Populismi, disoccupazione e deficit così la politica frena l’economia

goldilocks-the-three-bears1Goldilocks, fanciulla coi capelli biondi di una favola per bambini (“Riccioli d’oro e i tre orsi”), è stata rapita dagli economisti americani che ne hanno fatto un simbolo della congiuntura attuale. Un’economia Goldilocks, nel gergo degli esperti, è passabile, né depressa né surriscaldata, meglio comunque dei due estremi opposti. Molti oggi vedono l’economia mondiale con gli occhiali di un’aurea mediocritas. Il Giappone cresce dell’1%, quindi la ricetta del suo premier (“Abenomics”) funziona abbastanza. Le previsioni della Commissione Ue danno segnali di miglioramento – l’eurozona crescerà dell’1,6% rispetto alla precedente previsione dell’1,5%. Negli Usa la congiuntura si scalda e la Federal Reserve tornerà ad alzare i tassi. Nessuno dei problemi di fondo è stato risolto, in molti paesi la disoccupazione giovanile resta eccessiva, le diseguaglianze ai massimi storici, però questa “mediocre” congiuntura è meglio che niente. Soprattutto a confronto con quel che potrebbe farla deragliare: i problemi maggiori – dall’America alla Francia all’Italia – vengono tutti dalla politica.

Cominciamo dal più grosso, l’elefante nella cristalleria, The Donald. La capigliatura dorata di Goldilocks lui ce l’ha. E più che un’aurea mediocritas, ai mercati sta ispirando euforìa: ieri un altro record di Borsa è stato polverizzato, la capitalizzazione dell’indice S&P’s 500 ha superato i 20 mila miliardi di dollari per la prima volta. A eccitare gli investitori: l’annuncio che Trump ben presto svelerà il suo piano per la maxi-riduzione di imposte.
Tra i settori più elettrizzati, e premiati in Borsa, le banche hanno un motivo in più per gioire: Trump ha iniziato a smantellare le regole obamiane su Wall Street. E ci sono ben tre posti liberi ai vertici della Federal Reserve, tra un anno quattro con la fine del mandato della presidente Janet Yellen. Avremo una banca centrale trumpiana, cioè amica di Wall Street. «È stata probabilmente una cattiva idea vendere le azioni perché temete Trump», commenta amaro l’esperto finanziario Neil Irwin sul New York Times (c’è cascato pure George Soros, però). Dunque viviamo, come il Candide di Voltaire, nel migliore dei mondi? Eppure sul Wall Street Journal – che a differenza del New York Times non si può considerare un giornale “di opposizione” – si affollano gli allarmi, le messe in guardia, le previsioni negative. La politica c’entra. Mentre ai mercati e ai chief executive piace la parte “reaganiana” dell’agenda Trump – meno tasse, meno regole – c’è chi comincia a paventare un’esplosione di deficit pubblici se il presidente mantiene anche la promessa “di sinistra” (keynesiana) sui maxi-investimenti in infrastrutture. E soprattutto, quasi all’unanimità gli economisti giudicano pericolosi i venti di guerra commerciale, la spirale protezionista in cui Trump potrebbe risucchiare il mondo intero.
Il che ci porta all’Europa. Dove la crescita è modesta, insufficiente, ma apprezzabile rispetto ai disastri che potrebbero essere in agguato dietro l’angolo. Tutti legati al calendario politico. Il negoziato Brexit sta appena cominciando e non si sa dove andrà a finire, con quali costi per le due parti in corso di divorzio. La Francia potrebbe avere come presidente Marine Le Pen, favorevole all’uscita sia dall’euro sia dalla Nato. Dopo Brexit, Frexit, magari pure Nexit (Netherlands) se girano a destra gli olandesi. L’Italia è parte di questo sisma politico del Vecchio continente, ci aggiunge il debito pubblico più grosso d’Europa e un sistema bancario malato. Per l’investitore americano costretto alle semplificazioni del Financial Times e dell’Economist, è inquietante vedere il nome dell’Italia affiancato così spesso a quello della Grecia.
Il Giappone è un caso a parte e la sua versione della favola Goldilocks si presta a una lettura anti-conformista. La crescita dell’1% è modesta, ma da tempo esiste una contro-narrazione, nella chiave della decrescita felice. Il Giappone è stato il primo a sperimentare la denatalità, ha una popolazione in calo, il suo Pil nazionale è un indicatore ingannevole, invece il Pil pro capite ci restituisce l’immagine di un paese i cui abitanti stanno meglio di quanto crediamo. A dispetto del “politically correct” va ricordata anche un’altra anomalia giapponese: potrebbero crescere di più se accettassero di rimpinguare la forza lavoro con più immigrati coreani cinesi o filippini, ma se ne guardano bene. Anche a Tokyo i pericoli in agguato sono politici: soprattutto l’incognita protezionismo, e le tensioni con la Cina nell’èra Trump.
Nella versione originale della favola di Goldilocks (Robert Southey, 1837) non c’è affatto il lieto fine. Riccioli d’oro deve sfuggire agli orsi, si rompe l’osso del collo e finisce in ospedale. Vatti a fidare degli economisti.
Federico Rampini
La Repubblica 14 febbraio 2017

