L’Ue promuove l’Italia, ok alla manovrina ma rivuole l’Imu

L’Italia strappa la promozione a Bruxelles, ma viene rimandata al prossimo esame sui conti pubblici previsto in autunno. È quanto emerso dal pacchetto di primavera della Commissione Ue, che mette insieme le raccomandazioni specifiche per Paese e bacchetta gli Stati membri se presentano eccessivi squilibri macroeconomici. Nonostante l’esecutivo europeo non perda occasione per ricordare l’alto debito del Belpaese, nei giudizi si legge che “le misure fiscali aggiuntive richieste per il 2017 sono state adottate e che, pertanto, non sono necessarie ulteriori misure per conformarsi alla regola del debito in questa fase”.

La Commissione fa riferimento alla manovra da 3,4 miliardi di euro, o lo 0,2% del Pil, chiesta per ridurre il disavanzo di quest’anno. Per l’Italia, viene ancora spiegato dall’Ue, la Commissione “ha concluso che non esistono le basi analitiche” per aprire una procedura per squilibri macroeconomici, a meno che l’Italia “non realizzi pienamente le riforme”. Per il momento Roma viene graziata, soprattutto per gli impegni di riforma “sufficientemente ambiziosi”, come li definisce il commissario Ue agli Affari economici Moscovici. Che avverte: “Oggi ci sono buone notizie, ma valuteremo nuovamente la conformità con la regola del debito sulla base delle previsioni di autunno”.

Bruxelles chiede all’Italia di accelerare su alcuni capìtoli di riforma come i tempi dei processi civili, che “continuano ad essere tra i più alti dell’Unione europea”, la lotta alla corruzione e l’ammodernamento di pubbliche amministrazioni, imprese pubbliche e ambiente imprenditoriale, per cui restano “una serie di inefficienze strutturali”. E ancora, il governo deve lavorare ulteriormente per favorire lo smaltimento dei crediti deteriorati nella pancia delle banche, perché frenano il credito e dunque la ripresa. “Le iniziative politiche prese finora non hanno ancora portato a una significativa riduzione dei crediti in sofferenza”, viene spiegato nei documenti di Bruxelles.

Ma il punto più controverso resta l’Imu sulla prima casa, che insieme con la riforma del catasto, la Commissione chiede all’Italia di reintrodurre, almeno per i più ricchi. Roma, afferma la Commissione, deve effettuare “un sostanziale sforzo fiscale per il 2018” che preveda “un’azione decisiva” per “riformare il sistema catastale obsoleto e reintrodurre la tassa sulla prima casa per le famiglie ad alto reddito”.

L’Imu sulla prima casa è “una delle tante proposte, ma le riforme fiscali vanno viste nel loro insieme e io direi che cambiare idea su una tassa che è stata appena cambiata da pochi mesi non è una buona idea”, risponde il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, arrivando a Bruxelles per l’Eurogruppo. E aggiunge: “Le riforme si continuano a fare ma bisogna farne altre. La crescita migliora, ma non soddisfa. Dobbiamo tenere la politica di bilancio in una strada stretta tra consolidamento e sostegno alla crescita”. In un colloquio con il Financial Times, Padoan spiega inoltre la ragione dei tempi lunghi per l’accordo con le autorità europee per il salvataggio di Mps. “Stiamo stabilendo un precedente, un benchmark”, dice l’inquilino di via XX Settembre, sottolineando che “non stiamo perdendo tempo, stiamo lavorando 24 ore al giorno per affrontare la questione e siano fiduciosi che concluderemo i colloqui con successo”.

Il Tempo, 22 maggio 2017

http://www.iltempo.it/economia/2017/05/22/news/l-ue-promuove-l-italia-ok-alla-manovrina-ma-rivuole-l-imu-1028912/

 

170 giorni di lavoro per le tasse

taxfreedMeno tasse, ma non per tutti.

Nel 2017 la pressione tributaria complessiva, secondo le prime stime, dovrebbe scendere lievemente, dal 42,6% al 42,3% del Pil (il Prodotto interno lordo, quanto produce l’Azienda Italia in un anno intero). Poco? Mica tanto. Si tratta, infatti, di circa 7 miliardi di euro che dovrebbero essere risparmiati dagli italiani tra tagli effettivi e mantenimento di alcune agevolazioni che stavano per scadere.

