L’età del dubbio

Se il diciottesimo secolo è stato l’Età della Ragione, sembra assolutamente possibile che il nostro periodo, quello in cui stiamo vivendo oggi, verrà ricordato come l’Età del Dubbio.
Persone terribili hanno un potere enorme su di noi. Com’è successo?
I nostri telefoni ci stanno ascoltando, proprio mentre noi li ascoltiamo?
Ci sarà un futuro? Quando dico che la nostra epoca verrà ricordata come l’Età del Dubbio, lo dico presupponendo che ci sarà un futuro.
Pare che tutto quello che sappiamo con certezza è che abbiamo ragione di dubitare di quasi ogni cosa.
E allora, non dovremmo pensare a qualunque antidoto contro il dubbio che riusciamo a escogitare? Perché, in fondo, dobbiamo pur vivere le nostre vite, persino in un’epoca in cui sembra fin troppo ragionevole rimanere dentro casa, con le persiane abbassate.
Ho un mio, personale elenco di antidoti contro il dubbio. Spero che anche voi ne abbiate qualcuno.
Uno. Ogni giorno mi concentro su qualunque cosa su cui non nutro alcun dubbio.
La bellezza e la vitalità di mio figlio, di ventun anni. La luna quasi piena in una notte d’estate, mentre mi siedo su un tetto di New York City in compagnia di alcuni amici e di una bottiglia di vino. Il pino giapponese di cui mi sto prendendo cura nel balcone del mio appartamento. Le pere che stanno diventando mature sul davanzale della finestra.
Ho paura per il futuro di mio figlio, il futuro dei miei amici e del pino. Ma non dubito della loro bellezza e del loro valore, nel presente.
Due. Ho fiducia nel fatto che una specie in grado di realizzare Il Gattopardo, la Venere di Urbino e La Traviata – per non parlare del romanzo di George Saunders Lincoln nel Bardo, e l’arte di Mimmo Paladino – non permetterà che il mondo finisca prematuramente, per quanto alcune persone possano adoperarsi per fare esattamente questo.
L’arte serve a darci fede, e più fede equivale a meno dubbio.
Tre. Ogni giorno cerco di aiutare qualcuno, che sia uno sconosciuto bisognoso di soldi o un turista che ha l’aria di essersi perso. Si tratta di semplici azioni, di cui non ho alcun dubbio.
Se le persone hanno bisogno di soldi e voi ne avete di più del necessario, gliene potete dare un po’. Non dovete domandarvi per cosa li spenderanno. Se chiedono dei soldi, allora ne hanno bisogno.
Se alcune persone si sono perse, potete aiutarle a ritrovare la loro strada. Sebbene probabilmente riuscirebbero cavarsela anche da sole, è sempre possibile che si possano perdere al punto di vagare per il mondo, cacciati di casa, cercando continuamente di raggiungere le loro destinazioni proprio mentre si allontanano sempre di più da esse. Non dovete dubitare dell’onestà del vostro gesto di averle mandate nella direzione in cui dovevano andare.
Quattro. Ogni giorno leggo un blog o guardo un notiziario in televisione, con le cui politiche sono fortemente in disaccordo. Credo di sentirmi meglio – o in ogni caso meno nervoso – se vedo il mostro rintanato sotto il letto, invece di sapere solamente che c’è qualcosa sotto il letto. Se si vede il mostro, si ha una consapevolezza maggiore di come combatterlo.
È a questo punto che le cose si complicano. Nel guardare il mostro, è possibile che cominciamo a comprendere il suo dolore, la sua paura, i suoi bisogni.
Ma in verità è meglio ignorare quell’impulso empatico, almeno finché il mondo non sarà tornato in sé e avrà smesso di cercare così assiduamente di distruggere se stesso.
Cinque. Amore. Ho tenuto l’antidoto migliore per ultimo.
Amare gli altri, anche se amiamo una o due persone (benché mi auguri che tutti noi ne amiamo un po’ di più) è più efficace nello scacciare i dubbi di qualsiasi altra misura che conosca. C’è qualcuno nella stanza accanto, c’è qualcuno al telefono, c’è qualcuno che non solo ti conosce, ma sa dove sei e come stai, proprio come tu sai dov’è e come sta l’altra persona.
Quando amiamo, quando diamo e riceviamo amore, non possiamo veramente farci del male, non possiamo venire colpiti al cuore, qualunque cosa possa succedere ai nostri corpi, alle nostre città. Alla nostra terra.
Detto questo…
Non possiamo abbandonare i nostri dubbi. Il mondo in pericolo ha bisogno di persone che dubitano. In fondo, ci sono poche persone più pericolose di quelle che non dubitano; che credono incontestabilmente in un sistema politico, in un’ideologia, una fede.
E, allo stesso, tempo, dobbiamo vivere e, come specie, non riusciamo a crescere e a progredire veramente con una dieta a base di paura e incertezza.
Brindiamo alle nostre vite, allora. Ai dubbi che animano il nostro mondo e a qualunque certezza che ci aiuta a vivere in esso. Brindiamo alla forza che tutti noi possediamo, alla forza che nasce dalla nostra umanità condivisa, alla nostra pura e semplice volontà di continuare a vivere, e affinché i nostri figli continuino a vivere, che per secoli è stata la nostra arma migliore.
L’ultima cosa che so con assoluta certezza… eccoci qui. Sono abbastanza sicuro delle nostre vite per scrivere questo, e voi siete abbastanza sicuri delle nostre vite per ascoltarlo.
Eccoci qui, allora. Tutti noi. Eccoci qui, vivi, adesso. Non abbiamo nessuna ragione per dubitarne. Abbiamo tutte le ragioni per esserne lieti.
Traduzione di Licia Vighi

