L’acquisto di Monsanto da parte di Bayer rende evidente chi muove le pedine in Europa

baymonChi muove i pezzi sulla scacchiera? Berlino. Dov’è il futuro? In Germania. Se osserviamo le cose che contano, alla fine bisogna sempre guardare al nord per vedere cosa accade nel domani. Bayer e Monsanto daranno vita al più grande gruppo industriale dell’agroalimentare del mondo, l’aspirina e i fertilizzanti, i fitofarmaci e la Vitamina C. I tedeschi pagheranno Monsanto 66 miliardi e avranno il controllo di un gruppo attivo in tutto il mondo. E’ il più grande take-over mai realizzato nella storia dell’industria della Germania che così muove la sua diplomazia economica, dispiega la forza della sua cultura industriale, va sempre più oltre i suoi confini, si espande e continua la sua storica ricerca di spazi. Sono strumenti di influenza diplomatica, di politica estera. L’acquisto deve superare la barriera dei regolatori anti-trust, le giurisdizioni di trenta paesi, tra cui Stati Uniti, Brasile, Canada e Unione Europea.

Non interessa gli italiani? Altro che. Bayer in Italia ha quattro siti produttivi (a Garbagnate milanese, Segrate, Filago e Nera Montoro), fattura oltre un miliardo di euro e ha 2.200 collaboratori. Monsanto è presente nel nostro paese da quarant’anni, è il leader mondiale della biotecnologia applicata all’agricoltura, il suo marchio Dekalb commercializza in Italia mais e colza per vari usi. In prima pagina la notizia è solo sul Sole 24Ore (“Bayer conquista Monsanto”) e MF (“Il terzo tentativo va a segno. Bayer conquista Monsanto con un’offerta da 66 miliardi $. Nasce gigante della chimica”), viene registrata come un fatto finanziario (e lo è) ma è soprattutto un agente della produzione nel nostro settore agricolo (dai prodotti di Bayer e Monsanto dipendono qualità e quantità dei raccolti) e un elemento di straordinaria importanza strategica per il paese chiave dell’Europa e della sua Unione, la Germania. (…..)

…. la regola è quella di una costante espansione del business tedesco in Italia. La Deutsche Borse oggi attraverso l’acquisto della Borsa di Londra controlla anche la Borsa di Milano; E.ON opera nell’energia con sei parchi eolici in Italia; Merck nel 1999 comprò un marchio storico dell’industria farmaceutica italiana, la Serono; Allianz è ai primi posti nel mercato assicurativo italiano, ha 5.500 dipendenti, 2.900 agenti, 22.000 collaboratori e oltre 1.900 promotori finanziari; Heidelberg Cement con un’offerta pubblica d’acquisto da 2 miliardi di euro (realizzata in queste ore) ha acquisito l’Italcementi della famiglia Pesenti, diventando così il primo gruppo mondiale per gli aggregati, il secondo per il cemento, con un fatturato complessivo di 18 miliardi di euro; Linde Group è il numero uno nel mondo nel settore dei gas industriali, in Italia è presente dal 1991 e nel corso degli anni ha comprato una serie di aziende strategiche, cominciò con le forniture all’Acciaieria Pittini di Trieste, è partner di Eni, è entrata nel settore dell’ossigenazione medica, nel fotovoltaico, rifornisce la stazione di idrogeno dell’Azienda dei trasporti milanese; ZF è uno dei principali fornitori mondiali di sistemi per il settore automobilistico, ferroviario e per i motori marini: freni, frizioni, sterzo, trasmissioni, sospensioni, airbag, telaio, cambio della vostra auto sono prodotti da ZF, è presente in Italia dal 1951. Quando si parla di Germania, quando si stigmatizza il cosiddetto “dominio tedesco” sull’Europa, bisognerebbe ricordare che è frutto di una politica industriale robusta, un’espansione continua sostenuta da un governo che promuove le sue imprese nel mondo, le affianca con una diplomazia silente e efficace. L’Italia? Come ha scritto Romano Prodi, qualche settimana fa sul Messaggero “l’Italia ha raggiunto l’incredibile risultato di non avere quasi più alcuna grande impresa nazionale pur essendo, per dimensione, il secondo paese industriale europeo”. La realtà, Auf Wiedersehen.

Mario Sechi

Il Foglio 15 settembre 2016

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/09/15/monsantobayer-rende-evidente-chi-muove-le-pedine-in-europa___1-v-147505-rubriche_c383.htm

