Nuove fabbriche: metà in Asia

È l’Asia ad assorbire la maggioranza dei 3.600 progetti industriali in programma nel prossimo futuro ripartiti in 140 paesi del mondo, secondo le stime dell’Osservatorio sugli investimenti, Trendeo, che per la prima volta ha tentato di censire tutte le nuove fabbriche annunciate nel mondo, per un totale di 2.100 miliardi di euro (2.270 mld di dollari) di investimenti complessivi legati, in particolare, ai mega cantieri nel settore dell’energia, piattaforme petrolifere in mare, centrali elettriche, secondo quanto ha riportato Le Monde.
In totale l’Asia (India, Pakitan, Indonesia, Vietnam) attrae il 50% dei progetti industriali mondiali e il 44% dell’ammontare degli investimenti, secondo Trendeo.
Insieme all’Asia, i paesi dell’Europa centrale costituiscono l’altra grande zona che guadagna parti di mercato nella produzione mondiale. Un’espansione legata ai bassi costi dei salari. L’americana Whirlpool delocalizzerà la produzione a Lods, in Polonia, da dove potrà esportare in tutta l’Europa. Axon’Cable per Natale 2018 inaugurerà la sua nuova fabbrica in India, a Bangalore, dopo essere stata in affitto per tanti anni in un edificio industriale sempre a Bangalore.
Insieme alla Cina, l’India è la zona del mondo dove l’industria si sta sviluppando più rapidamente. Le fabbriche qui spuntano come funghi dopo la pioggia. L’India è nettamente in testa alla classifica con 988 progetti, che comporteranno la creazione di 500 mila posti di lavoro. L’India figura tra i grandi paesi che accolgono le nuove fabbriche grazie a progetti lanciati dai conglomerati e dai gruppi energetici locali: Tata, Adani, Vedanta, Indian Oil.
La produzione industriale mondiale oggi ha superato del 16%, in volume, quella del livello pre-crisi del 2008 e mai nel mondo sono stati prodotti così tanti beni, secondo le stime dell’istituto nazionale di statistica dei Paesi Bassi. È cresciuta del 53% in 16 anni. E non ci sono segnali di una inversione di tendenza. Dopo qualche mese di debolezza, verso la metà del 2016 l’industria ha registrato a febbraio la sua più forte espansione da tre anni a questa parte, secondo le rilevazioni di JPMorgan e IHS Markit.
L’industria conosce comunque una crescita più moderata rispetto agli altri settori come quello dei servizi, per esempio. Secondo la Banca Mondiale, l’apporto dell’industria al pil mondiale si è ridotto dal 33,5% al 27,5% in vent’anni. Lo sviluppo dell’industria non ha niente di uniforme e si polarizza su paesi che coniugano due caratteristiche decisive: costi di produzione ridotti e una domanda interna sostenuta.

È il caso della Cina che ha detronizzato gli Stati Uniti come primo paese manifatturiero del pianeta dal 2010, secondo uno studio, pubblicato a gennaio, effettuato dai servizi del Congresso americano e riportato da Le Monde.
La produzione industriale cinese è stata moltiplicata per 2,5 in dieci anni e cresce del 6% l’anno. Centinaia di fabbriche sono in cantiere e tutte sono super tecnologiche come il centro di biotecnologie che Pfizer costruisce a Hangzhou, a 200 chilometri a sud-est di Shanghai. Investendo all’incirca 350 milioni di dollari (322 mln di euro), il campione dell’industria farmaceutica americana produrrà su piazza medicinali biologici meno costosi del 25-30% rispetto a centri di biotecnologie equivalenti che si trovano altrove.
Il rovescio della medaglia è che nella concorrenza tra i paesi per conservare le attività industriali, gli Stati Uniti, il Regno Unito, tutti i grandi paesi della zona Euro, Germania compresa, perdono terreno. Ed è anche il caso del Giappone.

