Le favole da evitare sul debito pubblico

In campagna elettorale si stanno avanzando proposte di riduzione del debito pubblico ( rapporto tra debito pubblico e PIL) e di abolizione della riforma pensionistica, la cosiddetta legge Fornero.

Ecco l’estratto di un articolo pubblicato sul Corriere della Sera dell’11 gennaio 2018

 

Trenta-quaranta punti di taglio sul Pil in 10 anni non sono impossibili ma richiedono almeno un paio di cose: dei surplus di bilancio notevoli (altro che aumenti di spese e abolizione della legge Fornero!), e dei tassi di interesse reali che rimangano assai bassi, e questo non dipende da noi.
La storia e la teoria economica ci spiegano che per ridurre il debito ci sono tre modi

Il primo è svalutare il valore reale del debito con una «botta di inflazione». L’iperinflazione tedesca degli anni 20 cancellò l’enorme debito pubblico che la Germania aveva accumulato durante la Prima guerra mondiale, contribuendo a provocare eventi sociali e politici drammatici. Anche dopo la Seconda guerra mondiale l’inflazione svalutò, seppure in modo meno drammatico, il valore reale del debito, sia negli Stati Uniti che in Italia. Oggi però l’idea che il debito pubblico possa essere svalutato dall’inflazione è un’assurdità: non appena i risparmiatori lo sospettassero, i tassi di interesse salirebbero molto più dell’inflazione rendendo il debito ancora più costoso.

Il secondo modo è un ripudio. Se il nostro debito fosse detenuto solo da italiani, un ripudio comporterebbe una ridistribuzione di ricchezza da chi possiede titoli pubblici ai contribuenti. Ma questo non è il nostro caso. Il 40 per cento circa del debito italiano è detenuto da investitori internazionali. Un ripudio creerebbe una crisi di fiducia verso i nostri mercati, il blocco degli investimenti esteri, fallimenti bancari e una nuova crisi finanziaria. Un ripudio dopo l’altro, l’Argentina è passata da essere uno dei Paesi più ricchi del mondo a un caso quasi disperato.

La terza alternativa è una crescita del denominatore del rapporto debito/Pil più rapida della crescita del numeratore, cioè il deficit dei conti pubblici. In certi periodi storici – ad esempio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dopo la Seconda guerra mondiale – la crescita del Pil è stata cosi alta che il rapporto debito/Pil si è ridotto relativamente in fretta. Purtroppo tassi di crescita elevati come durante il boom degli anni Cinquanta e Sessanta non sono all’orizzonte. La conclusione è che ridurre il debito richiede molto tempo, grande pazienza e politiche che riducano il numeratore, cioè conti pubblici in attivo, o per lo meno un avanzo di bilancio al netto degli interessi e un tasso di crescita del Pil più alto del costo del debito.
Un avanzo nel bilancio pubblico si può ottenere o riducendo le spese o aumentando le imposte. L’evidenza empirica dimostra che un aumento della pressione fiscale su famiglie e imprese riduce la crescita, così tanto che alla fine il rapporto debito/Pil anziché diminuire sale ancor di più. Invece, tagli alla spesa pubblica hanno l’effetto desiderato, cioè riducono il rapporto debito/Pil perché non rallentano la crescita, o al massimo la influenzano di poco e per poco tempo. Questo è vero soprattutto per quelle riforme che bloccano l’aumento automatico di certe spese come le pensioni, soprattutto quando diventano incompatibili con l’allungamento della vita e il calo della natalità. È per questo motivo che cancellare la legge Fornero renderebbe ancor più difficile ridurre il debito.
Questo è ciò che si impara leggendo i libri di storia e qualche manuale di economia. Purtroppo questa campagna elettorale è piena di favole. In parte è inevitabile, ma a noi pare che si stiano superando limiti assai pericolosi.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_11/favole-evitare-debito-pubblico-campagna-elettorale-f418b50a-f63f-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

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L’economia va meglio? Ecco i numeri del 2017

L’economia dei numeri e quella percepita

Ma alla fine, l’economia italiana nel 2017 è migliorata o no? E i numeri vanno d’accordo con la percezione che ne hanno gli italiani? La contraddizione è riesplosa dopo che l’Istat ha diffuso i numeri più recenti su conti pubblici ed economia: bene il rapporto deficit/pil, inflazione che si risveglia, risparmi che ritornano. Eppure il clima con il quale il Paese sta imboccando l’ultimo miglio della campagna elettorale è ben diverso: crisi, 4 milioni di italiani sulla soglia della povertà, giovani che non hanno un lavoro stabile, pensioni incerte. Insomma, la realtà percepita appare ben diversa. Cerchiamo di mettere a fuoco i numeri che possono tirare un bilancio del 2017.