MICHAEL CUNNINGHAM

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Perché l’incertezza pesa più del rischio

riscViviamo nel tempo dell’incertezza. Ma che cos’è con precisione l’incertezza, e che effetti ha sul comportamento delle persone, in particolare degli investitori finanziari? L’Italia sta entrando in un periodo di elevata incertezza politica: che effetti può avere sui mercati? Vi sono modi per attenuarli? Esporsi a situazioni che comportano dei rischi fa parte della nostra vita quotidiana, ma l’incertezza è diversa dal rischio. Come spiegò un economista americano, Frank H. Knight, nel 1921, affrontare un rischio significa esporsi ad un evento aleatorio essendo in grado di stimare la probabilità che esso si verifichi: gioco alla roulette e so che (se non è truccata) la probabilità che esca il rosso è esattamente 50 per cento. In situazioni di incertezza, invece, questa stima non è possibile.

Un esempio di questi giorni è la possibilità di trovarsi nel mezzo di un attentato terroristico: non c’è modo per stimare la probabilità che un terrorista si faccia saltare in aria nell’aereoporto dal quale partirò domani. Come reagiscono le persone in queste due situazioni? Spiegano i miei colleghi Pierpaolo Battigalli, Simone Cerreia, Fabio Maccheroni e Massimo Marinacci, grandi esperti di incertezza, che le persone di solito preferiscono fare scelte che comportino rischi conosciuti invece che sconosciuti, cioè preferiscono esporsi al rischio che all’incertezza. Per esempio, preferiscono investire in una tecnologia già adottata che in una nuova, anche se sanno che la prima risulta efficace solo nel 50 per cento dei casi. Questo atteggiamento è conosciuto come «avversione all’ambiguità».

