Nuove fabbriche: metà in Asia

È l’Asia ad assorbire la maggioranza dei 3.600 progetti industriali in programma nel prossimo futuro ripartiti in 140 paesi del mondo, secondo le stime dell’Osservatorio sugli investimenti, Trendeo, che per la prima volta ha tentato di censire tutte le nuove fabbriche annunciate nel mondo, per un totale di 2.100 miliardi di euro (2.270 mld di dollari) di investimenti complessivi legati, in particolare, ai mega cantieri nel settore dell’energia, piattaforme petrolifere in mare, centrali elettriche, secondo quanto ha riportato Le Monde.
In totale l’Asia (India, Pakitan, Indonesia, Vietnam) attrae il 50% dei progetti industriali mondiali e il 44% dell’ammontare degli investimenti, secondo Trendeo.
Insieme all’Asia, i paesi dell’Europa centrale costituiscono l’altra grande zona che guadagna parti di mercato nella produzione mondiale. Un’espansione legata ai bassi costi dei salari. L’americana Whirlpool delocalizzerà la produzione a Lods, in Polonia, da dove potrà esportare in tutta l’Europa. Axon’Cable per Natale 2018 inaugurerà la sua nuova fabbrica in India, a Bangalore, dopo essere stata in affitto per tanti anni in un edificio industriale sempre a Bangalore.
Insieme alla Cina, l’India è la zona del mondo dove l’industria si sta sviluppando più rapidamente. Le fabbriche qui spuntano come funghi dopo la pioggia. L’India è nettamente in testa alla classifica con 988 progetti, che comporteranno la creazione di 500 mila posti di lavoro. L’India figura tra i grandi paesi che accolgono le nuove fabbriche grazie a progetti lanciati dai conglomerati e dai gruppi energetici locali: Tata, Adani, Vedanta, Indian Oil.
La produzione industriale mondiale oggi ha superato del 16%, in volume, quella del livello pre-crisi del 2008 e mai nel mondo sono stati prodotti così tanti beni, secondo le stime dell’istituto nazionale di statistica dei Paesi Bassi. È cresciuta del 53% in 16 anni. E non ci sono segnali di una inversione di tendenza. Dopo qualche mese di debolezza, verso la metà del 2016 l’industria ha registrato a febbraio la sua più forte espansione da tre anni a questa parte, secondo le rilevazioni di JPMorgan e IHS Markit.
L’industria conosce comunque una crescita più moderata rispetto agli altri settori come quello dei servizi, per esempio. Secondo la Banca Mondiale, l’apporto dell’industria al pil mondiale si è ridotto dal 33,5% al 27,5% in vent’anni. Lo sviluppo dell’industria non ha niente di uniforme e si polarizza su paesi che coniugano due caratteristiche decisive: costi di produzione ridotti e una domanda interna sostenuta.

È il caso della Cina che ha detronizzato gli Stati Uniti come primo paese manifatturiero del pianeta dal 2010, secondo uno studio, pubblicato a gennaio, effettuato dai servizi del Congresso americano e riportato da Le Monde.
La produzione industriale cinese è stata moltiplicata per 2,5 in dieci anni e cresce del 6% l’anno. Centinaia di fabbriche sono in cantiere e tutte sono super tecnologiche come il centro di biotecnologie che Pfizer costruisce a Hangzhou, a 200 chilometri a sud-est di Shanghai. Investendo all’incirca 350 milioni di dollari (322 mln di euro), il campione dell’industria farmaceutica americana produrrà su piazza medicinali biologici meno costosi del 25-30% rispetto a centri di biotecnologie equivalenti che si trovano altrove.
Il rovescio della medaglia è che nella concorrenza tra i paesi per conservare le attività industriali, gli Stati Uniti, il Regno Unito, tutti i grandi paesi della zona Euro, Germania compresa, perdono terreno. Ed è anche il caso del Giappone.

