Il 70% del debito pubblico arriva dagli squilibri della previdenza

Viviamo gli anni in cui per la prima volta ai pensionandi italiani viene chiesto di pagare il conto degli storici squilibri del sistema previdenziale. Per decenni le persone vicine alla pensione erano riuscite a schivare il conto, ogni volta i governi rimandavano buona parte del pagamento scaricandolo su chi sarebbe arrivato dopo di loro. Un capolavoro, in questo senso, è stata la riforma Dini nel 1995, che ha stabilito il passaggio dal generoso sistema retributivo al più sostenibile calcolo contributivo, dandogli però una gradualità così morbida che ancora oggi, e sono passati più di vent’anni, solo il 5% delle pensioni è basato interamente sul contributivo.

È toccato ad Elsa Fornero, nel contesto di emergenza del governo Monti, ammettere che l’Italia non poteva più permettersi tanta calma nella sua transizione previdenziale. La brusca accelerazione dell’adeguamento dell’età di pensionamento delle donne, anticipata dal 2026 al 2018 dall’ex ministro del Lavoro, è stato il primo vero segnale d’allarme per i pensionandi: sarebbe toccato a loro, la generazione dei nati negli anni ’50, fare i primi sacrifici veri per rimettere in equilibrio il sistema.

Il rischio demografico

Equilibrio che per altro resta precario, nonostante quel correttivo, a causa del fattore demografico, il combinato disposto di invecchiamento della popolazione e crollo delle nascite, che porterà il sistema, nel complesso, a un rapporto di uno a uno fra lavoratori e pensionati. Secondo le stime dell’Istat la prima tappa critica arriverà nel 2032, quando andranno in pensione un milione e 55mila baby boomers, un record assoluto. Sono i nati nel 1964 che entreranno nel novero dei pensionati proprio quando il livello di nascite nel Paese si attesterà a un minimo di 450mila. Nel 2044, poi, tra 27 anni, un terzo degli italiani avrà più di 65 anni e la spesa previdenziale salirà al 18% del Pil. Non basta: ventuno anni dopo nel 2065, il numero dei decessi doppierà quello delle nascite.

La diseguaglianza intergenerazionale

Un’indagine focalizzata sull’Italia contenuta nel recente studio dell’Ocse sulle diseguaglianze ha svelato con chiarezza quanto sia peggiorata la prospettiva per chi ha compiuto a cinquant’anni nel decennio della crisi. Incrociando i dati su regole previdenziali e aspettative di vita, l’Ocse calcola che in media un italiano nato negli anni Quaranta quando arrivava a 50 anni doveva lavorare ancora poco meno di 6 anni per poi starsene in pensione per 18 anni, mentre l’italiano nato negli anni Sessanta a 50 anni deve lavorare ancora 11 anni e mezzo per poi stare in pensione 14 anni scarsi. Per le donne il passaggio è stato pesante: le cinquantenni nate negli anni Quaranta avevano davanti 3 anni e mezzo di lavoro e 17 anni e mezzo di pensione. Quelle degli anni Sessanta devono lavorare il triplo e stare in pensione due anni e mezzo in meno.

Meglio non allargare l’indagine a quelli nati dopo gli anni Sessanta: l’Ocse nella sua indagine fa presente che sarà difficile pagare loro pensioni decenti. Si poteva immaginare che sarebbe finita così. Cioè che a un certo punto l’Italia avrebbe dovuto pagare il conto della sua ostinata generosità previdenziale. Una prodigalità suicida per il Paese, se la si guarda con un orizzonte di tempo che va oltre l’interesse di un paio di generazioni, ma salvifica per i governi che l’hanno realizzata, non vedendo mai oltre la prossima scadenza elettorale.

