Lo zucchero e la lotta di classe

sugarViviamo nell’epoca delle bustine. Quasi tutto quello che mangiamo ci raggiunge attraverso buste di diverse dimensioni. Lo zucchero, ad esempio. Sul bancone del bar ci sono almeno tre bustine: lo zucchero semolato bianco, lo zucchero bruno di pura canna e un dolcificante a base di saccarina sodica. Lo zucchero oggi costa poco. Se vogliamo comprarne un chilo basta entrare in un supermercato: 0,70 euro quello bianco raffinato, o 2,5 euro il bruno. La strada che lo zucchero ha percorso per arrivare sino a noi, e raggiungere prezzi così contenuti, è stata lunga e complessa. Quello che usiamo è saccarosio estratto dalla canna da zucchero; può anche essere derivato dalla barbabietola, ma solo a partire dall’Ottocento.
Il saccarosio è un composto chimico organico della famiglia dei carboidrati estratto da un vegetale il cui nome scientifico è Saccharum officinarum. Proviene dalla Nuova Guinea dove, secondo i botanici, sarebbe stato addomesticato alcune migliaia di anni fa. A partire dall’8000 a.C. è arrivato nelle Filippine, in India e poi in Indonesia. Ma sono dovuti trascorrere decine di secoli affinché giungesse da noi a partire dalle isole dove spesso si pensa sia nato: i Caraibi. Lì l’ha portato invece Cristoforo Colombo in uno dei suoi viaggi, nel 1492. Solo dopo questo trasferimento lo zucchero è diventato ciò che è oggi: un alimento. Tra la Guinea e i Caraibi c’è di mezzo, come ha raccontato l’antropologo Sidney W. Mintz (Storia dello zucchero, Einaudi), un’altra storia, quella dello zucchero che circola per il Mediterraneo e raggiunge alcuni lidi dell’Europa. Il saccarosio ha seguito il Corano. Sono stati gli arabi nella loro espansione militare e politica a portarlo in giro. Una storia complicata. Nel 1000 d.C. pochissimi in Europa conoscevano lo zucchero, nessuno o quasi in Inghilterra. Non era un alimento, bensì un medicamento, sostanza officinale. La dolcificazione delle bevande si otteneva con il miele e i derivati della frutta o sciroppi vari. Prima di diventare cibo è stato una spezia, e come tutte le spezie, dal pepe alla noce moscata o allo zenzero, era disponibile solo in piccole quantità: bene di lusso. A usarlo come medicamento, o per conservare il cibo, in alternativa al costoso sale, erano pochissimi: re, regine, nobili.
Lo zucchero ha funzionato come sistema di distinzione sociale ed economica. Le storie della tecnologia spiegano che estrarre lo zucchero dalla canna non è un procedimento semplice e immediato. Necessita prima di tutto forza-lavoro, che da un certo punto in poi ha significato: gli schiavi. La cosa interessante è che nessuno degli alimenti che usiamo oggi in Occidente nasce come un fatto “naturale”.
L’antropologo francese Lévi-Strauss l’ha spiegato in modo icastico: prima di diventare “buono da mangiare” deve essere “buono da pensare”. Detto altrimenti, il cibo è sempre un’invenzione culturale, effetto di un processo di civilizzazione. Nelle mani degli arabi e dei loro successori si è trasformato da spezia- condimento e conservante in un simbolo sociale, poi, molto tempo dopo, in un alimento. La sua storia, ricorda Mintz, “è determinata dalle preferenze culturalmente determinate per l’una o l’altra qualità”.
Certo, c’è la questione della dolcezza. Il saccarosio estratto dalla canna si è imposto tra le preferenze alimentari degli europei come soddisfazione di un bisogno, ma questo solo dal 1650 quando l’Inghilterra ne ha fatto uno degli alimenti principali. È allora che diventa il genere coloniale più ricercato insieme con il tabacco, oltre che la fonte principale di dolcezza degli abitanti dell’Inghilterra. Avviene la sua trasformazione. Mintz scrive che lo zucchero è stata la prima merce esotica prodotta su vasta scala per la necessità di una classe di lavoratori proletari. Questo nel momento in cui, a metà del Settecento, comincia a svilupparsi il capitalismo mercantile e nascono le fabbriche moderne. L’antropologo sostiene addirittura che le prime vere fabbriche non sono quelle descritte da Marx in Inghilterra, bensì quelle create nei Caraibi per far fronte alla richiesta di zucchero della operaia inglese.
Senza lo zucchero probabilmente non ci sarebbe stata l’energia per lo sviluppo capitalistico. Senza lo zucchero il caffè e la cioccolata non si sarebbero diffusi da noi, e il tè imposto come la bevanda nazionale degli inglesi. A un certo punto gli abitanti della Gran Bretagna lo trovano sul mercato a tonnellate: è sceso di prezzo grazie al lavoro schiavistico e alle tecnologie di trasformazione.
Secondo gli studiosi lo zucchero sarebbe un “livellatore spurio di status”: passando dai re alla borghesia, e da questa alla classe operaia, ha perso nei secoli il suo valore distintivo. In compenso, ha aumentato la disponibilità di calorie del proletariato urbano, in concorrenza con il deleterio alcool di rum e gin. Un passaggio decisivo l’hanno prodotto le marmellate. Meglio: pane e marmellata. Dal 1870 in poi confetture e classi lavoratrici si trovarono congiunte; sciroppi, dolcificanti liquidi e semiliquidi hanno cambiato la dieta di migliaia di persone. Tutto merito del saccarosio. Alcuni studiosi sostengono che nell’Ottocento diventò addirittura uno dei narcotici del popolo. Di certo cambiò il destino di un paese. Del resto, come “droga” lo zucchero è meno impegnativo di alcool, caffeina e tabacco; fa meno male, anche se oggi è tenuto in gran sospetto. Il saccarosio ad alto grado di raffinazione produce effetti psicologici speciali; fa bene all’umore e determina una dipendenza, seppur minore delle altre “droghe”. Non dà ebbrezza o euforia, bensì uno stato di benessere, almeno temporaneo. Per questa ragione è stato meno colpito da interdetti religiosi, come è accaduto invece a caffè, tè e cioccolata ai loro inizi. Dal Seicento in poi, tutti a zuccherare. Perché amiamo tanto lo zucchero, o almeno i cibi in cui lo si usa con abbondanza? Non c’è certezza al riguardo. Gli antropologi sostengono che dipende dai nostri antenati che si cibavano di bacche e frutta. Altri che abbiamo una predisposizione naturale al gusto dolce. Tra i vari gusti percepiti dal nostro palato ci sono varie combinazioni: paesi che oppongono il dolce al salato, altri al piccante. La cosa più interessante è che proprio perché non è solo un cibo, ma anche un sistema di relazioni sociali, culturali, economiche, estetiche e perfino mentali, nessuno sa dire con certezza perché lo zucchero estratto dalla canna sia diventato così importante in Europa dopo il 1650. C’è e basta. Oggi costa davvero poco. In bustina, poi, è gratis.