I conti pubblici migliorano (per la Ue non abbastanza)

L’Istat ha reso noto che il rapporto deficit pil è stato pari al 2,1% nel terzo trimestre dell’anno appena chiuso contro il 2,4% dello stesso periodo del 2016. Si tratterebbe di un sensibile miglioramento dei conti pubblici; se calcolato su base annua il rapporto diventa del 2,3% che secondo l’istituto di statistica è la migliore performance dal 2007 . I dati sul debito pubblico italiano (vale a dire la somma di quanto si è andato accumulando negli anni) sono meno netti. Nel 2017 lo Stato ha dovuto ancora emettere per finanziare il suo funzionamento titoli per poco più di 400 miliardi di euro; secondo il Tesoro questa cifra calerà nel 2018 di circa 20 miliardi. Ma il debito pubblico italiano complessivo italiano fatica a scendere, anzi, nel 2017 ha avuto qualche preoccupante «fiammata» tanto da provocare la chiamata del vicepresidente della UE Katainen: era pari a 2018 miliardi a gennaio, era salito a 2.301 a luglio per poi calare a 2289 a ottobre. E attenzione perché nel 2018 la Bce smetterà progressivamente di acquistare titoli pubblici italiani. La pressione fiscale, infine, è calata a 40,3%, in discesa di pochi decimali.

Su Pil e industria, boom dell’export

Poco prima di Natale il presidente della Bce Mario Draghi ha reso note le cifre sul Pil italiano, che risulta in sensibile crescita: +2,4%; la previsione è che il grafico continuerà a salire anche durante l’anno nuovo raggiungendo il +2,3% . Una forte spinta è venuta dal settore industriale che secondo l’Istat a ottobre stava crescendo a un ritmo del 2,9% annuo. Nicola Nobile economista di Oxford, prevede che a fine anno il dato sarà del 3%, in linea con la velocità di crescita della Francia e superiore a quello della Germania. Non tutta l’economia però è cresciuta; a trarre vantaggio dalla congiuntura sono le imprese votate ai mercati esteri: basti dire che l’export italiano, secondo il rapporto Ice-Prometeia è cresciuto del 7,3% rispetto al 2016 (+25% le vendite sul mercato cinese). Detto questo la ripresa italiana resta complessivamente tra le più deboli dell’area euro e il pil resta ancora di 6-7 rispetto all’inizio della crisi.

Disocupazione ferma (e record di precari)

L’indicatore più controverso resta il mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione in Italia a ottobre era calcolato dall’Istat stabile all’11,2%, comunque l’indice più basso dal 2012. Se si fa il confronto con il 2016, il numero dei posti di lavoro è aumentato di 303.000 unità ma la spinta principale arriva dai contratti a tempo determinato che nel 2017 in Italia hanno raggiunto il record assoluto: 2 milioni e 784 mila unità. Anche in questo caso il panorama del mercato del lavoro è a «macchia di leopardo»: secondo Unioncamere le imprese denunciano difficoltà a reperire figure professionali di alto profilo (fino a uno su cinque) mentre nel segmento di età 15-24 anni la percentuale di disoccupati balza al 35,1%. Il tasso di occupazione complessivo (58,1% della popolazione) resta tra i più bassi della Ue.

Comsumi: «miglioramento, ma fragile»

Tutto questo come si traduce sulla spesa delle famiglie italiane? L’indicatore dei consumi di Confcommercio registrava ad agosto 2017 una crescita dello 0,8% su base annua . Un dato definito «in miglioramento ma fragile». Un’altra fonte, il rapporto Coop-Nomisma prevede per il 2018 un aumento del potere di acquisto delle famiglie dell’1%. Previsione corroborate ieri dall’ottimistico dato comunicato dall’Istat, in base al quale il reddito disponibile per le famiglie è mediamente cresciuto nel 2017 del 2,1%.