Il rapporto tra pensioni e debito pubblico

Il quarto rapporto sul “Bilancio del Sistema previdenziale italiano” elaborato dal centro di ricerca Itinerari Previdenziali mette insieme cifre impressionanti sui costi di quella generosità. Nel 2014 per pagare i 444 miliardi di costi del welfare – di cui 216 miliardi sono le pensioni, altri 111 miliardi la sanità, il resto sono assistenza e prestazioni temporanee – lo Stato ha dovuto impiegare ovviamente tutto l’incasso dei contributi, ma ci ha dovuto aggiungere quello delle imposte sui redditi delle persone (l’Irpef) e delle società (l’Ires) più l’imposta regionale sulle aziende (l’Irap) e un terzo dell’Isos (l’imposta sostitutiva). Il welfare si prende “il grosso” delle tasse, per tutte le altre spese avanzano le imposte indirette, come l’Iva e le accise.

 

Se non ce n’è abbastanza bisogna indebitarsi. Dedicare questa enorme fetta della spesa pubblica a pensioni e welfare non solo ha privato l’Italia delle risorse per fare investimenti o ridurre le tasse per creare crescita futura. Ha anche fatto decollare il debito. Itinerari Previdenziali somma il costo annuo degli squilibri tra contributi versati e prestazioni pagate dai vari enti pensionistici e assistenziali pubblici negli ultimi 36 anni. La somma di quei disavanzi è un passivo che, ai valori di oggi, ammonta a 1.491 miliardi di euro. La spesa per coprire i buchi di un sistema previdenziale e assistenziale troppo generoso ha generato quasi il 70% dell’attuale debito pubblico.

Le pensioni del futuro

Oggi in Italia chi arriva a sessant’anni scopre, con comprensibile rabbia, di essere chiamato, nel suo piccolo, a rimediare al guaio creato nei decenni passati: gli viene chiesta più pazienza per arrivare alla pensione o un sacrificio per ritirarsi prima. Chi invece arriva a trent’anni alla pensione è meglio che non ci pensi. «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale» ammise nel 2010 l’allora presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua.

Più attuale del fosco futuro previdenziale è però il presente lavorativo e più in generale economico a scoraggiare il trentenne italiano di oggi. Il lavoro non abbonda, i salari sono bassi, la tassazione molto alta e certi costi, come quelli degli immobili, proibitivi. La Fondazione Bruno Visentini ha costruito un Indice di divario generazionale, un indicatore che attraverso parametri come il reddito, la ricchezza, i prezzi delle case, le infrastrutture fisiche e digitali e l’educazione misura gli ostacoli economici e sociali che impediscono a un giovane di raggiungere una sua indipendenza e quindi diventare adulto. Fatto 100 il divario intergenerazionale del 2004, nel 2016 è già salito oltre quota 150 e nel 2030 senza correzioni drastiche raggiungerà i 300 punti.

Analizzando il “caso Italia” ieri il Financial Times notava che nonostante la ripresa economica nel nostro Paese l’emigrazione dei giovani continua ad aumentare. Altrove, ad esempio in Spagna o Portogallo, si è fermata. La prospettiva di restare in un Paese il cui principale sforzo economico è trovare i soldi per pagare le pensioni ai suoi anziani non è, evidentemente, il sogno di un millennial.

Pietro Saccò

Avvenire, 14 novembre 2017

 

https://www.avvenire.it/economia/pagine/il-70-del-debito-pubblico-arriva-dagli-squilibri-della-previdenza

Welfare e spesa sociale: l’Italia quarta in Europa. Battuta anche la Svezia

images4Il Quarto Rapporto sul Bilancio del sistema previdenziale italiano elaborato dal Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali e recentemente presentato al Governo e alle Commissioni Parlamentari, analizza, per l’anno 2015, la spesa totale per la protezione sociale e il relativo finanziamento da entrate contributive e fiscali sia a livello statale sia regionale. Il quadro d’insieme evidenzia una spesa elevata, con una forte crescita di quella puramente assistenziale, il cui finanziamento indica una importante redistribuzione di risorse. Questi fattori possono però rappresentare punti di “vulnerabilità” del nostro sistema di welfare che dopo i dati generali, analizziamo per sintesi.
Assistenza