L’avversione all’ambiguità ha due conseguenze. Innanzitutto, più le persone sono avverse all’ambiguità, più insistono nelle loro scelte, con la conseguenza che diventa difficile indurle a cambiare il loro comportamento. Per esempio, indurle a lavorare di più cambiando la tassazione sul lavoro. Un altro modo in cui le persone reagiscono all’ambiguità è rifugiandosi in «porti sicuri»: questo accade nei mercati finanziari con un fenomeno che viene chiamato flight to quality. Pensiamo a quanto accadde il 14 settembre 2008, il giorno del fallimento della banca statunitense Lehman Brothers. Ex post, è relativamente facile individuare ciò che fece esplodere quella banca, ma ex ante è questione diversa. Gli investitori sapevano che la realtà dei mercati finanziari è molto complessa, con milioni di potenziali punti deboli, ma non li avevano mai presi in considerazione perché li ritenevano irrilevanti in tempi normali. Quando Lehman fallì, e le interdipendenze fra quei punti deboli divennero essenziali, si trovarono catapultati da un situazione di rischio, in cui erano abituati a operare, a una di incertezza. E reagirono proprio come suggerisce la teoria dell’avversione all’ambiguità, abbandonando tutti gli strumenti finanziari (i cui prezzi crollarono) e rifugiandosi nei titoli garantiti dallo Stato. Qualcosa di simile è accaduto dopo la Brexit. Dalla sera alla mattina gli investitori si sono trovati di fronte ad una situazione difficile da valutare con gli strumenti usuali: che sarebbe accaduto alle relazioni commerciali fra Gran Bretagna e Unione Europea, come sarebbero stati riscritti i trattati con Stati Uniti, Canada, India e gli altri grandi partner commerciali della Gran Bretagna? Ancora una volta la reazione è stata una fuga dalla sterlina per rifugiarsi in Paesi meno incerti.

Un’altra conseguenza dell’avversione all’ambiguità riguarda il modo in cui le persone reagiscono alle riforme. Pensiamo al dibattito attualmente in corso su una possibile modifica di alcune regole pensionistiche. Tommaso Nannicini, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha detto (Il Sole24Ore del 7 agosto) che occorre trovare «misure di solidarietà interne al sistema previdenziale che aiutino le carriere discontinue a colmare alcuni vuoti contributivi». In altre parole, occorre ridurre le pensioni relativamente più elevate per compensare quelle che altrimenti sarebbero troppo basse. Ma senza specificare che cosa si intende per pensioni relativamente più elevate, si introduce un elemento di incertezza: alcuni pensionati non sanno né se saranno fra coloro che verranno colpiti, né di quanto. Di fronte a questa incertezza possono solo cercare di risparmiare di più, preparandosi al peggio. Lo stesso accadde in Germania nei mesi precedenti le elezioni del settembre del 1998. Durante la campagna elettorale Gerhard Schröder si era impegnato, qualora avesse vinto, a cancellare la riforma pensionistica appena varata dal suo avversario, il cancelliere Helmut Kohl. Ma non disse quali provvedimenti alternativi avrebbe adottato, poiché tutti sapevano che il sistema pensionistico tedesco non era sostenibile. Di fronte all’incertezza, nei mesi precedenti quell’elezione vi fu una caduta dei consumi e una forte crescita del risparmio privato. Evidentemente i cittadini tedeschi reagirono all’incertezza proteggendosi e risparmiando di più. Il risultato fu un forte rallentamento dell’economia anche perché Schröder, che vinse quelle elezioni, impiegò alcuni anni prima di varare la sua riforma pensionistica.