ANGELICA RATTI

ItaliaOggi 28 marzo 2017

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2166824&codiciTestate=1

Trendeo

http://www.trendeo.net/

Tempesta perfetta sulle commodities

commodity 15La generalizzata debolezza dei prezzi delle materie prime è destinata a estendersi al 2015″, scrive la Banca Mondiale [World Bank] nel suo ultimo bollettino trimestrale “Commodity Markets Outlook”. Proseguirà, dunque, il calo dei prezzi che ha caratterizzato il 2014. A colpire maggiormente è stato il crollo del prezzo del petrolio, precipitato dai 115 dollari al barile del giugno 2014 ai 47 dollari di gennaio 2015, la terza più ampia flessione del dopoguerra. A determinare il crollo, quella che gli estensori del rapporto definiscono una “tempesta perfetta” di condizioni: crescita della produzione non convenzionale di petrolio, calo della domanda, apprezzamento del dollaro, il venir meno di alcuni rischi geo-politici e il cambiamento di approccio dell’Opec, ora propenso a mantenere le quote di mercato piuttosto che a porsi obiettivi di prezzo.

Ma a calare non è stato solo il prezzo dell’oro nero. Tutti e tre gli indici dei prezzi delle materie prime industriali (energia, metalli e materie prime agricole) elaborati dalla Banca Mondiale hanno registrato la stessa flessione: -37%, -36% e -35%, rispettivamente, dal picco del primo trimestre del 2011 alla fine del 2014.  E continueranno a calare nel 2015. “Le condizioni della domanda e dell’offerta a livello mondiale hanno contribuito a creare aspettative di un ribasso dei prezzi per tutti e nove gli indici delle materie prime elaborati dalla Banca Mondiale, un evento estremamente raro”, ha detto Ayhan Kose, direttore del Development Prospects Group della World Bank. Per quanto riguarda il petrolio, nello scenario base che non prevede peggioramenti della situazione economica internazionale o interventi da parte dell’OPEC, il suo prezzo medio è stimato sui 53 dollari al barile nel 2015, il 45% in meno rispetto al 2014, con un modesto recupero, circa 4 dollari, nel prossimo anno. La debolezza del petrolio influirà sugli altri mercati dell’energia, il gas naturale in Europa è previsto in calo del 15%. I prezzi delle materie prime alimentari sono previsti in calo di un ulteriore 4%, viste le favorevoli prospettive di raccolto nella stagione 2014/15 per cereali, oli alimentari e farine per alimenti; flessione più pronunciata, -5,6%, per le bevande, caffè in testa, grazie al recupero degli approvvigionamenti persi a causa dei mancati raccolti in Brasile a inizio 2014. In tema di produzioni agricole, va anche notato che, con il crollo del petrolio, vengono meno alcuni dei fattori che hanno spinto la produzione di bio-carburante negli ultimi anni, ovvero i timori relativi alla scarsità di fonti energetiche e alla sicurezza.

E’ prevista, infine, una diminuzione di oltre il 5% per i prezzi dei metalli, più contenuta per i fertilizzanti, traggono vantaggio del minor costo del gas naturale, e per i metalli preziosi, il cui previsto arretramento del 3% è essenzialmente legato a un minore interesse da parte degli investitori istituzionali.

http://www.repubblica.it/economia/rapporti/osserva-italia/mercati/2015/02/20/news/materie_prime_calo_continuo_sar_un_anno_al_ribasso-107760559/

Banca Mondiale

http://www.worldbank.org/

L’arte di imparare

imppDagli egizi all’inizio dell’Ottocento, il tenore di vita della maggioranza degli esseri umani ha avuto variazioni modeste. Sostanzialmente si era in un’economia di sopravvivenza. Poi, dal 1820 in poi i progressi sono stati spettacolari fino al punto che la maggioranza di noi ha dei lussi che neppure un monarca poteva sognare nel XVIII secolo.

Cos’è successo? Che siamo entrati in un’epoca dell’apprendimento.

In molte sfere dell’attività umana, per millenni si dava per scontato che le cose “si facevano sempre allo stesso modo” seguendo il solco delle generazioni precedenti. Scoperte scientifiche importanti ce ne furono anche ai tempi dell’antica Grecia o nella Cina dei Tang, ma le loro applicazioni nella vita quotidiana erano poco rilevanti.