La formula della terra

agiafrLa formula del mondo – dicono i demografi – è: 1-1-1-4. Per grandi numeri, abbiamo un miliardo di persone nelle Americhe, uno in Europa, uno in Africa e 4 in Asia. Sette miliardi e passa. Quando io sono nato, nel 1966, c’erano poco più di tre miliardi di persone. Dunque, nell’arco di 50 anni la popolazione si è raddoppiata. Se organizziamo il mondo in una scala dobbiamo per forza considerare le buone e le cattive notizie. La buona: 3 miliardi di persone sono uscite dalla fame – in fondo è una storia bellissima che però nessuno vuole raccontare. La brutta è che i poveri sono ancora due miliardi e quasi 800 milioni di persone soffrono la fame.

Ma che significa fame? Solo nel 1881 eravamo il paese di Pinocchio, e sì, le calorie c’erano ma la diseguaglianza economica faceva sì che fossero mal distribuite e quindi un italiano su tre pativa la fame, ora siamo il paese di “Masterchef”, insomma il cibo c’è, e ne abusiamo. E poi, siccome non abbiamo più (fortunatamente) idea di cosa significa patire la fame,  ci permettiamo di idealizzare l’agricoltura del passato, senza considerare che l’aspettativa di vita all’Unità di Italia era molto bassa, intorno ai 35 anni, cioè bassa sicurezza alimentare, poche fognature, infezioni ecc.  Forse proprio per questo vale la pena leggere “La fame” di Martin Caparrós (Einaudi) – simpaticissimo quanto rigoroso scrittore. Per capire cosa significa vivere in un mondo dove la terra non rende e non rende perché senza il nostro apporto, la nostra capacità di innovare, la terra non dà buoni frutti, al massimo sazia qualche animale. Un reportage molto particolare (Niger, India, Bangladesh) che quelli di noi che nutrono simpatie reazionarie e parlano di agricoltura di sussistenza, ecco, quelli di noi che sono così dovrebbero leggerlo. Per capire meglio la distanza che passa tra le nostre nobili e belle dichiarazioni di intenti e la realtà. Insomma, che si fa quando si legge una passo così: “Sono terre secche, solo il 4 per cento della superficie africana ha un qualche tipo di irrigazione. Nel nord del Brasile, l’Organizzazione meteorologica mondiale ha confrontato la produttività di due ettari di terreno contigui piantati a fagioli, uno irrigato e l’altro no: quello che dipendeva dall’acqua piovana ha prodotto 50 chili di fagioli, l’altro 1.500. Sono terre sprovviste: in tutto il mondo ci sono 30 milioni di trattori, e i 700 milioni di contadini africani ne hanno a disposizione meno di 100 mila, la stragrande maggioranza di loro non ha altri strumenti al di fuori delle mani, le gambe e una zappa. Di quei 700 milioni di contadini, 500 non hanno semi selezionati né concimi minerali. E la grande maggioranza di loro non può vendere ciò che raccoglie al di là della propria zona: non ci sono strade sufficienti”. Il mondo ricco parla di chilometro zero, nel mondo povero il chilometro zero è una iattura. Qui si fanno convegni di biodinamica, e il ministro Martina  propone di creare corsi universitari specifici non solo sull’agricoltura biologica ma anche su quella biodinamica, e lì in quella parte del mondo dove l’agricoltura è davvero bio e spesso ci si affida al fato, ecco lì la gente non mangia. Caparrós ce la mette tutta per farci capire quanto siamo sciocchi e viziati, noi qui da questa parte, e quanto sia brutta, orribile la miseria e dunque che significa vivere tutti i giorni sperando di mangiare l’indomani: non puoi far niente altro, solo provare vergogna, la vergogna di pensare al cibo tutti i minuti della tua vita……….