A due anni dal Jobs Act. Ecco il bilancio di una riforma costata 15 miliardi

ajbactE’ costato 15 miliardi, secondo l’Istat ha creato nell’ultimo anno 439 mila posti di lavoro e ha rivoluzionato le forme di tutela per chi è rimasto senza occupazione. Con l’affievolirsi degli sgravi contributivi, la spinta della riforma sta rallentando, nel 2017 la crescita occupazionale dovrebbe fermarsi allo 0,3 per cento. I licenziamenti sono in aumento. Per far decollare il mercato del lavoro ora si punta sulla produttività
I TICKET
Il governo esulta e parla di 585 mila nuovi posti di lavoro creati dall’insediamento, in buona parte dovuti alla riforma del lavoro che ha concesso forti sgravi contribuitivi alle aziende che assumono e praticamente annullato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori suoi nuovi contratti. Gli ultimi dati Istat registrano 439 mila occupati in più nell’ultimo anno, 109 mila disoccupati in meno e un primo calo anche dei Neet, i ragazzi che non studiano e non lavorano: sono 252 mila in meno rispetto al secondo trimestre 2015 ma rappresentano ancora il 22,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni. Dati positivi sui quali però, al di là del boom di contratti a tempo indeterminato, pesa anche il minor livello qualitativo del lavoro creato: nel 2015 sono stato venduti 115 milioni di voucher, i buoni per il lavoro occasionale, che nel 2010 erano appena 10 milioni.
I CONTI
Il costo della riforma del lavoro si misura sugli sgravi contributivi riconosciuti alle aziende disposte ad assumere a tempo indeterminato. Una misura che, per il biennio 2015-16, secondo la Uil vale 20 miliardi (15 nel 2015 più 4,3 nel 2016) che al netto degli effetti fiscali (i contributi fiscalizzati non sono deducibili dal costo del lavoro) diventano 15 miliardi (11,7 nel 2015 e 3,3 per 2016). Nel 2016 i vantaggi riconosciuti all’impresa si sono praticamente dimezzati e ciò ha influito sul numeri di contratti firmati. «L’occupazione è aumentata appena qualcosa in più rispetto al Pil e a quanto assicurato da un normale turn over» commenta Guglielmo Loy segretario confederale della Uil. «Valeva la pena di fare scelte più selettive, come avevamo chiesto, premiando di più chi assume donne, giovani e punta al Sud. Con i risparmi si potevano fare più politiche attive e tagliare il cuneo fiscale».
LA NASPI
Il jobs act ha rivoluzionato la rete degli ammortizzatori sociali: è cambiata la cassa integrazione che ora ha requisiti più stringenti e dura di meno (da 36 a 24 mesi); la cassa integrazione in deroga a fine anno cesserà di esistere; i contratti di solidarietà sono rimasti, ma risultano meno convenienti per il lavoratore. Dal maggio 2015 è in vigore la Naspi (che sostituisce la precedente Aspi): può durare fino a ai 24 mesi, per accedervi bastano 13 settimane di contributi versati nei 4 anni precedenti la disoccupazione e un mese di lavoro effettuato nell’ultimo anno. L’assegno è più alto rispetto alla cig, si può arrivare fino ai 1.300 euro, con decalage del 3% al mese dopo i primi tre mesi. Per parasurbordinati e collaboratori, prima non tutelati, ora c’è la Dis-Col. La Cgil è critica: «L’offerta è incongruente rispetto alla gravità del periodo – dice Claudio Treves, segretario generale Nidil – la crisi resta e la copertura si accorcia».
LA CRESCITA
I dati del ministero del Lavoro indicano una tendenza netta: nel secondo trimestre i licenziamenti hanno raggiunto quota 221.186, in aumento del 7,4% rispetto allo stesso periodo del 2015. Calcolare quante di queste cessazioni siano imputabili al Jobs act che – per i nuovi contratti – ha praticamente annullato l’articolo 18, è difficile. Secondo il ministero, il boom di licenziamenti, è dovuto al fatto che «sono diventate pienamente operative le norme per contrastare il fenomeno delle dimissioni in bianco». Spiegazione che non convince i sindacati, sicuri che l’aumento sia legato ai maggiori costi che le nuove regole prevedono per le aziende che vogliono usufruire della cassa integrazione. Le aliquote per avere accesso all’ammortizzatore sono aumentate, il costo medio di un lavoratore in “cassa” sale a 80-90 euro al mese. Una ditta in crisi, senza prospettive immediate può decidere di chiudere direttamente il rapporto.
PREVISIONE OCSE
Il futuro del lavoro avanza a ritmo lento, troppo lento. La società di consulenza Prometeia stima uno stop alla crescita occupazionale: nel 2015 ha raggiunto lo 0,8% a fronte di un Pil in crescita dello 0,6. Per il 2016 l’occupazione è stimata al +1 % a fronte di un Pil che sale dello 0,7. Per il 2017, le previsioni saranno ufficializzate la prossima settimana, è calma piatta: l’occupazione aumenterà dello 0,3%. «È poco, ma non c’è il segno meno che tanti temevano con l’affievolirsi dei vantaggi contributivi» commenta Stefania Tomasini, responsabile della ricerca della società di consulenza. «I dati tengono conto della incertezza interna e del difficile quadro internazionale. Fino ad oggi ha pesato sopratutto la decontribuzione, d’ora in poi si capirà quanto ha contato la riforma del lavoro». L’Ocse, per l’Italia del 2017, prevede un tasso di disoccupazione del 10,5 per cento. In diminuzione, ma sempre sopra la media Ue.

Luisa Grion
La Repubblica 13 settembre 2016

Una ripresa con il freno a mano tirato

ftirVendite di auto, esportazioni negli Usa e incremento del risparmio. Sono questi i tre soli indicatori che riescono a motivare un ottimismo della volontà dell’anno di grazia 2015. Perché se è vero che gli indici di fiducia delle imprese e dei consumatori sono tornati a livelli migliori, per ora non ci sono sufficienti evidenze che questo cambio di clima si sia tradotto in conseguenti decisioni d’impresa. D’altro canto capita spesso, al termine di un dibattito o di un’assemblea, di essere avvicinati da uno o più piccoli imprenditori che hanno voglia di fare un’unica e fatidica domanda: «Ma lei la vede davvero questa ripresa?». È un test di come nella vita di tutti i giorni sia difficile trovare, in buona quantità, imprese che stiano investendo significativamente: comprandone altre, allargando l’attività orizzontalmente o verticalmente, ampliando i luoghi fisici della produzione. Non si vede un fiume che sta portando alla crescita, tutt’al più scorrono dei rivoli. I macchinari, ad esempio, vengono cambiati a un buon ritmo e con i super ammortamenti previsti dalla legge di Stabilità lo saranno di più.

Sul versante dei consumi svettano le vendite di auto, anch’esse sono effetto di una sostituzione ritardata e stanno comunque garantendo al Pil un contributo elevato. Si vendono di più le vetture del ceto medio, le Panda e le Punto, ed è una conferma che il reddito a disposizione delle famiglie è addirittura cresciuto, ma si rivolge ai consumi solo selettivamente preferendo in molti casi parcheggiarsi nei depositi bancari.

I nostri imprenditori che esportano negli Usa poi hanno il sorriso smagliante. Non c’è settore che non abbia saputo approfittare della svalutazione dell’euro per conquistare nuovi consumatori ed è un’ottima notizia anche in prospettiva, perché la nostra presenza negli States è ancora concentrata in pochi punti e ci sono dunque le classiche praterie da conquistare.