L’Illuminismo ha rovesciato il modo di ragionare. L’applicazione della mentalità illuminista all’economia, con la Rivoluzione industriale inglese, ha disseminato benefici di massa a partire dal 1820. E da allora non si è più fermata.

Questo è il punto di partenza del nuovo saggio di Joseph Stiglitz, premio Nobel dell’economia: “Creating a Learning Society”.

Il tema è affascinante, lo svolgimento pure: la cosa più importante nello sviluppo umano, è l’apprendimento. Molto più dell’accumulazione di capitale. Anche più del progresso tecnologico in quanto tale.

Ciò che davvero fa la differenza nel tenore di vita di intere popolazioni, apprendimento in tutti i campi.

“Imparare come si impara”, è uno dei motti che Stiglitz usa. Apprendimento in senso lato, non solo quello tradizionale che avviene sui banchi di scuola o dell’università. Nel mondo del lavoro, all’interno delle imprese, ciò che fa la differenza è la capacità di imparare. Le conseguenze sono importanti. Anche sul piano macroeconomico. Anzitutto, spiega Stiglitz, “il mercato di per sé può non essere il meccanismo più efficiente per incoraggiare, stimolare e diffondere l’apprendimento”. Le imprese non hanno interesse a fare ricerca pura, questa avviene per lo più dentro le istituzioni pubbliche: dal Dna a Internet, le scoperte/invenzioni più importanti degli ultimi decenni sono venute tutte dallo Stato, non dall’iniziativa privata. Anzi, il privato può essere un nemico dell’apprendimento. Per esempio le leggi sulla proprietà intellettuale e i brevetti, possono trasformarsi in una poderosa barriera contro l’apprendimento: sono incentivi alla segretezza, spingono gli inventori a tenersi per sé le proprie scoperte anziché farle circolare a beneficio dell’economia tutta intera.

La finanziarizzazione delle nostre economie è un’altra nemica dell’apprendimento “perché sposta risorse da altre attività, riduce l’apprendimento della gestione del rischio”. Nel saggio c’è perfino una rivalutazione delle politiche industriali. Non è vero che siano state degli esperimenti falliti, viziati da statalismo e dirigismo. E’ grazie alle politiche industriali che la Corea del Sud abbandonò precocemente la sua specializzazione agricola e si lanciò nella siderurgia “imparando come si fa”, e diventando rapidamente il numero uno mondiale. Se oggi Seul ha la Samsung, è perché si è rifiutata di ascoltare il “Washington consensus”, le direttive che le venivano impartite dai sacerdoti del neoliberismo al Fondo monetario internazionale. “Quei tecnocrati – ricorda Stiglitz – avevano stabilito che la Corea del Sud aveva un vantaggio competitivo nella coltivazione del riso e avrebbe dovuto specializzarsi in quella. Seul rispose: grazie del consiglio, ma il riso coltivatelo voi”.

 

I fiammiferi si spengono

fiammiferiC’è chi li usava per le sigarette e, spesso, anche per appuntarci un numero di telefono. Chi li teneva in cucina, per il gas o il camino. E chi ha iniziato vendendoli ed è finito a inondare il mondo di librerie Billy, come un tale svedese, Ingvar Kamprad, mister Ikea. Fatto sta che l’epoca dei fiammiferi è per lo più finita, quasi spenta, ne rimane nell’aria solo la tipica scia sottile e nera. A sancirlo è, in qualche modo, il governo: proprio giovedì il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo con le nuove norme in materia di accise. Un testo che prevede un lieve aumento sulle sigarette e sul tabacco triturato. E che cancella l’imposta sui fiammiferi, aprendo a produzione e vendita libere.

È in realtà un requiem per un oggetto quasi sparito dalla circolazione e dall’uso quotidiano. Il gettito previsto per il 2014 dalle imposte sui fiammiferi era di tre milioni di euro: pari a nemmeno lo 0,0007 per cento dal totale delle entrate fiscali. Insomma, resta in piedi una nicchia minuscola, fino ad oggi ancorata a un monopolio datato 1915, ad accise tra il 10 e il 25 per cento e a un tariffario fisso imposto dallo Stato (lo si trova ancora al sito aams.gov.it).