Da un articolo di Antonio Pascale

Il Foglio 11 ottobre 2015

http://www.ilfoglio.it/cronache/2015/10/11/la-formula-della-terra___1-v-133688-rubriche_c114.htm

 

SE IL CAFFE’ DELLA BREBEMI VAL SUL CONTO DELLO STATO

caffPer tre punti allineati passa una sola retta. Ma la verità euclidea, se applicata a un’autostrada, non traduce necessariamente quella retta nella via più economica né tantomeno in quella più redditizia. Ed è il caso della Brebemi, la Brescia-Bergamo-Milano, nata come un’opera infrastrutturale capace di decongestionare il traffico sulla direttrice Lombardia-Veneto, tagliando la pianura con una retta parallela alla A4. La tempistica è quasi da record: ideata nel 1996, lavori iniziati nel 2009, in esercizio da luglio dello scorso anno. Il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni parla di straordinario successo, si allinea il premier Matteo Renzi. Ma i risultati parlano di un flop, con pesanti ripercussioni economiche. Gli ultimi dati finanziari disponibili segnalano 14mila veicoli in transito in media al giorno, mentre le previsioni ne stimavano 60 mila. Così i ricavi da pedaggio si sono fermati a 11,7 milioni di euro, inferiori persino ai costi operativi (14,2 milioni), e il primo bilancio ha registrato un passivo di 35,4 milioni. La società spera nell’aiuto della tangenziale esterna di Milano (qualche progresso nel recente traffico c’è stato) e attribuisce il cattivo risultato all’avviamento e alla crisi economica. Crisi a senso unico, visto che sulla parallela A4 il traffico è aumentato del 2,5 per cento. In sostanza per il momento l’opera non solo non riesce a pagare il debito contratto con le banche, ma continua ad accrescerlo. E i soci guardano con preoccupazione al futuro, specialmente Intesa San Paolo, che è azionista di maggioranza con il 42 per cento di Autostrade Lombarde, che a sua volta controlla il 79% circa di BreBeMi. Ora la società cerca di correre ai ripari incentivando il consumo di chilometri sul suo asfalto con tecniche da supermercato: sconti del 15 per cento sul pedaggio e addirittura un caffè omaggio a chi effettua una sosta nelle aree di servizio. Offerta, quest’ultima, quanto meno pittoresca se si pensa che l’autostrada doveva servire ad abbreviare i tempi di percorrenza; il caffè renderà magari più vigili i conducenti, ma di certo non riduce i tempi, anche se è gratis. E in ogni caso non risanerà il bilancio. Così tutti sperano nell’intervento del Cipe, che era stato già ventilato nella legge di stabilità 2014, sotto forma di contributo alla realizzazione di “opere di interconnessione di tratte autostradali per le quali è necessario un concorso finanziario per assicurare l’equilibrio del Piano economico e finanziario”. Se questo avvenisse, assisteremmo all’ennesima opera che nasce come iniziativa dei privati, ma che alla fine vede lo Stato subentrare come pagatore di progetti sbagliati. Il Cipe ancora non ha deliberato, ma le pressioni sono tante. Vediamo se quel caffè gratis offerto da BreBeMi, alla fine, finisce sul conto del debito pubblico italiano. 

Fabio Bogo

Repubblica

(01 giugno 2015)

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/06/01/news/se_il_caff_della_brebemi_val_sul_conto_dello_stato-115854267/?ref=search

IL CIPE

http://www.programmazioneeconomica.gov.it/

 

E’ iniziata la Grande Rotazione?

wsNew York. Nel gergo di Wall Street siamo di fronte ai segni premonitori di una  Grande Rotazione. Il neologismo dilaga da qualche giorno sulle colonne  del Wall Street Journal, New York Times, Financial Times. La chiamano  una svolta, addirittura, “generazionale”.  Rotazione dal pessimismo  all´ottimismo (per i profani), dai bond alle azioni (per gli  investitori). Gli spostamenti di questo inizio 2013 sono ancora  embrionali.
Ma  hanno già dimensioni considerevoli …

Che cosa c´è dietro  questa ventata di fiducia? Tre buone notizie dalle tre maggiori economie  del mondo. Negli Usa l´accordo realizzato da Barack Obama con il  Congresso, scongiurando il “precipizio fiscale”, equivale nella lettura  dei mercati a una manovra di stimolo per la crescita pari a 4.000  miliardi di dollari in dieci anni. É un ragionamento un po´  arzigogolato, visto che quei 4.000 miliardi sono prevalentemente una  “mancata stangata” rispetto allo scenario-catastrofe: sta di fatto che  gli investitori hanno deciso di vedere il bicchiere mezzo pieno. La  seconda economia più grande, la Cina, accelera il suo ritmo di crescita  anche grazie alla vigorosa ripresa delle esportazioni. Con grande  sorpresa, una buona notizia arriva anche dal numero tre mondiale, il  Giappone. Il neoeletto premier Shinzo Abe ha varato a gran velocità una  manovra di investimenti pubblici in infrastrutture da 90 miliardi di  euro. Ancora più importante è la svolta nella politica monetaria di  Tokyo: la banca centrale si prepara a “fabbricare inflazione” fissando  un obiettivo di aumento dei prezzi forzato, per stimolare la crescita.  La Banca del Giappone unisce così le sue forze alle politiche eterodosse  di altre banche centrali, Federal Reserve in testa, che cercano di  rianimare la crescita.
La Grande Rotazione che occupa l´attenzione di  Wall Street, è la conseguenza di questo ribaltamento di scenario. Con  il prevalere dell´ottimismo, molti investitori istituzionali stanno  “ruotando” la composizione dei loro portafogli. Alleggeriscono la parte  di bond e incrementano la quota in azioni. …