Marco Belpoliti
La Repubblica, 18 luglio 2016

Le cinque incognite

euromigrLe sfide dell’immigrazione, fenomeno inevitabile che va governato al meglio. La ripresa che c’è, ma è troppo debole. Le sanzioni alla Russia che vedono l’Unione divisa. E poi due spettri, Grexit e Brexit, e i timori per ciò che potrebbero scatenare. Ecco i cinque capitoli che minano l’Europa.

 

 

 

GREXIT- LE INCERTEZZE DIETRO AL PIANO

Christine Lagarde, direttore del Fmi, non vuol più sentir pronunciare la parola Grexit, sigla che sintetizza la possibilità di uscita della Grecia dall’Unione. Però allo stesso tempo ammette che «la capacità di Atene di promuovere e rivendicare la proprietà delle misure di cui aveva bisogno è stata sopravvalutata». Dal 2010 a oggi la repubblica ellenica è stata spesso sul punto di lasciare il club di Bruxelles, spontaneamente o buttata fuori dai falchi teutonici. Nell’agosto scorso si è disegnato, a fatica, il piano per riportare il paese e la sua economia sul binario giusto. Oggi siamo ancora qui a parlarne, con la liquidità custodita all’ombra del Partenone che basta a rispettare gli impegni, nazionali e internazionali, sino a giugno. E poi? Serve un accordo per erogare il resto dei miliardi stanziati da Bruxelles con la Bce, soldi che potrebbe arrivare a ore, come no. Se si fallisce, può risaltare tutto. Se si ritarda, potrebbero aversi effetti sul referendum inglese e magari scatenare una bella tempesta sovrana che potrebbe indebolire chi ha più debito. L’Italia, per esempio. Livello di rischio: 5 su 10.