Si risveglia l’inflazione (ma non la busta paga)

Negli anni ‘70 e buona parte degli ‘80 lo spauracchio dell’economia italiana era l’inflazione che galoppava in doppia cifra; negli ultimi anni il timore degli economisti era stato di segno opposto, vale a dire che i prezzi si erano completamente raffreddati, «termometro» di una complessiva sfiducia sulle prospettive di crescita. Ora l’istituto di statistica segnala un risveglio dell’inflazione che in Italia toccherà il +1,2%, un dato che mancava da anni. Peccato che l’incidenza sulla busta paga sia ancora impalpabile: Eurostat comunica che nel 2017 lil costo del lavoro in Italia sia lievitato solo dello 0,5%, contro il 2,2 della Germania e l’1,7 della Francia. In fatto di miglioramento delle retribuzioni l’Italia resta il quart’ultimo paese d’Europa (davanti solo a Finlandia, Portogallo e Spagna

Claudio Del Frate

Corriere della Sera, 5 gennaio 2017

http://www.corriere.it/economia/cards/economia-va-meglio-ecco-numeri-2017/economia-numeri-quella-percepita_principale.shtml

l mistero dei salari perduti

  C’è una cosa che accomuna Janet Yellen, Mario Draghi e gli altri colleghi delle banche centrali e non è quella che pensate: non è né l’ombra di una bolla finanziaria, né il trend delle valute. È la stessa preoccupazione che fa il giro degli uffici studi di grandi istituzioni come il Fmi, l’Ocse e la Bce e non è la prospettiva del commercio internazionale. Ci pensano sempre più spesso gli economisti di grido, a Harvard o al Mit, ma non è l’ombra della stagnazione secolare. La sorpresa è che quella preoccupazione è anche il cruccio quotidiano di Jeremy Corbyn e Susanna Camusso.

Il misterio del salario scomparso è il thriller dell’estate ed è ancora in attesa di una soluzione. Mai, nell’economia moderna, era successo che una recessione finisse e il risultato non si vedesse nell’aumento dei salari. Interi modelli econometrici sono costruiti sul presupposto che, quando l’economia riparte, le imprese assumono, i lavoratori diventano scarsi e, in base alla legge della domanda e dell’offerta, i salari salgono. Ma, questa volta, no: l’economia appare in buona salute di qua e di là dell’Atlantico, la disoccupazione continua a scendere, ma i salari stanno appena a livello dell’inflazione. E non va bene affatto.

Senza la spinta dei salari, l’inflazione non riesce a risalire sopra il 2 per cento e la deflazione resta in agguato. Peggio: il 70 per cento dell’economia moderna è fatto di consumi e se la gente non ha i soldi per comprare, il sistema resta, come Wile Coyote, sospeso nel vuoto. O, come ripete più solennemente Draghi, la ripresa non è in grado di sostenersi da sola. Da un anno, dunque, il dibattito economico mondiale è centrato, neanche fosse un congresso della IV Internazionale, su questo scollamento fra ripresa e salari. L’ultimo Outlook del Fmi dedica un intero capitolo alla questione, per sottolineare che ai capitalisti va sempre più grassa: la quota del lavoro sulla ricchezza nazionale è scesa dal 54 al 50 per cento negli ultimi decenni, un mutamento epocale nel rapporto di forza. I sindacati, lamentano quelli che, una volta, venivano definiti “i cani da guardia del neoliberismo” non sono stati in grado di contrastare due tendenze di fondo. Quelle che vengono subito alla mente: tecnologia e globalizzazione. Insieme sono responsabili dei tre quarti del declino del lavoro sul Pil in paesi come l’Italia e la Germania. La prima pesa, probabilmente, più della seconda: quest’anno le aziende della robotica tedesca aumenteranno il fatturato del 7 per cento e un economista, David Autor, calcola che ogni robot che entra in fabbrica cancella sei posti di lavoro (3 dentro e 3 nell’indotto).
L’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi sviluppati, ha provato ad analizzare come queste due tendenze agiscono concretamente nel mercato del lavoro. Il congelamento dei salari, ormai privi di collegamento con la produttività, è per un terzo il risultato del fatto che i posti di lavoro persi nell’industria manifatturiera vengono rimpiazzati da posti nei servizi, pagati peggio. Per altri due terzi, dalla decimazione che software e tecnologia hanno portato, in generale, in quelli che una volta erano “i buoni posti delle classi medie”: quelle occupazioni a media qualifica (dal contabile alla hostess) che stanno scomparendo sempre più in fretta. Negli ultimi vent’anni questi posti di lavoro sono diminuiti del 10 per cento, mentre sono aumentati quelle a bassa qualifica (pagati peggio) e quelli ad alta qualifica (che però sono pochi).
In Italia, basse e alte qualifiche sono aumentate del 5 per cento. L’effetto, sul mercato del lavoro, è la formazione di un “esercito industriale di riserva”, assai più ampio di quanto dicano le statistiche. Lo nota la Bce di Draghi: il tasso di disoccupazione ufficiale, nell’eurozona, è al 9,5 per cento, ma, se aggiungiamo gli scoraggiati, cioè quelli che non pensano di poter trovare un lavoro adeguato, e quelli che hanno accettato un posto part time, ma lavorerebbero volentieri di più, si arriva ad un impressionante 18 per cento. In Italia, ancora peggio, al 25. A Francoforte, sono tornati a giugno sull’argomento con un nuovo studio che illustra come funziona l’esercito industriale di riserva. In buona sostanza, spiegano le imprese, siamo in grado di “aggiustare” i salari, non tanto di chi è già dipendente, ma dei nuovi assunti.
Insomma, raccontano i ben torniti rapporti di istituzioni al di sopra di ogni sospetto di radicalismo, il monte salari non si muove perché le imprese svuotano i posti ben pagati e li sostituiscono con un software, con un part time o con uno stipendio più basso. Il futuro non sembra più confortante. Secondo due noti economisti, David Autor e Lawrence Katz, quel futuro, infatti, è delle aziende Superstar. Sono le imprese di successo, capaci di grande produttività, pochi lavoratori molto qualificati, grandi profitti. Man mano, negli Usa e in Europa, fanno fuori le altre, che hanno più lavoratori, ma sono meno produttive. I loro addetti sono ben pagati, ma sono pochi. La massa complessiva dei salari, quindi, diminuisce. Anche se per Draghi e Yellen è un problema.