Si potrebbe continuare a lungo illustrando la fenomenologia dell’economia reale ma il giudizio non cambierebbe: è una ripresa che ha il freno a mano tirato. E onestamente non si vede una curva superata la quale la strada si possa presentare in discesa, mentre non mancano qua e là segnalazioni dell’apertura di nuove crisi aziendali, a dimostrazione se non altro che la capacità produttiva installata non è saturata. Con questi presupposti l’occupazione non poteva certo decollare innanzitutto per gli ingenti quantitativi di cassaintegrati ancora da riassorbire e subito dopo perché non ci sono grandi scelte di investimenti labour intensive in atto. I provvedimenti governativi hanno sicuramente aiutato con generosità a stabilizzare quote di lavoro precario, ma di più non potevano produrre anche perché la letteratura economica suggerisce che l’occupazione è un’intendenza che segue, distanziata di qualche tempo.

È in questo contesto che oggi si apre la stagione contrattuale con il rinnovo dei metalmeccanici. Finora quella che doveva essere una fase rifondatrice delle relazioni industriali è partita in maniera pasticciata: i chimici si sono sfilati da qualsiasi impegno di sistema e hanno chiuso velocemente, gli alimentaristi prima si erano vestiti da colombe e poi hanno sfoderato gli artigli. I metalmeccanici sostengono di voler prevedere un doppio binario di comunicazione con i dipendenti, uno mediato dal sindacato e uno diretto e di conseguenza vogliono spostare il baricentro della contrattazione in fabbrica dove quel mix può funzionare meglio. Ci sarà tempo e modo per riferirne nel dettaglio; per ora l’unico errore da non commettere è trattarne come di un tema meramente sindacale. Ci riporta, invece, a quel freno a mano che dovremmo sbloccare.

Dario di Vico

Viaggiamo con il freno a mano tirato

Stagnazione cinese e stagnazione secolare

cina borzPuò sembrare strano ma con tutta probabilità il nuovo pesante tonfo della Borse di Shanghai e Shenzhen – il terzo in due mesi, con un meno sei per cento nella sola giornata di martedì 18 agosto – non dipende dall’economia.

Certo, i segni di indebolimento della locomotiva cinese – e un indebolimento molto più rapido del previsto – abbondano. I dati ufficiali indicano un sette per cento di crescita del Pil per il primo semestre dell’anno, cioè un numero perfettamente in linea con le attese e con gli obiettivi indicati nel dodicesimo piano quinquennale 2011-15 delle autorità di Pechino. Sullo sfondo, però, altri indicatori – meno manipolabili dagli uffici statistici – come i consumi di energia elettrica, le vendite di automobili e i dati sull’interscambio commerciale sembrano riflettere una crescita molto inferiore, vicina al cinque per cento annuo. Per la Cina significa la metà del più dieci per cento su cui per trent’anni la società e la politica cinese avevano tarato i loro piani di spesa e di investimento pubblico. Ce ne sarebbe abbastanza per preoccupare le Borse.

Eppure ci sono ragioni per ritenere che a motivare la nuova ondata di vendite sui mercati azionari cinesi non sia stata tanto l’economia ma la politica. La principale preoccupazione per gli operatori di Borsa cinesi non viene infatti dal calo delle esportazioni di luglio (meno 8 per cento rispetto al luglio 2014, un dato terribile) ma da altri due eventi politici.

Il primo riguarda il piano governativo di riordino delle aziende di Stato quotate in Borsa che il governo vuole rendere più efficienti. Queste imprese oggi assorbono più del 70 per cento dei prestiti delle banche, e dunque riducono sensibilmente la disponibilità di credito per le aziende private. Il governo vuole porre fine a questa situazione riorganizzando queste imprese in modo da ridurne le necessità di finanziamento e accrescerne la competitività. Ma il piano del governo – lo hanno riscontrato alcuni analisti finanziari – vuole anche dire meno profitti per queste aziende pubbliche che rappresentano una grande componente del listino di Shanghai. Un po’ paradossalmente, la Borsa cinese soffre dunque dei piani del governo di rendere la crescita più sostenibile e più «privata».

C’è poi anche un secondo elemento dietro il crollo dei mercati borsistici cinesi, e cioè la troppo tiepida reazione della Banca centrale cinese di fronte alle cattive notizie dell’economia. In questo quadro, l’iniezione di 120 miliardi di yuan (18 miliardi di dollari) di nuova liquidità decisa di recente dalla Banca centrale cinese è stata interpretata negativamente dai mercati che hanno giudicato l’intervento una mossa insufficiente a ridare davvero fiato all’economia. Un segno che anche la Banca centrale (oltre al governo di Pechino) non è pronta a offrire ai profitti aziendali delle imprese cinesi quotate il sostegno diretto da essi ritenuto necessario alla continuazione della crescita.

Ecco dunque la storia in poche parole: la Borsa va a picco non perché l’economia rallenta ma perché il governo e la Banca centrale cinesi esitano a esaudire la richiesta dell’ennesimo salvataggio. Non è una storia solo a Pechino. Anzi, se guardiamo agli ultimi anni, è una regolarità che la politica conti più dell’economia nel determinare l’andamento dei mercati finanziari.

Per l’ex rettore di Harvard Larry Summers il rischio è che il mondo intrappolato nell’attesa del prossimo salvataggio sprofondi nell’abisso di una «stagnazione secolare». Famiglie molto indebitate risparmiano e rimborsano i debiti accumulati più che consumare il loro reddito. Banche con bilanci in disordine accumulano riserve anziché prestare alle aziende. E aziende che fanno profitti si tengono la loro liquidità anziché distribuire dividendi o investire in nuove attività. Nel frattempo, la (poca) crescita che si vede la fanno le banche centrali. Non ci sarà una nuova Grande depressione, ma il capitalismo globale di oggi non è certo il mondo prefigurato da Adam Smith. 

