Germania, nuovo record del surplus

germasurLa Germania ha segnato il terzo record consecutivo di surplus commerciale, il più elevato dalla fine della seconda guerra mondiale, quando iniziò la rilevazione. Nel 2016 l’avanzo è salito a 252,9 miliardi di euro, rispetto ai 244 del 2015 e le esportazioni sono aumentate in un anno dell’1,2% mentre l’import è cresciuto solo dello 0,6 per cento. Con questi saldi, il commercio estero rappresenta ormai l’8,1 per cento del Pil del paese. In forte surplus anche le partite correnti, a 266 miliardi di euro, una misura della riluttanza delle aziende tedesche a investire in patria e quindi dei redditi in entrata dall’estero.
I dati, diffusi ieri dall’ufficio di statistica, sono destinati a rendere incandescente la polemica con l’amministrazione americana. Quando a luglio Donald Trump incontrerà i leader europei al G-20 la cancelliera tedesca, che ospiterà il vertice ad Amburgo, metterà subito sul tavolo il dossier commercio. L’Europa, ha detto qualche giorno fa Angela Merkel, deve capire meglio quali sono le vere «priorità» dell’amministrazione americana.
Le dichiarazioni protezionistiche del nuovo governo Usa preoccupano non poco la prima economia dell’Eurozona nonché terzo esportatore al mondo.
Se Washington vuole davvero chiudere i suoi confini erigendo barriere protezionistiche, i tedeschi rischiano di perdere il primo mercato di destinazione delle loro merci. Ma sarebbero pronti, così almeno ha affermato Merkel, a trovare nuovi sbocchi alla propria capacità produttiva, guardando all’Asia ma anche ad altre aree del mondo, come il Sudamerica.
Il confronto, a distanza, è già iniziato. Il presidente Trump ha tuonato contro la Germania che inonda gli Stati Uniti di automobili mentre i produttori americani non hanno sufficiente accesso al mercato tedesco. Ha rincarato la dose il capo del nuovo consiglio per il commercio estero, Peter Navarro, accusando la Germania di sfruttare una valuta comune, l’euro, ampiamente sottovalutata. Il botta e risposta è stato intenso negli ultimi giorni: «Accuse assurde» ha replicato il presidente della Bundesbank Jens Weidmann. Più interessante l’ammissione di Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze di Merkel: «È vero l’euro è sottovalutato, ma la colpa è della politica monetaria della Bce». Su quest’ultimo punto, tuttavia, nelle ultime ore i tedeschi hanno ammorbidito i toni e sono diventati più cauti nelle critiche all’istituto di Francoforte. Anche di questo hanno parlato ieri Angela Merkel e il presidente della Bce Mario Draghi.
La cancelliera ha intenzione di portare al G-20, oltre alla difesa del libero scambio, la lotta a eventuali guerre valutarie, che Trump ha già cercato di innescare dichiarando di volere un dollaro debole. C’è poi il delicato capitolo del cambiamento climatico. La Cina preme perché tutti e tre i punti vengano affrontati e diventino parte del comunicato finale ma sarà molto difficile trovare un modo per non entrare in rotta di collisione con gli Stati Uniti.
La Germania ha in questo momento bisogno come non mai di fare quadrato con i partner europei in una fase turbolenta che vede il passaggio più difficile nelle elezioni francesi (il primo turno sarà il 23 aprile, il ballottaggio il 7 maggio). I tedeschi sono particolarmente spaventati da una vittoria del partito anti-euro di Marine Le Pen. Per fare quadrato però Berlino deve andare incontro alle richieste dei partner Ue, anche ma non solo sullo squilibrio determinato dal suo enorme surplus.
Merkel non può aprire un confronto sul commercio con l’amministrazione americana e trascinarvi l’Unione europea senza l’impegno a “resituire” parte del surplus accumulato aumentando la quota di investimenti, pubblici e privati. Lo chiede Bruxelles da tempo, lo sottolineano anche gli economisti tedeschi. «I partner Ue trarrebbero grandi benefici da un aumento degli investimenti tedeschi – ha commentato Marcel Fratzscher dell’istituto Diw – ma soprattutto se ne avvantaggerebbe la Germania perché il gap negli investimenti e i surplus eccessivi non fanno bene all’economia». Le esportazioni, ha aggiunto l’economista, «non sono troppo alte ma sono basse le importazioni perché in Germania sono troppo bassi gli investimenti».