MAURIZIO RICCI

 

Ripresa più solida, ma pressioni sui prezzi ancora insufficienti

 La ripresa “si sta irrobustendo”. E siccome è anche sospinta dalla domanda interna, Mario Draghi ritiene sia “meno vulnerabile” rispetto ad eventuali “shock esterni”, ossia agli scossoni geopolitici che stanno agitando il mondo da mesi. Ma a fronte delle pressioni crescenti, sopratutto dei Paesi nordeuropei, Germania in testa, perché la Bce esca dal lungo periodo di emergenza, Draghi ha messo le mani avanti. 

Il presidente della Bce ha ricordato qual è l’obiettivo principale dei guardiani della moneta – l’inflazione al 2% – e ha sottolineato che le pressioni sui prezzi sono ancora insufficienti per abbassare la guardia: “Abbiamo ancora bisogno di politiche monetarie molto accomodanti”. I salari “crescono ancora troppo lentamente”, per dirne una. Alcuni analisti hanno cominciato a scommettere su una diminuzione degli acquisti dei bond da 60 miliardi già a settembre – il presidente della Bce li ha invitati a mantenere il sangue freddo.

A una settimana da una riunione della Bce che rivedrà le stime sul Pil e sull’inflazione dell’eurozona e che molti analisti attendono con ansia per avere indicazioni sull’avvio dell’uscita dal Quantitative easing – l’acquisto di bond pubblici e privati da 60 miliardi di euro al mese – e persino l’orizzonte in cui Francoforte potrebbe ricominciare ad alzare i tassi, Draghi ha raffreddato le aspettative. 

Il presidente della Bce, solitamente restìo a fare commenti politici (a una domanda sulle elezioni in Italia ha risposto infatti di non essere la persona adatta per un commento sul tema), ha ribadito che l'”euro è irreversibile”, ma soprattutto che “non bisogna avere paura di cambiare i Trattati”, con evidente riferimento all’attuale ripartenza del motore franco-tedesco e ai piani annunciati da Angela Merkel ed Emmanuel Macron di voler rafforzare l’eurozona anche rivedendo i Trattati. “Dobbiamo assicurare l futuro dell’eurozona attraverso una costruzione più stabile e resistente”, ha detto.