Potrebbe  aprirsi in questo inizio 2013 una fase nuova. La fine del Toro per i  bond, l´inizio di un lungo periodo di Orso in cui obbligazioni e titoli  di Stato perderanno valore. Specularmente, per gli investitori il  mercato prediletto diventerebbe quello azionario. Questi fenomeni  finanziari, se confermati, sarebbero il riflesso di cambiamenti  nell´economia reale. Il partito degli ottimisti infatti vede già  profilarsi all´orizzonte di medio termine un periodo di crescita tale  che le banche centrali dovranno rialzare i tassi d´interesse …

La buona notizia per l´Europa  tutta intera, è che una convergenza di riprese tra Usa, Cina e Giappone  finirebbe per trainare anche le esportazioni dal Vecchio continente.

Da un articolo di F.Rampini su Repubblica del 13 gennaio 2013

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/19-lavoro-economia-a-finanza-nel-mondo/40920-i-mercati-puntano-sulla-ripresa-mondiale-.html

Perchè le imprese fuggono dall’Italia

Ecco, in sintesi i quattro motivi di  fondo per cui non conviene investire in Italia.
Energia.
Il costo  del megawatt in Italia è mediamente intorno ai 60 euro, in Germania è di  38, in Spagna di 36. Pesa non tanto la scelta di rinunciare al nucleare  quanto l’assenza di un piano alternativo.  Si è esagerato  nell’incentivo  al fotovoltaico (che costerà  90 miliardi ai  contribuenti nei prossimi dieci anni) e nella dipendenza  dai gasdotti.  L’attuale governo ha ridotto gli incentivi al fotovoltaico e punta su  altre rinnovabili.  Con il fotovoltaico infatti  si intasa la rete di  energia durante  il giorno mentre di notte si vive con le centrali  tradizionali che per recuperare gli introiti diurni fanno pagare il  megawatt notturno più della media. Un paradosso.
Burocrazia.
Per ottenere l’autorizzazione  a realizzare un capannone  industriale in Italia sono  necessari 258 giorni, in Francia  184, in  Germania 97, negli Usa 26. Per ottenere il pagamento di una commessa (contratto)  dalla Pubblica amministrazione un’azienda privata impiega mediamente 65  giorni in Europa. In Italia aspetta il triplo: 180 giorni, più della  Grecia  (174).
Infrastrutture.
Nel corso dei decenni l’Italia ha  perso il vantaggio  competitivo accumulato negli  anni del boom  economico. L’indice di dotazione di autostrade  per abitante era di 154  nel 1970 e si è dimezzato nel 2006 (73). La quota di merci trasportate  su ferrovia  è rimasta inalterata per 18 anni, dal 1990 al 2008. Il  problema riguarda soprattutto il Sud dove non sono previsti collegamenti ad  Alta velocità ferroviaria nei prossimi anni tranne la Napoli-Bari. La  rete ordinaria di strade e ferrovie è invece molto al di sotto delle  necessità. Recentemente il ministero di Passera ha imposto per legge la  riduzione dei tempi infiniti con cui la Corte dei Conti approvava le  delibere Cipe, portandoli  da 14 a 3 mesi.
Produttività.
Per  effetto di tutti  i fattori precedenti e non solo, l’indice di  produttività del lavoro italiano è in fondo alle classifiche. I dati  Eurostat, su cui sta lavorando  in questi mesi il ministero guidato  da  Corrado Passera, non lasciano  molto spazio alle interpretazioni.  Dal  2000 a oggi la produttività  di ogni ora lavorata è salita in media in  Europa dell’11 per cento.  In Germania l’incremento è stato del 17,  in Francia del 13, in Italia del 3 per cento. L’Italia, con l’1,4 per  cento, è all’ultimo posto in Europa per l’incremento di produttività del  lavoro, molto sotto  alla Grecia (che ha un incremento  superiore alla  Germania) e alla Spagna. «Quello della produttività  per ora lavorata è  il nostro punto debole», ha rivelato nei giorni scorsi Mario Monti  nell’incontro  con le parti sociali. Aggiungendo  che senza interventi  su questo punto la speculazione potrebbe tornare a colpire l’Italia.  La  domanda che si sentono rivolgere  gli uomini delle task force  governative in questi mesi è: per quale motivo investire in un Paese   che soffre di questi gravi ritardi?

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/18-lavoro-economia-a-finanza/36636-costi-alti-burocrazia-e-bassa-produttivita-ecco-perche-le-imprese-fuggono-dallitalia.html