Nel 2015 la spesa totale per pensioni, sanità, politiche attive e passive del lavoro, assistenza sociale è stata pari a 447,3 miliardi pari al 54,13% dell’intera spesa pubblica, interessi sul debito compresi. In rapporto al PIL, cioè a tutta la ricchezza prodotta nel Paese, la spesa sociale pesa per il 27,34%. Il dato in tabella non considera la spesa per la casa, il finanziamento delle politiche regionali per il lavoro e i costi di funzionamento degli enti gestori (Inps, Inail, uffici regionali e statali). Per il 2014 Eurostat indica che la spesa sociale complessiva in Italia è pari al 30% del Pil (percentuale superiore a tutte le medie europee) battuti solo da Danimarca, Francia e Finlandia; abbiamo addirittura superato la Svezia. Secondo Ocse, sempre per il 2014, la spesa sociale in percentuale della spesa statale complessiva, ammonta al 55,8% e siamo superati solo dalla Danimarca, Germania, Francia, Finlandia e Norvegia.

Osservazioni:
1) I dati smentiscono il luogo comune di alcune forze sociali e politiche secondo cui in Italia si spende meno che negli altri Paesi per il welfare; non solo spendiamo di più ma se rapportiamo la spesa ad alcuni indicatori raggiungiamo la vetta di tutte le classifiche: da noi l’evasione fiscale è stimata al 17% contro una media europea del 14%. Ma nelle nazioni che spendono di più in welfare la “slealtà fiscale” pesa tra il 9 e l’11%; se poi nell’evasione fiscale consideriamo le attività criminali, il livello aumenta al 27% con punte oltre il 40% per alcune regioni del Mezzogiorno.

Gli sbilanci

2) Tra i punti di vulnerabilità il Rapporto evidenzia l’eccessiva sproporzione tra spesa e numero di prestazioni assistenziali rispetto a quelle previdenziali; la spesa per le pensioni ammonta a 217,8 miliardi (168,5 miliardi al netto delle tasse) mentre quella assistenziale nel 2015 ha toccato i 103,6 miliardi pari al 60% circa dell’intera spesa per pensioni solo che la prima è finanziata dai contributi (172,2 miliardi, quindi più della spesa) mentre la seconda è completamente a carico della fiscalità generale. Le pensioni assistite parzialmente o totalmente sono oltre 8,3 milioni su un totale di 16,2 milioni (il 51,34%) e nel 2015 su 1.120.000 nuove prestazioni liquidate quelle assistenziali sono addirittura il 51%. È questo il principale punto di vulnerabilità.

3) Un altro punto di vulnerabilità è dato dallo scarso gettito Irpef che dovrebbe finanziare la parte di welfare non pensionistica: su 60,5 milioni di italiani quelli che fanno la dichiarazione dei redditi sono 40,7 milioni ma quelli che dichiarano almeno 1 euro sono solo 30,7 milioni quindi la metà degli italiani non ha redditi; il 46% degli italiani paga il 5,1% dell’Irpef totale mentre lo 0,8% versa il 4,71%; il 4,13% paga circa il 34% dell’Irpef.