Roberta Miraglia

Il Sole 24 Ore, venerdì 10 febbraio 2017

Petrolio, salari e Usa. Ecco perché adesso ritorna l’inflazione

 
 iflazz«La notizia della mia morte è fortemente esagerata». Le parole di Mark Twain sono le più adatte a descrivere il ritorno dell’inflazione, che ha rialzato la testa nonostante le cupe predizioni di una deflazione secolare.
Gli ultimi dati dell’Ocse mostrano come a settembre nei Paesi ricchi i prezzi siano cresciuti a un ritmo annuale dell’1,2%, il tasso più alto da inizio anno. Negli Usa, l’inflazione è ormai all’1,6%, mentre nel Regno Unito, si è attestata allo 0,9%. Anche nell’eurozona il dato ha toccato lo 0,5%, il massimo da due anni e mezzo.
Questi numeri sono ovviamente ancora inferiori a quel 2% che la maggioranza degli economisti ritiene essere la giusta àncora di stabilità dei prezzi. Molte banche centrali stanno però già rispondendo: Janet Yellen, presidente della Us Federal Reserve, ha fatto intendere ieri che un rialzo dei tassi a dicembre è molto probabile. Le possibilità di un nuovo stimolo monetario nel Regno Unito dopo quello di agosto si sono di fatto azzerate. La causa è proprio la prospettiva di un’accelerazione dei prezzi legata anche alla svalutazione della sterlina dopo il referendum su Brexit.
Il segnale più visibile del ritorno dell’inflazione è nel mercato delle obbligazioni, dove gli investitori stanno chiedendo tassi più alti per compensare il rischio di un aumento dei prezzi. I bond decennali del governo Usa sono oltre il 2,20%. Anche nell’eurozona i rendimenti sono risaliti: i Btp a 10 anni erano ieri al 2,09%, con uno spread di 181 punti base rispetto al bund tedesco che, comunque, è tornato in territorio positivo dopo essere stato a lungo sottozero.
La recente accelerazione dei prezzi ha prima di tutto a che fare con il costo delle materie prime e, soprattutto, del petrolio. Tra giugno 2014 e gennaio 2016, il prezzo del Brent è sceso del 75%, arrivando a 29 dollari al barile. Da allora, il petrolio è risalito fino ai 47 dollari, contribuendo in maniera meccanica a spingere in su l’inflazione. L’altro motivo ha a che fare con la tiepida ripresa dei salari che si è palesata negli Stati Uniti, in Germania e soprattutto in Gran Bretagna.
Guardando avanti, gli spiriti animali degli investitori sono eccitati dalla prospettiva di un corposo taglio delle tasse da parte del presidente eletto Usa Donald Trump. Una manovra espansiva in una fase di crescita avrebbe l’effetto immediato di far avanzare ancora l’inflazione Usa. Misure protezioniste, come dazi sui prodotti provenienti da Cina e Messico e restrizioni all’immigrazione, potrebbero aggiungere secondo alcuni fondi, circa 0,3 punti percentuali agli indici di crescita dei prezzi. Le importazioni dall’America spingerebbero in alto i prezzi nel resto del mondo, contribuendo a una reflazione globale. Non è un caso che le aspettative di inflazione siano in rapida risalita.
C’è però chi la reflazione ancora non la vede: in Italia, per esempio, i prezzi sono scesi dello 0,2% a ottobre. Anche la Banca centrale europea non è convinta che le tendenze inflazionistiche siano durature. Nei resoconti della riunione del consiglio direttivo di ottobre pubblicati ieri, si legge come i banchieri centrali guidati da Mario Draghi restino convinti che la ripresa europea rimanga debole e dipenda in larga parte dalla politica monetaria espansiva della stessa Bce. L’inflazione “core”, che toglie gli elementi di volatilità come il petrolio, è bloccata allo 0,75% e Draghi ha detto che questo indicatore sarà importante per le decisioni future di Francoforte. Pertanto, nonostante la resurrezione dell’inflazione, molti analisti non si aspettano che la Bce interrompa gli acquisti di bond in scadenza a marzo 2017.
Ferdinando Giugliano
la Repubblica, venerdì 18 novembre 2016