Draghi, europeista di ferro, ha puntualizzato che “la vulnerabilità dell’eurozona” può anche essere ricondotta “una mancanza di autonomia fiscale – e la questione ora è capire come arrivarci”: Ma i due pilastri per raggiungerla sono “la fiducia e la convergenza”, secondo il presidente della Bce. D’altra parte, per il banchiere centrale italiano è chiaro che l’eterogeneità dei tassi di crescita tra le varie economie dell’area dell’euro rappresentino una fragilità e che siano riconducibili ai ritardi nelle riforme strutturali. Dunque, “servirebbe una discussione sulle riforme strutturali come quella che si fa sul bilancio”. 

Tonia Mastrobuoni

La Repubblica 29 maggio 2017

http://www.repubblica.it/economia/2017/05/29/news/mario_draghi_parlamento_europeo-166723528/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1

 

La Bce: tassi giù ancora a lungo

La Bce non ha intenzione di rialzare i tassi di interesse, ancora per lungo tempo, anzi potrebbe addirittura abbassarli. Tutto il contrario di quello che temono i mercati. La rassicurazione arriva dal bollettino della Banca centrale europea, secondo cui non è vero che la deflazione è già sconfitta. A tener già l’indice dei prezzi sono le componenti volatili come i prezzi del petrolio e degli alimentari.

Comunque la politica espansiva dà i suoi frutti e contribuisce a migliorare il quadro economico generale. La Bce nota che la disoccupazione nell’eurozona « è in calo ormai da quattordici trimestri consecutivi. Il tasso di disoccupazione ha continuato a scendere nel quarto trimestre del 2016, dopo aver toccato il massimo agli inizi del 2013». In gennaio è rimasto al 9,6 per cento, il livello minimo dal secondo trimestre del 2009. Ma, avverte l’Eurotower, anche se l’andamento è positivo, «permane un considerevole eccesso di offerta sul mercato del lavoro e di sottoutilizzo. Sebbene i disoccupati nel mercato del lavoro siano diminuiti, sono ancora molti quelli che non sono considerati disoccupati ma potrebbero competere per i posti di lavoro, limitando quindi le pressioni salariali». Anche questo deprime l’inflazione, e rappresenta una tendenza di fondo, non volatile come i prezzi del petrolio o degli alimentari.

Luigi Grassia

La Stampa, 23 marzo 2017

http://www.lastampa.it/2017/03/23/economia/la-bce-tassi-gi-ancora-a-lungo-8MtxRQqFI4IK9YyK59bebL/pagina.html

 

La crescita dell’Europa da sola non basta

bussueBene la situazione economica nell’Eurozona al punto che la crescita del suo Pil, salito dell’1,7% l’anno scorso, supera l’1,6% messo a segno dagli Stati Uniti. Non accadeva da anni. Non solo. La disoccupazione è calata sotto il 10% mentre la nascita di nuovi posti di lavoro tocca i massimi da 9 anni. Si consolida la fiducia delle imprese e la produzione segna un record quinquennale. Anche l’inflazione riparte e si avvicina, con l’1,8% medio in gennaio, al traguardo del 2%.

Finalmente la politica monetaria espansiva della Bce di Mario Draghi sta raccogliendo frutti ma non per questo ha potuto né può da sola risolvere tutti i problemi. Anche perché a sua volta ne crea, specialmente in Germania. Il tema sarà tra quelli caldi dell’incontro oggi a Berlino con Angela Merkel.

Dai tempi del famoso «whatever it takes», che nell’estate del 2012 spense l’incendio che rischiava di mandare a fuoco l’intera eurozona, il cancelliere tedesco è sempre stato l’alleato attento e silenzioso dietro la strategia via via sempre più ampia ed efficace del super-banchiere europeo.

Oggi, quasi 5 anni dopo, la scommessa della stabilizzazione ancora non è vinta. Indebolita ma decisa a conquistarsi il quarto mandato consecutivo alle legislative di settembre, la Merkel ha bisogno che il tacito sodalizio continui, magari anche con un gesto di Draghi, un segnale sull’aumento dei tassi di interessi che prima o poi rassicuri i furiosi risparmiatori tedeschi. E al tempo stesso aiuti a calmare gli attacchi dell’America di Donald Trump, le sue sventagliate protezionistiche verso l’Europa e la Germania in particolare.

Più facile da dire che da fare.

La congiuntura dell’Eurozona va. Verrebbe forte la tentazione di convincersi che l’incubo della lunga crisi finanziaria del 2008 sia ormai agli sgoccioli e per l’euro stia per tornare l’età felice degli esordi. Non è così.