ANGELICA RATTI

ItaliaOggi 28 marzo 2017

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2166824&codiciTestate=1

Trendeo

http://www.trendeo.net/

L’India cresce ancora del 7 per cento

innnddddL’India si avvia a chiudere, il 31 marzo prossimo, il terzo anno fiscale consecutivo con un tasso di crescita dell’economia superiore al 7%, in questo momento il ritmo di sviluppo più importante al mondo. I dati diffusi ieri dell’ufficio centrale di statistica sulla crescita del terzo trimestre, ottobre-dicembre, hanno infatti smentito le previsioni pessimistiche di una caduta del tasso di crescita dell’economia sotto la soglia del 7%, come conseguenza della manovra del governo di demonetizzare l’economia. L’8 novembre scorso, il premier Modi aveva messo fuori corso all’improvviso i tagli da 500 e 1.000 rupie, l’86% della liquidità in circolazione, garantendo il loro progressivo riampiazzamento con nuove banconote, con l’obiettivo di assestare un colpo grosso all’economia in nero. I disagi hanno provocato un’immediata caduta dei consumi, dal momento che gli indiani sono abituati a utilizzare il contante anche per acquisti importanti (auto, elettrodomestici, prodotti di elettronica e così via).
Piaggio, leader delle due ruote in India, ha risentito molto di una caduta delle vendite della motocicletta low cost appena lanciata sul mercato e dei veicoli a tre ruote. In compenso c’è stata un’esplosione degli acquisti in e-commerce, di cui hanno beneficiato i big del settore come Flipkart e Amazon, e un maggiore utilizzo di carte di credito e di pagamento.
Alla fine del trimestre, il termometro della crescita si è fermato quindi a +7% su base annua, dato che ha consentito al ministro federale per gli Affari economici di chiarire che «l’India crescerà di oltre il 7% anche quest’anno,» smentendo gli analisti del Fondo Monetario che ipotizzavano una caduta al 6,6%. Per il 2017-2018 gli analisti concordano che la crescita dovrebbe accelerare, portandosi vicino al 7,3%. La realtà è che gli investimenti pubblici danno fiato allo sviluppo, secondo la ben nota ricetta keynesiana, marciando a pieno ritmo. Quest’anno il governo dovrebbe spendere ben 44 miliardi di euro in investimenti, il 10% in più dell’anno scorso, di cui 34 per fare autostrade, nuove ferrovie (sono previsti altri 3.500 chilometri), migliorare il sistema dei trasporti urbano ed extraurbano con metropolitane.
Con un’inflazione di poco superiore al 4%, i tassi di riferimento fermi al 6,25%, le entrate fiscali in sostanziosa crescita (+12,7%) nelle previsioni del governo anche grazie alla riforma della Good&Service tax, l’Iva indiana, che dovrebbe entrare in vigore nella seconda metà dell’anno, i maggiori indicatori macro dell’economia, impegnata in un gigantesco piano di upgrading tecnologico, si mantengono sul bello. Tanto più che i prezzi del petrolio, di cui l’India è grande importatore, restano sui livelli bassi degli ultimi 18 mesi, mentre la bilancia commerciale è in deciso surplus. Attratti anche da questi indicatori e dal piano di liberalizzazione dell’economia, nuovi gruppi internazionali stanno guardando al subcontinente come base operativa per i loro piani di sviluppo in Asia. Tra gli ultimi nomi illustri c’è Saks Fifth Avenue che sta definendo con Aditya Birla Fashion Retail il suo ingresso nel mercato dei grandi mall. Boeing ha comunicato che costruirà un nuovo stabilimento per produrre velivoli per la difesa e Abb produrrà in India sistemi di trasmissione dell’elettricità e micro-grid.

ETTORE MAZZOTTI,

ItaliaOggi, 3 marzo 2017

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Quella diffusa voglia di uomini forti in politica

aaaaooRiflettori puntati sull’affermazione di leader forti. Sostenuta senza mezzi termini da Grillo, è incarnata nell’attualità dal decisionista Trump e da Marine Le Pen, candidata-presidente a donna forte francese che sfida Europa e Nato.
Secondo “La Politica” di Aristotele, che si può considerare un testo evangelico per le democrazie moderne, la debolezza delle classi medie è la causa dell’ascesa di capi demagoghi- tiranni al tempo, “uomini forti” oggi. Accade quando in un Paese i ricchi diventano sempre più ricchi e potenti e, al contempo, aumenta il disagio sociale tra la maggioranza della popolazione. Una società diseguale, secondo Aristotele, radicalizza la democrazia e incoraggia estremismi tirannici. La preminenza della medietà sociale, al contrario, dà stabilità alla politica, equilibrio alla democrazia. Questa è la spiegazione sociologica all’insorgenza di Trump negli Usa, dove le classi medie hanno preso un’indiscutibile batosta dalla terza rivoluzione tecnologica (Ict) – risparmiatrice di lavoro ripetitivo – e poi dalla crisi economico-finanziaria. La debolezza delle classi medie spiega anche l’ascesa di Putin, uomo forte in una Russia in cui le disuguaglianze economiche sono le più elevate al mondo: l’1% più ricco degli adulti possiede il 75% della ricchezza nazionale(Global Wealth Report 2016); e ancora, la vittoria schiacciante di Modi – uomo forte in India – nel 2014, contro il partito del Congresso, che aveva dominato per decenni senza una lotta efficace alla povertà.
Si tratta di capi che sanno andare direttamente al popolo per via plebiscitaria, cercando di dis-intermediare il rapporto tra istituzioni politiche e popolo “sovrano”. Sfruttano (ma anche compensano) il discredito delle nomenclature di partito e la sfiducia diffusa verso le élite democratiche ormai implose, accusate dal popolo di autoreferenzialità e soprattutto di non averlo protetto con efficacia dalle conseguenze della crisi economico-finanziaria. È da questo mood popolare che nasce il risentimento anti-establishment anche di Brexit.
Se c’è un trend verso l’uomo “forte”, vanno tuttavia tenute in conto le diversità di contesto. Trump si può spiegare anche con lo spiccato “nuovismo” degli statunitensi o con un pregiudizio di genere nei confronti della sua rivale. Putin con una propensione storica dei russi allo zar, si chiami Pietro Romanov, Stalin o Putin. Modi, orgoglio hindu, anche con appartenenze religiose. Differente è anche il caso della Merkel, che spicca in un’Europa a forte trazione tecnocratica, ma affetta da gravi squilibri tra Stati (“le due velocità”) e da nanismo politico su scala globale. Il mondo che l’Europa ha dominato per oltre quattro secoli, uscito dal letargo, con la sua crescita giovane e dinamica l’ha infiltrata e irrevocabilmente ridimensionata.
Le differenze permangono anche tra leader occidentali atlantici. Trump vince sfruttando il proverbiale nuovismo americano, puntando sul risentimento delle classi medie e sul disagio sociale diffuso. Merkel, al contrario, si è affermata per l’orientamento conservatore degli europei e per una miglior tenuta della classe media rispetto a quella degli Stati Uniti.
A dispetto di tutte queste differenze, è innegabile che ci sia una tendenza, anche in Occidente, verso capi forti, che riducono i partiti a organizzazioni personali e le élite a stuoli di fedeli nominati. Anche i media – odierno scenario della politica – non hanno bisogno di partiti né di élite, ma di pochi leader dei quali poter esaltare ambizioni, fascino, carisma e, soprattutto, il potenziale anti-casta. La personalità del leader può persino trascendere il contenuto del messaggio politico, il che ovviamente crea incertezza, come nel caso di Trump o in quello della Le Pen.
Modi, primo leader tra quelli delle democrazie rappresentative a essersi affermato tre anni fa in quanto “uomo forte” e “messia dei poveri”, con provvedimenti come la recente demonetizzazione o l’introduzione di una tassa unica sui beni (sostituendo i mille balzelli dei singoli stati), può essere preso a esempio di coerenza con i suoi intenti programmatici. Sta forgiando un nuovo blocco sociale di potere e alimenta il suo carisma populista con la demonetizzazione, che ha lo scopo di colpire la ricchezza indebita da evasione fiscale, illegalità e corruzione: obiettivi che piacciono a un’India che conta il 42% dei poveri del pianeta e in cui l’1% della popolazione adulta più ricca ha ben il 59% della ricchezza nazionale. Modi rilancia il potere centrale nazionale di cui è a capo.
Questo nazionalismo sovranista è un driver comune per tutti i potenti leader populisti: con mille sfumature diverse rende gli slogan di Modi analoghi a “Prima l’America” di Trump o all’esumazione della grandeur nazionale della Le Pen). Assume, tuttavia, connotati e significati diversi: forse un passo avanti per la policentrica India, ancora con i piedi d’argilla sul piano della modernizzazione; un passo indietro per la nazione guida dell’Occidente, che non può permettersi chiusure nazionaliste alla Trump. Sarebbe, infine, un anacronismo gollista nella Francia europea del XXI secolo.
Nel mondo globale, le politiche protezioniste e dei “muri”, come le bugie, hanno le gambe corte.