A sostituire e tramortire i fiammiferi è stata la tecnologia prima della tecnologia: quella dell’accendino in plastica usa e getta, alla portata di tutti. Storia vecchia, ma non troppo, se è vero che solo nell’anno 1970 in Italia si vendevano fiammiferi per oltre 40 miliardi di lire (di allora) e per un totale di 101 miliardi di unità. Circa 1.900 a testa. All’epoca, il nostro Paese contava tredici produttori ed esportava pure sette miliardi di pezzi, fiammifero più fiammifero meno.

«Oggi, invece, non è così facile trovare tabaccai che ne vendano», fa notare Nicoletta Nicolini, docente all’Università La Sapienza di Roma e autrice di un libro sulla storia dei fiammiferi. «Ormai la parola è quasi uscita dall’uso comune, ma un tempo per strada ti fermavano per chiederti se avevi un fiammifero, non “da accendere”, come si dice ora. È stata anche una delle prime storie di veleni industriali in Italia, perché fino a inizio Novecento di fiammiferi si moriva. Erano fatti con il fosforo bianco, assai tossico, e tanti operai si ammalavano. Non solo: proprio il fosforo bianco dei fiammiferi – insapore e inodore – era il secondo veleno più utilizzato nell’Ottocento. Poi sono arrivati i cosiddetti fiammiferi di sicurezza, gli “svedesi”. 

Ma nelle scatolette quadrate dei fiammiferi, anzi sopra, è passato soprattutto un bel pezzo di costume italiano. Spiega Nicolini: «Sulle scatole c’erano illustrazioni con messaggi di ogni genere: disegni spesso bellissimi, a sfondo storico, pubblicitario, o anche erotico». Non a caso il regno moderno dei fiammiferi è quello tipico delle cose passate di moda, il collezionismo. Il termine preciso è “fillumenia” ed è un mondo esteso e affascinante. E che ormai ha pure la sua dimensione digitale e internettiana. Capirlo è facile: basta cercare “fiammiferi” su eBay. I risultati sono oltre 86 mila.

http://www.lastampa.it/2014/08/02/italia/cronache/laccendino-spegne-gli-ultimi-fiammiferi-kz5ANYfheU5ZM9jxVOag6H/pagina.html

 

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Vendiamo vasi a Samo

Per ora nemmeno il super euro è riuscito a fermare la straordinaria cavalcata dell’export italiano che negli anni della Grande crisi è servito a tenere in piedi il Paese. I dati di ieri dell’Istat confermano come la sopravvalutazione della moneta unica ci stia creando qualche problema soprattutto negli Usa (a febbraio le esportazioni sono scese dello 0,9% rispetto a gennaio) ma esaminando gli indicatori sulla lunghezza di 12 mesi registriamo un confortante 3%.

Esportiamo un po’ meno dei tedeschi ( 3,7%) ma meglio dei cugini francesi (fermi a 2,7%) nonostante che questi ultimi abbiano una presenza della grande distribuzione all’estero inimmaginabile per noi.

Guardando più da vicino la nostra performance ci sono alcune sottolineature che è utile fare. In primo luogo le nostre imprese si sono mostrate capaci di vendere sia sui mercati di tradizionale presenza (Usa ed Europa) sia su quelli emergenti, dimostrando così ancora una volta una grande capacità di adattamento. È vero che l’immagine del made in Italy all’estero è trainata dai grandi marchi del lusso e dell’alimentare ma le piccole e medie imprese, quelle organizzate nella formula dei distretti, fanno segnare risultati di almeno un punto superiore alla pur lusinghiera media nazionale.