Borsa Shangai, rallentamento pilotato l’illusione del governo
Rischio stagnazione globale

Francesco Daveri

Corriere della Sera  19 agosto 2015

http://www.corriere.it/economia/15_agosto_19/borsa-shangai-rallentamento-pilotato-l-illusione-governo-rischio-stagnazione-globale-d8676846-4639-11e5-979c-557f4d93ec30.shtml

Ecco perché cresciamo troppo poco

ripresa-mercato-auto[1]Nelle relazioni dei convegni si parla soprattutto delle condizioni favorevoli alla ripresa. E si concorda nel descriverle come esogene e pressoché irripetibili e così dicendo si allude ovviamente al basso prezzo del petrolio, agli impegni della Bce e alla svalutazione dell’euro sul dollaro. Terminato il programma del meeting, nei conciliaboli prima dello sciogliete le righe, il focus della discussione però diventa un altro: «Ma perché la nostra ripresa è così debole?». Perché nonostante tutti gli scenari di medio periodo concedano previsioni di bel tempo restiamo appesi all’emissione di questo o quel dato trimestrale o addirittura mensile? Prendete gli ultimi, quelli relativi alla produzione industriale di aprile, ebbene più di qualche economista era disposto a scommettere su un +0,8%, non si sarebbe stupito molto se poi il dato si fosse fermato attorno a +0,5%, ma non si sarebbe mai aspettato il vero responso: -0,3% su marzo. Un dato estremamente negativo perché segna una partenza tutta in salita del secondo trimestre 2015, proprio quello che con un risultato rotondo alla misurazione del Pil di agosto dovrebbe certificare che finalmente la nave va. Con questi presupposti, e pur contando su un rimbalzo tecnico a maggio, non è detto che l’esito sia quello auspicato.

Forse però più che aggiungere previsioni a previsioni ha senso ragionare su quali siano le cause, o se preferite i tappi, che ostacolano un flusso più regolare di ripresa delle attività e di conseguenza dati più lineari .

Va detto che in materia le opinioni degli economisti divergono ampiamente. Per carità, le diagnosi della «malattia italiana» della crescita lenta concordano su molti fattori, la divergenza è sull’hic et nunc, su quali siano in questo momento le principali ostruzioni. La corrente più ampia sostiene che la ripresa italiana non va a briglia sciolta perché persiste un problema di bassa produttività sia del lavoro sia del capitale. Ci sarebbe bisogno, a tempi brevi, di relazioni industriali più vicine al mercato e quindi di un ampio ciclo di contratti aziendali rivolti a rimettere in asse il lavoro, con la ristrutturazione silenziosa che in questi anni ha comunque cambiato il meccanismo di funzionamento delle aziende sane. Il problema si pone anche sul versante del capitale, che risponde ancora a schemi ingessati e non è in grado, quindi, di interpretare i mutamenti dei cicli economici e le esigenze di sviluppo, che richiedono investimenti sia tradizionali (macchine) sia innovativi (capitale umano e reti). Un capitale poco aperto risulta, secondo questa tesi, il meno congeniale per interpretare al meglio questa fase della crescita e comunque rischia di diventare nel medio periodo un’occlusione.

Se il mea culpa sulla produttività convince una buona parte degli addetti ai lavori, non tutti però sono d’accordo nell’additarlo come il vero tappo di oggi. Una seconda corrente di pensiero propende per mettere sul banco degli imputati l’ampia polarizzazione che si è prodotta durante la Grande Crisi nel sistema delle imprese italiane. In soldoni: abbiamo imprese che macinano utili e programmano addirittura raddoppi del fatturato nei prossimi anni accanto a un numero largamente maggioritario di aziende che rischiano di chiudere e purtroppo, con tutta probabilità, chiuderanno. Questa divaricazione così profonda e drammatica sarebbe la madre di numeri così ballerini e a volte sconcertanti. Il tema della polarizzazione era stato già sottolineato, ad esempio, nelle Considerazioni finali del governatore Ignazio Visco e più in generale si spiega, tra le altre cose, con un ritardo della media delle imprese italiane nello sfruttamento delle tecnologie dell’informatica e della comunicazione. Le indagini in materia danno numeri poco confortanti.

Una terza corrente di pensiero, pur non sottovalutando gli elementi di cui sopra, è portata a puntare il dito sul perdurante ristagno della domanda interna. Non ci sarebbe dunque – sul breve – un problema legato al nostro sistema delle imprese poco produttivo e poco aperto ma la causa della ripresa a singhiozzo è individuata nella mancata (vera) ripartenza dei consumi, che finisce per tarpare le ali alla maggioranza delle aziende, ovvero a quelle che non riescono ad esportare né direttamente né come fornitrici di altre. E fin quando sarà così, sostengono i «domandisti», non si potrà sapere chi ha veramente ragione nell’individuare il tappo, mancherà la controprova.

Le cose dunque stanno così, non si riparte come vorremmo e gli addetti ai lavori non sono unanimi nel trarne valutazioni utili, quantomeno però evitano di ragionare in chiave politicista e ricadere anche loro nel vizio nazionale del Renzi sì/Renzi no. Resta, per concludere, un’annotazione affatto scontata: pur sostenendo – e a me è capitato molte volte – che l’industria italiana è profondamente cambiata e il nuovo paradigma è l’esperienza Luxottica, quando si tratta di dare una spallata al Pil rientra fortunatamente in campo Sua Maestà l’Auto. È vero che il ciclo produttivo dell’automotive è cambiato e oggi la vendita di una vettura porta fatturato a un numero enorme di fornitori di apparecchiature di ogni tipo e ad alto contenuto di elettronica, ma resta la sensazione che il Novecento conti ancora molto nei nostri destini.