Carlo Carboni

Il Sole 24 ore 13 febbraio 2017

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-02-13/quella-diffusa-voglia-uomini-forti-politica-075420_PRV.shtml

 

Sulla terra ci sono meno poveri, benché la popolazione globale sia aumentata. Lo dice la Banca Mondiale

 
poorUn mondo che si dimostra ancora capace di lasciarsi alle spalle miseria e disuguaglianze. Per chi temeva che la Grande Crisi del 2008 avrebbe fatto precipitare all’indietro i più deboli e inasprito le distanze sociali, il rapporto “Povertà e prosperità condivisa” presentato dalla Banca Mondiale è pieno di buone notizie, che hanno sorpreso anche chi l’ha scritto: ci sono meno poveri, benché la popolazione globale sia aumentata. E, contemporaneamente, gli squilibri sociali si sono ridotti sia fra i paesi, sia all’interno dei singoli paesi. Almeno a guardare le cose un po’ da lontano, a volo d’uccello: l’avvio della globalizzazione, negli anni ’90, aveva segnato un brusco aumento dell’ineguaglianza nel mondo e oggi questo trend si è invertito. Un numero sempre maggiore di persone si avvicina alle classi medie. Ma la tendenza è diffusa, non generalizzata e in parecchi paesi, compresi alcuni dei più ricchi, la distanza fra un sottile strato privilegiato e il resto della società è, anzi, aumentata.
Intanto, però, le cose di fondo: il minimo indispensabile per vivere. Secondo gli standard internazionali, è l’equivalente di 1,90 dollari al giorno.
Mentre Borse e mercati dell’Occidente traballavano per la crisi, nei villaggi dell’India profonda, nelle campagne dell’interno della Cina, nei fragili campi africani sempre più persone riuscivano a cogliere l’onda lunga dello sviluppo e a superare questo muro. Nel 1990, una persona su tre, nel mondo, non raggiungeva 1,90 dollari. Un quarto di secolo dopo, siamo scesi a uno su dieci. Da 2 miliardi di poverissimi, siamo passati a 767 milioni, anche se il numero di bocche da sfamare è aumentato di quasi 2 miliardi, concentrate proprio nei paesi a più alto tasso di povertà.
La stessa onda lunga dello sviluppo ha sollevato un po’ tutte le barche nei paesi più poveri, consentendo di colmare parte del divario complessivo con i paesi ricchi. Fra il 1988 e il 2013, l’ineguaglianza dei redditi medi fra i paesi dell’Occidente e resto del mondo si è drasticamente ridotta: è la prima volta dai tempi della rivoluzione industriale. La riduzione diventa particolarmente marcata dopo il 2008: un risultato largamente annunciato e prevedibile, dato che, da tempo, i dati mostrano che il ritmo di sviluppo dei paesi emergenti ha subito assai meno dei paesi ricchi il contraccolpo della crisi finanziaria. Questo restringersi delle distanze fra i paesi è il motore principale della riduzione degli indicatori – tipo l’indice Gini – che misurano l’ineguaglianza globale, come il rapporto della Banca Mondiale sottolinea con forza. L’altra componente della ineguaglianza – lo squilibrio non “fra”, ma “dentro” i paesi – non cresce più, invece, come dieci anni fa, ma non è neanche diminuito, rispetto a prima della crisi.
È un punto politicamente delicato, perché il contrasto fra ricchi e poveri all’interno di un singolo paese ha conseguenze politiche dirette e immediate. La Banca Mondiale sottolinea i progressi registrati su questo terreno. In quasi due terzi degli 80 paesi studiati, i redditi sono cresciuti più rapidamente per il 40 per cento più povero che per gli altri. Ma nell’altro terzo è avvenuto il contrario. Quali sono i paesi in cui i poveri – in un mondo in cui le ineguaglianze, complessivamente, si riducono – hanno perso terreno? Il rapporto fornisce una tabella in cui si confronta, paese per paese, l’aumento medio annuale di reddito, dopo il 2008, per il 40 per cento più povero con l’aumento medio per l’intera popolazione. In Brasile e in Germania, il reddito è cresciuto di più per i poveri, negli Usa e in Gran Bretagna è diminuito per tutti, ma di meno per i poveri, in Cina e in India il ritmo è, più o meno, lo stesso. Dove la crisi ha morso di più – in Francia, in Grecia, in Spagna, in Italia – i poveri hanno invece perso terreno: in Italia il reddito nazionale è sceso in media dell’1,82 per cento l’anno, ma del 2,86 per cento per i più poveri.
Complessivamente, tuttavia, i dati non sembrerebbero giustificare il rancore sociale che alimenta l’avanzata populista dall’America di Trump, alla Brexit inglese, al nazionalismo della Le Pen, agli euroscettici tedeschi, fino ai 5 Stelle italiani. Il problema è che con le statistiche, come con la buona carne, dipende da come vengono tagliate. Confrontando il 40 per cento più povero con il restante 60 per cento, la Banca Mondiale documenta l’innalzamento dei più poveri verso le classi medie, favorito in parecchi casi, anche dalla crisi delle stesse classi medie.
Ma la spaccatura che alimenta lo scontro sociale scorre molto più in alto: l’1 per cento contro il 99 per cento. I calcoli della Banca Mondiale mostrano che, in paesi come Francia e Giappone, le distanze sono, più o meno, le stesse da 50 anni. Ma nel paese- simbolo dell’Occidente, gli Stati Uniti, l’ineguaglianza è una valanga. Negli ultimi 40 anni, la quota del reddito nazionale finita nelle tasche dell’1 per cento più ricco è schizzata dal 7 al 20 per cento. Altro che ricchi e poveri: il problema sono gli straricchi.