Liberazione

Ma i miglioramenti per le famiglie italiane, purtroppo, non ci sono. O sono irrisori. Anche quest’anno, infatti, il quadro (reddito di 50.000 euro) — scelto da Corriere Economia dal 1990 per misurare l’insostenibile pesantezza del Fisco sui budget familiari — , dovrà lavorare 170 giorni, gli stessi del 2016, per pagare imposte e contributi. In pratica solo dalla mattina del 20 giugno comincerà a guadagnare per far fronte alle proprie necessità e a quelle della sua famiglia. Corvée fiscale invariata anche per l’operaio, l’altro contribuente tipo (reddito di 25.077 euro) utilizzato nell’analisi, condotta come sempre con la collaborazione dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre. A lui serviranno 130 giorni, gli stessi del 2016, per sfamare l’appetito dell’Erario. Il Tax Freedom Day, il giorno della liberazione fiscale, arriverà così l’11 maggio. L’anno scorso era il 10 maggio, ma il 2016 era un anno bisestile (lo stesso effetto c’è anche per il quadro).

Il paradosso

Ma come si spiega questo paradosso; pressione tributaria che scende e schiavitù fiscale che resta invariata? I tagli effettivi alle aliquote hanno interessato solo le imprese con l’Ires che scende dal 27,5% al 24% (e con l’arrivo della nuova Iri per le imprese individuali e società di persone, aliquota del 24%), mentre nessun intervento è stato fatto sul fronte dell’Irpef. In autunno, mentre fervevano le opere nel grande cantiere della legge di Stabilità, si era parlato di possibili tagli alle aliquote ferme da 10 anni (quado al governo c’era Prodi) a partire dal 2018, ma nessun impegno ufficiale è stato preso. E bisognerà vedere se il governo Gentiloni continuerà sulla strada che voleva percorrere l’esecutivo Renzi. Un vero e proprio tabù quello delle aliquote Irpef che nessuno dei cinque premier succeduti a Prodi è stato in grado di scalfire.

Dieci anni

E, se si tiene conto dell’inflazione, questi ultimi dieci anni sono stati un vero Calvario per il nostro contribuente tipo. Nel 2007 guadagnava 41.655 euro contro i 50.068 attuali. In un decennio la sua retribuzione è cresciuta di 8.413 euro, mentre l’Irpef netta è passata da 8.795 a 11.934 euro. Degli 8.413 euro di aumento retributivo, ben 3.139 sono stati divorati dal Fisco (il 37,3%, oltre un terzo). Le uniche buone notizie del 2017 per le famiglie riguardano la conferma dell’esenzione da Imu e Tasi dell’abitazione principale, l’impossibilità per i comuni e le regioni di aumentare le pretese, la conferma di una serie di sgravi che stavano per scadere più qualche piccolo bonus. Poco, troppo poco, per spostare indietro l’orologio del Tax Freedom Day che così resta pericolosamente vicino alle Colonne d’Ercole, rappresentate da quel 30 giugno varcato il quale vorrebbe dire lavorare di più per lo Stato che per se stessi.

L’identikit della famiglia tipo

I contribuenti tipo sono i medesimi degli anni precedenti, il loro reddito è stato incrementato dello 0,6% rispetto al 2016 sulla base della variazione degli indici di rivalutazione contrattuali Istat. La stima dell’Iva a carico del contribuente si basa sul presupposto che questi, nelle sue abitudini di spesa, rifletta quelle medie delle famiglie italiane di tre componenti come rilevate dall’Istat. Per l’addizionale regionale Irpef si è fatto riferimento a quella in vigore in Lombardia, mentre la Tari è quella del comune di Milano, infine l’aliquota dell’addizionale comunale è quella media dei capoluoghi di provincia I numeri Il nostro contribuente tipo paga complessivamente 23.609 euro di tasse su uno stipendio lordo, più assegni familiari, di 50.566 per una pressione tributaria che arriva al 46,6%. Per fare qualche esempio: servono 86 giorni per far fronte al mostro dell’Irpef: in pratica solo a fine marzo il quadro finirà di saldare il conto dell’imposta sul reddito. E, se ci aggiungiamo i contributi, si arriva a sfiorare maggio. Quasi due settimane se ne vanno per le imposte locali. Passando dal calendario alla singola giornata lavorativa, 224 minuti sono destinati a pagare imposte e contributi. Con quasi due ore ogni giorno dedicate all’Irpef. Non è un po’ troppo?