Il referendum costituzionale del prossimo autunno, e le conseguenze che provocherà, sono un’importante fonte di incertezza. Gli investitori esteri — che detengono più della metà del nostro debito pubblico — leggono che la vittoria del No potrebbe provocare la caduta del governo. Dopo essere stati esposti alla narrazione di una nuova era politica, si chiedono se sia stata solo un’illusione, non capiscono che cosa potrebbe accadere dopo. In altre parole non si trovano ad affrontare un rischio dal quale hanno gli strumenti per proteggersi, ma una situazione di incertezza. Nel motivare la sua decisione di cambiare opinione sull’Italia, da stabile a negativa, l’agenzia canadese Dbrs ha scritto venerdì scorso che il motivo principale è «l’incertezza politica riguardo all’esito del referendum costituzionale». Ciò che li preoccupa non è se la riforma della Costituzione verrà approvata, ma, nel caso non lo fosse, chi gestirà la trattiva con Bruxelles sulla legge di Stabilità i cui tempi si sovrappongono a quelli del referendum. Come nel caso della Brexit, la risposta degli investitori internazionali potrebbe essere l’abbandono dei nostri titoli pubblici, alla ricerca di porti rischiosi ma meno incerti. Che fare? Poco per influenzare il risultato del referendum, tranne informare con chiarezza i cittadini sui quesiti che verranno loro sottoposti. Questa incertezza non si può cancellare. Ma qualcosa si può fare per eliminare altre fonti di incertezza. Ad esempio varare e far approvare da Bruxelles e dal Parlamento la legge di Stabilità prima della data del referendum e smetterla di annunciare riforme del sistema previdenziale senza indicarne i dettagli.