Maurizio Ricci
la Repubblica, martedì 4 ottobre 2016

Pil mondiale: stime al ribasso

pil mondiale  2016+3,2%, è la stima di crescita del Pil mondiale fornita dall’Fmi per il 2016

+1,9%, è la crescita stimata del Pil Inglese per quest’anno, cifra al ribasso a causa del potenziale Brexit

+1,5%, è la stima di crescita dell’economia europea per quest’anno

L’economia globale cresce a ritmi troppo lenti. Lo confermano Christine Lagarde e Maurice Obstfeld, rispettivamente direttore e capo economico dell’Fmi. Per quest’anno il Fondo monetario internazionale ha previsto un andamento del Pil globale del +3,2%, poco al di sopra dell’anno precedente (3,1%).

Gli economisti dell’Fmi hanno portato al ribasso quasi tutte le stime di crescita mondiale, a partire da quella della Gran Bretagna che inizialmente per il 2016 doveva essere del +2,2% mentre è stata portata all’1,9% (a causa dell’instabilità creata dal potenziale Brexit). Per l’Unione Europea le previsioni sono decisamente poco rosee e vedono per quest’anno una crescita di 1,5 punti percentuali (mentre per il prossimo anno dovrebbe essere dell’1,7%). La Cina, invece, vedrà un leggero calo nei prossimi due anni (dai +6,5% del 2016 passerà ai +6,2% del prossimo anno).

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/04/13/pil-mondiale-stime-dellfmi-al-ribasso-per-il-2016-la-crescita-sara-solo-del-32/

 

Non all’aperto….

Nel 2013, Amartya Sen aveva pubblicato con Jean Drèze un nuovo libro su Un’incerta gloria: l’India e le sue contraddizioni , tornando sul tema prediletto di un’economia incurante della qualità e soprattutto della condizione dei più poveri e delle donne. Nel libro, l’India aveva ancora il secondo posto fra le economie più espansive: ora ha preso il primo. Questa posizione, invidiabile in tempi di crisi che non risparmiano i Brics, rende però più clamorose le contraddizioni. «Restano inadeguati — scrivevano Sen e Drèze — i servizi sociali come la scuola e le cure mediche, e le cose materiali come l’acqua sicura, l’elettricità, il sistema idraulico e fognario, i trasporti, e insomma i servizi sanitari e igienici ».

tltProprio ieri nel Bengala occidentale, lo Stato di Calcutta in cui Sen è nato, abbiamo assistito a una memorabile manifestazione: 200mila persone, nel distretto di Nadia, hanno formato una catena umana lunga 122 chilometri (un record mondiale, secondo gli entusiasti promotori, il “magistrato del distretto”, l’Unicef qui diretta da Asadur Rahman, e una miriade di gruppi civili) per metter fine alla “Open defecation”.