Il prezzo dell’instabilità di Pechino

CHIMPOT È possibile che la tempesta di ieri sia riassorbita e che la Borsa cinese si riprenda. Non tanto per la spinta degli utili aziendali quanto perché le autorità cinesi potrebbero decidere di puntellare le Borseha finito il 2015 con uno squillante +9%, in netto contrasto con il segno meno registrato nello stesso anno dalla più blasonata Wall Street.
Stavolta però non si può escludere che il crollo delle borse mondiali di fronte alle difficoltà cinesi rifletta qualcosa di più profondo. Le arzigogolate vicende interne della Cina (paese socialista con capitalismo di Stato) sono ormai percepite dagli analisti di mercato come una minaccia permanente alla stabilità globale. Con il rinnovo delle misure dell’estate scorsa, il governo cinese potrà anche sostenere i corsi azionari per qualche tempo. Ma poi i temporanei divieti di vendita vengono a cadere. E i mercati già ora si chiedono cosa avverrà con il venire al pettine dei nodi irrisolti dell’economia cinese. Il primo di questi nodi è se il governo di Pechino sia in grado di governare la crescita come in passato. Un certo rallentamento dell’economia cinese è nelle cose, come già per altri miracoli economici asiatici come il Giappone e la Corea del sud. E infatti anche in Cina la crescita del 10% annuo del 1980-2010 è scesa al 7,5% del 2011-15 ed è prevista in ulteriore calo al 6,5% per il 2016-2020. L’inevitabile rallentamento è previsto e compreso dai mercati. La capacità del regime cinese di governare il rallentamento è invece meno certa di ieri. C’è poi da aggiungere che la Cina al rallentatore non è un paese come gli altri essenzialmente perché economicamente e demograficamente immenso. È la seconda economia del mondo, con un prodotto interno lordo superiore ai diecimila miliardi di dollari – il 60% di quello degli Usa, i tre quarti di quello dell’eurozona e il doppio di quello giapponese.  È un’economia che quando mette a segno un più sette per cento di crescita, genera 725 miliardi di dollari di redditi in più ogni anno, l’equivalente dell’intero Pil (Prodotto Interno Lordo) della Svizzera e poco meno di quello della Turchia. Una Cina che rallenta importa meno dai paesi confinanti e quindi trascina in giù le economie limitrofe, quelle avanzate come l’Australia (che vende materie prime al manifatturiero cinese) e quelle in via di sviluppo come il Vietnam (che della Cina è fornitore di lavoro a basso costo). L’instabilità della Cina non può quindi che trasmettersi prima di tutto agli altri paesi asiatici. Ma con una Cina che rallenta troppo pagano pegno anche i big del settore automobilistico tedesco e i produttori di beni di lusso italiani e francesi. La minor crescita di un grande paese manifatturiero e privo di petrolio ha anche un profondo impatto sui settori. Una Cina in frenata riduce la sua domanda di petrolio riducendone il prezzo. Un petrolio stabilmente basso è una manna per le aziende manifatturiere e di servizi di tutto il mondo. Ma un petrolio instabilmente basso aggrava le tensioni geopolitiche del Medio oriente, prima di tutto quelle tra Arabia Saudita e IranFinora la Cina e il suo governo hanno sempre smentito i profeti di sventura. Le riforme economiche introdotte da Deng Xiaoping e Jiang Zemin hanno incoraggiato l’imprenditorialità e promosso una maggiore apertura al mercato delle imprese pubbliche. Tutto questo ha portato la Cina nel Wto nel 2001. Con quelle riforme la crescita è arrivata. Ora però rimane la parte difficile. Si tratta di fare piazza pulita dei monopoli di stato per togliere risorse alla corruzione, di aprire davvero al capitale estero accorciando la lista dei settori vietati agli stranieri e di creare un sistema giuridico fatto di tribunali indipendenti dalla politica. Sono riforme che occupano un posto di rilievo anche nelle agende politiche di altri paesi del mondo (inclusa l’Italia). Ma è alla riuscita di queste riforme (e non all’ennesima misura di sostegno temporaneo ai mercati) che sarà condizionata una migliore integrazione della Cina nell’economia globale, così come un ritorno ad una crescita più sostenibile dell’economia e delle borse.
Francesco Daveri
Corriere della Sera, martedì 5 gennaio 2016