Corriere della Sera 9 gennaio 2017

Massimo Fracaro e Andrea Vavolo

http://www.corriere.it/economia/finanza_e_risparmio/17_gennaio_09/2017-170-giorni-lavoro-le-tasse-a1ffe978-d638-11e6-b48b-df5f96e3114a.shtml

I migranti e l’economia italiana

extLa differenza tra tasse contributi in rapporto alla spesa pubblica ….

da un articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 23 novembre 2014

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Due rapporti della Fondazione Leone Moressa e Andrea Stuppini, collaboratore de «lavoce.info», spiegano che non solo le imprese create da immigrati sono 497 mila (l’8,2% del totale: a dispetto della crisi) per un valore aggiunto di 85 miliardi di euro, ma che nei calcoli dare-avere chi ci guadagna siamo anche noi. Nel 2012 i contribuenti nati all’estero sono stati poco più di 3,5 milioni e «hanno dichiarato redditi per 44,7 miliardi di euro (mediamente 12.930 euro a persona) su un totale di 800 miliardi di euro, incidendo per il 5,6% sull’intera ricchezza prodotta». L’imposta netta versata «ammonta in media a 2.099 euro, per un totale complessivo pari a 4,9 miliardi». Con disparità enorme: 4.918 euro pro capite di Irpef pagata nel 2013 in provincia di Milano, 1.499 in quella di Ragusa.
A questa voce, però, ne vanno aggiunte altre. Ad esempio l’Iva: «Una recente indagine della Banca d’Italia ha evidenziato come la propensione al consumo delle famiglie straniere (ovvero il rapporto tra consumo e reddito) sia pari al 105,8%: vale a dire che le famiglie straniere tendono a non risparmiare nulla, anzi ad indebitarsi o ad attingere a vecchi risparmi. Ipotizzando che il reddito delle famiglie straniere sia speso in consumi soggetti ad Iva per il 90% (escludendo rimesse, affitti, mutui e altre voci non soggette a Iva), il valore complessivo dell’imposta indiretta sui consumi arriva a 1,4 miliardi di euro». Più il gettito dalle imposte sui carburanti (840 milioni circa), i soldi per lotto e lotterie (210 milioni) e rinnovi dei permessi di soggiorno (1.741.501 nel 2012 per 340 milioni) e così via: «Sommando le diverse voci, si ottiene un gettito fiscale di 7,6 miliardi».

Poi c’è il contributo previdenziale: «Considerando che secondo l’ultimo dato ufficiale Inps (2009) i contributi versati dagli stranieri rappresentano il 4,2% del totale, si può stimare un gettito contributivo di 8,9 miliardi». Cosicché «sommando gettito fiscale e contributivo, le entrate riconducibili alla presenza straniera raggiungono i 16,6 miliardi».
Ma se questo è quanto danno, quanto ricevono poi gli immigrati? «Considerando che dopo le pensioni la sanità è la voce di gran lunga più importante e che all’interno di questa circa l’80% della spesa è assorbita dalle persone ultrasessantacinquenni», risponde lo studio, l’impatto dei nati all’estero (nettamente più giovani e meno acciaccati degli italiani) è decisamente minore sul peso sia delle pensioni sia della sanità, dai ricoveri all’uso di farmaci. Certo, è maggiore nella scuola «dove l’incidenza degli alunni con cittadinanza non italiana ha raggiunto l’8,4%», ma qui «la parte preponderante della spesa è fissa».
E i costi per la giustizia? «Una stima dei costi si aggira su 1,75 miliardi di euro annui». E le altre spese? Contate tutte, rispondono Stuppini e la Fondazione. Anche quelle per i Centri di Identificazione ed Espulsione: «Per il 2012 il costo complessivo si può calcolare in 170 milioni».

