi vuole rimanere nell’Unione sostiene che Londra, anche se uscisse, per mantenere rapporti commerciali privilegiati con l’Unione, dovrebbe comunque rispettare tutte le norme comunitarie e consentire la libera circolazione delle persone, con l’unica differenza di non avere alcun diritto di voto a Bruxelles. I sostenitori del remain sottolineano che il cinquanta per cento del commercio con l’estero del Regno Unito è con i paesi europei e che Londra è molto dipendente da Bruxelles. Anche per questo molte grandi aziende sono contrarie all’uscita del Regno Unito dall’Unione, perché per loro sarebbe più difficile spostare capitali, merci e persone all’interno del mercato europeo. Per esempio la Rolls-Royce ha mandato una lettera ai suoi dipendenti per chiedergli di votare l’opzione remain. Secondo la camera di commercio britannica, il 55 per cento dei suo componenti (piccole e medie aziende) vuole restare in Europa.

Se vincesse la Brexit, quanto tempo ci vorrebbe per uscire dall’Unione europea?

Se vincesse l’opzione leave, il Regno Unito dovrebbe cominciare un negoziato con i 27 leader dell’Unione europea per definire le condizioni della sua uscita. Questo processo potrebbe durare almeno due anni. Nel frattempo il Regno Unito dovrebbe rispettare comunque i trattati e le leggi europee, senza prendere parte ad alcun processo decisionale.

 

 

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