BREXIT- IL PERICOLO SGRETOLAMENTO

Si corre sul filo del rasoio. L’ultimo sondaggio diffuso dal Times sostiene che i «sì all’Europa» e «no all’Europa» sono al 39%, con gli indecisi fotografati al 17%. Finale incerto, più che mai. La macchina pro Ue spiega i pericoli dello star fuori a elettori che voteranno più con la pancia che con la testa. Chi vuole un muro in mezzo alla Manica attacca gli sprechi europei e professa le (dubbie) glorie del ritorno alla piena sovranità nazionale. Il Fmi stima che un voto «contro l’integrazione economica globale rischia di bloccare, se non di invertire, il trend del dopoguerra e rapporti commerciali ancora più aperti». Un rapporto Votewatch sottolinea la schizofrenia britannica, raccontando l’isola come lo stato che ha perso più voti in Consiglio dei ministri, ma anche quello che ha appoggiato il 97% delle decisioni; il socio Ue che ha perso potere negli anni in seno all’Europarlamento, ma che ha guadagnato influenza conquistando poltrone rilevanti. L’ipotesi Brexit sancirebbe la mortalità dell’Ue e creerebbe un precedente. L’unione potrebbe spezzarsi o cambiare forma. Ogni scenario negativo diventerebbe possibile. Livello di rischio: 8 su 10.

ECONOMIA – LA RIPRESA DEBOLE

La ripresa c’è, ma è debole. Troppo debole per cambiare gli umori. Nell’Eurozona i disoccupati restano oltre il 10%, ma se si guardano i giovani, sedici paesi dell’Unione passano il 20, con Grecia e Spagna in area 50, e l’Italia non lontana. Chi non ha, dispera di potersi salvare; chi ha, ha paura di perdere la sicurezza. Il populismo costruisce consensi sulla paura e la paura è merce a buon mercato. «I rischi per l’economia continentale sono al ribasso», ammette la Commissione Ue. Si è incrinata la fiducia, per mancanza di politiche, più che per le politiche adottate. È sparita la leadership, ci si è impiccati ai dogmatismi. Il terrore di sbagliare ha tenuto fermi i governi e le soluzioni, creando spazi per chi gioca contro. La Bce si è sostituita alle capitali e non potrà essere per sempre. Occorrono investimenti e sostegni comuni al ciclo che non scardinino i conti pubblici. Senza risposte, senza più soldi in tasca, senza prospettive, i cittadini si rivolteranno contro l’entità che reputano colpevole di tutto ciò. Non il loro governo, bensì i non meglio precisati «eurocrati di Bruxelles». È più facile anche se fa più male. Livello di rischio: 7 su 10.

MIGRAZIONI – OCCHI PUNTATI SULLA TURCHIA

I flussi dalla Turchia alla Grecia sono calati ai minimi. Ma non quelli verso la mezzaluna e intorno al Mediterraneo. La rotta che congiunge la Libia all’Italia è tornata ad affollarsi. La gente continua a scappare dalle guerre e inseguire un mondo migliore, cioè l’Europa. Dall’inizio dell’anno sono arrivate 179.552 persone, due volte la popolazione di Alessandria. L’Ue deve trovare un modo per controllare l’onda e ridurne il peso. Vuol dire mostrare solidarietà, quindi accoglienza. Vuol dire essere responsabili, dunque rispedire indietro chi non ha diritto di restare, e controllare bene le frontiere. Deve funzionare l’accordo coi turchi, costato 6 miliardi e parecchie concessioni in cambio dello stop ai flussi. Se non va, gli sbarchi riprenderanno copiosi, nella nostra penisola come nelle isole greche. Sarà il fallimento del modulo comunitario, probabilmente sancito in tutte le elezioni che verranno dall’estate in poi. L’insicurezza diffusa anzitutto per ragioni economiche, si materializza nella paura dell’altro e del diverso. Se si andrà troppo oltre, l’Europa annegherà nella sfiducia. Livello di rischio: 8 su 10.

RUSSIA – PAESI DIVISI SULLE SANZIONI

Scadono con giugno le sanzioni russe per la guerra civile in Ucraina. L’Ue ha ritenuto determinante il ruolo di Mosca nel generare le turbolenze che hanno scosso l’ordine nell’ex repubblica sovietica e portato al conflitto nelle sue regioni orientali. Per questo ha inferto allo Zar Putin una serie di sanzioni economiche che hanno fatto male alla Russia, non però senza danneggiare alcuni settori interni, come l’agricoltura. Bisogna decidere se rinnovare la linea dura. La condizione per sospendere le sanzioni è che il pieno rispetto degli accordi di Minsk, con il cessate il fuoco e il ritiro dei russi, cosa che non è ancora successa. Gli europei sono divisi: c’è il fronte del dialogo, più o meno scoperto (comprende l’Italia); e c’è quello del «niet», che abbraccia l’intera blocco centrorientale. Litigio in vista probabile, servirà un compromesso davvero abile. L’esito di un litigio non sarebbe mortale, sebbene le ferite potrebbero essere profonde. In particolare nei Paesi che alla parola «Russia» provano un’incontrollabile pelle d’oca. Livello di rischio: 6 su 10.