Infine, sul podio dei campioni dell’export italiano stanno salendo settori che non avremmo considerato tali come il farmaceutico, che ha fatto registrare nell’ultimo anno un tasso di crescita del 12%; tra i Paesi produttori di medicinali siamo quello che sta realizzando i maggiori incrementi di ricavi all’estero. Per chiudere quèste considerazioni vale la pena riportare un singolare studio realizzato dalla Camera di commercio di Monza secondo il quale l’industria italiana ha la straordinaria capacità di «vendere vasi a Samo» ovvero di esportare più coltelli in Svizzera di quanti ne importiamo, e idem per la birra in Inghilterra, le patate e gli elettrodomestici in Germania, i mobili in Svezia. La verità probabilmente sta negli incredibili mutamenti che il commercio mondiale va determinando nelle tradizionali mappe della produzione. Gli stereotipi muoiono, basta pensare che noi subiamo l’onta di importare arance e siamo però diventati uno dei primi produttori mondiali di kiwi. Vista la stagnazione del mercato interno probabilmente stiamo evolvendo verso un modello export led per necessità. …..

 

Dario Di Vico Corriere della sera del 17/04/14

Pitupitum-pa!!

imaioioiSembrava un grazioso regalo natalizio, era un infausto segnale premonitore della chiusura dell’azienda: l’ex Invernizzi di Caravaggio, del gruppo Lactalis
A Natale i dirigenti dello stabilimento si erano premurati di regalare a tutti i dipendenti un esemplare della bambolina Susanna, ultima edizione anni 90. «Ci hanno detto che volevano svuotare i magazzini – racconta Augusta, 32 anni al servizio del «formaggino di massa» nello stabilimento di Caravaggio – l’abbiamo preso come un gesto carino. Adesso, considerata la situazione, siamo turbati». Oggi la biondina tutta panna fa gola agli appassionati del modernariato e del vintage e qualcuno, tra i dipendenti della Lactalis, alla luce della chiusura annunciata nei giorni scorsi dall’azienda,  medita di compiere il gesto «sacrilego»: rivenderla su eBay.

Dopo i voli sulle spiagge della Versilia e della riviera romagnola, quando gli elicotteri degli Invernizzi lanciavano sui bagnanti migliaia di mucche Carolina e bambole Susanna già gonfiate, ora la bimba del formaggino Milione impazza sui siti di aste on-line. Il prezziario è vario: dalla versione gonfiabile che viene battuta attorno ai 150 euro a quella «mignon», altezza 10 centimetri, a 35 euro. Si trova anche la mitica Palla pallina di gomma pesante, 4 centimetri di diametro per 35 euro. E ancora gli adesivi di Susanna, l’album figurine, i gonfiabili pubblicitari e addirittura i punti raccolta per vincere la bambola: 10 euro cadauno.

La più ricercata è però la mucca Carolina, il modello da gonfiare parte da 200 euro. Sono tutte idee nate dai fratelli Remo e Romeo Invernizzi, entrambi ormai scomparsi, che per pubblicizzare i prodotti con il nome di famiglia, invece di affidarsi a un guru della pubblicità, scelgono di far da se creando una loro agenzia pubblicitaria. Nascono quei personaggi riuscitissimi che domineranno a lungo i caroselli e i giochi di milioni di bambini fino agli anni Novanta: la mucca Carolina, il toro Annibale, la bambola Susanna «tutta panna», i gattini Geo e Gea, Camillo il coccodrillo. Ora proprio lo stabilimento che per primo li vide prender forma, il più rappresentativo della storia dell’azienda Invernizzi, chiude. Come direbbe Susanna, «Pitupitum-pa!”» .

http://bergamo.corriere.it/bergamo/notizie/cronaca/14_febbraio_05/susanna-panna-invernizzi-lactalis-caravaggio-122151f2-8e65-11e3-afb4-50ae7364e5b3.shtml

Il valore aggiunto del capitale umano

porto5La cartina economica del mondo sta cambiando rapidamente e radicalmente. Nuovi centri di propulsione economica stanno soppiantando i vecchi. Città che fino a qualche decennio fa non erano che minuscoli punti a stento percepibili sulle cartine si sono trasformate in floride megalopoli con migliaia di nuove aziende e milioni di nuovi posti di lavoro.

In nessun luogo al mondo tale fenomeno è più evidente che nella cinese Shenzhen. Se non l’avete mai sentita nominare, prendetene nota. È uno dei centri urbani con il più rapido ritmo di crescita a livello mondiale.