4) Dal Rapporto emerge che per finanziare il nostro welfare servono tutti i contributi e tutte le imposte dirette (Irpef, Irap, Ires e Isos) quindi per finanziare il funzionamento del Paese restano solo le imposte indirette. Sarà veramente difficile finanziare nei prossimi anni un welfare espansivo a fronte di un finanziamento sempre più insufficiente; andare a debito a scapito delle giovani generazioni dovrà finire prima o poi.
Le coperture5) Altro punto di vulnerabilità è rappresentato dai differenti bilanci regionalizzati (una novità del Rapporto)che si esprimono nei tassi di copertura che misurano quanto i contributi versati coprono le prestazioni erogate. Senza entrare nel dettaglio il Sud consuma il doppio circa di quanto paga, con situazioni estreme come la Calabria che per ogni 100 euro ricevuto in prestazioni ne paga poco più di 36; oppure come la Sicilia e il Piemonte che presentano un deficit tra entrate previdenziali ed uscite per prestazioni pensionistiche di oltre 5 miliardi di euro per ogni regione; in pratica serve per le due aree una finanziaria. In definitiva, ma ci sarebbero molti altri punti, il nostro welfare è una enorme redistribuzione tra categorie (versus agricoli, ffss, poste, fondi speciali, altre categorie) tra regioni, tra soggetti delle medesime categorie: dipendenti autonomi ecc. Ma soprattutto tra soggetti che non hanno sufficienti versamenti e quelli con un buon versamento contributivo e fiscale. Il tutto spesso a debito e a carico di chi verrà dopo: i giovani cittadini. Quanto potrà reggere questa situazione con alta spesa corrente e pochi investimenti? E al prossimo rialzo dei tassi?

ALBERTO BRAMBILLA

Corriere della Sera, 16 febbraio 2017

 

http://www.corriere.it/economia/17_febbraio_15/welfare-spesa-sociale-l-italia-quarta-europa-battuta-anche-svezia-d5bc7928-f3c7-11e6-a927-98376e914970.shtml

Uno a uno

jeoSiamo uno a uno. Ma è uno di quei pareggi che comportano il rischio di retrocessione, perché rivelano un equilibrio sempre più precario: per ogni abitante pensionato, disoccupato o così scoraggiato che vorrebbe lavorare ma non cerca neanche più, in Italia c’è solo un’altra persona che un posto di lavoro lo ha. Per l’esattezza ce ne sono 1,06. Altrimenti detto centosei adulti si danno da fare ogni giorno per produrre e sostenere (direttamente o attraverso lo Stato) altri cento adulti che, per vari motivi, si limitano a ricevere e consumare.
Magari sembrerà normale, ma non lo è. Ammesso che l’Europa di oggi possa ancora essere identificata con l’ordinarietà, nel confronto con gli altri Paesi è semplicemente abnorme: insieme alla Grecia, l’Italia è ultima nell’unione monetaria per il rapporto di forze fra ch i produce e chi non lo fa (o non lo fa più). E questo è uno dei rari aspetti della vita nazionale che la lunga crisi dell’euro ha cambiato poco: l’Italia era già ultima prima del contagio finanziario, dell’austerità e della tripla recessione, al punto che paradossalmente risulta oggi fra le economie in cui meno è successo dal 2007 in poi.

Già otto anni fa questo Paese aveva ufficialmente così poche persone al lavoro che persino oggi nessun Paese europeo (tolta la Grecia) risulta in un equilibrio così precario come quello che contrassegnava l’Italia già prima del grande crac.
Ora la manovra in arrivo per l’autunno sta sollevando un gran numero di ipotesi: il taglio delle tasse sulla casa, la flessibilità per anticipare il pensionamento, gli sgravi sul lavoro o sulle imprese. Per cercare di capirne il senso, il «Corriere» ha condotto un piccolo test: ha messo a confronto il numero di occupati in ogni Paese dell’area euro con altri adulti, quelli che in pensione, o disoccupati oppure invisibili nei dati di disoccupazione anche se vorrebbero lavorare, perché non cercano più. Il test è condotto prima sui dati Eurostat 2007 e poi su quelli 2014 (quelli più recenti sulle pensioni, peraltro stabili nel tempo, sono disponibili per il 2012).
Ne emergono alcune lezioni. La più evidente è che la Germania ha avuto un’ottima crisi: è la sola economia di Eurolandia che in questi otto anni sia riuscita a incrementare il numero di persone che lavorano rispetto a chi dipende da trasferimenti monetari da parte di qualcun altro. Nella Repubblica Federale 163 occupati sostenevano cento perso ne dell’altro gruppo nel 2007, ma nel 2014 gli occupati erano già dodici di più. Malgrado le tensioni nel Bundestag per il salvataggio di Atene, l’euro sta funzionando egregiamente per i tedeschi e i tedeschi si sono dimostrati bravi nel farlo funzionare per sé.