Nel paese più espansivo del pianeta ancora il 48 per cento della popolazione (1 miliardo e 254 mila) defeca e orina a cielo aperto. Il superamento di questo retaggio è un obiettivo universale: il governo Modi l’ha ambiziosamente fissato per il 2020, il governo bengalese addirittura per il 2016. Non si tratta “solo” di costruire tubature idrauliche e fognarie e gabinetti, ma di insegnare e abituare a usarli e manutenerli. Spiega Maria Fernandez, spagnola dell’Unicef: «Costruisci i gabinetti in un villaggio, e può succedere che le persone non lo usino perché la casa è un posto troppo sacro per defecare ». Anche nella catena umana di ieri c’era un impegno solenne da prendere collettivamente: «Non solo userò il gabinetto, ma mi preoccuperò che lo usino tutti i miei famigliari ». Decisivo com’è per l’igiene e la salute (la spaventosa mortalità infantile di diarrea), il tema coinvolge la sicurezza e la dignità, soprattutto delle donne. Se ne parlò da noi quando episodi agghiaccianti di stupri e uccisioni rivelarono che le ragazze vanno a fare i loro bisogni prima della luce del giorno e dopo il tramonto, e che quel tragitto è un’occasione prediletta per gli agguati. Un capitolo peculiare riguarda le mestruazioni: il tabù della comunicazione, l’ignoranza — possono essere contagiose, possono provocare una gravidanza se ci si avvicina ai ragazzi — l’uso di cenci fonti di infezioni. «L’Unicef, il governo locale e le ong hanno cominciato insieme alla gente dei villaggi e degli slum due anni fa a censire le case, una per una. In due anni sono stati costruiti oltre 260 mila gabinetti». Nei villaggi incontriamo bambine e ragazze piene di grazia e intelligenza: nel migliore e più raro dei casi hanno un gabinetto in comune per una dozzina di famiglie. È una specie di miracolo, e sarebbe bello farne a meno. Una gloria meno incerta, e “defecation free”.

Tratto  da Il Nobel e il premier. Sen contro Modi.. di Adriano Sofri

Repubblica 22 febbraio 2015

http://opendefecation.org/

http://timesofindia.indiatimes.com/city/kolkata/Swachh-Bharat-Lakhs-to-take-oath-to-use-toilets/articleshow/46287314.cms

Pledging never to defecate in the open, around 2.5 lakh people in Nadia district will form a first-of-its-kind 122-km-long human chain this Saturday.

The district administration, which is running the ‘Sobar Souchagar’ (toilets for all) campaign similar to Prime Minister Narendra Modi’s ‘Swachh Bharat’ movement, has already approached both the Limca and the Guinness world records’ team to validated the record of the longest human chain.

Per il Dragone è solo uno spot

NON credo che l’accordo Cina e Stati Uniti avrà l’impatto di cui oggi tutti parlano“. Richard Brubaker, il professore americano che insegna Sviluppo sostenibile alla China Europe International Business School di Shanghai, fondatore dell’autorevole think thank asiatico Collective responsibility, è cauto. “Questo accordo non fa abbastanza “.

Perché?
L’obiettivo 2030 posto da Pechino è troppo lontano. Per quella data le emissioni cinesi saranno raddoppiate visto che la crescita delle città cinesi continua massiccia e senza regole. In Cina questo ha ormai un impatto maggiore delle fabbriche che invece erano i maggiori responsabili di emissioni 10 anni fa. Seppure Pechino dovesse raggiungere gli obiettivi: nel 2030 ci sarà il problema di India, Brasile, Bangladesh, Nigeria… Paesi che non iniziano nemmeno a porsi il problema”.

Cosa manca all’accordo per funzionare?
“Da parte cinese la comprensione di quanto sia serio il problema. E questo non perché siano ignoranti, ma perché mettono l’economia davanti all’ambiente, la politica prima della sostenibilità. Detto questo, non credo che la crescita cinese possa continuare senza una diversa relazione col consumo di energia e il conseguente impatto sull’ambiente. Non raggiungeranno gli obiettivi senza drastici cambiamenti”.

I cinesi manterranno l’impegno?
“Personalmente avrei voluto vedere un piano più concreto. Che spiegasse come ridurre le emissioni nel consumo domestico, nei trasporti, nelle fabbriche…”.

Possiamo considerarla un’operazione di immagine?
“In parte sì. A breve ci sarà la Conferenza di Parigi sul clima. Possono arrivare dicendo: abbiamo firmato l’accordo, lasciateci in pace. Possono usarlo come “brand” positivo”.

Cosa ne pensa la gente comune in Cina?
“Ne sa poco. Qui non si parla di emissioni ed effetto serra, semmai di smog. Sanno cos’è il global warming , ma l’inquinamento preoccupa per i figli, è una cosa concreta. I cambiamenti climatici sono più astratti…”.

Cinesi e americani si fidano gli uni degli altri?
“Non so se si fidano, ma di certo sono arrivati al tavolo delle trattative da prospettive diverse. L’Occidente appunto parla di cambiamenti climatici, mentre l’Oriente di inquinamento e soprattutto di energia. La Cina pensa a fonti rinnovabili anche perché non ne ha abbastanza. Se su questi due punti si troverà un linguaggio comune, bene, le soluzioni esistono. Ma temo che non ci siamo ancora”.

http://www.repubblica.it/esteri/2014/11/13/news/brubaker_l_accordo_cina-usa_su_ambiente_non_basta_per_il_dragone_solo_uno_spot-100437572/

 

Beatles, Fata della Fiducia e altro

Here comes the sun /
Here comes the sun /
And I say it’s all right /
Little darling, it’s been a long, cold, lonely winter”.
Ecco arriva il sole, ecco arriva il sole, e io dico tutto bene. Cara piccola, è stato un lungo, freddo, solitario inverno.

http://www.youtube.com/watch?v=n6j4TGqVl5g
beat beatL’inverno del 1969 è il più triste nella storia dei Beatles. La fine della loro avventura comune è ormai vicina, e il popolo dei fan lo sa. I rapporti sono così tesi, racconta Harrison, “che andare agli studi di Apple per le registrazioni era una corvée, come andare a scuola; e poi firma qui firma lì, sembravamo dei businessmen, sommersi tra contratti e dispute legali

