Produttività e selfie

selfiiiLa Silicon Valley invade i nostri pensieri, gadget elettronici e social media dell’economia digitale sono dappertutto nelle nostre vite. Fuorché dove ne abbiamo bisogno: nella produttività del lavoro. Mentre rallentano le locomotive globali della Cina e degli Stati Uniti – la Cina ha la crescita più debole da 20 anni, il Pil Usa è sceso dello 0,7% nel primo trimestre – dall’America arriva l’allarme-produttività. L’assenza di benefici reali dalle innovazioni tecnologiche è in cima ai pensieri di Janet Yellen, la presidente della Federal Reserve che deve decidere quando rialzare il costo del denaro. Lamenta la produttività immobile anche il Conference Board, il panel di economisti più ascoltato da Barack Obama. Il Fondo monetario conferma: è una malattia che riguarda l’intero Occidente. E rilancia il tema della “stagnazione secolare”, che proietterà la sua ombra sui leader riuniti tra una settimana per il G7 in Germania. La crisi greca farà più notizia al summit dell’8 giugno, ma Atene è quasi un’emergenza secondaria, rispetto al male oscuro delle economie maggiori.
L’ex vicepresidente della Federal Reserve, Alan Blinder, ha fornito questo quadro inquietante: «Su un arco di 143 anni l’aumento medio annuo della produttività è stato del 2,3% annuo. Questo ci ha consentito di moltiplicare 25 volte il nostro tenore di vita. L’Età dell’Oro per l’aumento della produttività, è il quarto di secolo che segue la fine della seconda guerra mondiale, quando l’aumento medio annuo salì fino al 2,8% annuo. Poi ci fu una caduta, sorprendente e misteriosa, dal 1973 al 1995 quando scese all’1,4%. Per fortuna si riprese dal 1995 e nel quindicennio successivo. Ma dall’inizio di questo decennio è crollata. +0,7% all’anno dal 2010 a oggi, cioè la metà della performance peggiore nella storia precedente». I dati elencati da Blinder si riferiscono agli Stati Uniti ma il trend è identico o peggiore nella vecchia Europa, che non ha neppure Apple e Google. È la conferma di quanto denunciano da tempo altri teorici della stagnazione secolare come il Nobel Edmund Phelps: siamo circondati di “app”, ma in questo vortice di innovazioni, la nostra produttività rimane immobile. Perché?
Martin Feldstein, che fu consigliere economico di Ronald Reagan, guida il partito degli ottimisti sempre convinti della forza autopropulsiva del capitalismo. La sua risposta è semplice: le statistiche sono sbagliate, siamo prigionieri di un’illusione ottica, viviamo nel migliore dei mondi possibili. «Le straordinarie innovazioni dalle cure sanitarie ai servizi online al videostreaming – ha scritto Feldstein sul Wall Street Journal – hanno reso la nostra vita migliore e non vengono misurate dai dati che indicano un impoverimento della famiglia media del 10% dal 2000 ad oggi». Per credergli ci vuole un atto di fede. In che cosa il videostreaming (cioè la possibilità di scaricare immagini in diretta da Internet) ha “migliorato le nostre vite”? Una delle invenzioni che definiscono il nostro tempo è il costume di massa del “selfie”. Ha migliorato la qualità della nostra esistenza? Che cosa resterà di questi miliardi di immagini accumulate nei nostri gadget? Che ricchezza durevole avremo creato? A parte, s’intende, i miliardi pagati da Facebook per comprarsi WhatsApp e intascati dai suoi fondatori.
Questo è l’enigma economico del nostro tempo: la produttività quasi immobile. Problema serio. Perché nel lungo termine è dal progresso nella produttività che può derivare un maggiore benessere collettivo. L’altro motore storico dello sviluppo fu la demografia, ma su quello non possiamo più contare, non avremo più una popolazione in forte crescita, ad allargare i mercati di sbocco.
Il vero progresso tecnologico aumenta il frut- to del nostro lavoro. Così fecero l’invenzione della macchina a vapore e della ferrovia, dell’elettricità e del telefono. Le ultime invenzioni capaci di farci fare un balzo di produttività – prontamente registrato nelle statistiche – furono il personal computer e Internet. Dopo di allora, la bonaccia. «Twitter e Snapchat rendono più produttivo il nostro lavoro? – si chiede Blinder – Alcuni di questi servizi online al contrario possono ridurre la nostra produttività, perché una parte delle nostre ore di lavoro le riempiamo con attività che sono di ozio e distrazione, in effetti tempo sprecato». È dello stesso parere il premio Nobel Paul Krugman che è intervenuto al festival dell’Economia di Trento, anche lui severo verso le pseudo-innovazioni. Krugman cita il fondatore di PayPal Peter Thiel, che pur essendo organico alla cultura della Silicon Valley, si chiede come ci siamo ridimensionati dal sogno delle auto volanti ai 140 caratteri di Twitter. «La tecnologia informatica che entusiasma le classi twittanti potrebbe non essere di così gran beneficio per l’economia».
Stagnazione secolare e paralisi della produttività non sono dibattiti per accademici. La Fed deve decidere se concludere in autunno sei anni di “tasso zero”, e avviare una mini-stretta monetaria. Ma la Yellen è costretta a chiedersi quanto sia auto-sufficiente la ripresa americana, ormai giunta al suo sesto anno. Con la produttività ferma, ristagnano i salari. Per gelare il Pil Usa nel primo trimestre è bastato che i mercati anticipassero i rialzi dei tassi americani, rafforzando il dollaro, e togliendo all’industria Usa il beneficio di una moneta debole. Siamo ancora sotto l’effetto del “quantitative easing”, i 4.500 miliardi di liquidità generati dal 2009, usati per comprare dei bond che la banca centrale americana si tiene sempre “in pancia”. Se non si rianima in modo virtuoso la produttività, la fine della droga monetaria può segnare l’inizio di una nuova recessione.