Poi ci sono gli altri. Nei restanti 18 Paesi oggi membri del club dell’euro, nordici inclusi, dal 2007 al 2014 il numero dei lavoratori è invariabilmente diminuito rispetto al numero dei «consumatori» (vedi grafico). Spesso molto diminuito : come in Finlandia, in Olanda, in Lussemburgo e non solo a Cipro, in Spagna, in Grecia, Portogallo o Irlanda. C’è però nel gruppo un’economia che si dimostra notevolmente stabile da questo punto di vista: l’Italia. È il Paese che ha l a variazione più piccola, ed è anche quello già a fondo classifica quando l’economia andava meglio. Nel 2007 aveva appena 1,2 lavoratori per ogni pensionato, disoccupato o scoraggiato e ne ha pochi di meno oggi. Il malessere dunque pre-esiste al contagio del debito e spiega il crollo dei consumi molto meglio dell’austerità: in ogni via, quartiere e città del Paese, non ci sono abbastanza buste paga.
Un panorama del genere solleva domande molto se rie sul numero di persone che lavorano in Italia nell’illegalità. Eppure lo stesso vale per la Spagna, o il Portogallo, che pure vivono squilibri meno drammatici. Qualunque sia la realtà, il lavoro sommerso resta una patologia che erode la tenuta del welfare e dei conti pubblici – una patologia mai abbastanza aggredita – non la forza nascosta che spesso si fa credere.

Passata la grande recessione, ci si può ora chiedere se l’Italia abbia toccato il fondo e da ora in poi avrà più lavoratori attivi. La risposta è: non sarà facile. L’Istat stima che nei prossimi quindici anni il Paese perderà tre milioni di persone fra i 30 e i 50 anni, l’età più produttiva, e ne acquisirà oltre tre di più di 65 anni. L’orologio dell’invecchiamento degli italiani avanza rapido e inesorabile, dunque il momento per mettere più persone al lavoro è adesso. Per questo non aiutano gli 80 euro in busta paga o il taglio della Tasi, misure che costano molto ma non riusciranno mai a risollevare i consumi in un’economia così povera di salari. Sono utili invece gli sgravi sui nuovi assunti o sulle imprese, che il governo intende confermare o accentuare. Del resto siamo in zona Cesarini: resta poco tempo per scongiurare il più inglorioso dei pareggi.

L’Italia che produce perde sempre più terreno (e solo la Grecia fa peggio)

Di Federico Fubini

Corriere della Sera

11 agosto 2015

http://www.corriere.it/economia/15_agosto_11/italia-che-produce-perde-sempre-piu-terreno-solo-grecia-fa-peggio-8cdd67ca-3ff1-11e5-a1d8-4e4de2e3fad8.shtml

Secchio bucato e innaffiatoio

sekkNegli anni Settanta l’economista americano Arthur Okin coniò la metafora del «secchio bucato». Il reddito prelevato dai più ricchi non riesce a raggiungere i più poveri: molte risorse si perdono per strada, filtrando attraverso le crepe del calderone fiscale. Okin pensava soprattutto ai costi amministrativi del welfare e alle detrazioni d’imposta. Ma aveva anche in mente le enormi partite di giro che tolgono risorse ai più abbienti e poi gliele restituiscono sotto forma di prestazioni universali: quelle a cui accedono tutte le fasce di reddito.