Eppure, quando nessuno lo spera più, in mezzo a quel gelido inverno si riaccende una fiamma. Il 30 gennaio del ’69 i quattro fanno una follia, un gesto che sorprende, stordisce, elettrizza i loro fan. Nel cuore di Londra improvvisano un concerto dal vivo, all’aperto, sul tetto del palazzo dove ha la sede la loro casa discografica. E’ un blitz, uno happening temerario: i quattro hanno smesso di suonare dal vivo tre anni prima, nessuno si aspetta che siano ancora capaci di farlo, tantomeno che ne abbiano voglia. E senza un cachet, senza uno stadio pieno di spettatori paganti. Per di più quel giorno un vento gelido spazza Londra, la meteo invernale è proibitiva, le dita che devono suonare chitarre e pianoforte sono intirizzite, l’acustica è pessima. L’apparizione dei Beatles su quel tetto all’aperto crea lo scompiglio nel Business District, il quartiere degli affari dove ha sede Apple. E’ l’ora del lunch, per la pausa pranzo molti impiegati sono già per strada. Non credono ai loro occhi. Sembra una visione, un’allucinazione. Il gruppo pop più celebre della storia, ormai sparito dalle scene e abituato a lavorare solo nel chiuso degli studi di registrazione, è in mezzo alla città che suona davanti a tutti. Proprio mentre s’intensificano voci o leggende metropolitane sulla loro dissoluzione o sulla morte di Paul, eccoli lassù in carne ed ossa, musicalmente affiatati come non mai, scatenati a interpretare pezzi sublimi come “Get Back”, “Dont’Let Me Down” (tutti pieni di doppi sensi, “torna indietro”, “non mi mollare”, possono essere letti anche come allusioni ai rapporti fra di loro).

La notizia che i Beatles stanno suonando in pubblico nel cuore di Londra si sparge all’istante  –  malgrado non esistano ancora cellulari né tantomeno Internet…   –  per strada affluisce una massa di spettatori, la gente si accalca intorno per guardare e sentire l’inverosimile concerto le cui note irradiano dal tetto. Il Metropolitan Police Service è in allarme, il traffico è paralizzato, ci sono dei fan che per vedere i Beatles fanno di tutto, si arrampicano sui tetti vicini, sui cornicioni, si sporgono dalle finestre. Può succedere una tragedia. Gli agenti cominciano a “scalare” la sede di Apple per mettere fine alla follia. Quando la polizia arriva fino a loro sul tetto, i Beatles non si scompongono, continuano a suonare ancora per qualche minuto. Finché coi megafoni i poliziotti minacciano di arrestare e portar via tutto lo staff di Apple. Alla fine, l’ultimo concerto dal vivo dei Beatles, il più pazzo di tutti, sarà durato 42 minuti e finirà filmato nel documentario “Let It Be”. Come uno sprazzo di calore nel gelo invernale, un guizzo di vitalità, di amore per la musica e di fantasia, in un periodo pieno di malinconia.

Un altro scatto lo avrà di lì a poco George Harrison. All’arrivo della primavera, un giorno invece di presentarsi agli studi di Apple come da programma, sparisce. Se ne va a casa del suo amico e collega chitarrista Eric Clapton. “Per il sollievo di non vedere tutti quegli amministratori e avvocati, passeggiando nel giardino di Eric ho composto Here Comes The Sun”. Diventerà, dopo “Something”, la più popolare delle canzoni di Harrison. Mentre i Beatles si stanno separando, l’ultimo frutto della loro collaborazione è proprio questo: fiorisce più che mai il talento del “fratellino piccolo”. George dopo essere vissuto a lungo all’ombra della coppia John-Paul s’impone a sua volta come un grande autore.

La crisi è finita!
Quante volte hanno già annunciato agli italiani, agli europei, che la crisi è finita. Per poi dover smentire le previsioni ottimistiche. L’inverno è stato davvero lungo e freddo come non mai. Ma quando arriva il sole?

L’eurozona è stata precipitata in una prima recessione “made in Usa” nel 2009; poi è ricaduta in una seconda, quindi stremata da una terza depressione. Queste ultime due crisi in rapida successione sono state fabbricate a tavolino, sono “made in Europe”, perché sono il frutto delle scelte dei governi.

La forza delle ideologie può essere micidiale. Come diceva Keynes: uomini che si credono pratici e pragmatici (gli uomini di governo), sono schiavi dei preconcetti di qualche economista defunto da molti anni. E’ il caso di Angela Merkel e di buona parte della classe dirigente tedesca: insistendo sull’austerity hanno finito per danneggiare perfino la Germania, la cui crescita è stata debole, penalizzata dallo sprofondamento dei suoi mercati di sbocco più vicini (Francia e Italia). Intere classi dirigenti europee, succubi della Germania, hanno continuato a raccontare la favola della Fata della Fiducia: tagliate, tagliate le spese, tagliate i redditi, alla fine questo aggiusterà i conti pubblici e grazie alla magica fiducia ricostruite nei mercati finanziari ripartiranno gli investimenti, quindi anche le assunzioni. La Fata della Fiducia è una favola ingannevole e crudele, ha fatto perdere cinque anni all’Europa, ha distrutto risorse umane che è molto difficile ricostruire. Ma le ideologie economiche possono essere come i fanatismi religiosi: impermeabili alla prova dei fatti.
(….)