In ogni caso, prosegue il dossier, «si è considerata la spesa pubblica utilizzando il metodo dei costi standard, stimando la spesa pubblica complessiva per l’immigrazione in 12,6 miliardi di euro, pari all’1,57% della spesa pubblica nazionale. Ripartendo il volume di spesa per la popolazione straniera nel 2012 (4,39 milioni), si ottiene un valore pro capite di 2.870 euro». Risultato: confrontando entrate e uscite, «emerge come il saldo finale sia in attivo di 3,9 miliardi». Per capirci: quasi quanto il peso dell’Imu sulla prima casa. Poi, per carità, restano tutti i problemi, i disagi e le emergenze che abbiamo detto. Che vanno affrontati, quando serve, anche con estrema durezza. Ma si può sostenere, davanti a questi dati, che mantenere l’estensione della social card ai cittadini nati all’estero ma col permesso di soggiorno è «un’istigazione al razzismo»?

Per non dire dell’apporto dei «nuovi italiani» su altri fronti. Dice uno studio dell’Istituto Ricerca Sociale che ci sono in Italia 830 mila badanti, quasi tutte straniere, che accudiscono circa un milione di non autosufficienti. Il quadruplo dei ricoverati nelle strutture pubbliche. Se dovesse occuparsene lo Stato, ciao: un posto letto, dall’acquisto del terreno alla costruzione della struttura, dai mobili alle lenzuola, costa 150 mila euro. Per un milione di degenti dovremmo scucire 150 miliardi. E poi assumere (otto persone ogni dieci posti letto) 800 mila addetti per una spesa complessiva annuale (26mila euro l’uno) di quasi 21 miliardi l’anno. Più spese varie. Con un investimento complessivo nei primi cinque anni di oltre 250 miliardi.

Manovra in dirittura d’arrivo

Camera ha approvato la legge di stabilità. Domani l’Aula di Montecitorio voterà gli altri due documenti di Bilancio, vale a dire il ddl di Bilancio e la Nota di variazione. A favore della Manovra hanno votato 258 deputati, contro 103, 3 si sono astenuti. I testi passeranno poi al Senato che da lunedì li esaminerà per il sì definitivo.

La giornata alla Camera era cominciata con il voto sulla fiducia: 350 sì, 196 no e un astenuto il risultato per il governo. Ma il cantiere delle norme connesse resta aperto: arriverà a breve un decreto per correggere le detrazioni sulle imposte che riguardano la casa, in particolare la Tassa sui servizi indivisibili dei Comuni, quelli che vanno dall’illuminazione al verde pubblico passando dalla manutenzione delle strade (la Tasi). 500 milioni sono già previsti in dotazione ai Comuni, ma secondo quanto annuncia il ministro per gli Affari regionali, Graziano Delrio, si arriverebbe a circa 1,3 miliardi ……

http://www.repubblica.it/economia/2013/12/20/news/stabilit_il_ministro_delrio_promette_detrazioni_per_la_casa_fino_a_1_3_miliardi-74110685/?ref=HREA-1

Ecco la manovra…

La legge di Stabilità entrata ieri nel Consiglio dei ministri ha subito parecchie modifiche rispetto alle anticipazioni della vigilia, ma la struttura portante resta immutata.

Meno Irpef per un miliardo e mezzo
Nel 2014 scatta dunque la riforma dell’Imu, ma si avvia soprattutto un primo taglio delle tasse per le imprese e i lavoratori. Per l’abbattimento del cosiddetto cuneo fiscale le risorse non sono molte, ma come per tutte le altre misure potranno essere rimpinguate nel corso dell’esame parlamentare, anche in funzione del gettito atteso dai provvedimenti «non cifrati». Sul piatto, per ora, ci sono 11,6 miliardi in tre anni, 5 per i lavoratori, 5,6 per le imprese. Nel 2014 lo sgravio sulle buste paga, concentrato sui redditi più bassi, sarà di un miliardo e mezzo di euro e la sua articolazione sarà decisa dal governo con il Parlamento e le parte sociali. Per le imprese, invece, ci sarà una riduzione dell’Irap sulla componente relativa al costo del lavoro (400 milioni di sgravio nel 2014) e un taglio (da un miliardo) dei contributi sociali. Confermato il potenziamento dell’Ace, l’aiuto alla capitalizzazione delle imprese, la cui aliquota salirà dal 3 al 4,5%, e al 6% nel 2015.