La grande paura dell’orso

 
ursus«Esce, inseguito da un orso». Serve la didascalia più famosa ed enigmatica di William Shakespeare, in Il racconto d’inverno, per spiegare questo momento di panico nella finanza mondiale. Gli investitori sono paralizzati dalla paura di un «bear market», un mercato dell’orso.
Un mercato dell’orso che sta sbranando diversi mercati allo stesso tempo: dalle azioni alle obbligazioni, dal petrolio ai metalli pregiati, dalla Cina all’America.
La legge del capitalismo detta che quando un investitore voglia vendere un bene ce ne siano altri disposti a comprarlo a un determinato prezzo. Le crisi accadono quando quasi tutti gli investitori voglio vendere e nessuno vuole comprare. Come nel 2008, quando il crollo di Lehman Brothers provocò il collasso dell’economia mondiale.
Non siamo ancora ai livelli disperati del dopo-Lehman ma, dopo quasi due mesi di passione, ci sono parecchi mercati che stanno uscendo dalla norma, inseguiti da orsi grandi, aggressivi e affamati di sangue.
Venerdì mattina, ho chiamato un investitore che non si ferma mai, uno stakanovista dei mercati che di solito vende e compra azioni dalla mattina alla sera. Mi ha risposto dalla macchina, in viaggio verso il Sud dell’Inghilterra con la famiglia. «Mi sono preso un weekend lungo», mi ha detto. «Non c’è niente da fare in questi mercati».
Siamo nel mezzo del peggiore terremoto finanziario dai tempi della crisi del 2008. Ma a differenza di quel crollo – che fu causato da un’esplosione insostenibile nel debito di consumatori e banche, amplificata da errori di governi e banche centrali – gli scompensi odierni non sono il prodotto di un problema solo.
«È la convergenza di fattori diversi ma tutti pericolosi», mi ha detto un dirigente di uno dei più grandi fondi d’investimento mondiali la settimana scorsa mentre guardava i mercati europei sciogliersi come neve al sole.
Io citerei cinque ragioni dietro il profondo malessere dei mercati.
La Cina è vicina. Troppo vicina e troppo importante per gli Usa e l’Europa. L’ascesa stratosferica di Pechino nella galassia dell’economia mondiale fa sì che quando la Cina ha il raffreddore, il resto del mondo si prende l’influenza. Il rallentamento, naturale ed inesorabile dell’economia cinese riduce la crescita globale. Pechino ci ha messo del suo, con errori clamorosi nel controllo dello yuan che hanno fatto scappare investitori e impaurire i governi occidentali.
La salute del sistema bancario. È un paradosso del dopo-crisi: i governi e i regolatori hanno spinto le banche a costruire muri di capitale per evitare i collassi del passato. Ma il costo di quegli edifici sta riducendo gli utili e rendendo difficile la vita di amministratori delegati, impiegati e azionisti.
Da due settimane, le paure hanno raggiunto livelli altissimi: è possibile – si chiedono gli investitori – che le banche non abbiano soldi per pagare gli interessi sulle proprie obbligazioni? Questa settimana, Deutsche Bank e Société Générale, due colossi europei, sono state costrette a dire esplicitamente che avevano ampi mezzi per saldare i conti. Deutsche ha addirittura deciso di comprare e ritirare 5,4 miliardi di dollari di debito, una mossa disperata, dettata solamente dai patemi del mercato.
L’impotenza delle banche centrali. Le cose belle durano poco e pure le cose così-così non durano per sempre. Il torrente di stimolo scatenato dalle banche centrali americana, europea e giapponese per tenere i tassi d’interesse bassi è ormai secco.
Lo ha spiegato bene Michael Harnett, il capo della ricerca di Bank of America Merrill Lynch, in una durissima nota uscita giovedì scorso. Secondo Harnett, «gli investitori si stanno ribellando» allo stimolo delle banche centrali. Dopo 637 tagli ai tassi d’interesse da parte delle banche centrali dai tempi del crollo di Bear Stearns nel marzo del 2008, dopo più di 12 mila miliardi di dollari immessi nei mercati, l’economia mondiale non cresce e gli investitori hanno capito che Mario Draghi, Janet Yellen e compagnia non hanno più munizioni.
Le politiche monetarie europee e giapponesi fanno male alle banche. I tassi bassi sono la kriptonite delle banche, perché non permettono di guadagnare soldi sulla differenza tra il prezzo del denaro che prendono in prestito e quello che danno in prestito. Ma negli ultimi mesi, la Banca Centrale Europea e la Banca del Giappone (e pure quella svizzera e quella svedese) hanno fatto di peggio: hanno spinto i tassi sotto lo zero. Gli interessi negativi sono una tassa sulle banche. Gli investitori questo lo sanno e stanno scappando dalle azioni delle società finanziarie.
L’incertezza regna sovrana. In politica, le vecchie certezze non contano più. In America, non è impossibile prevedere una campagna presidenziale tra il populismo aggressivo di Donald Trump e il socialismo impraticabile di Bernie Sanders. In Europa, i prossimi mesi saranno dominati dal referendum britannico sulla permanenza nell’Unione Europea, che potrebbe portare al divorzio di uno dei paesi più importanti del continente. E il Medio Oriente rimane un vulcano attivo e pronto ad eruzioni.
I mercati odiano l’incertezza e in questo momento sono circondati da un mare magnum d’incertezza.
Ci sono speranze? Senza dubbio. C’è chi pensa che i mercati delle ultime settimane siano troppo pessimisti. Che si stiano comportando come se il mondo stesse per ricadere nella recessione, ma in realtà le economie-guida continueranno a crescere nel 2016 e nei prossimi anni.
Ed è anche vero che le banche sono molto più preparate a crisi di questo tipo proprio grazie alle regole create dopo la crisi del 2008. E in politica, lo scenario più probabile è che Hillary Clinton sfiderà non Trump ma un moderato come Marco Rubio o un conservatore di ferro come Ted Cruz nelle presidenziali di novembre. E gli investitori continuano a sperare che la Gran Bretagna voti con la testa e non con il cuore e decida di restare nell’Unione Europea.
Nessuno sa se Shakespeare abbia utilizzato un orso vero o finto – un attore vestito da orso – nella prima del «Racconto d’Inverno» nel 1611. Nel 2016, non sappiamo se questo sia un mercato dell’orso vero o finto, un malessere passeggero o una malattia cronica. Anche questo è incerto. Ma fino a quando non è chiaro, occhio agli orsi e agli investitori in fuga.
(l’autore è il condirettore e caporedattore finanziario di Politico Europe a Londra)

Francesco Guerrera
La Stampa, lunedì 15 febbraio 2016

Irrazionali per colpa dell’amigdala

sorte…… È ovvio che contabili, ragionieri, commercialisti e amministratori sempre calcolano il risultato finale di guadagni e perdite mediante somme e sottrazioni. Un introito di 10 e una perdita, o spesa, di 2, rappresentano un guadagno netto di 8. Le cose, però, non vanno così nella nostra testa. Innumerevoli esperimenti di laboratorio e una robusta teoria, chiamata «teoria del prospetto», che è valsa allo psicologo cognitivo Daniel Kahneman il premio Nobel per l’economia nel 2002, confermano che la perdita di una somma, quale che sia, pesa nella nostra mente, soggettivamente, assai più della vincita di quella stessa somma.