Federico Rampini
la Repubblica, lunedì 1 giugno 2015

PIL PER OGNI ORA LAVORATA (rilevazioni OCSE)

USA 56 dollari
GERMANIA 49 dollari
FRANCIA 49 dollari
SPAGNA 41 DOLLARI
ITALIA 37 dollari

Mercato saturo per gli smart phones

Block%20of%20Androids_6[1] Il mercato degli “smart phones” sembra avere raggiunto il picco e da più parti ha iniziato a declinare, spingendo i giganti del settore verso una nuova strategia: telefonini “intelligenti” ma più economici, apparecchi da indossare come gli “smart watches”, servizi di interconnessione migliori con tivù e web, accessori. Il fatto è che, perlomeno in Occidente, tutti quelli che desideravano possedere uno “smart phone” ormai ne hanno uno e le possibili innovazioni tecnologiche sono a questo punto limitate, non creando più la necessità di sostituire immediatamente un vecchio modello con un nuovo. Ciò richiede un cambio di strategia, in particolare da parte delle grandi aziende della telefonia mobile come Apple e Samsung.

A segnalare il trend è un rapporto della Idc, una società di analisi di mercato, citato stamane dal Financial Times. L’indagine illustra che il mercato degli “smart phones” è saturo: quest’anno ha toccato l’apice e ha cominciato a scendere in Corea del Sud e Giappone, mentre le vendite stanno rallentando anche in Europa e Stati Uniti. L’attenzione delle aziende si sposta così dalle economie avanzate a quelle emergenti, dove ci sono ancora ampi margini di crescita: nel 2018 la Cina rappresenterà da sola un terzo delle vendite mondiali di “telefonini intelligenti”, le forniture a India, Indonesia e Cina raddoppieranno entro la stessa data, in Africa si prevede che fra quattro anni ci saranno un miliardo di telefonini, due volte quanti ce ne sono oggi.