In trent’anni si è trasformata da piccolo villaggio di pescatori a immane metropoli di oltre 15 milioni di persone. Shenzhen ha visto crescere la propria popolazione di 300 volte; e in questo processo è diventata una delle capitali dell’industria manifatturiera del pianeta.

Il suo destino fu deciso nel 1979, quando le autorità cinesi si risolsero a farne la prima «Zona Economica Speciale» del Paese. In breve tempo le aree di questo tipo cominciarono a calamitare investimenti esteri. Il flusso degli investimenti fece sorgere migliaia di nuove fabbriche che producono una parte sempre crescente dei beni di consumo dei paesi ricchi. Una porzione consistente dell’industria manifatturiera americana si è trasferita in quelle fabbriche. Mentre Detroit e Cleveland perdevano posti di lavoro e si avviavano al declino, Shenzhen prendeva quota. Oggi è disseminata di grandi stabilimenti produttivi. È al primo posto tra i centri della Cina per volume di esportazioni e vanta uno dei porti più trafficati del mondo, pieno di gru enormi, camion imponenti e container di tutti i colori, che vengono trasferiti su navi da carico pronte a salpare per la costa occidentale degli Stati Uniti o per l’Europa. Ogni anno lasciano il porto venticinque milioni di container: quasi uno al secondo. In poche settimane la merce arriva a Los Angeles, Rotterdam o Genova e viene immediatamente caricata su un camion diretto verso un centro di distribuzione Walmart, un magazzino Ikea o un Apple store.

Shenzhen è il luogo dove vengono assemblati l’iPhone e l’Ipad, esempi iconici della globalizzazione. La Apple è nota per dedicare grande attenzione e risorse alla progettazione e al design. Nel caso dell’iPhone e dell’iPad, la Apple ha dedicato la stessa attenzione alla progettazione e all’ottimizzazione della catena di produzione globale. Capire come e dove si svolge la produzione di celebri smartphone e tablet è importante per capire come la nuova economia globale stia ridisegnando la localizzazione dei posti di lavoro e quali siano le sfide del futuro per i lavoratori dei Paesi occidentali.

L’iPhone e iPad sono stati concepiti e progettati dagli ingegneri della Apple a Cupertino, in California. Questa è l’unica fase del processo di produzione realizzata negli Stati Uniti. Vi rientrano il design del prodotto, lo sviluppo di software e hardware, la gestione commerciale, il marketing e altre funzioni ad alto valore aggiunto. In questo stadio i costi del lavoro non rappresentano il fattore principale. Gli elementi chiave sono piuttosto la creatività e l’inventiva degli ingeneri e dei designer. I componenti elettronici dell’iPhone – sofisticati, ma non innovativi quanto il design – sono fabbricati in gran parte a Singapore e Taiwan. L’ultima fase della produzione è quella a più elevata intensità di manodopera, con gli operai che assemblano a mano le centinaia di componenti che costituiscono il telefono e lo predispongono per la distribuzione. Questo stadio, in cui il fattore essenziale è il costo del lavoro, si svolge nella periferia di Shenzhen. Lo stabilimento è uno dei più grandi al mondo e le sue dimensioni sono già in sé qualcosa di straordinario: con 400.000 dipendenti, supermercati, dormitori, campi da pallavolo e persino sale cinematografiche, più che una fabbrica sembra una città. Se comprate un iPhone online, vi viene spedito direttamente da Shenzhen.

E quando raggiunge il consumatore americano il prodotto finale è stato toccato da un solo lavoratore americano: l’addetto alle consegne dell’Ups. È naturale, quindi, domandarsi che cosa resterà ai lavoratori americani (e per estensione, europei) nei prossimi decenni. L’America e l’Europa stanno entrando in una fase di irreversibile declino? La risposta, almeno per l’America, è ottimistica. Per l’Europa, un po’ meno. Nel XX secolo, la ricchezza di un Paese era in gran parte determinata dalla forza del suo settore manifatturiero. Oggi questo sta cambiano. In tutti i Paesi occidentali, l’occupazione nell’industria manifatturiera sta calando ormai da trent’anni. Come si vede dalla figura, questo trend accomuna un po’ tutte le società avanzate, dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Gran Bretagna all’Italia e persino la Germania. Oggi l’impiego nell’industria rappresenta più l’eccezione che la regola: in America, meno di un lavoratore su dieci lavora in fabbrica. E’ molto più probabile che un americano lavori in un ristorante che in una fabbrica. Dal 1985 negli Stati Uniti l’industria manifatturiera ha perso in media 372.000 posti di lavoro all’anno. 