Marzo Zatterin

Le cinque incognite che mettono a rischio il futuro dell’Unione europea

La Stampa 20 aprile 2016

 

 

800 ANNI DI CARTA

magnaLa Magna Carta è un documento scritto in latino in cui furono sanciti otto secoli fa una serie di limiti al potere del sovrano inglese: il 15 giugno del 1215 un gruppo di potenti baroni del Regno d’Inghilterra obbligò re Giovanni a concederla. Tra le altre cose, da quel momento il re non avrebbe più potuto imprigionare gli aristocratici senza prima un processo con una giuria di loro pari. Da allora è cresciuto un vero e proprio “mito” della Magna Carta Libertatum che ne ha fatto, nei secoli, un elemento fondante del moderno stato di diritto e, addirittura, della stessa democrazia. L’ottocentesimo anniversario della sua concessione è festeggiato in tutto il mondo anglosassone con esibizioni delle copie del documento e rievocazioni storiche: per l’occasione è stato anche aperto su Twitter l’account .

L’importanza della Magna Carta, come ha scritto Jill Lepore sul New Yorker, è stata probabilmente esagerata. Quasi tutti ricordano le norme che tutelavano i baroni dallo strapotere del re, ma in pochi ricordano che gran parte del documento era dedicato a più complesse questioni di diritti feudali e a numerosi e spesso bizzarri dettagli di legislazione medievale. Fu anche un documento dalla storia particolarmente tribolata, più volte annullato, ristabilito, dimenticato e poi riscoperto. Ad esempio, poche settimane dopo l’approvazione della Magna Carta, re Giovanni (che è lo stesso della storia di Robin Hood, per intendersi), scrisse una lettera al papa implorandolo di annullare il documento che, disse, gli era stato estorto con le minacce. Il papa lo accontentò, i baroni si ribellarono e scoppiò una guerra civile. Giovanni morì poco dopo di dissenteria e per risparmiarsi problemi con i baroni riottosi il suo successore dichiarò la Magna Carta di nuovo valida.

Nel Seicento, con i sovrani della dinastia Stewart, la Magna Carta passò in secondo piano rispetto alle prerogative di sovrani che sostenevano di regnare direttamente per volere di Dio. La rivoluzione inglese di metà Seicento, che come la più famosa rivoluzione francese di un secolo dopo terminò con la decapitazione di un re, riportò la Magna Carta in primo piano. Quando, cento anni dopo, i coloni americani decisero di ribellarsi alla monarchia inglese fecero anche loro appello all’antico documento, consacrandone definitivamente il mito anche negli Stati Uniti.

La concessione della Magna Carta
Giovanni era diventato re in seguito alla morte di Riccardo Cuor di Leone nel 1199 e qualche anno dopo aveva avviato una guerra in Francia, con l’obiettivo di difendere e riconquistare alcuni territori dei Plantageneti, la casa reale di cui faceva parte. Per finanziare il conflitto impose una forte tassazione ai suoi baroni, che protestarono contro la decisione del sovrano. La spedizione in Francia andò male e nel maggio del 1215 i baroni si ribellarono e rifiutarono la loro fedeltà a re Giovanni, che fu costretto a sistemare le cose incontrandoli a Runnymede, oggi nella contea del Surrey, e a dare una serie di concessioni alla base della Magna Carta Libertatum. In pratica il re confermava i privilegi dei feudatari e del clero, impegnandosi ad avere meno influenza nei loro affari.

Gli articoli della Magna Carta stabilivano, tra le tante cose, che l’imposizione di nuove tasse ai vassalli diretti del re dovesse ricevere prima il consenso del consiglio comune del regno (formato dal clero e dai feudatari), che si doveva riunire e deliberare a maggioranza sui nuovi provvedimenti. Si sanciva anche la necessità di una pena proporzionata rispetto al reato commesso, la fine degli arresti senza processo, l’integrità e la libertà della Chiesa inglese e la costituzione di una commissione di 25 baroni per vigilare sul mantenimento degli impegni da parte del re.

Com’era fatta la Magna Carta
La Magna Carta fu riprodotta in numerose copie, alcune delle quali risalenti al 1215 sono arrivate fino ai giorni nostri. I documenti erano scritti in latino a mano, utilizzando penna d’oca su pergamena e avevano il sigillo reale, che ne certificava la validità. Sull’originale del 1215 non c’erano firme e nemmeno i sigilli dei singoli baroni che avevano ottenuto le concessioni da re Giovanni. Inoltre, i vari articoli non erano numerati, ma semplicemente elencati: solo nella seconda metà del 1700 fu introdotta una numerazione per rendere più pratici i riferimenti al documento.