Ttip :Transatlantic trade and investment partnership

ttip[1]Le ostriche coltivate in Europa vengono controllate per provare l’assenza di elementi nocivi, in America invece si controlla l’acqua in cui crescono: test scientifici hanno accertato che è esattamente la stessa cosa: si tratta solo di armonizzare le regole. Le creme solari vengono accuratamente testate per verificare che non contengano sostanze tossiche sia in Europa che in America: le autorità sanitarie hanno detto che è inutile ripetere i test quando le creme sono vendute sull’altro lato dell’oceano. Un batterio del prosciutto, Lysteria monocytogens, è accettato in piccole dosi in Europa mentre in America c’è tolleranza zero. Ma è maturo l’accordo per far venire gli ispettori americani in Europa a certificare gli stabilimenti Lysteria-free. E via dicendo. Tutto questo sarà reso possibile dal Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), il trattato di libero scambio Usa-Ue.

L’Ambrosetti ha confrontato i rapporti ufficiali e ha tratto la media: una volta approvato il trattato, il Pil crescerà di oltre lo 0,5% l’anno in Europa (73,2 miliardi di euro dei quali 5,6 in Italia) e dello 0,6 in America (85,5 miliardi). L’auto e l’alimentare cresceranno rispettivamente del 21,4 e del 9,4%, il valore aggiunto dell’export europeo reso possibile dai miglioramenti nei bilanci delle aziende esportatrici supererà i 190 miliardi, solo in Italia saranno possibili 30mila assunzioni entro tre anni.

Ma allora perché il Ttip ha tanti nemici?

Perché duecentomila manifestanti hanno sfilato sotto la Porta di Brandeburgo a Berlino e una petizione con tre milioni di firme è stata consegnata a Bruxelles per chiedere di interrompere le trattative? Per rispondere, l’unica è andare a vedere nel dettaglio cosa comprende il Ttip. Per la prima volta è possibile perché, a differenza degli altri accordi commerciali che vengono svelati al momento della discussione parlamentare, dopo la fase negoziale, questa volta, proprio per consentire una serena e consapevole valutazione, il Consiglio europeo ha reso noto il “mandato” con cui investe la Commissione della trattativa. Che si concluderà non prima del prossimo anno: una volta siglato, il trattato dovrà essere discusso e approvato dal Parlamento europeo e poi dai Parlamenti nazionali. E qui c’è una prima risposta all’opposizione che non ci sarebbe un controllo democratico.

Altrettanto laborioso l’iter in America, “anche se grazie alla Trade promotion authority ottenuta prima dell’estate, che le consente di negoziare gli accordi senza il vaglio sistematico del Congresso, e avendo appena chiuso l’altro trattato con l’Asia-Pacifico puntualizza Licia Mattioli, responsabile per l’internazionalizzazione della Confindustria – l’amministrazione Usa può convogliare tutte le risorse e le energie negoziali sul Ttip per provare a rendere possibile la conclusione prima dello scadere del mandato di Obama. I risultati di questo nuovo impulso sono già visibili”.

Dal Ttip è esplicitamente escluso il settore culturale nonché audiovisivo (compresa Internet), proprio i due punti d’attacco della contestazione. Ancora: i servizi pubblici non saranno privatizzati, e quindi nessuna norma impedirà a Stati e enti locali di continuare a gestire acqua, sanità, istruzione. “Non si tratta dunque di capire se e come gli americani accetteranno queste eccezioni, semplicemente il tema non è nella disponibilità dei negoziatori”, commenta Carlo Calenda, viceministro allo Sviluppo con delega al commercio estero. “Allo stesso modo il mandato chiarisce che non verrà modificato il principio di precauzione che regola l’ingresso degli Ogm in Europa: non sarà consentito finché non verrà conclamata la loro non pericolosità, esattamente il contrario dell’America dove sono ammessi finché qualcuno non prova che sono nocivi”.

L’Italia, tra l’altro, ha recentemente chiarito che non ammetterà sul suo territorio neanche la coltivazione, e che le importazioni sono consentite in pochissimi casi solo per i mangimi. “La mobilitazione contro il Ttip – commenta Calenda nasconde una battaglia ideologica contro l’economia di mercato, o forse contro l’America. Intendiamoci, sono non solo legittime queste battaglie ma a volte persino necessarie per stimolare un confronto ed evitare pensieri unici che non fanno bene alla democrazia, purché però si abbia il coraggio di farle apertamente senza diffondere informazioni false per alimentare paure e allarmismi”.