Economisti “organici”: è un tema troppo poco studiato, indagato. L’accademia non è un luogo neutro, uno spazio riservato esclusivamente alla libertà del pensiero. Le università americane sono le migliori del mondo anche per la ricchezza dei finanziamenti. Molti di questi sono privati, vengono dalle grandi imprese. Così come accade nella ricerca medica, le donazioni sono anche strumenti per orientare, influenzare, dirigere. Il conflitto d’interessi è pervasivo nel lavoro degli economisti, molti dei quali ricevono borse di studio e di ricerca da grandi banche e industrie private. Ma negli studi che pubblicano, nei loro libri, nei loro articoli sui giornali, nelle loro interviste televisive, non compare mai un’avvertenza al pubblico di questo tipo: “E’ bene sappiate che io vengo finanziato da Goldman Sachs, Exxon, Lockheed. Le mie opinioni non riflettono necessariamente gli interessi dei miei generosi committenti. Però forse non mi conviene troppo infilargli le dita negli occhi…”
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Pil vs Hdi
Una distorsione permanente delle nostre “rappresentazioni”, del modo in cui leggiamo la realtà, nasce dall’uso di indicatori economici sbagliati. Il Prodotto interno lordo continua a dominare il discorso pubblico sull’economia. Una critica, celebre e appassionata, è quella espressa da Bob Kennedy. A demolire il Pil (anzi all’epoca il Pnl) è dedicato il passaggio-chiave di un discorso che Bob pronuncia all’università del Kansas il 18 marzo 1968, tre mesi prima di morire ucciso da Shiran Shiran, mentre fa campagna elettorale per conquistare a la Casa Bianca. “Per troppo tempo e in misura eccessiva  –  dice Bob Kennedy  –  abbiamo sacrificato l’eccellenza personale e i valori comunitari sull’altare di una mera accumulazione di beni materiali. Il nostro Prodotto nazionale lordo oggi è di oltre 800 miliardi di dollari. In quegli 800 miliardi sono addizionati l’inquinamento atmosferico, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze che trasportano le vittime delle stragi sulle autostrade. Aggiungiamo al conteggio il valore dei lucchetti delle porte di casa, e delle prigioni dove rinchiudiamo quelli che li hanno scassinati. Addizioniamo la distruzione delle sequoie, l’urbanizzazione caotica che distrugge le bellezze naturali. Nel Prodotto nazionale lordo ci sono il napalm (agente chimico defoliante usato nei bombardamenti del Vietnam, ndr), le testate nucleari, i blindati della polizia per combattere le rivolte nelle nostre città. Ci sono dentro le pistole e i pugnali, i programmi televisivi che esaltano la violenza per vendere giocattoli ai nostri bambini. Invece il Prodotto nazionale lordo non calcola la salute dei nostri figli, la qualità della loro istruzione, o la serenità dei loro giochi. Non include la bellezza della poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l’intelligenza del dibattito pubblico o l’onestà dei funzionari dello Stato. Non misura il coraggio né la saggezza né l’apprendimento, non misura la carità né la dedizione agli interessi del paese. In sintesi: misura tutto, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci può dire tutto dell’America, fuorché la ragione per cui siamo orgogliosi di essere americani”.
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Un indicatore ben più completo e utile è quello elaborato per le Nazioni Unite da Amartya Sen ed altri, lo Human Development Index (abbreviato in Hdi, indice dello sviluppo umano): misura per esempio la qualità della salute e dell’istruzione. Qualità vuol dire, nel caso della salute, per esempio l’aumento della longevità, la riduzione delle morti al parto, tutti dati oggettivi ma che non coincidono affatto con il volume delle spese. Balza agli occhi che queste sono le statistiche importanti, eppure quanti di noi ricordano di avere mai letto titoli di giornali che inneggiano a un aumento dell’indice di sviluppo umano, o lamentano un suo calo? Perché continuiamo a usare i dati sbagliati? Ne parlo proprio con Amartya Sen, il padre di questo indice, che è anche uno dei più autorevoli economisti viventi. Un personaggio singolare, indiano ma docente a Harvard, dove è l’unico ad avere insegnato tre materie: economica, matematica, filosofia. A lui chiedo perché il Pil continua ad avere un ruolo dominante. “Che la Cina possa superare gli Stati Uniti  –  mi dice Sen  –  o che l’India possa diventare la terza economia mondiale in base allo stesso criterio, io lo trovo poco significativo. Quello che conta davvero è il benessere delle persone. L’indice dello sviluppo umano, pur imperfetto, include l’istruzione che invece non entra nel Pil. Il Bangladesh ha un reddito pro capite inferiore all’India e tuttavia la speranza di vita è più lunga, la mortalità infantile è inferiore. Perché l’indice dello sviluppo umano riceve meno attenzione? Perché la sua importanza è fondamentale per i ceti più poveri. I ricchi s’interessano del Pil perché la crescita economica misurata con quell’indicatore concentra su di loro i massimi benefici. Usare statistiche alternative significa anche attirare l’attenzione su settori come le ong, il non-profit, la cooperazione, il terzo settore, di cui non si parla abbastanza”.

La lezione di Sen ci riguarda tutti: la democrazia è quello che ne facciamo noi. La sua forza, la sua capacità di risolvere problemi e di fornire risultati, è direttamente legata al nostro livello di attenzione, alle priorità che le assegniamo. La sua è una grande lezione di passione civile, di senso della responsabilità civica. L’economia è una costruzione umana, è il riflesso della gerarchia di valori che decidiamo di imprimerle.
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All You Need Is Love…
John Lennon la compone aggiungendoci in apertura le note della Marsigliese, il canto di “liberté, égalité, fraternité”, I Beatles la cantano accompagnati da Mick Jagger, Keith Richard, Marianne Faithfull e Donovan.
“There’s nothing you can do that can’t be done”.