All’immagine del secchio bucato gli ideologi dell’universalismo (soprattutto in Scandinavia) hanno contrapposto quella dell’«innaffiatoio». Le risorse che si perdono per strada servono per coltivare e rafforzare la cultura della solidarietà. Se il ceto medio resta escluso dal welfare pubblico, si crea una contrapposizione fra «noi» (i contribuenti) e «loro» (i beneficiari), che finisce per minare il sostegno nei confronti della protezione sociale.

Nessuna di queste due metafore si attaglia al caso italiano. Certo, anche da noi il secchio è pieno di buchi (centosessanta miliardi di euro all’anno solo di detrazioni fiscali, spesso senza logica né giustificazione). E anche il nostro welfare ha adottato spesso la logica solidaristica dell’innaffiatoio: pensiamo ai ricoveri ospedalieri o all’assegno di accompagnamento, di cui possono fruire anche i più ricchi.

La grande anomalia dell’Italia è però che l’«acqua» della redistribuzione non arriva fino in fondo. Nel complesso della spesa pubblica, solo poche gocce raggiungono i più poveri. E il paradosso nel paradosso è che, anche quando una data prestazione è pensata per chi ha veramente bisogno, il grosso finisce nelle mani di chi bisogno non ha. È la sindrome di Robin Hood alla rovescia, resa possibile da regole strampalate che hanno consentito nel tempo (e ancora consentono) ai redditi più alti di accedere a benefici che sono teoricamente riservati ai redditi più bassi.

I dati illustrati da Enrico Marro danno un’idea del fenomeno. Prendiamo la pensione sociale (introdotta nel lontano 1969) che dovrebbe andare agli ultrasessantacinquenni «sprovvisti di reddito». Ebbene, il 22% della spesa finisce nelle tasche di anziani che hanno redditi (lordi equivalenti) intorno ai cinquantacinquemila euro l’anno. Solo il 2% arriva a chi è realmente «sprovvisto», ossia ha meno di cinquemila euro l’anno.

È chiaro che serve una imponente razionalizzazione distributiva di tutta la spesa assistenziale. Bisogna definire una soglia comune oltre la quale si perde diritto alle prestazioni. In molti paesi Ue il riferimento è il sesto decile: per l’ Italia circa ventimila euro l’anno. Lo strumento più adatto per selezionare i beneficiari è l’Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente, che tiene conto di molti fattori a cominciare dalla composizione del nucleo familiare.

L’adozione generalizzata dell’Isee (oggi gestito dall’Inps, che ha nel cassetto interessanti proposte in questa direzione) avrebbe due vantaggi aggiuntivi. Innanzitutto consentirebbe di liberare risorse per il reddito di inclusione sociale: quella rete di sicurezza minima che nella Ue manca solo in Italia e in Grecia. In secondo luogo, impedirebbe ai politici di ritagliare determinate prestazioni su specifiche platee di beneficiari: una brutta abitudine del welfare all’italiana e delle sue pratiche di attrazione particolaristica del consenso.

Conosciamo già le obiezioni a una riforma di questo genere. Primo: è un attacco all’universalismo, alla logica dell’innaffiatoio. Un’obiezione insensata, visto che si tratterebbe di modifiche interne al settore assistenziale, per definizione «selettivo». Secondo: si tratta di una violazione di quei diritti acquisiti così tenacemente (e spesso irragionevolmente) difesi dalla Corte costituzionale. Ci sono vari modi per aggirare questo secondo ostacolo, ad esempio riducendo gli importi solo dal secondo decile in su. L’importante è tuttavia stabilire una data oltre la quale varrà soltanto l’Isee. Nessun diritto violato. E da quel giorno anche nel welfare italiano la solidarietà funzionerebbe per il verso giusto. Dall’alto verso il basso, tappando i buchi più iniqui e vistosi.

7 agosto 2015

Misurare la ricchezza (con l’Isee). Così si superano le distorsioni

di Maurizio Ferrera

http://sociale.corriere.it/misurare-la-ricchezza-con-lisee-cosi-si-superano-le-distorsioni/