Porta via tempo oltre al denaro

 

taxxxxTroppe tasse. Lo dicono i cittadini privati e lo dicono le imprese ogni volta che giunge la stagione in cui il governo italiano si siede intorno al tavolo per decidere la programmazione fiscale dell’anno venturo. E a confermare il triste primato ci pensa il rapporto ‘Paying Taxes 2014’ della Banca Mondiale che inchioda l’Italia al 138° posto per tasse pagate su 189 Paesi presi in esame. Un dato che il governo dovrebbe tenere a portata di mano, sulla propria scrivania, quando si appresta a pubblicare il Documento di programmazione economica e finanziaria (Def), la serie di impegni messi nero su bianco che entro dicembre porteranno a scrivere la Legge di Stabilità per il 2016. Per aggredire la propria posizione l’Italia dovrebbe impegnarsi a migliorare i tre indicatori che la Banca mondiale utilizza per redigere la classifica: il Total tax rate, ovvero il carico fiscale complessivo, il tempo necessario per gli adempimenti relativi alle principali tipologie d’imposta e di contributi (imposte sui redditi, imposte sul lavoro e contributi obbligatori, imposte sui consumi) e il numero di versamenti effettuati. Anche perché il triste record italiano non solo non attira le aziende straniere, ma è tale da far scappare quelle italiane all’estero, ultimo rilevamento del rapporto della Banca mondiale, il carico fiscale complessivo dell’Italia è il più alto d’Europa, pari al 65,8% dei profitti commerciali, in miglioramento rispetto al 2012 (68,3%), ma contro una media europea scesa al 41,1% dal 42,6% del 2012 e una media mondiale del 43,1%, anch’essa in miglioramento rispetto al 44,7% dell’anno prima.

Per gli adempimenti fiscali, poi, in Italia le società impiegano 269 ore all’anno contro le 179 ore impiegate in media da un’impresa europea e le 268 ore l’anno della media mondiale.

Quanto infine ai pagamenti, le imprese tricolori effettuano 15 pagamenti contro i 13,1 europei e i 26,7 richiesti mediamente a livello globale. I numeri sono disarmanti e il trend non lascia spazio a grandi speranze perché rispetto all’anno precedente l’Italia è indietreggiata di sette gradini, dal 131° posto al 138°. Il recupero di competitività del Paese deve passare anche da qui. …………

Il governo ha messo mano all’elevata tassazione sulle imprese con l’ultima legge di Stabilità cancellando l’Irap. Per le aziende la riduzione fiscale complessiva vale 6,5 miliardi: gli imprenditori da quest’anno potranno dedurre per intero il costo del lavoro dalla base imponibile che serve per calcolare l’Imposta. Secondo le simulazioni del governo, ciò significherebbe (nelle grandi aziende che impiegano molti lavoratori e hanno un business ‘labour intensive’) andare a risparmiare alla fine il 65% dell’imposta. Per le piccole il vantaggio scenderebbe (sotto il 10% di risparmio), ma sarebbe comunque un sollievo importante: l’impatto sul Pil è stimato intorno a 0,1 punti percentuali subito e poi di 0,4 punti a regime.

Nel Def pubblicato la scorsa settimana il premier Renzi e il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, hanno voluto precisare che la pressione fiscale è scesa nel 2014 di 0,4 punti percentuali collocandosi al 43,1 e non è, invece, salita dal 43,4 del 2013 al 43,5 del 2014 come aveva detto l’Istat attenendosi alle regole alla contabilità europea. La discesa proseguirà nel corso del 2015, se si tiene conto dell’effetto del bonus di 80 euro, al 42,9 (e non salirà al 43,5 per cento). Così come dal 2016, considerando la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, è destinata a posizionarsi a quota 42,6 contro il 44,1 a ‘legislazione vigente’.

La pressione fiscale indica il rapporto tra il gettito fiscale ed il Pil ed è un altro strumento statistico per indicare quanto lo Stato grava sui cittadini, da non confondere tuttavia con il Total tax rate, preso in considerazione per la classifica della Banca mondiale che indica la somma di tutte le imposte e i contributi obbligatori a carico delle imprese ed applicate ai profitti commerciali (ossia dopo la contabilizzazione di deduzioni consentite ed esenzioni), rispetto ai profitti commerciali complessivi

Walter Galbiati

Repubblica 20 aprile 2015

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/04/20/news/porta_via_tempo_oltre_al_denaro_il_sistema_fiscale_inchioda_litalia-112469369/

 

Scende l’euro, sale la Ue

dolleuroyenI due valori più importanti dell’economia mondiale sono in calo, un calo rapido e inaspettato. A luglio 2014 un barile di petrolio costava 114 dollari, ora ne costa 46. , Un euro costava 1,36 dollari e ora 1,08: nell’ultimo anno la moneta unica ha perso circa il 23 per cento del suo valore nei confronti del dollaro statunitense e il 19 per cento rispetto alla media delle altre dieci valute più importanti.

La maggior parte degli esperti prevede che fra non molto un euro varrà quanto un dollaro, e continuerà a scendere. Le conseguenze del crollo del prezzo del petrolio sono note: non altrettanto si può dire della svalutazione della moneta europea. Ma i due processi sono ugualmente importanti: sia il prezzo dell’energia che quello dell’euro, la seconda valuta più utilizzata al mondo, influiscono sui prezzi di quasi tutti i prodotti che consumiamo, dai dentifrici alle automobili e ai pomodori. Prima di parlare dei motivi della discesa dell’euro e di quali conseguenze avrà è utile sgombrare il campo da “un’idea zombie” sul valore delle monete (Agnes Quisumbing definisce “idee zombie” le teorie che non muoiono nonostante sia già stato dimostrato che non hanno fondamento ).

Non è scontato che un Paese si indebolisca se la sua moneta si svaluta. In alcuni casi, la svalutazione della moneta rafforza l’economia: se l’euro perde valore rispetto al dollaro, una bottiglia di vino spagnolo, un aereo francese o un’auto italiana nel resto del mondo costeranno meno, incoraggiando le vendite dei prodotti e facendo crescere le esportazioni. E questo è un bene per l’occupazione e l’economia in generale. Sull’altro versante, la svalutazione dell’euro rende più cari i beni prodotti al di fuori dell’Eurozona, per esempio un iPhone, un macchinario industriale o una vacanza a Disneyworld.