Poniamo che al mattino ci si sia accorti di aver perso, non si sa come, 100 euro. Il nostro stato psicologico di sconforto non verrà veramente cancellato anche se poi, nel pomeriggio, ci cadono dal cielo 100 euro inaspettati. Per la maggioranza di noi, la bilancia soggettiva torna all’equilibrio, cioè ritroviamo la serenità economica, per questa particolare vicenda, solo se la somma piovuta dal cielo è tra 225 e 250 euro. In circa 35 anni di ricerche nelle scienze cognitive applicate all’economia, questo dato, cioè un’asimmetria di un fattore tra 2,25 e 2,50 tra guadagni e perdite, è tra i più consolidati. Il fenomeno psicologico va sotto il nome di «avversione alle perdite» ( loss aversion ). Si noti, nessuno psicologo, nemmeno un premio Nobel, sarebbe autorizzato a criticarci per il fatto che perdere denaro «fa male» e che vincere denaro, invece, «fa bene». L’intoppo, cioè l’irrazionalità economica, si manifesta nella nostra tendenza a rifiutare una scommessa nella quale c’è il 50% di probabilità di perdere 10 e il 50% di guadagnare 15 o 18 o perfino 20. Eppure così siamo fatti.

Le dinamiche dei mercati internazionali di investimenti, ritorni e aspettative mostrano molti comportamenti poco razionali. Non è un caso, quindi, che la ricerca del San Raffaele sulle basi cerebrali dell’avversione alle perdite ha avuto il supporto finanziario della Schroders, il più grande gruppo al mondo di fondi di investimento e risparmio gestito, con sede nella City di Londra. Da alcuni anni si è cominciato, infatti, a sondare i processi cerebrali fondamentali che sorreggono e producono le scelte (o le non-scelte) economiche. Spiega uno dei principali autori del lavoro, Matteo Motterlini, fondatore e direttore del Centro di ricerche Cresa di psico-economia al San Raffaele: «Il nostro cervello non traffica con guadagni-perdite allo stesso modo. Li tratta come fenomeni distinti. Non è «progettato» per fare quello che vuole la teoria economica neoclassica, cioè soppesare razionalmente la combinazione di probabilità, in particolare di rischio, e rendimenti attesi. Il cervello non fa naturalmente tale tipo di operazione, ma tratta il rendimento come anticipazione di guadagno – il centro cerebrale responsabile è il nucleo accumbens -; e elabora il rischio con altre aree, tipicamente aree della corteccia frontale e l’incertezza con l’insula».

In ogni processo psicologico legato al timore, o addirittura alla paura, spicca come protagonista un’area cerebrale molto antica chiamata amigdala. La ritroviamo molto attiva, ora, anche nell’avversione alle perdite.

…….. si sono misurate le differenze individuali nell’avversione alle perdite e nella stima (direi piuttosto il timore) del rischio. Motterlini è lapidario: «I presupposti dell’economia della razionalità sono neurobiologicamente falsi o irrealistici. Possiamo imparare a essere razionali nelle scelte economiche, ma non lo siamo naturalmente, quando si attivano i processi automatici e in larga parte inconsci. Ciò non può non avere conseguenze su come progettiamo interventi di politica economica e sulle nostre istituzioni finanziarie».

…… Per concludere, un piccolo consiglio: se vi offrono una scommessa in cui si perde 10 ma si vince anche solo 11 o 12 con la stessa probabilità, mettete a tacere la vostra amigdala e accettate.

Massimo PIattellini Palmarini