Si stima che nel 1215 furono realizzate almeno 13 copie della Magna Carta, inviate agli sceriffi delle contee e ai vescovi per chiarire quali fossero le nuove regole della monarchia. Di questi documenti, quattro sono ancora esistenti e sono conservati presso alcune istituzioni del Regno Unito. Negli anni seguenti furono realizzate altre copie, alcune delle quali sono ancora esistenti oggi e conservate in musei in giro per il mondo.

http://www.ilpost.it/2015/06/15/magna-carta/

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https://twitter.com/MagnaCarta800th

Anche Tokio fa Qe

japppL’AMERICA proclama vittoria e torna alla “normalità” monetaria, almeno ufficialmente. Il Giappone si ricrede e rincara la dose, imitando la politica della Federal Reserve alla puntata precedente. Con una mossa audace la banca centrale di Tokyo decuplica i suoi acquisti di bond, da 70 a 720 miliardi di dollari, per favorire la ripresa. L’Inghilterra lo ha fatto da tempo, con buoni risultati. Resta al palo fin qui la Banca centrale europea, grande assente nella gara monetaria che è anche fatta di svalutazioni competitive. La sfasatura dei cicli di crescita fra le grandi economie mondiali indica che è matura una “staffetta” nel quantitative easing. Se gli Stati Uniti non ne hanno più bisogno, l’eurozona ricaverebbe benefici dall’applicazione di quella terapia vincente. Restano irrisolti i nodi istituzionali (mandato della Bce) e quelli politici legati alle resistenze della Bundesbank tedesca, nella dinamica federale dell’istituto di Francoforte.
La settimana si è chiusa all’insegna di due svolte “storiche”. Da una parte, mercoledì la Fed ha annunciato la fine di un’epoca. Si conclude ufficialmente il quantitative easing, com’era stato chiamato dal dicembre 2008 l’esperimento senza precedenti per scongiurare depressione e deflazione. Per oltre cinque anni la Fed ha di fatto stampato moneta, in dimensioni mai viste nella storia. 4.500 miliardi di dollari hanno inondato l’economia americana (e in parte sono defluiti anche verso il resto del mondo, soprattutto i Brics). Quella liquidità, creata acquistando bond sul mercato aperto, è stata indirizzata in modo tale da aiutare l’economia reale, famiglie e imprese, non solo le banche com’è avvenuto nell’eurozona. Con un Pil che cresce del 3,5% e l’inflazione tornata ai livelli pre-crisi (5,9%), grazie a un mercato del lavoro che genera 220.000 assunzioni nette al mese nella media degli ultimi anni, la Fed può annunciare Mission Accomplished, missione compiuta. Questo è il senso della dichiarazione ufficiale di mercoledì. In realtà la svolta è meno netta di quanto appaia. Il quantitative easing non è veramente cessato, ha solo smesso di espandersi. Lo spiegano gli stessi economisti della Fed: finché la banca centrale Usa si tiene nel suo bilancio quei 4.500 miliardi di titoli, il sostegno monetario alla ripresa rimane in vigore. La fine del quantitative easing accadrà solo se e quando cominceranno le vendite parziali di quei bond: un’inversione di rotta che non appare all’orizzonte.
Il successo della politica americana ispira molti emuli. Londra ha seguito la stessa strada e non a caso è l’unica grande economia europea che cresce (ma fuori dall’euro). La Banca del Giappone aveva già lanciato la sua versione del quantitative easing, da giovedì ha deciso di rafforzarla con un balzo poderoso, e d’inseguire le dimensioni americane di quelle operazioni di acquisto di bond. E’ questa la seconda svolta storica della settimana, che ha innescato rialzi in tutte le Borse asiatiche. Favorendo anche la svalutazione competitiva dello yen.
Ma se c’è un buco nero nella crescita globale, è l’eurozona. Se ne discuterà a metà novembre a Brisbane, Australia, nel prossimo G20. Sul tavolo del G20 ci sarà il rallentamento della crescita globale, innescato prevalentemente dall’eurozona. La sfasatura tra la vigorosa crescita americana e la depressione europea chiama in causa le politiche monetarie. Fin qui l’inazione della Bce (i timidi tentativi di quantitative easing europeo non hanno sortito alcun effetto) è stata spiegata con le differenze di natura istituzionale. Il suo mandato le impone di assicurare la stabilità dei prezzi, mentre quello della Fed abbina la lotta all’inflazione con il perseguimento della piena occupazione. Dietro questa differenza istituzionale c’è la cultura Bundesbank, e l’influenza dei rappresentanti tedeschi in seno alla Fed, con gli alleati di alcuni paesi nordici. Di recente pero` dall’America si sono intensificati gli appelli perche` la Bce dia una lettura diversa del suo mandato: con diversi paesi dell’eurozona in deflazione, il non raggiungimento dell’inflazioneobiettivo (2% annuo) andrebbe considerato come uno smacco e quindi ne deriva l’obbligo di adottare politiche che “fabbrichino inflazione” attraverso la crescita, proprio come sta tentando di fare il Giappone. La deflazione, osserva la Casa Bianca, allontana di mese in mese gli stessi obiettivi del patto di stabilità europeo visto che il rapporto deficit/Pil e debito/Pil peggiora in conseguenza del calo dei prezzi (aumenta il valore reale di tutti i debiti). Un’altra interpretazione delle resistenze tedesche, fino al 2012, vedeva nella crisi dei paesi periferici dell’euro un beneficio indiretto per la Germania: le sue imprese godettero di un forte vantaggio sui costi dei finanziamenti all’epoca degli spread-record con l’Italia. Ma ormai l’indebolimento dei partner si ritorce contro la stessa Germania. Due settimane fa il calo della sua produzione industriale (meno 4%), ieri la caduta dei consumi (meno 3,2%) confermano che l’economia più forte d’Europa non è immune dal contagio.
“Sosteniamo la crescita” dopo la Fed anche Tokyo passa il testimone a Draghi ma la Bce resta ingessata
di Federico Rampini
Repubblica 1 novembre 2014
http://www.dirittiglobali.it/2014/11/sosteniamo-crescita-dopo-fed-tokyo-passa-testimone-draghi-bce-resta-ingessata/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=sosteniamo-crescita-dopo-fed-tokyo-passa-testimone-draghi-bce-resta-ingessata