Ma allora, cosa c’è nel Ttip? Il trattato è diviso in tre capitoli: 1) barriere tariffarie, 2) barriere normative, 3) regole di enforcement.

Ognuno ha un’infinità di sottocapitoli dedicati ai più svariati problemi e attività economiche. Al round negoziale di Miami (l’undicesimo della serie iniziata nella primavera del 2013 conclusosi in modo interlocutorio venerdì scorso) sono stati al lavoro 50 gruppi settoriali. Vediamo allora punto per punto.

I dazi doganali fra Europa e Usa sono già bassi, poco più del 3% in media. Ma ci sono diverse punte clamorose: l’America impone una tariffa del 350% sulle sigarette e sul tabacco da pipa, del 160% sui prodotti agricoli (quando ne permette l’importazione), del 56% sulle scarpe, fino al 40% su tessile e abbigliamento. L’Europa non è da meno: penalizza le forniture in entrata dagli Stati Uniti fino al 25% per l’agricoltura, il 22% per i camion, il 17% sulle scarpe, il 12% sui vestiti, e così via. Di tutto questo dopo il Ttip non resterà praticamente nulla: l’obiettivo è azzerare fino al 97% di tutte le tariffe esistenti.

Le barriere non tariffarie rappresentano il vero cuore del Ttip. “In sostanza si tratta di armonizzare e quindi eliminare, secondo standard che di regola saranno i più rigorosi fra quelli vigenti sulle due sponde dell’Atlantico – dalle regole antinquinamento fino a quelle sulla sicurezza – una lunga serie di vincoli“, spiega Alessandro Terzulli, capo economista della Sace. Se gli Ogm sono fuori discussione il settore alimentare è fitto di esempi. In alcuni casi le differenze sono insormontabili, “perché radicate nella cultura dei rispettivi Paesi “, dice Calenda. Nessuno potrà evitare che gli americani continuino a somministrare ormoni ai bovini, però nessuno obbligherà gli europei a importarne. Così questo comparto non sarà oggetto dell’accordo: “Altrimenti si rischia di far saltare tutto, se uno dei due lati si accanisce su qualche punto”. Ma su tanti altri capitoli si sta lavorando. Per l’Italia è di particolare importanza imporre per la regola che blocchi l'”evocazione” di un prodotto Made in Italy, il famoso caso del Parmesan o del “Grana like” per intenderci. Non è una battaglia facile perché gli americani valorizzano non il fattore provenienza geografica bensì l’effetto-marca, proprio il contrario di quanto è nei nostri interessi. Eppure qualcosa comincia a muoversi: si sta facendo leva sul fatto che tutto sommato anche a loro conviene che non esistano più i jeans Real Texas fatti ad Afragola o a Treviso. Altro punto, il procurement, cioè l’aggiudicazione delle opere pubbliche che spesso è riservata a compagnie Usa. “Anche qui si sta andando lentamente verso una difficile intesa”, spiega Calenda. “Dove invece è inutile forzare è sugli slot aeroportuali delle linee interne, dove fatalmente i vettori locali continueranno a essere favoriti”. In generale, il tentativo è di creare un sistema di decision making “che metta le imprese in grado di fabbricare i prodotti una volta sola, evitando duplicazioni di modelli e test e riconoscendo standard validi per entrambi i continenti”, spiega Mattioli di Confindustria. Nell’auto il costo medio delle diverse norme è il 35% del prodotto esportato, nell’alimentare del 40, nell’aerospazio del 55. “Spesso il fatto di dover fabbricare due diversi prodotti per i due mercati scoraggia talmente tanto le piccole imprese, da far sì che queste desistano perdendo quote di mercato importantissime”, riprende Calenda, che così risponde a un’altra obiezione ricorrente, che il Ttip sarebbe disegnato su misura per le grandi imprese. “È vero tutto il contrario”. A Miami “con una tabella di marcia ancorata a date precise e risultati concreti” dice Mattioli “i negoziati sono finalmente entrati nel vivo. Il progetto di armonizzare gli standard tecnici e industriali punta sulla pattuglia avanzata di nove settori-apripista: chimica, cosmetica, engineering (frigoriferi, prese elettriche, trattori, apparecchi a pressione), l’Ict, apparecchiature medicali, pesticidi, farmaceutica, tessile, auto“.