Questo declino non è solo l’effetto di fenomeni a breve termine, come le recessioni: l’industria perde posti di lavoro anche durante le fasi di espansione. Le ragioni sono due forze economiche profonde: progresso tecnologico e globalizzazione. Grazie agli investimenti in sofisticati macchinari di nuova concezione, le fabbriche occidentali sono molto più efficienti che in passato e per produrre la stessa quantità di beni impiegano sempre meno manodopera. Oggi, in media, l’operaio americano fabbrica ogni anno beni per 180.000 dollari, oltre il triplo che nel 1978. Per l’economia in generale l’accresciuta produttività è un’ottima cosa, ma per le tute blu ha conseguenze negative. Pensiamo, per esempio, alla General Motors. Negli Anni 50, gli anni d’oro di Detroit, ogni operaio dell’azienda produceva una media di sette auto l’anno. Oggi ne produce 29 all’anno. Il calcolo dei posti di lavoro persi è molto semplice: per fabbricare ogni auto oggi la General Motors impiega un numero di operai quattro volte inferiore a quello del 1950. Gli operai dell’industria producono più che in passato, e di conseguenza guadagnano stipendi più alti, ma sono numericamente ridotti.

La seconda forza che sta decimando l’occupazione manifatturiera dei paesi occidentali è la globalizzazione. Le produzioni più tradizionali sono state le prime a essere delocalizzate. L’industria tessile è l’esempio più ovvio. Provate a guardare dove sono fabbricati gli abiti che indossate. Se si tratta di capi venduti da una ditta occidentale, probabilmente sono stati prodotti da qualche terzista ubicato in Paesi come il Vietnam o il Bangladesh. I brand americani e europei godono di ottima salute, ma solo una manciata di posti di lavoro – nel design, nel marketing e nella distribuzione – sono rimasti negli Stati Uniti e in Europa.

Altre parti della manifattura tradizionale hanno esattamente le stesse dinamiche. Persino la produzione di componenti elettroniche, computer e semiconduttori non è immune da questi trend. Oggi, in America, lavorano nelle fabbriche di computer meno addetti che nel 1975, quando il personal computer non era ancora stato introdotto.

La ragione è che ormai fabbricare computer non è più particolarmente innovativo. L’hardware è diventata un’industria matura, quasi quanto il tessile. L’assemblaggio e la fabbricazione di molti componenti è stata trasferita in Cina o Taiwan. Il primo lotto di duecento computer Apple I fu assemblato nel 1976 da Steve Jobs e Steve Wozniak nel leggendario garage di Los Altos, nel cuore di Silicon Valley. Negli Anni 80 la Apple fabbricava la maggior parte dei suoi Mac in uno stabilimento situato poco lontano, a Fremont. Ma nel 1992 l’impianto fu chiuso e la produzione spostata, prima in aree più economiche della California orientale e del Colorado, poi in Irlanda e a Singapore. Oggi a Shenzen. È lo schema seguito da tutte le altre imprese americane. Tutti conosciamo Apple, Ibm, Dell, Sony, Hp e Toshiba. Quasi nessuno ha mai sentito parlare di Quanta, Compal, Inventec, Wistron, Asustek. Eppure il 90% dei computer portatili e dei notebook venduti con quei marchi famosi è in realtà fabbricato negli impianti di una di queste cinque aziende, a Shenzhen.

Anche se tutte le società occidentali sono accomunate dalla contrazione strutturale del settore manifatturiero, non tutte hanno saputo reagire in maniera soddisfacente a questo declino. In questo quadro, l’economia Americana è posizionata molto meglio di molto altri paesi occidentali.