La Scozia non se ne va

Lrefereea Scozia ha detto no all’indipendenza, e lo ha fatto in maniera decisa, al termine di uno storico referendum che ha spaccato la nazione e tenuto la Gran Bretagna e l’Europa con il fiato sospeso: 55.3% agli unionisti contro il 44.7% degli indipendentisti. 

………….

RECORD DI AFFLUENZA ALLE URNE

A scrutinio concluso il no ha preso oltre due milioni di voti contro un milione e seicentomila preferenze per il sì. Il voto ha anche fatto registrare record di affluenza per la Scozia: circa l’85% dei 4.2 milioni che si erano registrati per votare si sono recati alle urne. Mentre gli indipendentisti piangono per aver fallito un’occasione storica, gli unionisti riuniti nella sede di Glasgow esultano. Il leader del no Alistair Darling ha parlato di “notte straordinaria” e ha invitato gli scozzesi all’unità dopo una campagna elettorale che ha infuocato gli animi.

Il drammatico spoglio, durato tutta la notte, è stato seguito con un misto di apprensione e speranza da tutto il Paese, con centinaia di scozzesi riuniti nei pub rimasti aperti per l’occasione.

GLI UNIONISTI SI IMPONGONO A EDIMBURGO

I primi dati sono arrivati dalle più piccole e remote contee della Scozia, e il trend è apparso subito favorevole agli indipendentisti. La prima vittoria per il sì è arrivata dopo sette aree scrutinate nel collegio di Dundee, roccaforte indipendentista nota come ’Yes City’, dove il sì ha registrato il 57,35% contro il 42,65% del no. Anche Glasgow vota per l’indipendenza, 53.5% contro 46.5%. Ma non basta. In mattinata arriva anche il dato di Edimburgo, che vota convintamente per gli unionisti, 61% al no contro il 39% del no.

Gli indipendentisti, che promettevano un Paese sovrano, prospero e ancorato alla sterlina e alla casa reale, avevano compiuto una clamorosa rimonta e sembravano ad un passo dal successo. La loro è stata una campagna più aggressiva e intraprendente, ma alla fine ha prevalso la “maggioranza silenziosa” preoccupata per i rischi economici e l’incertezza politica che l’indipendenza avrebbe potuto comportare.

GLI INDIPENDENTISTI D’EUROPA GUARDANO ALLA SCOZIA

In Europa tutti i Paesi in cui esistono rivendicazioni separatiste avevano gli occhi puntati sulla Scozia. Più di tutti la Spagna, dove la Catalogna ha già convocato, nonostante l’ostilità di Madrid e l’irrilevanza giuridica, un suo referendum indipendentista per il 9 novembre. Faceva il tifo per il sì anche la Lega in Italia, con il segretario Matteo Salvini arrivato in Scozia.

AI SEGGI

Il quesito sulla scheda chiedeva semplicemente: “Dovrebbe la Scozia essere un Paese indipendente?” Ma il voto ha costretto gli elettori a confrontarsi con la fondamentale questione della loro identità e senso di appartenenza: Sono più le cose che ci dividono dalla Gran Bretagna o quelle che ci uniscono? Una studentessa di 18 anni al suo primo voto, Shonagh Munro, racconta: “Mia madre è inglese, mio padre scozzese, sono nata a Glasgow, studio a Edimburgo. Mi definisco scozzese ma sono orgogliosa di far parte del Regno Unito e non ci rinuncerei per nulla al mondo”.