Per rendere obbligatorie le regole, l’unica è creare un sistema di sanzioni con un organismo in grado di comminarle in modo cogente. Per rendere più forte il sistema e più vicino alle abitudini europee, la commissaria alla concorrenza Cecilia Malmstrom ha proposto di modificare la cosiddetta “clausola Isds” che prevede che l’investitore o l’esportatore possa chiamare in causa uno Stato presso un gruppo arbitrale internazionale se si ritiene vittima di discriminazione o esproprio da parte del Paese che ospita l’investimento. Ora invece dovrebbe essere creato un vero e proprio tribunale con giudici professionisti di entrambi i continenti, che darebbe più garanzie contro i conflitti d’interesse. È importante includere uno strumento di tutela nel Ttip anche per creare un precedente rispetto ad altri trattati, tipo con la Cina o altri Bric, dove la necessità di proteggere i nostri investitori è più forte perché il valore della rule of law è inferiore rispetto agli Usa. E così si potrà in futuro pensare ancora più in grande: a un’area di libero scambio che comprenda i Bric e tutto il pianeta.

Eugenio Occorsio

26 ottobre 2015

Affari &Finanza

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/10/26/news/usa-ue_commercio_senza_pi_barriere_perch_i_no-ttip_attaccano_il_trattato-125967435/

INCHIESTA: IL TRATTATO GLOBALE CHE FA PAURA

Da due anni Europa e Stati Uniti discutono in segreto del Ttip, l’accordo di libero scambio che dovrebbe creare il più grande mercato economico mondiale, liberalizzando commerci e investimenti. La promessa è quella di aumentare ricchezza e occupazione, ma sulle due sponde dell’oceano l’opposizione si fa sempre più vasta. Il timore è soprattutto quello di concedere troppo potere alle multinazionali e di aprire i nostri supermercati a prodotti che non garantiscono gli stessi standard di sicurezza conquistati dai consumatori europei

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2015/05/04/news/inchiesta_ttip-113488532/

Cina: l’economia che rallenta non fa paura

dracusPer tutti i Paesi avanzati, alle prese con una congiuntura insoddisfacente, il rallentamento della crescita cinese è uno splendido alibi: se frenano addirittura i campioni della crescita che cosa possiamo fare noi europei, fanalini di coda? Per il rallentamento dell’economia globale, che si profila sempre più chiaramente all’orizzonte, abbiamo già trovato un capro espiatorio. Uno sguardo più attento induce a ridefinire il problema. Nel terzo trimestre di quest’anno, la Cina ha realizzato una crescita pari al 6,9% annuale, dopo il 7% dei 6 mesi precedenti, mentre i mercati si aspettavano solo il 6,7%. Un rallentamento dello 0,1% è di scarsa entità ed era più che previsto. L’espansione economica cinese prosegue a una velocità tripla di quella degli Usa. Un trimestre di crescita cinese equivale, in termini percentuali, ad almeno 7-8 trimestri della nascente ripresa italiana. 

La crescita cinese sta rallentando per motivi strutturali e, per il momento, si tratta di una frenata del tutto fisiologica, come aveva già scritto, su queste colonne, Bill Emmott due anni fa: dopo aver realizzato investimenti eccessivi nell’industria dell’acciaio e del cemento, sotto la spinta di nuovi bisogni, Pechino sta ora investendo nei settori dei servizi, nei quali la produttività è minore ma probabilmente rendono la crescita stessa più sostenibile.

I cinesi chiedono più sanità, istruzione, tempo libero, disinquinamento, una migliore qualità di vita, come pressoché tutti i Paesi quando raggiungono il livello di sviluppo della Cina attuale. Qualcosa di analogo si verificò nell’Italia del 1963 quando finì la fase più dinamica del miracolo economico e l’Italia «cambiò marcia»: anche con una marcia diversa, l’Italia fu ancora capace di una lunga crescita.

Anche Pechino sta «cambiando marcia» e siamo ben lontani da una caduta rovinosa. Per Pechino si tratta di lasciare alle spalle un modello di crescita «di rottura» che ha determinato, oltre a uno straordinario salto all’insù della ricchezza media, una lunga lista di nuovi problemi, dalla crescente disparità sociale alla decrescente qualità dell’aria.