Salta l’Imu prima casa, arriva la Trise
La nuova Service tax, che scatta dal 2014, si chiamerà Trise e assorbirà Imu, Tares e Tarsu. Non il tributo provinciale ambientale. La quota sui servizi indivisibili (Tasi) vale l’1 per mille della base imponibile Imu (o 1 euro a metro quadro a scelta dei comuni), mentre la quota rifiuti (Tari) dovrà coprire i costi del servizio. Quest’ultima sarà a carico dei proprietari, ma i comuni potranno chiedere il pagamento fino al 30% della Tasi anche agli inquilini. La nuova Trise, secondo i calcoli della Uil per una famiglia di 4 persone in un appartamento di 100 metri quadri, peserà in media sulla prima casa nel 2014 per 366 euro a famiglia, in aumento rispetto ai 281 medi del 2013 ma in calo rispetto ai 450 del 2012 quando l’Imu si pagò anche sulla prima casa. ……

La stretta sul pubblico impiego
È da qui che arriva buona parte dei risparmi sui costi dello Stato, con il taglio del 10% degli straordinari, misura ridotta al 5% per militari, polizia e vigili del fuoco, il blocco della contrattazione oltre il 2014, un tetto all’indennità di vacanza contrattuale e un rafforzamento del blocco del tun over. ….

Pensioni bloccate oltre i 3 mila euro
La quota di pensione oltre sei volte il trattamento minimo Inps, ossia 3.000 euro lordi al mese, non verrà rivalutata nei prossimi tre anni, mentre quelle inferiori, a partire dai 1.500 euro lordi, avranno una rivalutazione solo parziale e più bassa di quella odierna. Nella bozza della legge di Stabilità, si legge infatti che verranno rivalutate del 100% quelle fino a 1.500 euro; del 90% quelle fino a 2.000 euro; del 75% quelle fino a 2.500. Per quelle tra i 2.500 e i 3.000 euro la rivalutazione sarà del 50%, oltre tale soglia verranno bloccate. ……

http://www.corriere.it/politica/13_ottobre_16/pochi-taglie-aumenti-busta-paga-ecco-manovra-10-punti-1a863fb6-3621-11e3-b4e4-e4dfbe302858.shtml

Guida alla manovra: numeri e misure

http://www.repubblica.it/economia/2013/10/16/foto/guida_alla_manovra_ecco_numeri_e_misure-68701277/1/#1

Da BBB+ a BBB

round-rating-buttons[1]Standard & Poor’s taglia il rating dell’Italia a BBB da BBB+, l’outlook è negativo. La decisione dell’agenzia Usa riflette «l’effetto di un ulteriore indebolimento della crescita sulla struttura e la resistenza dell’economia italiana»  e «la mancata trasmissione sull’economia reale della politica monetaria espansiva della Bce con i tassi dei prestiti alle imprese che rimangono ben sopra i livelli pre-crisi»  (leggi il documento).  Di più: l’outlook negativo assegnato all’Italia «indica che c’è almeno una chance su tre che il rating possa essere ridotto ancora nel 2013 o nel 2014». Ora il Paese è a un passo dal gradino definito junk (spazzatura), che equivale a un consiglio di non investire nei suoi titoli di debito (guarda la scala dei rating).

PROSPETTIVE – Scenari nefasti. Soprattutto perché «l’economia italiana si contrarrà quest’anno dell’1,9%», rincara Standard & Poor’s, sottolineando che il downgrade dell’Italia è legato all’ulteriore peggioramento delle prospettive». Si stima anche che il Pil pro capite per 2013 sarà pari a 25 mila euro, «al di sotto dei livelli del 2007». Inoltre S&P stima un debito al 129% del Pil alla fine del 2013 e che non scenderà «a meno che il surplus di bilancio, con l’esclusione delle spese per interesse, non si avvicinerà al 5% del Pil».