Giovedì le urne sono state aperte della 7 alle 22 ora locale, quindici ore per decidere se separarsi per sempre dalla Gran Bretagna o mantenere intatto un legame che dura dal 1707. A Edimburgo e in molte altre città le file erano cominciate ancor prima dell’apertura dei seggi, mentre volontari distribuivano bandierine e spillette agli angoli delle strade cercando di convincere gli indecisi.

Per alcuni votare per l’indipendenza è stato il sogno di una vita, adesso spezzato. “Sono nazionalista da quando ho 13 anni,” aveva detto Tommy Moore, 59 anni, spilletta “YES” appuntata sulla maglietta. “Gli unionisti dicono di amare la Scozia ma sono dei traditori”.

http://www.lastampa.it/2014/09/19/esteri/referendum-la-scozia-dice-no-allindipendenza-ktPCuUTVIGtu5CIVaEcCfP/pagina.html

 

 

E se la Scozia votasse per l’indipendenza?

scottishCosa succederebbe in concreto se fra nove giorni la Scozia votasse per l’indipendenza? Bbc, Times ed esperti cercano affannosamente le risposte, ora che l’ipotesi è diventata reale, con i sondaggi che danno i “sì” (alla secessione dalla Gran Bretagna) e i “no” testa a testa per il voto del 18 settembre.

Governo britannico
Ci sarebbero pressioni su David Cameron da parte del suo stesso partito conservatore per costringerlo a dimettersi, come responsabile della perdita della Scozia. Il sindaco di Londra, Boris Johnson, sarebbe il favorito per sostituirlo, non appena venisse eletto deputato (è in calendario un’elezione supplettiva che potrebbe liberare un seggio per lui), dunque senza bisogno di attendere le prossime elezioni generali, che sono comunque non lontane: previste per il maggio 2015, potrebbero essere anticipate o anche posticipate.

Opposizione
Guai in vista anche per il partito laburista, che in Scozia solitamente conquista tutti i seggi o quasi per il parlamento nazionale. Senza la Scozia, il Labour rischia di essere condannato all’opposizione perpetua.

Parlamento
Il governo scozzese si propone di negoziare in due anni tutte le questioni legate all’indipendenza. Significa che fino al 2016 la Scozia resterebbe di fatto parte della Gran Bretagna. Dunque gli scozzesi voterebbero per eleggere la loro quota di deputati al parlamento nazionale nelle elezioni del 2015, ma quei deputati dovrebbero poi dimettersi quando l’anno seguente la Scozia non farebbe più parte del Regno Unito. Un bel rompicapo per chiunque dovrà formare una maggioranza parlamentare e un governo.

Mercati e sterlina
Il giorno dopo il referendum la Banca d’Inghilterra e i governi britannico e scozzese dovrebbero lanciare un’azione congiunta per impedire il crollo della sterlina e della borsa. Molte aziende con base in Scozia, specie in campo finanziario, si trasferirebbero probabilmente a Londra per continuare a usufruire dei crediti della Banca d’Inghilterra. La Scozia cercherebbe di conservare la sterlina come propria valuta nazionale, ma il governo britannico per ora si oppone: non è chiaro cosa accadrebbe.

Petrolio
E’ la principale risorsa economica scozzese e una delle ragioni che spingono il governo di Edimburgo verso l’indipendenza, per creare una piccola e ricca nazione di stampo scandinavo, tipo la Norvegia (queste le intenzioni, perlomeno). Sulla base della divisione delle acque del mare del Nord per l’industria della pesca, decisa dopo la devolution varata da Blair, alla Scozia andrebbe circa il 91 per cento dei pozzi petroliferi.

Armi nucleari
Le forze atomiche britanniche, basate su sottomarini, sono situate a Faslane, in Scozia. Ma il governo indipendentista scozzese vuole un paese “nuclear free”. Spostare la flotta nucleare costerebbe miliardi alla Gran Bretagna e non è nemmeno chiaro dove potrebbe ricollocarsi: un’ipotesi è che finisca addirittura all’estero, in Francia o negli Usa.