I problemi della Cina, prima di tutto sociali e politici, si traducono però in problemi congiunturali molto seri per molti Paesi non ricchi. La minor crescita cinese provoca un rallentamento della domanda di prodotti minerari, di cui la Cina è il miglior cliente, in molti Paesi africani e asiatici, i quali, a loro volta, possono vedersi costretti a rallentare l’acquisto dall’estero di un ampio ventaglio di beni. Ci sono poi i casi particolari dell’Australia e del Brasile (per entrambi la Cina è un cliente privilegiato). Si tratta di un problema che un mondo bene organizzato avrebbe dovuto anticipare; è stato invece trascurato per la crescente inefficacia delle istituzioni economiche internazionali e per il clima di generale non collaborazione tra le banche centrali.

Per quanto detto sopra, l’Europa e l’Italia non devono aspettarsi, per il momento, una «gelata» del mercato cinese (non è pensabile, a esempio che i cinesi cancellino senza motivi specifici contratti già in essere) e bisogna anche avere il senso delle proporzioni: l’ultimo dato disponibile sull’entità delle esportazioni italiane è relativo all’agosto scorso e mostra chiaramente che la Cina assorbe il 2,6 per cento di tutte le esportazioni italiane mentre verso la Svizzera si dirige il 4,8 per cento dei nostri prodotti destinati all’estero. Le esportazioni italiane verso le cosiddette «economie dinamiche asiatiche», con in testa la Corea del Sud e la Thailandia, pesano per il 3,6 per cento, quasi una volta e mezza quelle verso la Cina.

Tutto ciò induce alla conclusione che gli effetti immediati di un rallentamento della crescita cinese che continuasse a questo ritmo non sarebbero certo terrificanti. Dovrebbero invece indurci a maggiore cautela per quanto riguarda gli effetti indiretti, anziché quelli diretti, sullo stato dell’economia globale: non tanto nei prossimi 2-3 trimestri bensì nei prossimi 2-3 anni. La lezione che dal piccolo rallentamento della Cina devono trarre l’Europa e l’Italia è che non ci si può aspettare che il Drago Cinese risolva i problemi degli altri, come ha fatto dopo le cadute produttive del 2008 e degli anni successivi. A cominciare da un’Europa che appare ancora dominata dalla paura di far crescere la propria domanda interna; e forse, più in generale, dalla paura di crescere. 

Mario Deaglio

La Stampa

20 ottobre 2015

http://www.lastampa.it/2015/10/20/cultura/opinioni/editoriali/cina-leconomia-che-rallenta-non-fa-paura-2ckZhmxYDXqjfBGv9En89O/pagina.html

 

PIL 2014

….. Per quanto riguarda il prodotto interno lordo, nel 2014 il pil, in volume, ha registrato un calo dello 0,4 per cento. L’anno scorso la produzione italiana, ai prezzi di mercato, è stata pari a 1.616.048 milioni di euro correnti, con un aumento dello 0,4 per cento rispetto all’anno precedente. Altri dati dell’Istat confermano che l’anno scorso è stato il peggiore degli ultimi decenni. Il debito pubblico italiano in rapporto al pil nel 2014 si è attestato al 132,1 per cento, toccando i livelli massimi dal 1995, inizio delle serie. Il rapporto deficit/pil è aumentato al -3 per cento dal -2,9 per cento del 2013.

Dal lato della domanda interna nel 2014 si registra, in termini di volume, una variazione nulla dei consumi finali nazionali e un calo del 3,3 per cento degli investimenti fissi lordi. Per quel che riguarda i flussi con l’estero, le esportazioni di beni e servizi sono aumentate del 2,7 per cento e le importazioni dell’1,8 per cento. La domanda interna ha contribuito negativamente alla crescita del pil per 0,6 punti percentuali (-0,8 al lordo della variazione delle scorte) mentre la domanda estera netta ha fornito un apporto positivo (0,3 punti). A livello settoriale, il valore aggiunto ha registrato cali in volume nell’agricoltura, silvicoltura e pesca (-2,2 per cento), nell’industria in senso stretto (-1,1 per cento) e nelle costruzioni (-3,8 per cento); nell’insieme delle attività dei servizi vi è stato un lievissimo incremento (0,1 per cento).

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/126154/rubriche/istat-cala-la-disoccupazione-a-gennaio-ma-il-2014-stato-il-peggiore-dal-1977.htm