Per fortuna dell’Europa, l’impatto sui prezzi dei prodotti importati arriva in un momento in cui la minaccia per il continente non è l’inflazione bensì il contrario, la deflazione ( nel 2004 i prezzi inEuropa sono scesi dello 0,02percento). Questa malattia dell’economia consiste in una caduta persistente dei prezzi dovuta all’inadeguatezza della domanda e conduce a una stagnazione cronica, come quella che affligge il Giappone. La svalutazione della moneta è un buon antidoto contro la deflazione. Non tutte le svalutazioni producono effetti positivi. Quando la moneta perde valore rispetto alle altre a causa di una fuga di capitali provocata da una sfiducia nell’economia del Paese, la svalutazione è nociva. E lo è anche quando contribuisce a far esplodere l’inflazione e a frenare gli investimenti e la crescita. È quello che sta succedendo in Russia o in Venezuela, due dei Paesi più colpiti dalla caduta dei prezzi del petrolio e da altri problemi. Perché l’euro si sta deprezzando? La ragione principale è che la Banca centrale europea sta iniettando liquidità monetaria per stimolare gli investimenti e i consumi, mentre la sua omologa statunitense, la Federal Reserve, sta tirando i remi in barca; anzi, lascia intendere che potrebbe alzare i tassi di interesse per contrastare le pressioni inflazionistiche generate da un’economia in crescita e da un tasso di disoccupazione che si avvicina al limite oltre il quale la scarsità di lavoratori provoca aumenti dei prezzi. Nulla si muove più rapidamente del denaro. Di fronte a questa nuova situazione economica (anzi, anticipandola ), gli investitori hanno spostato i soldi dagli Stati Uniti all’Europa. Dall’inizio dell’anno è entrata nei fondi di investimento europei la cifra record di 35,6 miliardi di dollari, mentre dai fondi americani sono defluiti 33,6 miliardi. Da gennaio a oggi le Borse europee hanno superato quelle americane, sia in termini di aumenti del prezzo delle azioni quotate sia in termini di volume degli afflussi di fondi. Questi movimenti sono determinati dall’aspettativa che le grandi imprese esportatrici statunitensi, a causa del “dollaro forte”, che rende i loro prodotti più cari all’estero, vedranno ridursi entrate e utili, e di conseguenza anche il valore delle azioni. Secondo un sondaggio della rivista Duke/Cfo, due terzi delle imprese esportatrici americane affermano che l’apprezzamento del dollaro le ha danneggiate. Ma c’è anche un altro fattore che avrà un impatto enorme. Da anni le imprese americane non finanziarie stanno accumulando liquidità in proporzioni colossali e possono usare questa liquidità per comprare altre imprese. E ora, con l’euro che costa meno, costano meno anche le imprese europee per chi ha dollari in abbondanza: dobbiamo aspettarci un’ondata di acquisizioni di grandi imprese europee. Questi sono solo alcuni effetti della svalutazione dell’euro, ce ne sono molti altri. Ma in definitiva, se qualcuno si chiede se la svalutazione dell’euro sia un bene per l’Europa, la risposta è semplice: sì.

MOÏSES NAÌM

Repubblica 22 marzo 2015

Un trattato transatlantico a misura dell’America

tttpppL’integrazione economica tra le due sponde dell’Atlantico è un vecchio progetto, vecchio almeno quanto la formazione della Unione europea. Io stesso, molti anni fa, ho scritto un articolo auspicandone la realizzazione. Ognuno naturalmente ne ha una visione propria. Ad esempio, se ne può auspicare la nascita per meglio contrastare la crescente supremazia economica della Cina e in generale dell’Asia orientale. O anche si può considerarne il potenziale di contrasto della rinascita russa e specialmente della integrazione tra Russia e Cina.

L’ultima versione, conosciuta col nome di Ttip, Transatlantic trade and investment partnership, si pone come obiettivo, nemmeno troppo nascosto, di fungere da veicolo, a profitto delle grandi imprese europee e specialmente americane, per indebolire definitivamente le strutture dello stato sociale e della regolazione dei mercati da parte degli Stati.

E’ un progetto che parte, per iniziativa del Commissario de Gucht e della rappresentanza a Bruxelles degli Usa, nel 2011. Ma parte, nella presente temperie di contrasti tra Europa e Stati Uniti e in particolare tra Stati Uniti e Germania, con il piede sbagliato, in una atmosfera di segretezza e non trasparenza. Il primo risultato di questa falsa partenza è di suscitare contro il progetto l’ostilità dell’opinione pubblica europea, preoccupata del crescente deficit di democrazia che sta avvolgendo l’Europa e della possibilità che il nuovo partenariato serva specialmente a indebolire gli apparati apprestati per assicurare il massimo rispetto dell’ambiente e la massima limitazione delle trasformazioni genetiche dei prodotti naturali.

La prospettata unione euroamericana, infatti, farebbe aumentare assai poco sia il commercio totale che specialmente il Pil delle parti contraenti, e quel poco solo nel lungo periodo. Questo a detta persino degli studi di parte condotti per promuovere l’iniziativa. Il progetto, nato male, non riesce a fare molta strada prima di suscitare una rivolta, non generalizzata, ma sotto forma di ostilità da parte di gruppi di attivisti nel campo della protezione sociale e biologica, delle norme di protezione del lavoro e dell’ambiente. Fanno clamore rivelazioni come quella, specialmente efficace sulla opinione pubblica tedesca, dell’ammissibilità in Germania, se il partenariato sarà realizzato, di prodotti americani come i polli disinfettati con il cloro, pratica comune dei produttori statunitensi per impedire l’infestazione delle carcasse mentre viaggiano dagli allevamenti d’oltreoceano al consumatore europeo. Sembra una campagna anti-americana, l’ennesima rivolta dopo quelle causate dalle rivelazioni sulle intercettazioni della Nsa dei telefoni della Merkel. A spingere per la realizzazione del nuovo partenariato sono le associazioni industriali europee, che vedono in esso un cavallo di Troia contro gli eccessi di regolamentazione degli stati nazionali La Confindustria tedesca emette dichiarazioni dall’esplicito tenore favorevole. Il suo presidente Ulrich Grillo dice che gli europei hanno da imparare dagli americani nel campo della difesa dei consumatori e dei prodotti naturali. Ma qualche giorno prima la signora Merkel aveva dichiarato che mai avrebbe permesso che ai tedeschi fossero dati da mangiare polli al cloro. Quel che è letale per il partenariato, il cui negoziato dovrebbe, secondo quanto deciso dal Congresso Usa, concludersi a fine 2015, è la inclusione proditoria nel negoziato e quindi nel Trattato, di una sezione dedicata a una rivoluzione nelle procedure usate per risolvere i contenziosi tra privati e Stati. In tale sezione, Individual State Dispute Settlement, si ammette la possibilità che gli Stati possano essere chiamati in giudizio, davanti a corti arbitrali di tre membri, appositamente formate da specialisti del diritto commerciale internazionale, da individui e società che si ritengono danneggiati da divieti imposti a loro comportamenti da parte degli stati stessi, nella ipotesi che tali comportamenti statali abbiano causato loro danni anche solo di riduzione dei profitti attesi dalle attività interrotte o ridotte.