Nome del paese e titolo della sovrana
Non potrebbe più chiamarsi “Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord”. La denominazione “Gran Bretagna” risale al 1707, quando l’Inghilterra si unì alla Scozia. Un nuovo nome potrebbe essere “Regno Unito di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord” – ma non è escluso che anche l’Irlanda del Nord organizzi nel prossimo futuro un referendum per staccarsi dal Regno Unito e ricongiungersi con la repubblica d’Irlanda. Cambierebbe di conseguenza anche il titolo della regina Elisabetta, che tuttavia potrebbe restare capo di stato della Scozia: così dicono per ora gli indipendentisti. Una dozzina di ex-colonie britanniche attuali membri del Commonwealth, tra cui Canada e Australia, hanno la regina Elisabetta come capo di stato.

Unione Europea
La Scozia aspira a rimanere membro dell’Unione Europea. Ma non potrebbe diventarlo automaticamente: necessita il voto unanime di tutti i 28 membri e basta il veto di un paese per bloccarne l’ingresso. Voterebbe a favore la Spagna, con il rischio che Catalogna e Paesi Baschi seguano poi l’esempio della Scozia? Ma non è questo l’unico dilemma. Senza il voto degli scozzesi, mediamente assai più europeisti degli inglesi, è più probabile che il referendum che Cameron vuole indire nel 2017 sull’appartenenza della Gran Bretagna all’Unione Europea produrrebbe un divorzio del Regno Unito dalla Ue. Così in futuro potrebbe esserci un’Europa a chiazze, con l’Inghilterra che non ne fa parte, la Scozia e l’Irlanda sì.

http://www.repubblica.it/economia/2014/09/09/news/bye_bye_scozia_gli_effetti_dell_indipendenza-95347177/?ref=HREC1-18

L’Irlanda non cancella il Senato

Gli irlandesi amano i loro rappresentanti politici più di quanto questi ultimi si ritengano utili. A sorpresa il referendum che doveva ratificare la decisione del Senato di autodissolversi è stato respinto di stretta misura. Nei giorni scorsi 33 membri su 60 della Camera alta di Dublino avevano votato a favore della scomparsa del Senato, ritenuto inutile e costoso,  25 si erano espressi per conservarlo e 2 si erano astenuti.

Nella sfida tra tradizione e  desiderio di tagliare i costi della politica a sorpresa l’ha spuntata la prima.  I sondaggi della vigilia avevano invece previsto    che  oltre il 60% degli elettori avrebbe votato a  favore dell’abolizione. Il `Seanad´ è formato da 60 membri che però non vengono eletti direttamente dai cittadini ma da un corpo elettorale formato da senatori uscenti, deputati e rappresentanti locali, oltre ai membri nominati dal premier e dalle università. L’assemblea ha peraltro una funzione legislativa molto limitata rispetto alla più importante camera Bassa, il cosiddetto Dail E’ireann.

L’abolizione avrebbe comportato un risparmio di circa 20 milioni di euro l’anno. Non è certo una cifra da capogiro ma sarebbe servita al premier Enda Kenny per mostrare che la sua austerità viene condotta anche contro la politica per favorire la ripresa del Paese dopo il collasso economico della ex `tigre celtica´. Il suo partito di maggioranza Fine Gael, dell’area di centro, ha guidato la campagna per il `sì´, sostenuto anche dal Labour e dal Sinn Fein. Mentre per il `no´ si sono schierati i repubblicani del Fianna Fail all’opposizione. «Siamo di fronte a una istituzione obsoleta, che ha servito molto più gli interessi dei politici che dei cittadini», ha tuonato nelle ultime dichiarazioni prima del voto Richard Bruton, ministro del Lavoro e a capo della campagna per il `sì´ del Fine Gael.

Dall’altra parte però anche i sostenitori del `no´ sono stati  molto agguerriti contro una proposta  giudicata  populista. Il leader di Fianna Fail, Micheal Martin, ha affermato che eliminare il Seanad si sarebbe tradotto solo nel rafforzamento dei poteri del governo. Il dibattito è stato anche accompagnato da uno scontro sui numeri del risparmio che comporterebbe l’eliminazione della camera Alta…..

I timori erano che in caso di vittoria a Dublino dei `sì´ il sentimento di voler tagliare drasticamente la politica avrebbe potuto diffondersi altrove. Non è un caso se Lord Hattersley, ex dirigente del Labour britannico, ha proposto di `copiare´ i vicini irlandesi e abolire la Camera dei Lord. I quali, visti i risultati delle urne, potranno continuare – almeno per il momento – a fare sonni tranquilli.

http://www.lastampa.it/2013/10/05/esteri/lirlanda-respinge-la-misura-anti-casta-vince-il-no-allabolizione-del-senato-YDw4XwgWIqj0gYmxYYHV7J/pagina.html

SITO UFFICIALE DEL PARLAMENTO IRLANDESE

The Oireachtas (National Parliament) consists of the President and two Houses: Dáil Éireann (the House of Representatives) and Seanad Éireann (the Senate)

http://www.oireachtas.ie/parliament/