A differenza della maggior parte dei Paesi Europei, e dell’Italia in particolare, negli ultimi cinquant’anni, gli Stati Uniti si sono reinventati, passando da un’economia fondata sulla produzione di beni materiali a un’economia basata su innovazione e conoscenza. L’occupazione nel settore dell’innovazione è cresciuta a ritmi travolgenti. L’ingrediente chiave di questo settore è il capitale umano, e dunque istruzione, creatività e inventiva. Il fattore produttivo essenziale sono insomma le persone: sono loro a sfornare nuove idee. Le due forze che hanno decimato le industrie manifatturiere tradizionali – la globalizzazione e il progresso tecnologico – stanno ora determinando l’espansione dei posti di lavoro nel campo dell’innovazione.

La globalizzazione e il progresso tecnologico hanno trasformato molti beni materiali in prodotti a buon mercato, ma hanno anche innalzato il ritorno economico del capitale umano e dell’innovazione. Per la prima volta nella storia, il fattore economico più prezioso non è il capitale fisico, o qualche materia prima, ma la creatività. 

Non sorprende perciò che la parte più importante di valore aggiunto dei nuovi prodotti sia appannaggio degli innovatori. L’iPhone consta di 634 componenti. Anche se vi lavorano in centinaia di migliaia, il valore aggiunto generato a Shenzhen è molto basso, perché l’assemblaggio potrebbe essere effettuato in qualsiasi parte del mondo. La forte competizione globale limita anche il valore aggiunto dei componenti, comprese le parti elettroniche più sofisticate, come la flash memory o il retina display. La maggior parte del valore aggiunto dell’iPhone viene dall’originalità dell’idea, dalla formidabile progettazione ingegneristica e dall’elegante design. Quindi non deve stupire che, pur non producendo nessuna parte materiale del telefono, la Apple guadagni 321 dollari per ogni iPhone venduto, il 65% del totale, ben più che qualsiasi fornitore di componenti coinvolto nella fabbricazione fisica dell’apparecchio. Ciò è di notevole importanza non solo per i margini di profitto della Apple, ma soprattutto perché si traduce nella creazione di buoni posti di lavoro in America.

Oggi è questa la parte dell’economia che crea valore aggiunto. Una parte dei 321 dollari incassati dalla Apple finisce nelle tasche degli azionisti della società, ma una parte va ai dipendenti di Cupertino. E l’alta redditività incentiva l’azienda a proseguire sulla via dell’innovazione e a reclutare nuovo personale. Studi economici recenti mostrano che più un’impresa è innovativa, più alti sono i salari offerti ai dipendenti.

Il settore dell’innovazione comprende l’advanced manufacturing, o industria avanzata (come quella che progetta gli iPhone o gli iPad), software e servizi Internet, le biotecnologia, l’hi-tech del settore medico, la robotica, la scienza dei nuovi materiali e le nanotecnologie. Ma l’ambito dell’innovazione non è circoscritto all’alta tecnologia. Vi rientra qualsiasi occupazione capace di creare nuove idee e nuovi prodotti. Ci sono innovatori nel settore dell’intrattenimento, in quello dell’ambiente e persino nella finanza e nel marketing. L’elemento che li accomuna è la capacità di creare prodotti nuovi che non possono essere facilmente replicati. Tendiamo a concepire l’innovazione in termini di beni materiali, ma può anche trattarsi di servizi, per esempio di nuovi modi per raggiungere i consumatori o per impiegare il nostro tempo libero.

Nei prossimi decenni la competizione globale sarà incentrata sulla capacità di attrarre capitale umano e imprese innovative. Il numero e la forza degli hub dell’innovazione di un Paese ne decreteranno la fortuna o il declino. I luoghi in cui si fabbricano fisicamente le cose seguiteranno a perdere importanza, mentre le città popolate da lavoratori interconnessi e creativi diventeranno le nuove fabbriche del futuro. Nel prossimo articolo vedremo come l’Italia si posiziona in questo quadro globale sempre più competitivo.

Enrico Moretti,

http://www.lastampa.it/2013/08/05/economia/cos-america-ed-europa-dicono-addio-alle-fabbriche-c3iTadQ8Wwx3iRuPyM2JLJ/pagina.html