Si tratta, come si capisce bene, di una innovazione giuridica che serve a limitare drasticamente la sovranità degli stati, favorendo ad esempio grandi società multinazionali, che non esiterebbero a chiamare in giudizio, davanti alle già dette corti arbitrali, gli stati invadendo la sovranità giuridica che essi hanno sui propri territori. Non si capisce come abbiano potuto, i fautori del Trp, come lo si designava all’inizio, aggiungere la “I” all’acronimo, e cioè la sezione relativa alle dispute tra stati e individui, pensando di riuscire a far passare una modifica tanto radicale dell’assetto del diritto internazionale che prevale da parecchi secoli, e da quasi due millenni di tradizione giuridica europea. Proprio l’aggiunta della sezione sugli investimenti e sulle dispute ad essi relative è bastata a far condannare l’intero progetto anche da parte di coloro che erano favorevoli ad esso. I socialdemocratici tedeschi che per bocca del ministro dell’economia, Sigmar Gabriel, hanno reiterato il favore di massima ma qualificandolo con clausole di grande prudenza. Così, a difendere il tentativo di “aprire” l’assetto chiuso del welfare state europeo, dominato da entità nazionali non dedicate a fini di lucro, sono rimasti in pochi. Essenzialmente quelli che avevano avuto l’idea e l’avevano promossa attivamente, i governi degli Stati Uniti e del Regno Unito. Entrambi sono rappresentanti di interessi forti, come quelli degli intermediari finanziari internazionali, che hanno visto la loro libertà di azione ridotta da interventi legislativi e amministrativi dopo la crisi. Anche parecchie multinazionali industriali di origine anglo-americana si avvantaggerebbero della riduzione delle regole sui mercati europei come strumento di ulteriore penetrazione organica in tali mercati, dato che il futuro non sembra offrire loro prospettive favorevoli in altre aree dell’economia mondiale, come quella asiatica, assai meno aperta alle loro incursioni. A coronare il cambio di atteggiamento dei governi dell’Europa continentale è giunta la dichiarazione del ministro francese per il commercio estero, Mathias Fekl: allineandosi ai socialdemocratici tedeschi, ha detto di non aspettarsi che il governo francese porti al proprio parlamento una proposta di Trattato Transatlantico che includa la sezione sulla risoluzione delle dispute tra individui e Stato. L’ultima parola per ora è venuta da Jean Claude Juncker, che ha affermato che in materia tanto delicata gli organi di decisione europei non permetteranno che nessuno tenti di forzare loro la mano. La montagna, dunque, con buona pace di inglesi e americani, partorirà un topolino e forse nemmeno quello.  

Massimo De Cecco

Repubblica – 24 novembre 2014

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/11/24/news/un_trattato_contro_il_welfare_europeo-101275826/?ref=search

 

Perché il TTIP non è un bene per l’Europa (e neppure per l’America)

http://www.pagina99.it/news/economia/7486/Perche-il-TTIP-non-e-un.html

 

I migranti e l’economia italiana

extLa differenza tra tasse contributi in rapporto alla spesa pubblica ….

da un articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 23 novembre 2014

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Due rapporti della Fondazione Leone Moressa e Andrea Stuppini, collaboratore de «lavoce.info», spiegano che non solo le imprese create da immigrati sono 497 mila (l’8,2% del totale: a dispetto della crisi) per un valore aggiunto di 85 miliardi di euro, ma che nei calcoli dare-avere chi ci guadagna siamo anche noi. Nel 2012 i contribuenti nati all’estero sono stati poco più di 3,5 milioni e «hanno dichiarato redditi per 44,7 miliardi di euro (mediamente 12.930 euro a persona) su un totale di 800 miliardi di euro, incidendo per il 5,6% sull’intera ricchezza prodotta». L’imposta netta versata «ammonta in media a 2.099 euro, per un totale complessivo pari a 4,9 miliardi». Con disparità enorme: 4.918 euro pro capite di Irpef pagata nel 2013 in provincia di Milano, 1.499 in quella di Ragusa.
A questa voce, però, ne vanno aggiunte altre. Ad esempio l’Iva: «Una recente indagine della Banca d’Italia ha evidenziato come la propensione al consumo delle famiglie straniere (ovvero il rapporto tra consumo e reddito) sia pari al 105,8%: vale a dire che le famiglie straniere tendono a non risparmiare nulla, anzi ad indebitarsi o ad attingere a vecchi risparmi. Ipotizzando che il reddito delle famiglie straniere sia speso in consumi soggetti ad Iva per il 90% (escludendo rimesse, affitti, mutui e altre voci non soggette a Iva), il valore complessivo dell’imposta indiretta sui consumi arriva a 1,4 miliardi di euro». Più il gettito dalle imposte sui carburanti (840 milioni circa), i soldi per lotto e lotterie (210 milioni) e rinnovi dei permessi di soggiorno (1.741.501 nel 2012 per 340 milioni) e così via: «Sommando le diverse voci, si ottiene un gettito fiscale di 7,6 miliardi».