Tuttavia, nota il quotidiano della City, questi mercati privilegiano modelli di “smart phone” a basso costo, che offrono funzioni simili a quelle di iPhone e Galaxy, i leader del settore, ma a un prezzo molto più contenuto. Ecco quindi che Apple, Samsung o Nokia si trovano a competere nei paesi in via di sviluppo con marche minori o sono costrette a puntare sui propri modelli più economici. Lo stesso discorso vale per la quota di utenti occidentali che non vogliono o non hanno bisogno di uno “smart phone”, ma finiscono per comprarlo perché non ci sono più molte alternative sul mercato: anche a loro basta un apparecchio che abbia un buon design, una buona funzione di macchina fotografica o videocamera e che costi la metà o un terzo rispetto ai modelli più sofisticati.

Per supplire alla saturazione nella fascia più alta di consumatori, dunque, le aziende puntano da un lato alla crescita nei mercati emergenti con modelli economici e dall’altro a offrire servizi e accessori migliori e più ricchi a chi possiede già uno “smart phone” di alta qualità. E in questo campo acquistano grande importanza gli “smart watch”, il nuovo passo avanti tecnologico, apparecchi “indossabili” come un orologio che fanno più o meno tutto quello che può fare un telefonino. E pensare che una volta non cambiavamo mai, per decenni, neppure il telefono fisso di casa, eppure il mondo funzionava lo stesso!

 

http://www.repubblica.it/economia/2014/06/17/news/mercato_smartphone_apple_samsung-89203609/

2030: come saremo?

mondo futuroIl dominio occidentale sul mondo è solo un ricordo. Il futuro, visto da un rapporto dell’intelligence americana, sistema l’Asia al centro del nostro universo. L’Italia, a sorpresa, riesce ancora a contare più di quanto pesi, ma è un vantaggio di posizione che siamo destinati a perdere.

L’ economia cinese che sorpassa quella americana, e l’Asia che scavalca Europa e Nordamerica sommate assieme. L’ordine globale che dipende dall’alleanza tra Pechino e Washington, ma vacilla e mette a rischio la tenuta della globalizzazione, aprendola porta alle megalopoli che diventano attrici protagoniste sulla scena geopolitica internazionale. E poi la classe media in enorme espansione, che grazie alle nuove tecnologie accrescerà anche il potere diretto degli individui. La medicina in costante progresso, tanto che gli esseri umani saranno in grado di programmare e potenziare i loro corpi, cambiando pezzi come se fossimo dal meccanico…..

http://www.lastampa.it/2012/12/12/esteri/nel-l-asia-dominera-il-pianeta-GOMQ0VpfOfvZMxwPn73gzN/pagina.html

 

«Global Trends 2030: Alternative Worlds”

http://www.acus.org/publication/global-trends-2030-alternative-worlds

 

Il luddismo è morto

Un interessante articolo apparso sul Sole 24 ore.

Vediamo prima  di sapere cos’è il luddismo….

http://www.treccani.it/enciclopedia/luddismo/

E poi proviamo a leggere cosa dice Kenneth Rogoff

Sin dagli albori dell’era industriale, ricorre la paura che il cambiamento tecnologico generi disoccupazione di massa. Gli economisti neoclassici predissero che ciò non si sarebbe verificato, perché le persone avrebbero trovato altri lavori, anche se dopo un lungo periodo di adattamento doloroso. In linea di massima, la previsione si è rivelata corretta.

Duecento anni di innovazioni straordinarie fin dagli albori dell’era industriale hanno prodotto l’aumento del tenore di vita della gente comune in gran parte del mondo, senza alcuna tendenza

Poiché i salari asiatici aumentano, i dirigenti industriali stanno già cercando l’opportunità di sostituire gli impiegati con dei robot, anche in Cina. Dato che l’avvento degli smartphone a buon marcato alimenta il boom dell’accesso ad internet, gli acquisti online elimineranno un vasto numero di posti di lavoro nella vendita al dettaglio. Un calcolo approssimativo suggerisce che, in tutto il mondo, il cambiamento tecnologico potrebbe portare facilmente alla perdita di 5- 10 milioni di posti di lavoro ogni anno. Fortunatamente, fino ad ora, le
Un esempio particolare ma forse istruttivo proviene dal mondo degli scacchi professionisti  ……………………….

http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2012-10-01/ludd-ancora-morto-171805.shtml?uuid=AbUG2OmG