GLI OBIETTIVI – E la società di rating ha motivato nel dettaglio questo ulteriore downgrade, puntando il dito contro le politiche evidentemente giudicate troppo lassiste in tema di tenuta dei conti pubblici. Nel testo si legge che «nel 2013 gli obiettivi di bilancio in Italia sono potenzialmente a rischio per il differente approccio nella coalizione di governo» per coprire un disavanzo «frutto della sospensione dell’Imu e del possibile ritardo del pianificato aumento dell’Iva», scrive l’agenzia dimostrandosi in disaccordo rispetto alle ultime decisioni del governo Letta come la sospensione dell’Imu sulla prima casa e lo stop all’aumento dell’Iva di un punto percentuale prevista originariamente per il primo luglio e posticipata ad ottobre…

http://www.corriere.it/economia/13_luglio_09/standard-poors-italia-debito-rating_acbc3750-e8bf-11e2-ae02-fcb7f9464d39.shtml

 

COS’ E’ IL RATING

ll rating è un voto espresso in lettere che esprime l’affidabilità di una azienda, Stato o governo locale che emette un titolo di debito. Indica la capacità di ripagare quel debito e di conseguenza la rischiosità dell’investimento. La scala varia a seconda degli istituti. I principali sono Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch. Va dalla tripla A (massima affidabilità) alla D (default, insolvenza). La valutazione è sulla base dei bilanci, dei fondamentali economici e finanziari. Prima di procedere, l’agenzia deve necessariamente avvisare di aver posto sotto osservazione le prospettive di rating, esplicitando se lo ha fatto con implicazioni postive o negative. Titoli con rating molto bassi possono essere rifiutati dalla Bce come collaterali nelle operazioni di finanziamento del sistema bancario.

 

 

Al 53% la pressione fiscale sui contribuenti onesti

La Corte dei Conti punta l’indice contro l’evasione fiscale e, mentre la maggioranza si divide sul doppio nodo estivo dell’aumento di Iva e Imu, richiama l’attenzione sulla straordinaria pressione fiscale che pesa sugli italiani. Per il presidente dei magistrati contabili Luigi Giampaolino, che ha parlato durante una audizione alla Camera, la questione dell’evasione «continua ad essere per il nostro paese un problema molto grave» e costituisce una delle cause dello «squilibrio dei conti pubblici, del malessere sociale e delle difficoltà del sistema produttivo».
L’analisi della Corte dei Conti ufficializza il dato della «pressione fiscale effettiva », quella che sostanzialmente pesa sugli italiani onesti che pagano regolarmente le tasse: è salita al 53 per cento, molti punti in più rispetto alla pressione fiscale normalmente registrata dai documenti del governo che nel 2013 è comunque del 45,3. La pressione «effettiva » prende in considerazione un denominatore, cioè un Pil, più piccolo rispetto a quello ufficiale (che viene invece corretto e «gonfiato» considerando anche l’economia sommersa): ne deriva una pressione fiscale più alta, frutto del rapporto tra le tasse pagate (numeratore) e un Pil più piccolo (denominatore) al quale viene sottratta l’economia sommersa. In pratica il fisco porta via metà del reddito a coloro che pagano le tasse anche per chi non le paga.
Il documento della Corte, che individua un vero e proprio «circuito dell’evasione », rilancia cifre impressionanti: solo di Iva e Irap mancano all’appello ogni anno 50 miliardi; l’economia «nera », sulla quale non si pagano naturalmente le tasse, è così ampia nel nostro paese che siamo secondi, nelle classifiche internazionali, solo alla Grecia.
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La Corte mette alla sbarra l’intero sistema di contrasto all’evasione basato in Italia sostanzialmente su un controllo ex post a base di accertamenti e obblighi formali che ha trascurato la «tax compliance», cioè l’adempimento spontaneo. Di fatto i maggiori protagonisti dell’evasione sono circa 5 milioni, i cosiddetti lavoratori indipendenti: questi sono soggetti a 200 mila accertamenti all’anno e ciò significa, rileva la magistratura contabile, che il «pericolo » di subire un controllo approfondito è di uno ogni venti anni. Dunque vale la pena rischiare

https://triskel182.wordpress.com/2013/06/20/la-vera-pressione-fiscale-arriva-al-53-roberto-petrini/