Non c’è nulla di quello che tu puoi fare, che non possa essere fatto.
Sembra un inno a quello che Antonio Gramsci chiamava l’ottimismo della volontà?
I confini del possibile cambiano nella storia umana. Le dottrine economiche plasmate da potenti interessi costituiti, sono riuscite a convincerci che certe regole del gioco sono naturali, immutabili. Ci hanno abituati a pensare “dentro la scatola”, in un universo senza alternative vere. E invece i confini del possibile sono determinati da noi. I nostri sistemi di valori, le nostre ideologie, stabiliscono “quello che puoi fare”.

Federico Rampini
All you need is love
Mondadori 2014
288 pagine €17,00

http://www.repubblica.it/cultura/2014/10/19/news/libro_rampini-98528629/

WALK FREE…

schiaviNel mondo nel quale viviamo ci sono trenta milioni di persone che vivono in stato di schiavitù. Quello che sembrava essere ormai appannaggio esclusivo dei libri di storia, una piaga per lo più estirpata con la fine del Ventesimo secolo, è oggi un fenomeno di preoccupante attualità. La conferma giunge dal , un classifica dai toni macabri che individua il numero di schiavi esistenti per Paese. Sono 29,8 milioni in tutto il mondo, secondo l’indice redatto dall’organizzazione australiana «Walk Free», i cui dati sono peggiori di gran lunga rispetto a quelli pubblicati di recente dalla Organizzazione internazionale del lavoro che parlava di 21 milioni di schiavi. 

La schiavitù è presente in tutti i 162 Paesi su cui è stata condotta l’indagine, anche se per quasi la metà sono concentrati in una nazione, l’India. Le persone che vivono in schiavitù lì sono 13,9 milioni di ogni età e sesso, costretti a lavorare nelle fabbriche come a dedicarsi alla prostituzione. Un dato che allarma e che deve far riflettere, visto che riguarda uno dei Paesi Brics, ovvero quelle economie emergenti considerate le locomotive della nuova globalizzazione. Dopo l’India è la Cina quella ad avere il maggior numero di schiavi, un altro Paese dei Brics dove 2,9 milioni di persone vivono in cattività. Fanno seguito nella classifica della vergogna Pakistan (2,1 milioni), Nigeria (701.000), Etiopia (651.000), Russia (516.000), Thailandia (473.000), Repubblica democratica del Congo (462.000), Myanmar (384.000) e Bangladesh (343.000). Numeri raccapriccianti che non sono estranei nemmeno a società moderne, emancipate e democratiche come gli Stati Uniti, dove circa 60 mila persone vivono in stato di schiavitù. Sono americani, ma soprattutto stranieri provenienti da zone come Messico, America centrale e Paesi caraibici. Questo perché, come dimostra un recente studio, gli Usa sono sempre di più meta finale del traffico di essere umani. 

«Oggi ci sono persone che già dalla nascita si ritrovano in condizione di schiavitù, specie in Africa occidentale e Asia del sud – spiega il dossier di Walk Free – Altre però vengono catturate e rapite e diventano merce di scambio, altre ancora vengono attratte con false promesse». Lo studio fa riferimento a tutta una serie di casistiche, in cui sono compresi, ad esempio, i matrimoni forzati e l’impiego dei soldati bambino, o, in alcune realtà come Haiti, il fenomeno dei Restavek, bambini schiavi mandati dalla rispettive famiglie poverissime, a servire in quelle dei ricchi e sottoposti a maltrattamenti e abusi pesantissimi. Il cuore di tenebra caraibico è infatti al secondo posto col 2% nella classifica che valuta il tasso di schiavitù sul totale della popolazione, preceduta solo dalla Mauritania con quasi il 4%. Seguono quindi Pakistan, India, Nepal, Moldavia, Benin, Costa d’Avorio, Gambia e Gabon. La palma dei virtuosi va invece all’Islanda con meno di cento schiavi, seguita da Irlanda, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Svizzera, Svezia, Norvegia, Lussemburgo, Finlandia e Danimarca. L’Italia è distanziata al 30 esimo posto della classifica virtuosa, ovvero è il 132 esimo Paese per numero di schiavi con circa 8.000 unità. I ricercatori però avvertono che i numeri, anche negli Stati più benestanti, sono in aumento rispetto al passato.

http://www.lastampa.it/2013/10/18/esteri/nel-mondo-trenta-milioni-di-schiavi-maglia-nera-a-india-e-cina-mUyGBzmsiKTblVJHxLmVpN/pagina.html

WALK FREE

http://www.walkfree.org/

Il venditore di cappelli

image005[1]Un venditore di cappelli schiaccia un pisolino sotto un albero che pullula di scimmie. Quando si sveglia, gli hanno rubato tutti i cappelli. Lui, adirato, butta il suo in terra, e le scimmie fanno lo stesso: gettano tutti i cappelli giù dall’albero. L’uomo, soddisfatto, prosegue per la sua strada. Qualche decennio dopo, il nipote del venditore passa sotto lo stesso albero e si addormenta. Quando si sveglia e si accorge che le scimmie gli hanno rubato i cappelli, si ricorda la storia del nonno. Prende il suo cappello e lo getta in terra. Per un po’ non accade nulla, poi una scimmia scende dall’albero…….

Come va a  finire la storiellina?

Puoi cercare la risposta in questo articolo  apparso sulla Stampa del 5 giugno 2013

http://www.lastampa.it/2013/06/05/cultura/adam-smith-chi-ha-visto-la-mano-invisibile-gYZPC9T62UiOGyVVSItoUO/pagina.html

Adam Smith, chi ha visto la mano invisibile?

Si parla di Smith, della “mano invisibile”, dell’ homo oeconomicus…. e di altro…