Poi c’è il contributo previdenziale: «Considerando che secondo l’ultimo dato ufficiale Inps (2009) i contributi versati dagli stranieri rappresentano il 4,2% del totale, si può stimare un gettito contributivo di 8,9 miliardi». Cosicché «sommando gettito fiscale e contributivo, le entrate riconducibili alla presenza straniera raggiungono i 16,6 miliardi».
Ma se questo è quanto danno, quanto ricevono poi gli immigrati? «Considerando che dopo le pensioni la sanità è la voce di gran lunga più importante e che all’interno di questa circa l’80% della spesa è assorbita dalle persone ultrasessantacinquenni», risponde lo studio, l’impatto dei nati all’estero (nettamente più giovani e meno acciaccati degli italiani) è decisamente minore sul peso sia delle pensioni sia della sanità, dai ricoveri all’uso di farmaci. Certo, è maggiore nella scuola «dove l’incidenza degli alunni con cittadinanza non italiana ha raggiunto l’8,4%», ma qui «la parte preponderante della spesa è fissa».
E i costi per la giustizia? «Una stima dei costi si aggira su 1,75 miliardi di euro annui». E le altre spese? Contate tutte, rispondono Stuppini e la Fondazione. Anche quelle per i Centri di Identificazione ed Espulsione: «Per il 2012 il costo complessivo si può calcolare in 170 milioni».

In ogni caso, prosegue il dossier, «si è considerata la spesa pubblica utilizzando il metodo dei costi standard, stimando la spesa pubblica complessiva per l’immigrazione in 12,6 miliardi di euro, pari all’1,57% della spesa pubblica nazionale. Ripartendo il volume di spesa per la popolazione straniera nel 2012 (4,39 milioni), si ottiene un valore pro capite di 2.870 euro». Risultato: confrontando entrate e uscite, «emerge come il saldo finale sia in attivo di 3,9 miliardi». Per capirci: quasi quanto il peso dell’Imu sulla prima casa. Poi, per carità, restano tutti i problemi, i disagi e le emergenze che abbiamo detto. Che vanno affrontati, quando serve, anche con estrema durezza. Ma si può sostenere, davanti a questi dati, che mantenere l’estensione della social card ai cittadini nati all’estero ma col permesso di soggiorno è «un’istigazione al razzismo»?

Per non dire dell’apporto dei «nuovi italiani» su altri fronti. Dice uno studio dell’Istituto Ricerca Sociale che ci sono in Italia 830 mila badanti, quasi tutte straniere, che accudiscono circa un milione di non autosufficienti. Il quadruplo dei ricoverati nelle strutture pubbliche. Se dovesse occuparsene lo Stato, ciao: un posto letto, dall’acquisto del terreno alla costruzione della struttura, dai mobili alle lenzuola, costa 150 mila euro. Per un milione di degenti dovremmo scucire 150 miliardi. E poi assumere (otto persone ogni dieci posti letto) 800 mila addetti per una spesa complessiva annuale (26mila euro l’uno) di quasi 21 miliardi l’anno. Più spese varie. Con un investimento complessivo nei primi cinque anni di oltre 250 miliardi.

LE IMPRESE SALMONE CHE TORNANO A CASA

salmA fine settembre erano 4, l’anno scorso sono arrivate a 11, due anni fa a 12, nel 2009 erano 17. Sono ormai un centinaio le imprese italiane che nell’ultimo decennio, con alcuni impianti, hanno risalito la corrente come salmoni. La loro è una silenziosa ondata di rimpatrio delle produzioni dai Paesi emergenti a basso costo verso Paesi avanzati, Italia inclusa, dal costo del lavoro più alto ma con competenze e talenti difficili da imitare.

Fra i protagonisti del controesodo si contano marchi di moda e design come Tod’s, Prada, Piquadro, Ferragamo, Nannini, Natuzzi. Ma non ci sono solo quelli. Prysmian, leader mondiale nel settore dei cavi, sta decidendo di rafforzare gli investimenti in Europa e anche in Italia. Interpump nella meccanica ha ormai depotenziato l’attività nei suoi impianti cinesi per rafforzare proprio l’Italia.

È un movimento in direzione inversa rispetto a quello dell’epopea della globalizzazione, e in qualche modo ne contraddice la retorica segnando una seconda fase. L’erosione dei costi della manodopera per alcuni non ha mantenuto tutte le promesse di redditività. Le imprese-salmone, quelle che risalgono la corrente da Est verso Ovest e da Sud verso Nord del mondo, vogliono essere più vicine ai mercati, dipendere meno dall’imprevedibilità di sistemi politici opachi e lontani, pagare meno in assicurazione e trasporto.

A questo punto costituiscono un fenomeno così diffuso da guadagnarsi un neologismo: “re-shoring” al posto dell’off-shoring verso l’Asia di vent’anni fa. ……. Secondo uno studio di Uni-Club, un gruppo di quattro atenei, il made in Italy è secondo dopo il sistema d’impresa americano per intensità del “re-shoring”. La Cina è il Paese dal quale rimpatriano più spesso; la moda è il settore più interessato dalla nuova tendenza: vi appartengono circa 40 del centinaio di imprese che negli ultimi dieci anni hanno deciso di rimpatriare. Ma anche meccanica e elettrotecnica sono presenti. Fra le motivazioni portate dai manager, spiccano quelle che ricordano che anche un’economia matura ha un posto nella globalizzazione 2.0. Il costo del lavoro in Italia è sì elevato, ma non nella manifattura di alta qualità o nelle funzioni ad alto contenuto di competenza e cultura. Che il costo del cuneo fiscale è eccessivo, ma mai come l’imprevedibilità della Cina dove i salari sono ormai triplicati. E il messaggio delle imprese-salmone è che l’Italia ha sì molti problemi, ma non ci sono scuse: prendersela con l’euro o Angela Merkel, per loro, è come andare alla carica contro i mulini a vento.