Perché ancora non è chiaro quanto l’attuale schiarita sia sostenibile e il sorpasso degli Stati Uniti duraturo: lunedì davanti al parlamento europeo Draghi ha affermato che gli attuali stimoli Bce, quantative easing e bassi tassi, sono ancora necessari. Perché il rilancio dell’inflazione potrebbe presto mettere sotto pressione il mantenimento della sua politica espansiva, per la gioia dell’euro del Nord ma dolori certi per i Paesi indebitati del Sud.

Perché, infine, se le variabili congiunturali sono incoraggianti, quelle strutturali restano problematiche. La grande crisi finanziaria ha infatti approfondito le divergenze dentro l’Eurozona complicando ulteriormente il governo della politica monetaria unica.

Dietro il rafforzamento della ripresa c’è un quadro molto differenziato: l’anno scorso la Germania è cresciuta dell’1,9%, la Spagna del 3,2%, l’Irlanda del 4% e l’Italia, sempre fanalino di coda, meno dell’1%. Ci sono focolai di crisi irrisolti nell’arco mediterraneo, con lo spettro del default estivo che torna ad affacciarsi in Grecia: a tutti i suoi guai, ora aggiunge anche la lite tra i suoi creditori dell’Eurogruppo e l’Fmi sul grado di rigore aggiuntivo e ristrutturazione del debito da imporle. C’è l’Italia a sua volta gravata da un debito-monstre da ridurre e dall’ipoteca di un sistema bancario fragile.

La corsa degli spread, che non sembra arrestarsi e in questi giorni non cessa di registrare il crescente divario tra bund tedesco e i titoli di Stato decennali di Grecia, Italia e Francia, è lo specchio impietoso dei fossati strutturali che dividono l’Eurozona e che, in quest’anno elettorale per Olanda, Francia, Germania e forse Italia, si cumulano alle incertezze sul futuro della stabilità politica dell’area.

In Olanda il partito della Libertà di Geert Wilders, anti-europeo, è primo nei sondaggi. Come lo è in Francia il Fronte nazionale di Marine Le Pen, che promette il referendum sulla permanenza o meno del Paese nella moneta unica. In Italia M5S e Lega sono su posizioni analoghe. In Germania la sfida dell’AfD erode ai fianchi la Cdu-Csu della Merkel anche se non vanta il livello di consensi dei movimenti europei “fratelli”.

Di tutto questo, del rischio ingovernabilità politica, economica, monetaria e finanziaria dell’euro e dei rimedi possibili parleranno a Berlino il cancelliere e il presidente della Bce. Come delle promesse e dei pericoli di un’Europa a geometrie variabili, tra eccesso di spinte centrifughe nell’aria e l’irrevocabilità dell’euro da difendere a tutti i costi.

Non ci sono risposte né soluzioni facili per nessuno dei due.

Adriana Cerretelli

Il Sole 24 ore, 9 febbraio 2017

 

 

Inflazione Ue, timori sui tassi

L’inflazione nella zona euro è tornata a correre e si sta avvicinando alla soglia per la stabilità dei prezzi che la Banca centrale europea si è posta come obiettivo: «Vicina ma inferiore al 2%». Il tasso di inflazione annuale a gennaio nell’eurozona — ha certificato ieri Eurostat — è atteso in netto rialzo all’1,8% rispetto all’1,1% di dicembre, trascinato dai prezzi dell’energia. Certamente la salute dell’eurozona è in netto miglioramento, ha ripreso a crescere e anche l’andamento dell’inflazione lo dimostra . In Germania è ormai vicina all’1,9%, in Spagna è volata al 3% annuale a gennaio, ai massimi da oltre quattro anni (a dicembre era dell’1,4%). E in Francia ha sì registrato un calo dello 0,2% nel primo mese del 2017 (comunque meglio delle attese degli analisti), ma su base annua l’incremento sarà dell’1,4%. In questo scenario si distingue l’Italia, che stima un +0,2% per il quarto trimestre 2016 e secondo Bankitalia va verso un +0,9% nell’intero 2016. A riprova che la ripresa nel nostro Paese resta fragile. Ad aprile la Bce rallenterà il quantitative easing dagli attuali 80 miliardi al mese a 60 miliardi, sino a fine anno. Ma ci sono i tedeschi, che andranno alle urne in autunno, in pressing sulla Banca centrale europea. E per l’Italia sarà un problema.

Francesca Basso

Corriere della SerA, 1 Febbraio 2017